Il Re prega/XV

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XV. Le prime stazioni della via crucis

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XIV XVI


Concettella tenne parola.

Sbarazzato del suo rivale, Filippo Rotunno cominciò l’assedio. Fallì l’intento. La passione, inasprita dalla resistenza, si fece persecutrice. Essa non riescì neppure. Filippo minacciò, battè, insultò, denunziò tutti coloro che s’interessavano alla giovinetta, la proteggevano, le davano del lavoro; fece loro tutto il male che potè e li scoraggiò. Concettella cadde in una squallidissima miseria. Il poco che guadagnava non le servì per nudrirsi o per vestirsi, ma per pagare un posto in una barca ed andare a visitare Gabriele al bagno di Procida. Questa fedeltà canina mise il colmo al furore di Filippo. Egli abbordò Concettella una sera e, non potendola oltraggiare, le tirò un colpo di coltello che le lacerò la spalla.

Filippo aveva di già, per la sua tracotanza, acquistato il soprannome di Guappo - rodomonte. - La polizia l’arrestò. Otto giorni dopo però lo rimetteva in libertà.

Vedendo in quell’uomo la fibra delle forti passioni, l’audacia e la bravura, il conte d’Altamura che reclutava le sue bande reazionarie dei sanfedisti, l’aveva reclamato ed ottenuto. Qualcuno sospettò della trasformazione, nessuno però potè affermarla. Il fatto è che Filippo - Uu Guappo, come ora lo addimandavano, era oggimai un birro travestito. Per questa ragione, e’ dovè temperare i suoi impeti. Ma la sventura di Concettella era di già completa: Filippo l’aveva diffamata. Ella non potè più trovare lavoro. Non restandole più per vivere che la prostituzione o l’elemosina, ella scelse la mendicità.

Poco dopo, quando i patriotti furono cacciati negli ergastoli, tutt’insieme ai forzati per causa di furto o di assassinio, il conte di Altamura vi guizzò dentro Filippo, facendolo trovar complicato, - col suo consentimento, - in un affare di furto. E’ doveva sorvegliare i patriotti, e pigliare l’occasione di qualche rissa sollevata a proposito per sbudellare i più determinati. La sua grazia era già anticipatamente firmata dal re: non restava che a mettervi una data.

Filippo s’imbattè in Gabriele, cui chiamavano adesso Uu paglietta - l’avvocato - perchè imparava a leggere ed a scrivere dal cappellano del bagno. L’incontro dei due rivali fu ostile; perocchè Gabriele conosceva di già le persecuzioni inflitte da Filippo a Concettella.

Il primo danaro che costei toccò da Don Diego, lo spese per recarsi a Procida ed andare ad istruire Gabriele della tregua che il destino le presentava.

Gabriele si mostrò inquieto e contento di saperla al ricovero in casa di quel prete, di cui ella le raccontò qualcuno dei guai, da lei appresi o indovinati. Quando, alla seconda visita, Gabriele la vide affusolata da beghina, chiamandosi non più Concettella ma suor Crocifissa, e’ non dissimulò i suoi allarmi e si restrinse a dirle:

- Fa attenzione, Concettela! tu mi hai detto: "a te per tutta la vita!" Se divieni infedele, tu od io dobbiamo cessare di vivere.

Gabriele non temeva a torto. L’animo della giovane aveva cangiato come le sue spoglie. Per sopprimere i commenti, che non avrebbero mancato di assalire la giovane e bella vajassa - serva - del prete, Don Diego l’avea mascherata, secondo l’uso, della livrea religiosa, la quale copriva tutte le ganze dei preti - cappelloni - napolitani.

Don Diego non sospirò più il ritorno di sua sorella in casa, avvegnachè s’inquietasse sempre dell’assenza di lei. Sembrava rassicurato sulla sorte di Bambina, o si sforzava di esserlo; ma avrebbe desiderato sapere ove la si trovava e che faceva. Il vago su questa nozione gli cagionava un malessere indefinibile. Laonde, quando ebbe messo un po’ di ordine nel suo interiore, quando ebbe cominciato il gran lavoro che il canonico Pappasugna gli aveva comandato, quando e’ si potè credere assicurato contro le violenze della polizia, egli intraprese delle investigazioni sulla fuga di Bambina, neglette, fin lì da lui, a detrimento della sua considerazione.

Un cangiamento considerevole erasi operato in lui da otto giorni. L’equilibrio morale, un momento spostato in seguito di tante minacce, di tanti sospetti, di contrarietà, di malori, si era ristabilito. Il suo spirito, rasserenato, si rilevava. Le funzioni fisiche del suo organismo, depresse sotto l’invasione morale, si esercitavano secondo il destino della natura; ciò che raddoppiava l’elatere degli organi del pensiero. Egli era oramai uomo nella pienezza della vita, e perdeva, per conseguenza, tutto ciò che l’ascete ha di acido, di malsano, di velenoso, di fantastico, di antisociale. La scienza acquistata nelle lunghe letture e nelle forti meditazioni si allargava, si coordinava, assumeva un compito umano e salutare.

Immerso nella composizione dei suoi sermoni della Quaresima per il canonico Pappasugna, e’ poteva a suo comodo considerare la religione dal punto di vista sociale e farne istrumento di civiltà, di progresso, di libertà, lasciando nei labirinti del medio evo la discussione dei dogmi e presentando la religione come consostanziale della morale e della compage sociale, economica e politica dell’umanità. Ond’è ch’egli si levava ad altezze vertiginose nelle sue considerazioni sulla missione del cristianesimo, ed edificava al cattolicismo un altare, - pagano forse o piuttosto filosofico, - ma conforme alla scienza ed all’unisono con lo stato della civiltà moderna, - frutto dell’analisi.

Al coverto dal bisogno, un po’ rassicurato sull’avvenire, sbarazzato dalla ritenutezza materiale cui la purità di sua sorella gl’imponeva, il cuore pago, i sensi soddisfatti, quest’uomo, sì fortemente e riccamente dotato, si sviluppava, prendeva possesso di sè stesso. Una grande dignità, basata sulla coscienza della sua forza, si esalava dalla sua persona, a sua insaputa. Il povero prete di provincia si era liquefatto in quella rimanipolazione dell’anima per mezzo della prosperità, della libertà, dell’amore, - questa trinità della forza virile. La sua testa spaziava più alto che la sua statura. Il suo cuore non aveva più gli aneurismi della miseria, della paura, dell’incertezza, della paternità alla quale sua sorella si era volontariamente sottratta. Egli arrossiva forte altresì delle cause che avevano determinato quella figliuola a lasciarlo. La sua anima aveva avuto un’erisipola gangrenosa, di cui egli era guarito al presente, ma la cui memoria lo attristava e l’umiliava.

Sotto l’imperio di queste circostanze e di queste idee e’ si decise a visitare il barone di Sanza per rischiarare i suoi sospetti, e Don Domenico Taffa per significargli che non gli accordava la mano di Bambina.

Il barone di Sanza aspettava da lungo tempo il suo compatriota.

Egli aveva dunque accomodati da un pezzo i suoi nieghi. Non si mostrò stupefatto della disparizione di Bambina, ma indifferente. E’ significò quindi a Don Diego il suo desiderio di non essere mischiato in quei loro secreti di famiglia, di cui egli deplorava l’amaritudine.

- Mio padre vi ha raccomandato a me, soggiunse egli. Io ho fatto quantunque era in possa mia per aiutarvi. Ma io non ho l’età di essere tutore, e voi avete passata quella di esser minore. Ve ne supplico dunque, non mi favellate più dei vostri interessi.

- Io non vengo a domandarvi nè aiuto nè consiglio, rispose il prete, ma l’assicurazione che mia sorella non corre alcun pericolo. La sua lettera m’ha data la chiave di questo mistero. La sua sicurezza non m’inquieta, sapendo in quali mani ella depositava il suo destino. L’onor di vostro padre è per me una garentia del vostro. Io non voglio strappare Bambina all’asilo che le avete trovato. Ma voglio esser sicuro che foste voi che glielo procuraste e ch’ella vi è rispettata. Ecco l’oggetto della mia visita.

- Io non ho nulla ad apprendervi, rispose freddamente il barone. Voi dovete sapere quali considerazioni han potuto determinare vostra sorella a fuggire la vostra dimora, ed a quali persone ella poteva indirizzarsi.

- Lo so di già, rispose Don Diego. Ma permettetemi di soggiungere, che io diffido dei giovani di ventiquattro anni che si fanno angioli custodi delle giovanette di diciotto. Gli è chiaro così?

- Avete ragione, signore, di esser sospettoso in simile circostanza, quando i fratelli essi stessi sono dei custodi così dubbii. Ma finiamola qui. Voi arrivate di provincia con la rudezza tenace della bramosia, naturale agli uomini che ignorano il mondo reale. Il successo che si viola è sempre un successo deflorato, e perciò sospetto. Fatevi attenzione. Voi appartenete - oso sperarlo ancora - ad un partito geloso, sospettoso, circondato da trappole, il quale vuole restare incontaminato per quanto lo può. Voi sapete tante cose, troppe cose, facili a trafficare, avidamente ricercate. Voi frequentate uomini che ci danno la caccia, cui noi disprezziamo, abili a far chiacchierare gl’ingenui, promettendo molto e tenendo largamente le promesse. Non vi stupite dunque se vi vedete contrariato, e se vostra sorella ha trovato intorno a lei tutto un partito per difenderla, al suo primo grido di allarme. Addio, Don Diego; e permettetemi, poichè voi siete l’amico dell’eccellente mio padre, di augurarvi che il successo vi rifiuti il suo sorriso troppo precoce.

Il barone si alzò. Don Diego restò assiso e disse:

- Grazie degli avvisi, dei consigli, degli augúri di cui mi onorate. In ricambio sappiate questo e procurate di profittarne. Io non fo parte di ciò che voi chiamate vostro partito. Non sono cospiratore, ma pensatore. Ciò che per voi è una combinazione politica, per me è un assioma psicologico. Ciò che voi credete, perchè Mazzini ve lo afferma, è per me una legge eterna della coscienza umana. Voi potete tergiversare, cangiare secondo gli avvenimenti o le soddisfazioni ottenute o rifiutate; io, io non posso disfarmi che per la decomposizione della mia anima, per l’atrofia della mia intelligenza. Voi non sarete mai che degli scolari; io sarò sempre un maestro. Voi potete esser vinti dall’insuccesso, dalla sventura, dal dolore; io non potrei avere tutto al più che degli smarrimenti. Io respingo dunque i vostri avvisi e vi fo grazia dei vostri augúri. Se voi conoscete meglio di me le pratiche della vita, io ne conosco i principii, i quali non cangiano con la moda. Voi conoscete forse gli uomini; io conosco l’uomo. Io non vi domando dunque d’insegnarmi come si tratta con gli uomini e quali uomini si debbono bazzicare o evitare. Io amo l’arditezza nei giovani; ma diffido dell’oltracotanza, che è sempre soppannata di debolezza e d’ignoranza. Voi mi dite addio. Io vi rispondo a rivederci, - a rivederci al giorno della prova. I piccoli sono severi. Credetemi, bisogna esser grande per esser indulgente, veder lontano ed aggiornare il giudizio.

Don Diego salutò pulitamente il barone ed uscì, lasciandolo immerso in una stupefazione profonda. Era il primo uomo che egli incontrava nel suo partito, dopo il colonnello Colini che ne era il capo.

Don Diego si rese in seguito presso l’impiegato del ministero.

Don Domenico Taffa aveva terminato il suo desinare e digeriva dolcemente, fumando un eccellente zigaro e leggendo tale o tal altro giornale francese, cui la censura del ministero sopprimeva agli abbonati per distribuirli a certi impiegati privilegiati. Don Domenico, anch’egli, aspettava il prete da lungo tempo, e non senza impazienza. E’ lo ricevè dunque con una soddisfazione marcata, gli offerse sigari, caffè, liquori, cui Don Diego ricusò, ringraziando.

- Io vi doveva una risposta, disse Don Diego sedendosi: ve la porto.

- Mi portate voi la mia felicità? domandò Don Domenico.

- Forse. Perocchè il peso d’una bella donna gli è la più spaventevole delle cure, per tutt’uomo che non ha a sua disposizione gli eunuchi ed il sacco del Sultano, la Banca d’Inghilterra, od il potere illimitato dello Czar.

- Che volete voi dire?

- Questo: che io vi ringrazio dell’onore che mi avete fatto domandandomi la mano di mia sorella, cui io sono nell’impotenza di accordarvi.

- Voi me la rifiutate dunque?

- Precisamente no, nello stato in cui sono le cose. Ma io non posso darvi ciò che non ho più: mia sorella mi è stata rapita, o piuttosto, ella ha disertato dalla casa.

- Signor abate, gli scherzi sono buoni ma quando essi sono opportuni, rispose Don Domenico con amarezza. L’istoria che mi contate per palliare il vostro rifiuto è assurda. A Napoli, le femmine non si perdono come una spilla nella sabbia, o un piccolo cane che ha smarrito il suo padrone.

- Nonpertanto, signore, la cosa è così: la è arrivata due o tre giorni dopo che io ricevei la vostra lettera.

- E venite a darmene avviso solamente oggi?

- Gli è che, prima di mettere la polizia sulle tracce della fuggitiva, io ho voluto riflettere ed assicurarmi ove ella sia, chi l’ha aiutata a mettere in atto questo colpo di testa, e per quale ragione ella aveva preso quel partito disperato.

- Ed ora sapete tutto cotesto?

- Io ignoro ancora ove ella sia. Ma conosco colui che ha protetta la sua fuga, ed ho indovinato perchè la mi abbia abbandonato.

- Ditemi il nome del complice ed in ventiquattro ore vostra sorella vi sarà restituita.

- Nol posso, nè voglio. Mia sorella si è sottratta da casa mia perchè essa mi vedeva favorevole alla vostra domanda. Io lo era allora. Qualcuno ebbe la malignità o l’accortezza di dirle, che voi volevate sposarla per farne il marciapiede della vostra ambizione e forse della mia. In faccia di questo dubbio, penetrato nel suo spirito, posso io esercitare su di lei un ascendente qualunque, morale o fisico? Ve ne lascio giudice.

- Signor abate, io vedo chiaro in tutto codesto, o se volete, vi vedo più chiaro di voi. Il P. Piombini1 è passato di colà.

- Che intendete voi dire?

- Mi spiego. Il P. Piombini è stato ferito dalla bellezza di vostra sorella. Non è la prima volta d’altronde che quel R. P. si permette di codeste bazzecole. Egli ha fatto brillare innanzi agli occhi vostri non so quali vantaggi che vi han dato le traveggole; e voi non avete visto così vostra sorella evadersi dal focolare domestico. Ecco tutto.

- La vostra supposizione è talmente bassa ed insultante che io non degno rispondervi.

- E fate bene, perchè io non vi crederei. Anzi soggiungo, per essere più chiaro, che io non sono il vostro merlotto, e che non riceverò l’affronto con indifferenza. Voi avete pensato che il P. Piombini era più potente. Vi siete ingannato. Voi non conoscete chi ho dietro a me che s’interessa al mio matrimonio. Voi avete offeso dei personaggi che possono polverizzarvi con un aggrottar di sopracciglio.

- Voi convenite dunque...

- Di che? che io amo vostra sorella e che io ho dei protettori? Ebbene, e poi? Se voi avete lo spirito sì mal temprato per non comprendere il paese, i tempi, la società in mezzo alla quale vivete, che posso io farvi? Voi avete vissuto della morale dei libri, che rende gli uomini stupidi, e non della morale del mondo che li rende felici. Avrei voluto aprirvi gli occhi mediante l’unzione episcopale che vi preparavo. Voi mi respingete e spezzate i miei piani. Vedremo se sarete stato saggio preferendo l’appoggio della Compagnia di Gesù a quello della Corte. Tali offese non restano mica impunite, signor abate.

- Voi mi fate benedire la sorte, signore, che mi ha sottratto ad una grande tristezza e ad una grande vergogna. Perocchè io scorgo adesso con quali intenzioni voi sposavate mia sorella. Io non sono predicatore di morale, perchè, ahimè! la mia non è senza rimproveri. Io ho avuto, ho tuttavia una grande ambizione. Non rinculerei innanzi ad alcun prezzo per soddisfarla, se quel prezzo si cifrasse per centinaia e migliaia di ducati. Il prezzo dell’onore, come lo pagarono Abramo ed Isacco, mi fa orrore. Nè la mia anima, nè la mia carne non sono da vendere, signore; e se voi avete bisogno di ciò, portate altrove i vostri sguardi. Le vostre minaccie non mi scuotono più che le vostre promesse. La luce, un momento offuscata nel mio spirito, ha ripreso il suo splendore.

- Voi mi sfidate dunque, adesso? Voi vi sentite dunque così bene coperto dai vostri protettori?

- Disingannatevi, signore. Io non ho alcun protettore e non ne desidero alcuno, al prezzo cui voi supponete. Ve lo ripeto: io ignoro dove mia sorella si trovi. Ma lo sapessi pure, lungi dal consegnarvela, la coprirei del mio petto e del mio braccio. Io vi diceva or ora che io non poteva accordarvi ciò che io non possedevo più. Vi dico ora, che ve la rifiuto in modo reciso. Traffichiamo di altro che di cuori innocenti e di corpi puri, signore. Capite? Voi mi avete domandato una somma di sei mila ducati per investirmi di una diocesi. Questa somma sarà pronta fra qualche settimane; ma essa è il salario del mio lavoro, non del mio onore. Non posso dirvene altro. Non siate dunque severo. Reprimete la vostra collera senza ragione. Io non giudico i vostri principii; ma rinunziate a farmeli dividere o ad impormeli. Noi abbiamo tutti un idolo nel cuore; il vostro è d’oro, il mio è d’amore.

- Sta bene. Ringuainate codeste frasi risuonanti, io ne ho lo spaccio privilegiato. Vi accordo otto giorni per riflettere, se n’è tempo ancora. Vi hanno ingannato sull’onnipotenza dei gesuiti. Non vi sono a Napoli che due uomini potenti, più potenti che lo stesso re: monsignor Cocle ed il marchese di Sora. Il primo domina il re per la coscienza; l’altro lo tiene per la paura. Questi due personaggi sono miei amici. Essi saranno i vostri protettori quando lo vorrete. Non aggiungo altro. Voi non siete più un fanciullo. In questo paese nulla si dona; tutto si vende - anche il diritto di vivere. Di quale moneta pagate voi il vostro? Tutta la quistione è là. Riflettete.

- L’è già bello e riflettuto, replicò Don Diego, alzandosi. Io non ho nulla ad offrirvi, e sono felice che voi non abbiate più nulla a prendermi. Mia sorella era la mia debolezza; strappandomela dai fianchi, mi hanno reso forte. Addio, signore. Quando avrò i miei sei mila ducati, avrò l’onore di venirvi a rivedere di nuovo.

- Voi non li avrete giammai. Al P. Piombini non resterà l’ultima parola in questo affare, potete contarci.

La sera, Don Domenico Taffa ebbe un abboccamento con monsignore Cocle.

Don Diego rientrò in casa assai inquieto. L’orizzonte di rosa che cominciava a contemplare, offuscavasi di un tratto. Gli spettri dell’avvenire ricominciavano la loro danza macabra. Pensò distrarsi nel lavoro, questa forza divina che tutto santifica. Prevenne il canonico Pappasugna del pericolo che lo minacciava, assicurandolo che la sua opera non sarebbe interrotta, per quanto ciò fosse possibile. Prese delle precauzioni: si mostrò poco; lasciò uscire Concettella il men che poteva. Avrebbe voluto nascondere la sua ansietà; ma Cancettella l’indovinò.

Ella entrava nella sfera d’attrazioni dell’ex-prete e si stabiliva tra loro quella specie di compenetrazione magnetica che precede l’amore. Don Diego la dominava già per quell’appropriamento vorace delle nature lungamente contenute e subitamente sbocciate. I sensi spezzano una volontà lungo tempo prima che l’anima sia tocca. Concettella sentiva dunque l’aria carica d’elettricità, ne provava il rovello e ne dimandava le cause. Don Diego non aveva nulla a rispondere. Solamente la rassicurava che gli avvenimenti nol cangerebbero; e le dava una somma per metterla al sicuro dalla mendicità per un anno.

Prima di affrontare nuovi disastri, Concettella, molto costernata dell’incognito, pregò Don Diego di permetterle d’andare a vedere Gabriele. Don Diego avviluppava il suo cuore, ma Gabriele vi era sempre dentro. Il permesso le fu accordato, quantunque con rincrescimento; ma Don Diego sapeva per teoria, che se si vuole uccidere un amore importuno, non bisogna contrariarlo, ma soffocarlo sotto le concessioni soddisfatte.

Concettella partì. Portò seco una delle chiavi della casa, dovendo restare due giorni assente ed ignorando a quale ora sarebbe di ritorno. Non si conta col mare.

Gabriele, che non aveva giammai visto la sua fidanzata così bella, si mostrò dolente, fosco, sospettoso, minaccevole. Concettella si difese mollemente. Era il rimorso o l’indifferenza che cominciava a morderla?

- Sta in guardia, Concettella, le ripetè Gabriele vedendola partire. Tu mi hai detto: a te per tutta la vita! Guai a te, guai alla persona che tu ami, se tu mi tradisci!

Concettella ritornò a Napoli lo spirito smarrito e colpito da mille presentimenti. Sognava, vegliando, bagno, prigione, coltelli, ghigliotina, sangue, aveva un tremore continuo: il brivido circolava nelle sue vene. Arrivò a Napoli a mezzodì e corse a casa per trovare nella conversazione di Don Diego una diversione al suo delirio interno. Don Diego era uscito. L’aspettò con ansietà. La notte giunse. Don Diego non rientrò. Ecco mezzanotte che suona. Ecco un’ora, poi due, poi tre, poi il mattino, poi mezzodì dell’indomani, poi la notte ancora e mezzanotte ed il giorno e la sera del terzo dì; ma Don Diego non compare. Ella s’informa ai vicini. Nessuno sa dargli il minimo ragguaglio. Concettella piangeva come una grondaia in un acquazzone; si strappava i capelli e lacerava il viso ed i panni; ma Don Diego non appariva. A chi domandare aiuto? a chi indirizzarsi per un consiglio? I giorni passano; poi le settimane. Concettella lo credè partito, scomparso, morto. Cominciò a correre la città come una forsennata, gli occhi dappertutto, il naso al vento, le orecchie tese. Non l’ombra di una traccia. La disperazione la guadagnò.

Infine, circa un mese dopo la sparizione del prete, Concettella udì un mattino un vivacissimo tintinnìo2 all’uscio.

- Gli è lui, gridò ella barcollando di gioia.

Non era Don Diego, ma una giovinetta prodigiosamente bella che fece irruzione nell’appartamento, come un raggio di sole, dalla porta mezzo aperta, gridando:

- Dov’è? dov’è? Egli non è lì? Non è lì? Lo hanno dunque veramente arrestato?

Concettella gettò un grido a quella parola arrestato. Ella seguì Bambina che correva da una stanza all’altra, picchiando le mura ed i mobili, rimuginando ogni cantuccio, rimuovendo tutto, non vedendo neppure la giovane donna che la seguiva e le domandava:

- Ma chi siete voi, signorina?

- Chi sono io? Sono sua sorella. E voi? Chi siete voi? Che fate voi qui? Da quanto tempo siete voi qui? Come ciò è arrivato? Quando l’hanno arrestato? Come? Da chi è stato egli arrestato?

- Cuore di Maria! sua sorella! gridò Concettella. Io non so nulla. Arrivai da Procida: non era più qui.

Bambina cadde affranta sopra una sedia, sul seggiolone di suo fratello. Ella gemè forte, pianse, si fece raccontar tutto ciò che Concettella sapeva, tutto ciò che la poverina congetturava. Infine, senza aggiunger sillaba, Bambina si slanciò correndo, fuor dell’appartamento e scomparve.

Concettella restò pietrificata.


Note

  1. Nell’originale "Piombino".
  2. Nell’originale "tintinnîo".