Il cavaliere di spirito/Atto I

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Atto I

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Personaggi Atto II
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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Don Claudio e Gandolfo.

Gandolfo. Son quattro giorni in punto che la padrona è qui;

E ch’ella andò lontano è questo il primo dì.
Claudio. Dunque non la diverte dalla passione austera
La florida campagna in dolce primavera?
Gandolfo. Finora ella non trova divertimento alcuno;
Le piace di star sola, non vuol veder nessuno.
Talora si compiace di ridere con me,
Poi mi discaccia a un tratto, e non so dir perchè;
So pur che la padrona era una volta allegra,
Come ha mai concepito malinconia sì negra?
La morte del marito cagion non crederei,

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Ch’è andato all’altro mondo son più di mesi sei;

E sogliono le vedove, per arte o per virtù,
Piangere il loro sposo tre o quattro giorni al più.
Anzi la mia padrona sì poco avealo intorno,
Che credo di buon core pianto non l’abbia un giorno.
So che saran tre mesi, che l’ho in città veduta,
Dopo la vedovanza più grassa era venuta;
Però, filosofando, a interpetrar arrivo
Ch’ella non pensa al morto, ma la tormenta un vivo.
Claudio. Fattor, voi vi apponete sicuramente al vero;
In lei fuoco novello spento ha l’ardor primiero.
Il cuor di donna Florida fe’ resistenza invano;
È vittima d’amore, ma l’idolo è lontano.
Gandolfo. E pur, signor don Claudio, sia detto con rispetto,
Credea che foste voi l’amabile idoletto.
Claudio. Volesse il ciel, che ardesse per me di dolce foco;
Ma un mio rival felice mi escluse, e preso ha il loco.
Ella rimasta vedova, e mal del primo laccio
Contenta, volea vivere sola senz’altro impaccio.
Giurò le mille volte voler, salda e costante,
Fuggir dagl’imenei, fuggir di essere amante;
Ed io che l’adorava, celando il mio tormento,
Nel rimirarla almeno trovava il mio contento.
Mi provai qualche volta tentar la sua costanza,
Ella non fe’ che darmi ripulse alla speranza;
Ed io, soffrendo in pace, dicea: di ciò mi lodo,
Che altri non mi soverchia, s’io nell’amar non godo.
Gandolfo. Non voler che altri goda quel che si spera invano,
È il solito costume del can dell’ortolano.
Claudio. Ma non andò la cosa, com’io mi lusingai;
Vidi che in lei fidando, pur troppo io m’ingannai.
Un certo amico mio giovane militare
Meco la mia tiranna si diede a frequentare.
Non so con quai lusinghe, non so con qual violenza,
Cambiò in tenero amore in lei l’indifferenza;

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E sol tardi mi avvidi dell’amoroso assedio,

Quand’era al cuor già reso inutile il rimedio.
Gandolfo. Eh signor, permettetemi parlar da quel ch’io sono,
Son nato fra i villani, ma anch’io penso e ragiono.
Le donne più costanti nei buoni sentimenti,
Hanno per esser vinte dei facili momenti:
Resistono degli anni, ma poi giunge quel dì,
Che trovansi disposte, e dicono di sì.
Claudio. Possibil che il momento per me sì fortunato
Non abbia in tanti mesi per vincerla trovato,
E il mio rivai felice in tempo assai minore
Abbia incontrato il punto per allacciarle il cuore?
Gandolfo. Non vi maravigliate di ciò, signor mio caro,
Un’avventura simile non ha niente di raro.
Sapete che si sparge del grano in un terreno:
Frutta più in una parte, nell’altra frutta meno;
E senza andar lontano a indagar la ragione,
Più rende dove trova miglior disposizione.
Bisogna dire adunque per ciò, che non vi sia
Fra voi e la padrona di molta simpatia;
E che all’incontro il vostro rivale fortunato
Abbia il terreno al grano simpatico trovato.
Claudio. Basta, comunque siasi il mal che ora sopporto,
So che da donna Florida ho ricevuto un torto.
E son nel suo ritiro venuto a ritrovarla
Sol per dolermi seco, e per rimproverarla.
Gandolfo. E che vuol dir, che l’altro non viene in questa terra?
Claudio. Don Flavio andò in Germania al fuoco della guerra.
Egli è alfier fra i Tedeschi, e appena dichiarato
Si è l’amor vicendevole, fu a militar chiamato.
L’abbandonò costretto dal dover dell’onore,
Ed ecco in donna Florida la cagion del dolore.
Gandolfo. L’ha sposata il soldato?
Claudio.  No, partì sul più bello,
Il giorno in cui doveva darle il nuziale anello.

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Gandolfo. Hanno fatto scrittura?

Claudio.  Nemmeno; il loro affetto
Fida nella costanza, che vanta ognuno in petto.
Gandolfo. Quand’è così, sentite quel che un fattor vi dice:
Venire anche per voi può il momento felice.
Claudio. No, sperar non mi giova che manchi a una promessa,
Colei che ebbe in orrore di mancare a se stessa.
Gandolfo. Io penso all’incontrario; e facilmente io stimo
Faccia il secondo passo, chi ha superato il primo.
Giurato avea di vivere vedova senza amore;
Al primo innamorarsi provato avrà il rossore:
Ora che per il primo d’amore ha il sen fecondo,
Potrà più facilmente arrendersi al secondo.
Tutte le azioni umane, a chi ragione ascolta,
Rassembrano difficili all’uom la prima volta;
E poi, se sono buone, si fan più facilmente,
E poscia nelle triste rossor più non si sente.
Onde se i suoi affetti sono costanti e buoni,
Ritroverà per voi le solite ragioni;
E se in un cuor volubile fida l’alfiere anch’esso,
Sperate anche per voi l’avvenimento istesso.
Claudio. Non avrei cuor d’amarla. Per lei don Claudio è morto.
Gandolfo. In questo, perdonatemi, signore, avete torto.
La donna cosa perde, se ha qualcun altro amato?
Se la beltà conserva, il meglio le è restato.
Amor non fa tal piaga, per quello che si dice,
Che lasci lungamente in cuor la cicatrice.
Amata voi l’avete vedova, e non zitella:
Perchè l’alfiere amolla, perciò non è più quella?
Signor, s’ella vi piace, se il caso a voi si appressa,
Amatela, e credetemi, che ancor sarà l’istessa.
Claudio. S’ella ama il mio rivale, il lusingarmi è vano.
Gandolfo. A fronte di un vicino si scorderà il lontano.
Si vede che il star sola principia avere a tedio;
Ed amerà di avere più prossimo il rimedio.

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Claudio. Parmi, se non m’inganno... (osservando fra le scene)

Gandolfo.  Appunto ella ritorna.
Claudio. Ah quanto mi par bella, ancorchè disadorna!
Gandolfo. Guardate se non pare, così da pastorella,
Diana cacciatrice.
Claudio.  Oh quanto mi par bella!
Gandolfo. Signor, so in quest’incontri la cosa come va:
Con vostra permissione; vi lascio in libertà. (parte)

SCENA 11.

Don Claudio, poi donna Florida.

Claudio. Che dirà donna Florida di me, che a suo dispetto

A sorprenderla venni perfin nel proprio tetto?
A soffrir mi preparo ogn’onta, ogni minaccia:
Son disperato alfine, non so quel ch’io mi faccia.
Florida. Qui don Claudio?
Claudio.  Signora, vi domando perdono:
Lo so che non conviene, lo so che ardito io sono;
Ma quell’amor che ancora m’arde crudele il seno,
Mi ha strascinato a forza; deh compatite almeno.
Florida. Ma che destino è il mio? Dalla città m’involo
Per contemplar coll’alma l’immagine di un solo,
Per togliermi alle insidie d’altri novelli oggetti;
E fin nel mio ritiro mi assalgono gli affetti?
Claudio. Eh, che temer, signora, di me potete mai?
Senza periglio vostro finora io vi adorai;
E se nella cittade invan piango e sospiro,
Sorte miglior non spero in mezzo ad un ritiro.
Che alteri non v’è dubbio del vostro cuore i moti;
Usa abbastanza siete a disprezzar miei voti.
Florida. Eppur voi v’ingannaste finora in vostro danno,
E foste voi medesmo cagion del vostro affanno.
Debole son pur troppo, il simular non giova,

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Se la mia debolezza voi conosceste a prova,

Don Flavio ad onta mia mi vinse in pochi istanti,
Con quell’ardir che giova al labbro degli amanti;
Voi di rispetti pieno, timido amante e saggio,
Forse il mio cuor perdeste, mancandovi il coraggio.
No, non vi fo il gran torto di credervi men degno
D’amor, nè mai ebb’io gli affetti vostri a sdegno.
Ma tollerate un vero, che tardi a voi confesso:
La vostra timidezza fe’ il peggio di voi stesso.
Claudio. Dunque doveva ardito sprezzar gli ordini vostri?
Florida. Eh, son donna... Sapete quai sieno i riti nostri?
Vogliamo esser servite talor senza speranza,
Mostriam d’avere a sdegno l’ardire e la baldanza;
Ma a chi nel duolo indura, a chi pietà non chiede,
Donna arrossisce in volto nell’offerir mercede.
Claudio. Ma non diceste: io voglio di libertade il dono?
Florida. Credere chi il poteva in giovane qual sono?
Claudio. Dunque voi m’ingannaste.
Florida.  No, v’ingannò il timore,
D’amor tristo compagno, per conquistarsi un core.
Claudio. Non mi vedeste, ingrata, quasi di duol morire?
Florida. Morte amor non richiede.
Claudio.  Ma che richiede?
Florida.  Ardire.
Claudio. Dunque se ardir fa d’uopo negli amorosi azzardi,
Chiedovi ardito e franco...
Florida.  No, mio signore, è tardi.
Quel che poteva un tempo lecito ardir chiamarsi,
Ora che d’altri io sono, temerità può farsi;
Ed io, che nell’arrendermi un dì potea esser grata,
Diverrei mancatrice, ad altri ora legata.
Claudio. Flavio non ebbe ancora la man, pegno d’amore.
Florida. È ver, la man non ebbe, ma gli ho donato il cuore.
Claudio. Dite che non l’ardire di lui vi rese amante,
Che ciò non basterebbe a rendervi costante,

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Ma che di me più vago, ma che di me più degno,

Valse gli affetti vostri a metter in impegno.
Florida. Se col suo volto il vostro a confrontar mi metto,
Ambi vi trovo degni d’amore e di rispetto.
Se i meriti d’entrambi considerare io voglio,
Trovo le virtù eguali, pari stimarvi io soglio;
Ma quel, che più coraggio ebbe1 a parlar di lui,
Mi fe’ più da vicino vedere i merti sui.
La stima amor divenne, l’amore indi mi ha spinto:
Ambi in me combatteste, ma il coraggioso ha vinto.
Claudio. Nè sorgerà più mai della speranza un lampo,
Che possa il mio rivale cedermi un giorno il campo?
Florida. Dell’avvenire in noi troppo è l’evento incerto.
Claudio. Perder non vo’ per questo della costanza il merto.
Della viltà mi pento, che mi ha finor tradito,
Sarò, quanto fui timido, in avvenire ardito.
Florida. E perchè il nuovo ardire meco non opri insano,
Don Claudio, dal mio tetto andatene lontano.
Claudio. Ma che da me temete, a non curarmi avvezza?
Florida. Temo, ve lo confesso, del cuor la debolezza.
Lungi dal nuovo amante, sposo mio non ancora,
Temo la nuova impresa di un’alma che mi adora.
Itene da me lungi; toglietemi al periglio.
Itene, vel comando, se poco è il mio consiglio.
Claudio. Barbara, sì v’intendo, l’abbandonarmi è poco,
Se ancor gli affanni miei voi non prendete a gioco.
Partirò; a un tal comando resistere non deggio.
Ah, son nell’obbedirvi, ah sì, son vile, il veggio.
Dovrei, qual m’insegnaste, esser d’ardito affetto,
Ma pur d’un amor vero è figlio il mio rispetto.
Faccia di me la sorte quel che può farmi irata.
Vi amo crudele ancora. Vi amerò sempre... ingrata.
(parte)

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SCENA III.

Donna Florida sola.

Potea tal confessione risparmiarsi, è vero,

Ma il labbro ha questa volta voluto esser sincero.
Già non vi è più rimedio, don Flavio ha la mia fede,
E invan novello amante domandami mercede.
È ver che per fuggire gli assalti perigliosi,
Che incontransi sovente da labbri ardimentosi,
Venni della campagna fra inospiti recessi,
Ma trovomi assalita ne’ miei ritiri istessi.
Don Claudio non è forse quel più tema d’intorno,
Ma il cavalier non lungi dal rustico soggiorno.
Dal primo dì ch’io venni al villereccio albergo,
Me l’ho veduto sempre ne’ miei passeggi a tergo.
Giovan di bell’aspetto, pieno di leggiadria,
Mi fa vezzosi inchini, non so ancor chi egli sia.
Non curai di saperlo finor, perchè ho fissata
Massima di star sempre solinga e ritirata;
Poichè per non espormi ad un novel periglio,
Questo di viver sola è provido consiglio.
Sia pur chi esser si voglia, sarò, qual si conviene,
Civil con chi mi onora, ma in casa mia non viene.
Son curiosa per altro saper com’ei si chiami,
Non per desio protervo, ch’ei mi coltivi od ami,
Che sarò al mio don Flavio costante insino a morte,
Ma per saper chi alberga non lungi alle mie porte.
Ehi, chi è di là? (chiama)

SCENA IV.

Gandolfo e la suddetta.

Gandolfo.  Signora.

Florida.  Fattore, ho qualche brama
Quel cavalier vicino saper come si chiama.

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Gandolfo. Quegli è il conte Roberto: è un cavalier romano,

Ricco, nobile, dotto, affabile ed umano.
Sta sei mesi dell’anno a villeggiar con noi,
E tutti i villeggianti son tutti amici suoi.
I contadini istessi tratta con tal bontà,
Che l’amano e rispettano, che di più non si dà.
Quando una qualche giovine vuol prendere marito,
Egli le dà la dote, egli le fa il convito.
E non credete mica facesse come quelli
Che fanno, per esempio, montoni degli agnelli:
È un cavaliere onesto, di un ottimo talento,
Che tutto nel far bene ha il suo compiacimento.
Florida. Son qualità, per dirla, amabili davvero.
Ha moglie?
Gandolfo.  Non signora. Ma prenderalla, io spero;
Poichè di questa razza, che è così rara al mondo,
È bene che si veda un arbore fecondo.
Vossignoria, perdoni, gli ha mai parlato?
Florida.  No;
Non ho con lui trattato, ne mai lo tratterò.
Gandolfo. Perchè? lo crede indegno di stare in compagnia?
Florida. Fissato ho di star sempre solinga in casa mia.
E quando vo girando gli inospiti sentieri,
La compagnia sol piacemi goder de’ miei pensieri.
Gandolfo. Tal sentimento è nuovo, mi par, nella sua mente;
So pur che le piaceva di stare allegramente.
Creda che un cavaliere sì docile e di merto...
Florida. Non dite altro di lui. Nol vuò trattar, no certo:
So io quel che mi costa il conversar con tale
Che merto avea maggiore, o almen l’aveva eguale.
La libertà preziosa perduta ho in un momento,
Non vuò novellamente espormi ad un cimento.
Tanto più, che promessa avendo altrui la mano,
Incontrerei il periglio di sospirare invano.
Gandolfo. Che? non si può trattare con affezion platonica,

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Almen per divertire la vita melanconica?

Florida. Parmi sentire alcuno all’uscio del giardino.
Gandolfo. Pare a me pur... Davvero non fallo, egli è Merlino,
Il servitor del Conte.
Florida.  Ite a veder che brama.
Gandolfo. Merlin, chi domandate? (verso la scena)

SCENA V.

Merlino e detti.

Merlino.  Domando di Madama.

Signora, il mio padrone le fa umil riverenza,
E d’essere a inchinarla le chiede la licenza.
Florida. Dite... (Per non volerlo quale addurrò ragione?
Per or son nell’impegno), (da sè) Ditegli ch’è padrone.
(a Merlino, il quale parte)

SCENA VI.

Donna Florida e Gandolfo.

Gandolfo. Ah ah, me ne rallegro.

Florida.  Conosco il dover mio.
Come potea scansarmi?
Gandolfo.  Così diceva anch’io.
A un cavaher che viene per visitar la dama,
Chiuder la porta in faccia, inciviltà si chiama.
Scommetto che una volta, se state a tu per tu
In compagnia del Conte, non lo lasciate più.
Per questo non intendo di dir... Se m’intendete,
Lo so, signora mia, che giovine voi siete.
Ma quando mai doveste... direi uno sproposito...
Piuttosto lui, che un altro... Eccolo qui a proposito.
(parte)

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SCENA VII.

Donna Florida, poi il Conte Roberto.

Florida. Conosco che son debole nelle occasion fatali,

Ma già non vi è pericolo, promessi ho i miei sponsali;
E fuor del matrimonio con cui legasi ad uno,
L’onestà mi consiglia di non curare alcuno.
Conte. Permettami, madama, l’accesso nel suo tetto,
Per darle un testimonio di stima e di rispetto;
E insiem per esibirle in questo ermo ritiro
La servitù divota, che consacrarle aspiro.
Florida. Signor, troppo cortese, troppo gentil voi siete.
Ehi, da seder. Vi prego, (fa cenno al Conte che sieda)
Conte.  Ma non vorrei...
Florida.  Sedete. (siedono)
Conte. Lunga stagion godremo l’onor del vostro aspetto?
Florida. Nol saprei dir. Finora qui trovo il mio diletto.
Piacemi di star sola, e qui per verità
E luogo tal, che vivere mi lascia in libertà.
(Capisca, ch’io non voglio conversazion frequente), (da sè)
Conte. (Ella non mi gradisce. Lo dice apertamente), (da sè)
Veramente, signora, la libertà è un gran bene.
Gran mondo in questo sito a villeggiar non viene.
Anch’io godo il ritiro, de’ miei studi invaghito,
Però sempre non piacemi il viver da romito.
L’ore divido in guisa che parte se ne dia
Ai numi, agl’interessi, al studio e all’allegria.
Florida. La partizione è giusta per voi che saggio siete,
Che avete i vostri affari, che libri conoscete.
Per me, trattone il tempo che al ciel donar conviene,
Nella mia solitudine ritrovo ogni mio bene.
Conte. Perchè la solitudine se tanto voi amate,
A chiudervi in ritiro per sempre non andate?
Florida. Lo farei di buon core, se farlo ora potessi,
Se ad altri per ventura legata io non m’avessi.

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Conte. Dunque avete marito.

Florida.  L’ebbi, ma è trapassato.
Conte. Siete vedova.
Florida.  A un altro ho l’amor mio impegnato.
Conte. Altro che solitudine è quel che vi diletta!
Vi spiace, a quel ch’io sento, di vivere soletta.
Se il primo laccio infranto, cercaste anche il secondo,
È segno che vi piace il vivere del mondo.
Florida. Eppure avea fissato non mi legar mai più.
Conte. Eh, chi è amico d’amore, amico è di virtù.
Questa passion, per cui opera il mondo e dura,
Insita è nei viventi, effetto è di natura.
Aman gli augelli e i pesci, aman le belve anch’esse,
Son per amor feconde fino le piante istesse.
E noi, che d’alta mano siam l’opera migliore,
Ricuserem gl’impulsi seguir d’onesto amore?
No, no, non vi pentite d’aver due volte amato;
Se mancavi il secondo, il terzo è preparato.
È pur la bella cosa goder sino alla morte
La dolce compagnia d’amabile consorte!
Florida. Ma voi da tal fortuna vivete ancor lontano.
Conte. È ver, cercai finora d’accompagnarmi invano.
Colpa del mio difficile strano temperamento,
Che dubita del laccio non essere contento.
Non ho trovato ancora donna di genio mio;
Subito ch’io la trovo, entro nel ruolo anch’io.
Florida. Che mai richiedereste per essere felice?
Conte. Non più di quel che giova, non più di quel che lice.
Una di cuor sincero, d’amor tenero e puro,
Di cui senza pensieri potessi andar sicuro:
Che mi lasciasse in pace, amando star soletto,
Che meco alle ore debite gioisse in dolce aspetto:
Capace la famiglia a reggere da sè,
Ma che sapesse insieme dipendere da me:
Che unisse alla modestia la placida allegria,

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E al nobile costume la saggia economia:

Che si lasciasse al bene condur senza fatica,
Amante del marito, o per lo meno amica.
Florida. E voi colla consorte qual essere vorreste?
Conte. Studierei secondarla nelle sue voglie oneste.
La lascierei padrona de’ suoi divertimenti,
Arbitra di trattare gli amici ed i parenti.
Disposta alle occasioni di fare a modo mio,
Sarei a compiacerla pronto e disposto anch’io.
Florida. Un maritaggio simile sarebbe una fortuna.
Conte. Spero fra tante un giorno di ritrovar quell’una.
Voi che di due provaste il dolce amor giocondo,
Foste contenta almeno?
Florida.  Vi dirò: del secondo
Sposa non sono ancora. Ebbi da lui la fede,
Egli da me l’ottenne.
Conte.  Dov’è che non si vede?
Florida. Alla guerra.
Conte.  Alla guerra? Andarvi ad impegnare
Con uno a cui sovrasta l’evento militare?
Si vede che bramate di vivere disciolta,
Cercando di esser vedova sì presto un’altra volta.
Florida. A tutti i militari presta non è la morte.
Conte. È ver, tornerà vivo, sarà vostro consorte.
Verrà di gloria pieno a porgervi la mano,
Ma tornerà ben presto ad esservi lontano.
Florida. Se della mia elezione, signor, mi condannate,
A sciogliere l’impegno con lui mi consigliate.
Conte. Questo no: vi consiglio anzi a serbar costante
La fè che prometteste al sposo militante.
Ei tornerà fastoso dei conquistati allori,
A riposare in seno dei sospirati amori,
E voi, tenera sposa, sarete il bel conforto
D’un sposo affaticato, ferito e mezzo morto.
Vi sederete appresso del povero marito

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Dai bellici disagi oppresso, illanguidito,

E passerete il tempo invan nei dì primieri
Sentendol ragionare dell’armi e dei guerrieri.
E quando in nuove forze d’amor gl’inviti ascolta,
Al suon degli oricalchi vi lascia un’altra volta.
Florida. Dunque sarò infelice a tal consorte unita?
Conte. Dei militar codesta suol essere la vita.
Ma voi che saggia siete, saprete uniformarvi,
E vano dopo il fatto sarebbe il consigliarvi.
Florida. Signor, coi detti vostri in luogo di recarmi
Conforto, più che mai cercate rattristarmi.
Conte. No, no, scherzai finora. Verrà lieto e brillante
Lo sposo a rivedervi. Amatelo costante.
Anzi della tristezza, che vi occupa il respiro,
Di liberarvi in parte, di sollevarvi aspiro.
Quando verrà dal campo trionfator del nemico
Il vostro amato sposo, gli voglio essere amico;
E vuò che mi ringrazi di aver rasserenato
Il volto della sposa per esso addolorato.
Vuò che vi veda il mondo più ilare d’aspetto,
Vuò che gioite meco, costante al primo affetto.
Vano timor non prendavi, ch’io vi divenga audace;
Dell’allegria son vago, ma l’onestà mi piace.
Se vi vedessi infida lontana al caro sposo,
Sarei co’ miei rimproveri molesto e rigoroso.
Non dico che quegli occhi mi sieno indifferenti,
Ma pieno ho il cuore in petto di onesti sentimenti:
Libera, mi potreste innamorar fors’anco,
Ma siete altrui legata, al mio dover non manco.
Fidatevi di un uomo, che a voi riserba in petto
Col più onorato impegno la stima ed il rispetto.
Florida. (Tanto promette, e tanto parmi sincero e onesto,
Che i generosi inviti a secondar mi appresto), (da sè)
Conte. Fra i miei piaceri usati, che non son pochi invero,
Piacemi il delizioso mestier del giardiniero.

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Ed or che primavera alle delizie invita,

Di fiori peregrini ripiena ho la fiorita.
Deh, non vi sia discaro vederla, ed onorarmi
Di vostra approvazione, di cui vuò lusingarmi.
Florida. Verrò, verrò, signore.
Conte.  Questo verrò lo dite
In aria melanconica. Alzatevi, e venite. (s’alza)
È l’ipocondria un male che superar conviene,
E più che vi si pensa, peggiore ognor diviene.
Animo; fate forza in questo punto istesso
Della tristezza vostra a superar l’eccesso.
Quanto sarete presta ad aggradir l’invito,
Tanto più il favor vostro mi riuscirà compito.
Alle mie preci umili voi resistete invano:
Andiam, signora mia, porgetemi la mano.
Florida. Eccomi ad obbedirvi. (s’alza)
Conte.  Così mi consolate.
Florida. Signor, che d’altri io sono però non vi scordate.
Conte. Son cavalier d’onore, conosco il dover mio.
Florida. (Ah voglia il ciel pietoso, che lo conosca anch’io!)
(partono, servita donna Florida dal Conte)

Fine dell’Atto Primo.

Note

  1. Nelle edizioni del Settecento leggesi ebbi.