Il cappello del prete/Parte seconda/III

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III. - L'hanno arrestato

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III.


L’hanno arrestato....


Quando il barone si risvegliò da quel letargo di piombo, in cui lo aveva gettato il vino e lo spavento, stentò a raccapezzarsi, e si stupì di trovarsi in un letto non suo, presso al mare, solo, vestito sul letto, col capo e con una mano fasciata.

Una volta erano avventure che facevano piacere. Ma era passato il tempo in cui il giovane e brillante Santafusca, ferito quasi a morte in un duello, si risvegliava nella casa di una fata.

Era passato da un pezzo il caro tempo delle fate.

La vista del mare, che tremolava di sotto nella sua vampa azzurra, cominciò a richiamare un’ombra, e dietro l’ombra un’idea.... ma un’idea molle e confusa, in cui sentiva che entrava ancora in qualche maniera il suo prete; più che un’idea era un dolore al cuore, dove provava di tanto in tanto un’acuta trafitta. [p. 196 modifica]

— Se vostra eccellenza comanda qualche cosa.... — domandò un servo in livrea, che entrò improvvisamente da una portiera di velluto.

— Dove sono?

— Alla «Favorita», eccellenza; e il mio padrone, il marchese di Spiano, mi ha detto di scusarlo se dovette partire per Napoli. Sarà di ritorno questa sera....

— Ah!... questa è la «Favorita».... Ora mi ricordo! Ma che cosa è accaduto, amico mio?

— Vostra eccellenza s’è sentita molto male ieri.

— Mi ricordo. La colpa fu dello Sciampagna. Quel capo scudiero del re di Sassonia ha rubato un certo vino!... Basta; son cose che capitano ai vivi, vero, giovinotto?

Il servitore fece un piccolo inchino e sorrise in maniera da far capire che sapeva compatire queste disgrazie.

Anche ai ladri toccano delle strane disillusioni.

— Il signor marchese la prega di ordinare liberamente ciò che le abbisogna.

— Allora cominciamo da un caffè! ma prima dimmi se ho dormito un pezzo.

— Da ieri fino a oggi, e sono le dieci.

— Cospettina! c’è della morfina in quel vino. E dici che tornerà stasera il marchese?

— Sissignore. È andato a Napoli per qualche combinazione per le corse di domani.

— È vero, domani gran giorno di corse. E quelle signore d’ieri....?

— Son partite subito. [p. 197 modifica]

— Dimmi ancora: perchè ho fasciata la mano e la testa? che c’è? sangue?

— Vostra eccellenza è caduta sulla grande lastra di vetro del balcone e si è tagliata qui e là. Il pavimento è così lucido....

— Altro che morfina! Portami il caffè.

«U barone» si mise a sedere sul letto, e si toccò la testa e la mano. Non erano che scalfitture. Altre volte ne aveva toccato di peggio. Infine non è una disgrazia risvegliarsi in un bel casino in riva al mare dopo aver dormito diciott’ore d’un profondo sonno. Poichè l’amico di Spiano era tanto cortese, Santafusca intendeva approfittare della sua bontà e rimanere alla «Favorita», finchè avesse avuto il tempo di mandare a Napoli a prendere dei vestiti più decenti. Dalla baldoria il vecchio libertino era uscito come un cane da una chiesa. Vino e sangue dappertutto.

— Vino e sangue! che bel titolo per un romanzo d’appendice!

L’idea del romanzo richiamò l’altra del giornale, e questa l’altra del «Piccolo» colla storia famosa di un cappello.

— Era un fatto vero od era stato un sogno di un uomo ubbriaco?

Il servo entrò col caffè.

— Ci sarà un concorso enorme dimani: vedremo elegantissimi equipaggi. Il premio Sebeto quest’anno è di tremila lire, e di duemila e cinquecento il premio del Ministero. Sento che molti [p. 198 modifica]scommettono per «Andreina». Il marchese è fortunato. L’anno scorso ha vinto le ottomila lire del premio Ottaiano con «Rodomonte». Un bel cavallo, corpo del diavolo, quel «Rodomonte»! Che testa! Hai il «Piccolo» di ieri?

— Guarderò, ci deve essere.

Il servo, versato il caffè, uscì.

Era stato un sogno, dunque, o veramente il «Piccolo» aveva riportata la storiella di un cappello mandato da don Antonio in una scatola a un cappellaio di Napoli? Già un’altra volta aveva fatto un sogno meraviglioso. La sua fantasia non dormiva più e si sa che i sogni son fatti coi frastagli che cadono dalle nostre idee. «U barone» fissò l’occhio nel fondo della chicchera come se vi cercasse dentro la chiave di un enigma. Il servo entrò con un pezzo di giornale sciupato, fatto a brani. Era quanto rimaneva del «Piccolo».

— Lascia vedere.... queste corse.

«U barone» accomodò i pezzi sul letto e tornò a vedere la grossa scritta:

IL CAPPELLO DEL PRETE.

Non era più il caso nè di sogni nè di vino traditore.

Il caffè aveva dissipata la nebbia del capo. Sebbene la storiella fosse monca qua e là, «u barone» potè leggerla e toccarla con mano. Non era più ubbriaco. Non dormiva. Non delirava. [p. 199 modifica]Ricordava benissimo anzi che quel foglio assassino gli aveva fatto salire il vino e il sangue alla testa.

Vino e sangue non era un titolo da romanzo, ma la vera storia orribile della sua vita. E questa storia minacciava di non finir mai. Era uno spavento, un castigo, un tormento insopportabile di sentire qualcuno che camminava, incalzava dietro le spalle e di non poter fermare quel fantasma, di non poter farsi una ragione delle cose.

In qual maniera il cappello del morto avesse potuto uscire dal fondo del mare ed arrivare col mezzo della ferrovia dentro una bella scatola suggellata fino nelle mani del procuratore del re, era anche questo un mistero che egli rinunciava di decifrare. C’è forse al disopra delle cose e della ragione una forza operatrice più potente delle cose e della ragione? Era ancora la mano invisibile che scendeva lunga lunga fin negli abissi dell’Oceano a pescare il suo delitto?

— No, Santafusca, questa è della filosofia trascendentale. Guarda bene: ciò è accaduto perchè tu hai sbagliato. O tu hai sottratto un altro cappello, o il procuratore del re ha pescato un granchio.... Ragioniamo, per carità. Quel prete non aveva due cappelli, come non aveva due teste. Se la giustizia prende un granchio, se ne accorgerà subito, e prete Cirillo ripiomberà nel suo nulla quasi per forza d’inerzia. Se ho sbagliato io.... ebbene, vediamo, che male me ne [p. 200 modifica]può derivare? Sì, è stato trovato un cappello da prete. Ebbene? che significa ciò? («U barone» immaginava una disputa tra lui e il procuratore). — Vediamo, signor procuratore, che significa ciò? — Ma il cappello è stato trovato nei dintorni di Santafusca. — Bravo, me ne rallegro, e così? — Il prete non si vede più. — E lo conta a me? — Si dice che sia stato ucciso. — Che colpa ne ho io, caro commendatore? — È stato trovato nella sua villa. — Chi?... il cappello o il prete? — Il cappello. — La mia villa è la casa di tutti, e le capre di Salvatore sono più padrone di me. Piano, piano, non si lancia con tanta leggerezza un’accusa sopra un gentiluomo, sopra una delle più antiche famiglie del reame. E chi è questo prete? io non l’ho mai nè visto nè conosciuto.... To’.... Anzi, mi meraviglio altamente di non essere stato avvertito subito, e protesto contro l’abuso che si fa del mio nome.

Il barone faceva questi discorsi, mentre si raccomodava un poco gli abiti addosso. Recitando a sè stesso la sua difesa, andava persuadendosi egli per il primo di ciò che credeva di dover persuadere agli altri. Non aveva nessun motivo per temere, e quando avesse potuto rimuovere i soliti spaventi dell’immaginazione non avrebbe avuto paura, lo sentiva, di sostenere anche la vista del morto.

Solo costui poteva accusarlo; ma si può pescare un cappello, non si fa parlare un morto.

D’altra parte, non gli parve prudente nemmeno [p. 201 modifica]di stare colle mani in mano. Se era da uomo sciocco ed ubbriaco perdere la testa per un cappello, non conveniva permettere che i giornali s’impadronissero del fatto, e andassero a cercare cinque piedi al montone. Poichè Santafusca era implicato in questa faccenda, era dover suo correre, interrogare, andare dallo stesso procuratore del re a sentire quanto c’era di vero in fondo a questo cappello.

Anche il troppo tacere in una cosa, in cui direttamente o indirettamente entrava il suo nome, poteva destare qualche sorpresa nella gente. Una parte bisognava pur rappresentarla in questo processo, almeno quella di padrone di casa.

Bisognava assolutamente ch’egli tornasse a Napoli: si lavò le mani, acconciò le vesti, chiamò il servo e dimandò se c’era una carrozza chiusa che lo portasse in città.

— Ella deve comandare tutto ciò che desidera.

— Dirai al marchese.... ma spero di vederlo io stesso, fra un paio d’ore.

Bisognava ch’egli vedesse i giornali della mattina, e se era necessario pubblicasse qualche rettifica.

— Maledetti i giornali! — diceva «u barone» sdraiato nell’angolo della carrozza a due cavalli che volavano verso la città. — Maledette le ciarle stampate! Se io fossi il padrone, vorrei affogarli tutti i giornalisti!

Il sentimento feudale dei vecchi Santafusca ribolliva in lui, e il sangue ribellavasi con furore [p. 202 modifica]a questo sistema detto di democrazia che consiste nel raccogliere su un foglio stampato i pettegolezzi, che le pescivendole sparpagliano sui loro usci. Colla scusa di un «si dice», si stampano cose che nessuno dice, che nessuno vorrebbe dire, e nemmeno sentire a dire.

Arrivò a Napoli che stava ancora impiccando in idea un giornalista. Diede una mancia al cocchiere e corse in casa a farsi decente e presentabile. Maddalena venne ad aprire e ripetè le solite frasi, che il padrone per vecchia abitudine non ascoltava più.

Mentre si rivestiva, ripetè a sè stesso la sua difesa, e vide ch’egli non aveva a temere niente dagli uomini, tanto meno dal Padre Eterno. Desiderando vedere il marchese per fargli le sue scuse, uscì quasi subito, e andò al circolo ove di solito Vico di Spiano faceva colazione. Era anche il modo più breve per vedere tutti i giornali della mattina.

Entrando in anticamera, sentì il portiere che diceva a Raffaello:

— L’hanno arrestato.

— Chi? — domandò repentinamente «u barone» come se la parola fosse stata rivolta a lui.

— L’assassino del prete, eccellenza.