Il Re della Prateria/Parte seconda/13. Il Re della prateria

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Parte seconda - 12. Il tradimento


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13.

IL RE DELLA PRATERIA


Sanchez si volse rapidamente col viso alterato da una gioia immensa, e fissò i suoi occhi sull'uomo che aveva pronunciate quelle parole.

Era un giovane capo indiano di ventisette o ventott'anni, di statura alta, slanciata, di lineamenti fini, quasi delicati, con due occhi neri come due carboni, e che scintillavano come diamanti. Quantunque la sua pelle fosse lievemente abbronzata, non avesse baffi (perché pareva che, secondo l'uso indiano, fossero stati rasi o strappati), ed agli orecchi portasse due piastre d'oro, s'indovinava subito che quell'uomo non apparteneva alla razza indiana.

Il suo stesso abbigliamento lo dimostrava, quantunque avesse la testa adorna d'uno splendido diadema di oro puro, sormontato da tre penne d'aquila bianca, distintivo dei più famosi sackems. Egli aveva inoltre le gambe racchiuse da mokassini arabescati con cordami azzurri, e sulle spalle portava uno di quei ricchi mantelli indiani, meravigliosamente lavorati a maglia con fili multicolori ed a disegni complicati, adorni d'una frangia alta diciotto pollici, e che si pagano non meno di cinque cavalli, essendo necessario per fabbricarne uno il lavoro di tre donne per un intero anno.

Contrariamente al costume indiano, i suoi calzoni non erano [p. 228 modifica]tagliati e aperti, né adorni di capigliature strappate ai nemici; il suo dorso non era nudo, ma coperto da una casacca elegantemente ricamata, di panno azzurro e stretta ai fianchi da una grande fascia rossa, dalla quale sorgevano i calci di due pistole incrostate d'argento e di madreperla.

Bastò a Sanchez un solo sguardo per riconoscere in quel giovane capo un viso-pallido, a malgrado di quello strano abbigliamento da pellerossa e da cacciatore di prateria.

– Voi! – esclamò. – Voi siete il Re della prateria!...

– Sì, sono io – disse il capo, che guardava con una certa curiosità il messicano.

– Siete l'erede del sackem Grande Aquila?

– Sì.

– Il marchesino Almeida Mendoza y Araniuez?

Nell'udire quel nome, il giovane capo indietreggiò di due passi col viso alterato da uno stupore impossibile a descriversi, mandando un grido soffocato.

Per alcuni istanti rimase silenzioso, come se quello stupore gli avesse paralizzata la lingua, poi avvicinandosi bruscamente a Sanchez, gli disse con voce rotta:

– Ripeti quel nome!... Temo di aver udito male!

– Vi chiedo, sackem, se siete il marchesino brasiliano Almeida Mendoza y Araniuez. [p. 229 modifica]

– Ma chi sei tu, che mi ricordi un tal nome? – domandò il giovane capo.

– Sanchez, la guida.

– Di dove vieni?

– Da Monterey.

– E chi ti manda qui?

– Un uomo che ho guidato attraverso alla prateria fino al Rio Verde e che se non vi affrettate a salvarlo, domani sarà morto.

– Chi è?

– Vostro zio, don Inigo Mendoza de Cabrera.

Il capo mandò un grido e vacillò come se le forze gli fossero improvvisamente mancate; ma reagì con ferma volontà, e frenando l'emozione che lo soffocava, chiese con voce tremante:

– Dov'è mio zio? Parla in nome di Dio, o mi farai morire!

– È prigioniero del sackem Ba-da-ah-sciou-du, e se non vi affrettate a salvarlo, domani, all'alba, morrà. Ho fatto cinquanta miglia al galoppo per venirvi a trovare, ed una banda indiana mi insegue da stamani. Guardate!...

Quindici indiani e trenta cavalli scendevano allora la costa schiamazzando ed agitando le armi. Erano gli inseguitori che correvano sulle tracce del messicano.

– Bisonte Bianco, – disse il Re della prateria, volgendosi verso uno dei suoi capi, – fa' disarmare quegli uomini e conducili prigionieri nel mio campo.

Poi volgendosi verso un altro capo:

– Tu, Nube Rossa, balza in arcione, prendi due cavalli di ricambio e raggiungi il sackem Corvo Nero che accampa alle falde della montagna Lana Negra, e gli dirai che tenga pronti cento guerrieri e cento cavalli freschi e veloci come il vento: va'!...

Quindi ritornando da Sanchez:

– Tu devi essere stanco, – disse, – ed anche affamato. Ti farò dare una tenda, dei viveri e una buona amaca per riposarti.

– Grazie, marchese, ma io conto di accompagnarvi. Ho la pelle dura io, e mi sento in grado di divorare altre cinquanta miglia, purché mi si dia un sorso di aguardiente ed un boccone.

– Prendi la mia fiasca, è piena di câna (acquavite) eccellente, [p. 230 modifica]e voi altri, – disse volgendosi agli indiani, – recategli un pezzo di tacchino selvatico e del maiz.

Poi si slanciò verso il grande calli del Consiglio, seguìto da tutti i capi della tribù.

La conferenza non durò che dieci minuti, niente di più. Quando il Re della prateria uscì, cinquanta dei più valenti indiani, armati per la maggior parte di fucili, di lance e di scuri, erano già a cavallo, pronti a partire.

– Sei pronto, Sanchez? – chiese al messicano, che in sei bocconi aveva divorato un quarto di tacchino e in tre sorsate aveva vuotata la fiasca.

– Sono pronto, capo – rispose la guida, balzando in piedi.

– I cavalli! – gridò il marchesino.

Due bellissimi mustani dalle gambe magre, la testa leggera, il ventre stretto, due veri figli del vento, vennero condotti.

Il marchesino ed il messicano balzarono in arcione.

– Avanti! – gridò il giovane capo. – Ed ora, a noi due, Saltatore!

I cinquanta guerrieri e sei dei più famosi e prodi capi si slanciarono dietro al marchesino ed a Sanchez, i cui cavalli divoravano lo spazio con rapidità incredibile.

La notte era calata da due ore e le dieci dovevano essere già trascorse; ma con quei rapidi cavalli potevano essere certi di giungere, prima della mezzanotte, nel campo del sackem Corvo Nero e prima dell'alba nell'accampamento del Saltatore.

Superate le ultime pendici della Sierra Calabasa, le quali difendevano, verso l'ovest, il grande accampamento del Re della prateria, la banda si slanciò attraverso le pianure erbose, dirigendosi verso la montagna Lana Negra, la quale si innalza al nord di quella regione, che porta il nome di Mesa la Vaca.

– Giungeremo in tempo? – chiese Sanchez al marchesino, che eccitava senza posa il suo cavallo.

– Ne sono certo – rispose il giovane capo. – Dovessi fare scoppiare tutti i cavalli che ci seguono, noi giungeremo al campo di quel cane di Saltatore prima che si alzi il sole. Povero zio! Chi sa che notte passerà! Ma come ha saputo che io ero stato condotto [p. 231 modifica]qui? Parla, Sanchez, narrami quello che sai, poiché io ignoro ancora tutto.

– Lo seppe da un documento trovato in mare, firmato da un certo barone di Chivry e scritto dieci anni prima.

– Dal barone di Chivry? È ancora vivo quell'uomo?

– No, capo, è morto.

– Morto!...

– È andato a picco colla nave su cui era, insieme a tutti i suoi, dopo un furioso combattimento con una goletta inglese.

– Ma dove?

– Mi pare che vostro zio mi abbia detto che affondò presso le coste di una regione che si chiama Florida.

– La goletta! – mormorò Almeida, come parlando a se stesso. – Ah! Ora comprendo tutto!... Eppure avrei riveduto volentieri quel Chivry che io a torto tanto odiavo.

Stette alcuni minuti silenzioso, assorto in profondi pensieri, poi chiese:

– Sapeva mio zio dove mi trovavo?

– Il documento lo diceva: fra la Sierra Calabasa e la valle Tuneka.

– E tu sei venuto qui, certo di trovarmi.

– Se non con la certezza, almeno colla speranza di trovarvi.

– Chi accompagnava mio zio?

– Sei mulattieri e Gaspardo.

– Chi?... Gaspardo! – esclamò Almeida, con viva emozione. – Il mio fedele compagno di caccia? Ah! Come lo rivedrò volentieri. Orsù, narrami le peripezie del vostro viaggio.

Sanchez non se lo fece ripetere due volte, e gli narrò minutamente tutte le avventure toccate alla piccola carovana, durante la lunga traversata. Quando Almeida apprese il tradimento del Saltatore, un lampo d'odio gli balenò negli occhi.

– Lo sapevo, che quel cane non avrebbe rispettato i visi-pallidi inoffensivi. Sta bene: pagherà il conto!... Qui comando io, io solo sono il capo supremo della grande famiglia degli apaches e l'erede della sovranità di Grand'Aquila, e chi non mi ubbidisce, cada!... [p. 232 modifica]

Poi non parlò più e tornò ad immergersi in profondi pensieri.

Alla mezzanotte la banda indiana, dopo una corsa furiosa di due ore, giungeva ai piedi della montagna Lana Negra. Cento guerrieri guidati dal sackem Corvo Nero e centocinquanta cavalli freschi e scelti fra i migliori ed i più veloci, aspettavano il Re della prateria. Gli indiani lasciarono i loro mustani mezzo rattrappiti per la lunga corsa, balzarono sui freschi e ripartirono senza un istante di riposo, seguìti dal Corvo Nero e dai suoi soldati.

Sanchez e il marchesino, che avevano inforcati altri cavalli, che non dovevano essere meno rapidi degli altri due, galoppavano in testa alle due bande.

Nessuno parlava: tutti erano intenti a spronare i loro destrieri, i quali precipitavano la corsa, facendo tremare il suolo e varcando come fulmini praterie, boschetti, colline, torrentelli e piani sabbiosi. Alle quattro non distavano che poche miglia dal Rio Verde. I poveri animali grondavano sudore e schiuma e parevano sfiniti, ma gl'indiani li eccitavano senza posa, percuotendoli colle aste delle lance.

Gli astri cominciavano ad impallidire e all'oriente una luce biancastra s'innalzava, dilatandosi rapidamente. Fra pochi minuti il sole doveva apparire dietro le lontane vette della Sierra Calabasa e lanciare, sulla verdeggiante prateria, i suoi fasci luminosi; fra pochi minuti doveva cominciare anche lo spaventevole supplizio dei prigionieri.

Già cominciavano ad apparire, sull'orizzonte, i boschi che si estendono lungo la riviera Verde, quando in lontananza si udirono degli urli ed un furioso abbaiare di cani.

Almeida impallidì e mandò un grido di disperazione.

– Spronate! Spronate! – tuonò. – Odo il canto di morte degli apaches del Saltatore!...

I cavalli, vigorosamente percossi, in pochi minuti attraversarono l'ultimo lembo della prateria, si cacciarono sotto il bosco ed irruppero come un uragano nel campo del Salvatore, travolgendo le sentinelle che non avevano avuto il tempo di ritirarsi.

Gl'indiani del Saltatore si erano radunati attorno al palo della tortura, al quale si vedeva legato un uomo, e danzavano [p. 233 modifica]diabolicamente assieme alle loro donne, che agitavano dei tizzoni accesi.

Almeida, pallido di rabbia, sfondò col proprio cavallo quella massa d'uomini, balzò a terra, e precipitandosi verso quell'uomo che stava per provare le prime torture gridò:

– Zio mio!...

– Almeida! – esclamò il marchese, poiché era proprio lui; poi, vinto dall'emozione svenne.

Mentre i suoi guerrieri respingevano colle aste delle lance gli uomini del Saltatore e circondavano il campo, il giovane capo con pochi colpi di coltello tagliò i legami, prese fra le robuste braccia suo zio e lo trasportò nel grande calli del Consiglio, seguìto da Sanchez che trascinava con sé il Saltatore. Lo svenimento del marchese durò poco: bastarono pochi spruzzi d'acqua per farlo ritornare in sé.

Vedendosi dinanzi l'amato nipote, che per dieci anni aveva pianto come morto, se lo strinse al petto, scoppiando in singhiozzi. [p. 234 modifica]

– Tu!... Il mio Almeida!... – esclamava, piangendo e ridendo ad un tempo. – Ah! Io temevo di non rivederti mai più e di morire senza averti ritrovato!... Quanto devo a quel bravo Sanchez!... Ma... dimmi... non so come cominciare... ho mille cose da chiederti... e la mia memoria si confonde!...

– Calmati, zio mio, parleremo più tardi, non affaticarti, ché hai provato un'emozione troppo acuta.

– No, Almeida, tutto è passato, voglio sapere tutto, tutto!... Pensa che sono dieci lunghi anni che io mi torturo il cervello per sapere che cosa era avvenuto di te! Dimmi, Almeida, chi era quel capo Grand'Aquila che ti fece rapire?...

– Chi era?... – disse Almeida. – Non lo hai indovinato?

– No!

– Era mio fratello!...

– Tuo fratello!... Ah!...

– Sì, zio mio. Egli era diventato un grande guerriero, il capo supremo della famiglia degli apaches. Dapprima cacciatore di prateria, si unì poi agl'indiani, divenne famoso per le sue eroiche gesta e fu innalzato alla carica di primo sackem.

– Ma perché ti fece rapire?

– Egli ti aveva scritto di raggiungerlo, ma tu avevi creduto bene di non farlo.

– È vero – disse il marchese. – Io temevo che egli fosse un tristo come prima, e mirasse a divorare gli ultimi avanzi della tua sostanza.

– Invece ti eri ingannato, zio mio. Egli voleva riparare i torti suoi, voleva farci ricchi tutt'e due, poiché aveva accumulato ricchezze immense, una vera montagna d'oro, che è nascosta in una profonda caverna della Sierra Calabasa.

– Ma perché non ritornò nel Brasile?

– Perché gl'indiani non permettono ai loro capi di abbandonarli. Vegliavano su di lui, come vegliano ora su di me.

– E perché ti fece rapire? Ecco il punto oscuro.

– Egli aveva ricevuto delle gravi ferite in uno scontro coi «Larghi Coltelli dell'Ovest» (americani bianchi), e la sua esistenza stava per finire. Temendo che tu diffidassi ancora di lui, e che le sue [p. 235 modifica]ricchezze andassero perdute, preferì di farmi rapire, certo di rivedermi più presto e con maggior sicurezza.

«Un cacciatore di prateria suo amico s'incaricò di tutto, e mandò il barone di Chivry al Brasile. Tu sai già, in qual modo venni preso, imbarcato sulla nave negriera del capitano Nunez e qui condotto. Quando giunsi alla Sierra Calabasa, mio fratello, che solo allora seppi essere tale, avendo prima sempre ignorato di averne uno, era moribondo.

«Spirò fra le mie braccia, dopo aver fatto giurare ai sackems della tribù che io l'avrei sostituito nel grado di capo supremo. L'emozione provata nel vedermi aveva senza dubbio affrettato la sua morte.

«Cercai a lungo di farti avere mie notizie, ma gl'indiani che inviai alla costa, non ritornarono più. La guerra infieriva fra le mie tribù e le bande di cacciatori di capigliature messicane e senza dubbio furono tutti uccisi. La guerra del Messico con gli Stati del Nord sopravvenne quindi a rendere più difficili le comunicazioni colla costa; ma io pensavo sempre a te, ed un giorno avresti finalmente ricevuto mie notizie.»

– E conti di rimanere qui?

– Sì, zio, io amo queste povere pellirosse che gli uomini bianchi odiano così tanto e perseguitano come belve feroci. Mi sono imposto una missione: l'incivilimento di questi indiani e forse col tempo vi riuscirò. Ho uomini fedeli, ho cavalli a centinaia, ho tende, comando io, perché sono il re dei sackems ed amo la prateria come fosse la mia patria. Che cosa posso desiderare di più?

– E rimarrò anch'io, Almeida?

– Lo spero, zio.

– E anch'io, signore – disse Sanchez, avvicinandosi. – Se mi volete, do un addio ai paesi dei visi-pallidi e ritorno cacciatore di prateria.

– Sarai il mio amico più fidato, e se vorrai, ti farò nominare capo di qualche tribù.

– Grazie, marchese.

– Grazie a voi, Sanchez – disse don Inigo, stringendogli le mani [p. 236 modifica]con effusione. – Senza il vostro coraggio a quest'ora sarei morto e scotennato.

In quell'istante irruppero nella tenda Gaspardo e gli arrieros, che erano stati liberati dal Corvo Nero.

– Ah! Padroncino mio! – esclamò il coraggioso brasiliano, precipitandosi ai piedi di Almeida.

Questi lo rialzò e se lo strinse al petto dicendo:

– Qui, sul mio cuore, fedele Gaspardo.

Poi, volgendosi verso agli arrieros:

– Amici, lasciate che vi ringrazi per la vostra coraggiosa condotta – disse. – Domani vi darò tant'oro da arricchire le vostre famiglie, se ne avete, ed una scorta, la quale veglierà su di voi fino al di là del deserto. Andiamo, zio; venite, Gaspardo e Sanchez; ritorniamo nel mio accampamento, ché qui nulla abbiamo più da fare.

– E quest'uomo? – chiese il messicano, additando il Saltatore, che se ne stava accoccolato in un angolo della tenda.

Nel vederlo, un lampo di rabbia balenò negli occhi del marchesino.

– Tu hai trasgredito i miei ordini e stavi per martirizzare degli uomini inoffensivi solo perché erano bianchi. Io, capo supremo della grande famiglia degli apaches, ti punisco: non sei più capo: va'!