Il bacio di Lesbia/XXIV

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De profundis

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XXIV

DE PROFUNDIS


«La nostra Lesbia da noi tanto amata, dunque, non è esistita, non esiste. Oppure è morta. La sua bara sta dentro il nostro cuore. Per questo, o Signora, vi mandiamo a dire che Catullo è morto. Quel Catullo che voi conducevate dove volevate voi, non esiste più. Mai più, mai più tornerà a voi».

Cosi diceva Catullo a Catullo; e queste sono cose serie, molto serie.

Dunque voi, domina vereconda, luce mia, voi, o candidezza, ve ne andate giù per il fiume acheronteo, come Saffo cinta di viole, e più indietro non tornerete. Una vii femina ha preso la vostra persona. Esiste invece e vive questa invereconda che mi ha rubato i codicilli miei e non me li vuol dare indietro. O Lesbia profumata, o rosa di verziere, dove sei tu? Tu sola esisti, tremenda lebbra delle libidini. Non ti guardar nello specchio, o Catullo! Il tuo viso, già cosi dolce e umano, va cambiando sembianza. Tu sei tutto, come lei, una immonda libidine. Le Muse sono volate via. Prendi un coccio, una selce, un coltello: [p. 164 modifica] raschia via da te questa lebbra. O patria mia, o mio lago fra i monti, o mia casa, o padre, o madre, perché vi abbandonai per venire in questa selva fiera di uomini? Io dolce fanciullo io decoro della casa, io speranza della mia gente, che sono io mai?

Non c’è un farmaco? Un nepente?

Forse gli Dei mi possono aiutare. E Catullo si mette a pregare come fosse stato battezzato.

Su nel cielo, egli domanda, non c’è un Dio, non c’è una Dea che ascolti la preghiera dell’uomo e discenda al soccorso con una medicina?

I bambini dicono alla mamma: «Portami via la bua». Ciò fa tanta compassione perché la mamma non può, e allora la mamma prega Maria.


Noi che scriviamo queste cose siamo turbati come Catullo, e non oseremmo procedere avanti se non avessimo i documenti di Catullo. Essi sono davvero incredibili.

Per liberarsi dal crudele amore pregò già Francesco Petrarca la Regina del Cielo, e gli angioli venivano a ricamargli col ritornello la fine di ogni strofa della sua canzone. Nella quale la bella donna di Avignone è bene ingiustamente paragonata alla implacabile Medusa. [p. 165 modifica]Ma Francesco Petrarca quando scrisse quella canzone, si degna dell’immortalità, era già arrivato al confine della vita; e Laura, poi, era morta da tanto tempo che quegli ardori carnali di lui non potevano essere sentiti se non in spèculo et aenigmate.

Potremo anche ricordare poeti di Francia antica e di Francia nuova, poeti d’Inghilterra, poeti di Germania non troppo lontani da noi, che si rivolsero alla Regina del Cielo affinché volgesse i suoi occhi, cosi ricchi di pianto, sopra le umane miserie. Si tratta di nobili poeti e perciò quelle loro preghiere in poesia sono vere.

In poesia non si finge perché se la poesia è finta è già morta. Chi finge è ignobile poeta.

Pregarono anche i re che siedono a giudici degli uomini. Pregarono anche i popoli. I pagani purificavano anche i campi con le preghiere, e cosi fanno i cristiani nel mese di maggio. Può anche avvenire che uomini e popoli siano colpiti da afasia, e allora non sanno, non possono più pregare : sono colpiti da amnesia, non ricordano più le preghiere. E allora non più le palme, ma il pugno chiuso rivolgono al cielo, fanno crollare i templi e qualche volta si uccidono fra loro : la loro iconoclastia si trasmuta in antropoclastia.

Ma quei poeti, quei re che cantarono i loro [p. 166 modifica] de profundis erano uomini che erano anziani, che una qualche ragione di misfatto la avevano per domandare grazia al cielo; ma Catullo non ha misfatto, ma Catullo è fiore di giovinezza: non ha raggiunto nemmeno il mezzo del cammino della sua vita. Perciò fa un senso strano sentirlo pregare cosi.

Cosi dice:

«Dove soccorso umano non approda, arriva il soccorso degli Dei ».

«Uomo qui non vale, si tremendo è il male». «Si, preghiamo gli Dei, Catullo, che abbiano compassione di questo povero innamorato. Liberàtemi, o Dei, di questo male di amore».

«Non c’è altra cura che estirpare dalle viscere questo amore. Si, è difficile liberarsi sùbito di un male cosi inveterato. Molto difficile! ma, o Dei del cielo, se è vostro dovere aver pietà degli infelici mortali, se ai moribondi portate soccorso, guardate me cosi infelice! Se sono stato, come sono stato, uomo da bene, portatemi via questo male cosi cattivo».

«Oh, buoni Dei, adesso non vi domando quello che già vi ho domandato: che lei mi voglia bene, oppure quello che neanche voi potete fare, che a lei venga in mente di essere donna da bene; ma che io guarisca da questo orribile male. O buoni Dei, datemi questo [p. 167 modifica] in compenso della vita buona che ho sempre vissuto».

Queste, come qui sono scritte, erano le preghiere di Catullo.