Il cappello del prete/Parte prima/XIV

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XIV. Una visita al morto

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XIV.


Una visita al morto.


Una leggiera nube passò sul viso del barone alla vista del venerando vecchietto, che lo aveva battezzato, e che scendeva ora tutto riverente colla voglia di baciargli la mano.

— Che cosa fate, don Antonio? — esclamò «u barone» ritirando con raccapriccio la destra, che il vecchio pastore aveva già preso nelle sue mani.

Egli avrebbe voluto risvegliarsi da un duro sogno, e ritrovarsi veramente il signore, il protettore, il benefattore, la benedizione del suo villaggio, il rappresentante della Provvidenza, il difensore dei deboli, il sostegno degli afflitti.

Nella nausea del male s’invoca il bene come un porto di rifugio e di riposo. Forse c’è un paradiso terrestre oltre quel porto, ma chi lo nega non lo merita. [p. 137 modifica]

Queste idee passarono in confuso, come dentro a una nebbia, mentre preceduto dal segretario si avviava verso la villa.

Strada facendo, Jervolino gli raccontò che era stato da lui un certo Giorgio che si diceva nipote di Salvatore, con una lettera che lo zio gli aveva scritto un mese prima di morire, nella quale lo nominava erede di alcune casuccie e di un vecchio fucile.

— Conosco il giovinetto e sapevo che Salvatore aveva intenzione di lasciargli queste poche robe; sicchè ho creduto di consegnargliele ieri l’altro.... Ho fatto male, eccellenza?

— Avete fatto bene, — disse «u barone». — Dove abita questo giovinotto?

— Alla Falda, lassù, eccellenza, e tiene una osteria detta del «Vesuvio».

«U barone» saltò da cavallo, legò la bestia a una inferriata e ringraziò il segretario, mettendogli in mano uno scudo d’argento per i suoi servizi.

Quello accettò inchinandosi e offrendo la sua intera servitù. E se ne andò.

L’altro, poichè l’acqua era cessata, restò un momento sul piazzale davanti la casa e fissò gli occhi verso l’orizzonte, dove le nubi umide e lacerate lasciavano vedere qualche lembo di sereno. I piedi sprofondati nella ghiaia umida parevano morti. Si dimandò perchè era venuto. Non se lo ricordava più. Quando gli tornò a mente, provò un freddo raccapriccio, e l’impresa gli [p. 138 modifica]parve più ardua.... dell’altra volta. Si trattava infine di tornare sul luogo dell’avvenimento, dodici o quindici passi al di là dell’uscio delle scuderie e di osservare se c’era un cappello; e i piedi parevano morti, le gambe parevano di stagno, il cuore freddo e piccino e duro come un sassolino.

— Che stupido! — esclamò, crollando cinque o sei volte la testa, e si mosse verso la villa.

Aprì con una piccola chiave le gelosie del terrazzo, e si fermò nella galleria a pianterreno, dove aveva aspettato l’altra volta prete Cirillo.

Dai discorsi uditi e dalla lieta accoglienza, ricevuta, egli aveva potuto persuadersi che a Santafusca nessuno non sapeva nulla nè del prete nè del suo cappello. Una mesta speranza rinasceva nel suo cuore; e un senso quasi di tenerezza cercava di rompere la crosta indurita del suo vecchio scetticismo.

La primavera era nel suo rigoglio. Fiori nascevano dappertutto, nei pratelli, sulle siepi, sugli alberi. Un caldo odor di terra bagnata esalavano i viali che luccicavano al sole, e una gran pace, la pace allegra e pensosa del meriggio, pioveva sull’antico palazzo dei Santafusca.

Che cosa aveva egli promesso ai buoni terrazzani? Quali tempi migliori potevano nascere sul corpo di prete Cirillo? Oh se i semplici [p. 139 modifica]contadini avessero potuto immaginare chi era l’uomo ch’essi inchinavano con tanto rispetto! Se don Antonio avesse potuto sapere ciò che aveva fatto la destra ch’egli voleva baciare!... Dalla galleria l’occhio si sprofondava ancora per gli usci aperti nella lunga e tenebrosa fuga dalle sale deserte, non abitate che da memorie e da pipistrelli.

L’eguaglianza del luogo e dei pensieri lo spingeva a confondere il passato col presente, a vivere contemporaneamente in due diversi tempi, a non distinguere il già fatto col da farsi, per modo che, per una strana aberrazione del cervello, due volte alzò gli occhi verso la porta del giardino a osservare se in fondo al viale degli ulivi comparisse prete Cirillo.

— Se comparisse! — disse una volta a voce alta; e un sibilo confuso strisciò sulle nude pareti. — Se egli vivesse e io fossi veramente quel che ho promesso di voler essere!

Un’onda gonfia di gioia riempiva l’anima sua a questa immaginazione. Ma quell’onda ritiravasi subito stridendo, lasciando a nudo gli scogli della sua maledetta coscienza. Su quegli scogli era disteso un cadavere.

Quando egli avesse potuto provvedere alla sua sicurezza e alla sua pace, capiva che non gli sarebbe mancato il coraggio di ricominciare da capo una vita diversa e migliore, della quale sentiva confusamente gli stimoli eccitanti in mezzo al suo selvaggio orgoglio. Dal suo stesso delitto [p. 140 modifica]sepolto in grembo alla terra, avrebbe attinta l’energia del bene, come l’«Innominato» del Manzoni, anima nera venduta al demonio, che trovò nelle lagrime della compunzione e nelle buone azioni la sua morale rigenerazione.

Ma l’«Innominato» aveva incontrato sulla sua via un buon vescovo, non un ispettore di pubblica sicurezza.

I tempi allora non erano troppo sofistici, e nessuno chiese a colui il pagamento di tutte le sue bricconate cogli articoli del codice penale in mano. Bastarono le lagrime della contrizione a lavare tutto il sudiciume di una coscienza malvagia.

Se un Dio avesse potuto promettere anche a lui, barone di Santafusca, questo incondizionato perdono, egli sarebbe caduto in ginocchio.

— O che forse esiste un Dio sì buono? — diceva voltandosi nei suoi pensieri come in un nero lenzuolo. — Se esiste, perchè, non accetta il mio debito e non attende che io lo paghi a poco a poco con una vita di espiazione? Io non avrei più denaro per me, ma tutta la mia ricchezza sarebbe il tesoro dei poveri. Io farei prosperare questi campi, lavorerei io stesso colla zappa in mano, sotto la sferza del sole, in mezzo ai coloni, dividendo con essi il pane e l’acqua della loro povera mensa. Perchè dunque non accetta Iddio questo mio pagamento a soldi a soldi? Se esiste, non vede che io son sincero nel mio dolore e nel mio proponimento? Non vede come [p. 141 modifica]io soffro atrocemente? Perchè non si crea egli unico giudice in cielo di questo sincero verme della terra?

A questo punto, meravigliato egli stesso di intendere le sue parole (quasi che un frate predicasse in lui), si fermò.

Passeggiava da un’ora per la fredda galleria senza avere nessuna misura del tempo. Un gran silenzio, un’afa calda e chiara pesava sul verde sgocciolante del giardino.

Si era fermato davanti a una domanda più strana e più paurosa di tutte le altre:

Perchè non andava da don Antonio a confessar tutto?

La dolce sembianza del buon vecchio aveva risvegliato un gran numero di affetti che parevano morti, e non erano che assopiti sotto il cumolo delle grosse passioni.

Forse era il buon vecchio che parlava in lui in quel momento, colla voce stessa con cui lo aveva battezzato e benedetto nel nome della santa Trinità.

Sonarono due ore al campanile della parrocchia, e Santafusca riconobbe la squilla argentina, che soleva tenergli compagnia e dissipargli le paure nelle veglie infantili, che lo risvegliava al mattino, quando l’alba si schiude e nella riga bianca dell’orizzonte cominciano a scuotersi e a cinguettare gli uccelli.

Quei due tocchi argentini di campana pareva dicessero: [p. 142 modifica]

— Vieni, vieni.

Ma non erano più i tempi in cui una tonaca salvava un tristo dalla forca e lo mandava santo in paradiso.

Don Antonio avrebbe provato un tale spavento a udire la confessione dell’assassino, che ne sarebbe morto: o avrebbe avuto tanta pena e difficoltà a conservare il segreto, che invece di uno avevi due infelici, per non dire due colpevoli, uno dei quali non avrebbe mai ritrovata la sua pace, se non colla morte dell’altro.

Dopo un lungo e faticoso rimuginare, in cui ritornavano confusamente idee o brandelli di idee già passate, già discusse e respinte, il barone, più persuaso di prima che in lui, in lui solo era posta la sua sicurezza, si risolse con uno strappo forte alla volontà a discendere i gradini che davano in giardino: e passo passo con pesante lentezza, e poi con crescente impeto di speranza, rasentò il palazzo, entrò nel portico delle scuderie, traversò una bassa legnaia tappezzata di ragnatele: e un passo, due passi ancora, giunse fino allo sbocco del cortiletto chiuso tra il muro di cinta e il muro delle stalle.

Qui si fermò ancora un poco. Aveva bisogno di raccogliere le forze.

I polsi delle tempie picchiavano a rompere il capo. Un gran silenzio regnava in quel luogo, un silenzio pieno di cose.

Dal posto ov’era arrivato non vedeva ancora il mucchio della sabbia e dei mattoni, che [p. 143 modifica]circondavano la cisterna. Bisognava fare almeno tre passi ancora. Tre passi, un oceano.

Il morto era là che aspettava in gran silenzio.

Santafusca stava per tornare indietro, ma un altro Santafusca lo tenne fermo con cento mani di ferro e lo trascinò avanti.

— Avanti! è la vita o la morte.

Provò ad allungare il collo, se dal suo posto poteva scorgere il mucchio.

Non si poteva.

— Avanti, vigliacco! — gridò il vero Santafusca: e cogli occhi sbarrati, pieni di avidità, fece una corsa e vide....

Tutto era a suo posto. La pietra, la sabbia, i mattoni, la leva confitta nella calce. Tutto era tranquillissimo, in ordine.

Ma il cappello non c’era più.


*


Dal punto dov’era arrivato poteva girar l’occhio per tutto lo spazio del cortile, e quell’occhio avido, assorbente, percorse due o tre volte il terreno; ma non potè scorgere nulla dietro il declivio che faceva il materiale ammucchiato e sul quale poteva essere caduto il corpo del delitto.

Bisognava fare ancora un mezzo passo verso il morto. [p. 144 modifica]

Lo fece. Nulla.

— Maledetto! — ruggì in cuor suo.

Mentre il suo giudice interno diceva «nulla», un fruscìo di paglia scossa si fece sentire dentro lo strame della vicina stalla e uscì un cane: un cane nero che stette sull’uscio a guardare l’uomo con piccoli occhi gialli.

«U barone» mandò un sordo mugghìo di toro strozzato e gridò:

— Va via....

Il cane fuggì correndo in mezzo alla paglia.

Santafusca si riprese e con un colpo di volontà si dominò.

Non aveva picchiato più forte sul prete.

— È il cane di Salvatore, — disse un pensiero; ma il corpo tremava come un filo teso che una mano forte abbia fatto vibrare.

Sentendo che le forze stavano per abbandonarlo, ebbe più paura della sua debolezza che del morto. Se egli si lasciava vincere e cadeva estenuato, era perduto.

Da quando in qua aveva imparato ad avere paura dei cani?

Aveva egli parlato a quel cane?

Come poteva dire di non temere lo spettro di Banco, se la vista d’un cane lo spaventava tanto?

Guardò ancora una volta con occhio di sfida per tutti gli angoli del cortile, nella stalla, nella legnaia.... Nulla. Ma aveva paura a tornare indietro, paura di quel cane. [p. 145 modifica]

Dio non aveva accettato il suo patto, segno che Dio non esiste. Altrimenti avrebbe avuto compassione.

Bisognava cominciare da capo e soprattutto non perdere la testa. Bisognava ragionare, ragionare.

Salvatore era morto due o tre giorni dopo il fatto e d’un colpo improvviso. In quei due o tre giorni nel suo lungo far nulla poteva esser passato dal cortile e aveva raccolto il cappello. O forse l’aveva portato in casa il suo cane.... A questa idea corse fuori in giardino.

Se avesse potuto parlare quel maledetto cane!

Trovato il cappello, nulla di più naturale che Salvatore lo portasse intanto in camera sua.

«U barone» corse a vedere nella stanza.

Il morto non aveva lasciato che il canterano, e il fusto del letto con un pagliericcio. Aprì un cassettone e non vi trovò nulla. Aprì un altro, un terzo, guardò sotto il canterano, sotto il letto, toccò, palpò il pagliericcio da tutte le parti.... Nulla. Allora tornò fuori in giardino.

Il cane poteva benissimo aver portato il cappello in giardino o nella vecchia serra dei fiori.

«U barone» fece il giro del giardino, entrò nel boschetto, cercò presso la fontana, corse in serra, dove era la cuccia del cane, e non vi trovò che delle ossa spolpate.

In preda a uno spaventoso parossismo, che gli impediva di fermarsi, entrò nel palazzo e [p. 146 modifica]cominciò a correre per le vuote stanze, guardando in ogni angolo; risalì, dopo tanti anni che non vi poneva il piede, l’antico scalone sparso di calcinacci, traversò una lunga fuga di sale quasi cadenti, infilò delle scalette, discese in luoghi non mai visti, persuaso già di non potervi trovar nulla, ma cacciato dalla sua paura, dalla sua irragionevole curiosità, dal desiderio acuto e pungente di mettere la mano su quel maledetto cappello che si sottraeva al suo dominio.

Una volta si arrestò e si chiese:

— E non l’avrei io sepolto col suo padrone?

E si chiese ancora se si sentiva pronto per comperare la pace di rimovere di notte il mucchio dei mattoni, di rimovere tutta quella sabbia, di sollevare la pietra, di guardare....

Ma egli era troppo sicuro che non aveva più cappello quella testa rotta quando scese nella tomba....

Come se queste idee fossero la peste, «u barone» fuggì innanzi a loro, saltò sul cavallo, uscì e si ricompose nella sua abituale rigidezza, quando vide venire incontro il segretario. Questi chiuse il cancello e consegnò con molto ossequio la chiave al signore, che non volendo partire senza aprire la bocca, uscì con queste parole:

— Che cosa avete detto del nipote di Salvatore?

— Che gli ho consegnato certe robe ch’erano nella stanza del defunto....

— Ah! — esclamò «u barone» aprendo la [p. 147 modifica]bocca a una enfatica esclamazione. — E dove abita questo giovanotto?

— Alla Falda, eccellenza, all’osteria del Vesuvio!...

Il cavallo si mosse lentamente. Splendeva un bellissimo sole, e l’aria, lavata dalla recente pioggia, mandava un mite bagliore celeste.