Il cavaliere di spirito/Atto V

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Atto V

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Atto IV Nota storica
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ATTO QUINTO.

SCENA I.

Donna Florida.

Più non si vede alcuno. Pranzai, ma appunto in seno,

Come volea don Flavio, mandai tanto veleno.
Ei non sarà partito. Di qua spero non vada,
Senza mandare almeno a prendere la spada.
Con gelosia conservo questo funesto pegno
Di un amor puntiglioso, da cui nasce lo sdegno.
Che farà se riscontra don Claudio per la via?
Ho piacer che don Flavio armato ora non sia.
Eviterà il cimento. Ma perchè mai non viene?
So pur che da me lungi, so pur che vive in pene;
Ma non vuol esser primo, nè prima esser io voglio;
Vedremo in chi più dura la forza dell’orgoglio.

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Venisse il Conte almeno; egli col suo discorso

Atto sarebbe a entrambi a porgere soccorso.
Ma non verrà, temendo di essermi importuno;
Sono smaniosa, inquieta. Elà, non vi è nessuno?
(chiama)

SCENA II.

Gandolfo e detta.

Gandolfo. Eccomi.

Florida.  Sempre voi? Non vi è alcun servitore?
Gandolfo. Io faccio da staffiere, da cuoco e da fattore;
Ma il faccio volentieri per la padrona mia,
E la vorrei vedere un poco in allegria.
Quel che le donne attrista, d’amanti è la mancanza,
Ma voi vi confondete, cred’io, nell’abbondanza.
Florida. Si è veduto don Flavio?
Gandolfo.  D’allor ch’egli è partito
Non l’ho veduto più.
Florida.  Si sa dove sia ito?
Gandolfo. Sarà poco lontano il povero signore;
Ritornerà senz’altro. L’aspetta il servitore.
Florida. E don Claudio?
Gandolfo.  Don Claudio si vede tutto il giorno,
Come fa l’ape al miele, girare a noi d’intorno.
Convien dir, che vi sia del dolce in quantità,
Se tanti calabroni si aggirano per qua.
Florida. Ite a veder se trovasi don Flavio a noi vicino,
Se fosse per la strada, nell’orto o nel giardino.
Vorrei che qua venisse, ma non da me chiamato:
Fate che un buon pretesto da voi sia ritrovato.
Se di più non mi spiego, so già che m’intendete.
Gandolfo. Son pratico del mondo, e so quel che volete.
Potete comandarmi, e vi farò il fattore,
Qual nell’arte facendo, in quella dell’amore. (parte)

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SCENA III.

Donna Florida, poi Gandolfo che torna.

Florida. Lo so che il torto è mio, so che a ragion si duole

Don Flavio, ma piegarsi la femmina non suole.
Non so come facessi stamane a chieder scusa.
Suo danno, se persiste, suo danno, se si abusa.
Ora per me è finita, sua sposa più non sono,
Se non mi viene ei stesso a chiedere perdono.
In libertà mi ha posto; di ciò vuò profittarmi,
E se mi vuole il Conte, a lui saprò donarmi.
Stanca di viver sola, vuò prender nuovo stato;
Sarò sposa di Flavio, se veggolo umiliato.
Quando no, vada pure ove il destin lo chiama:
Sarò di chi mi merita; sarò di chi mi brama.
Gandolfo. Eccomi di ritorno. Don Flavio ho ritrovato.
Florida. Che vi disse don Flavio?
Gandolfo.  Mi pare un disperato.
Ha veduto don Claudio passar per una strada,
E vuol che donna Florida gli mandi la sua spada.
Florida. Negargliela per ora mi par miglior consiglio,
Se non ha l’armi al fianco, eviterà il periglio.
Gandolfo. Certo il pensiere è giusto. Da ciò vedo, signora,
Che siete assai prudente, e che l’amate ancora.
Florida. Confesso, che per lui serbo ancor dell’affetto.
Di me non gli parlaste?
Gandolfo.  Gli parlai.
Florida.  Cosa ha detto?
Gandolfo. Ha detto... Veramente è aspra l’ambasciata.
Florida. Dite liberamente.
Gandolfo.  Vi chiamò cruda, ingrata,
Mancatrice, infedele, e disse apertamente,
Che a ritornar da voi disposto non si sente.
Florida. Gandolfo, nella stanza dove ho testè pranzato,
La spada troverete, che a voi ha ricercato.

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Portatela al furente, e senza altre parole

Ditegli che la prenda, e faccia quel che vuole.
Gandolfo. Volete che cimenti?...
Florida.  Non più, non replicate;
In nome dell’ingrata, la spada a lui recate.
Ditegli che l’infida... Ma no, non dite niente.
Portategli il suo ferro. Suo danno, se si pente.
Gandolfo. In braccio al suo periglio volete abbandonarlo?
È crudeltà...
Florida.  Tacete.
Gandolfo.  Sì signora. Non parlo.
Vado a portar la spada... (in atto di partire)
Florida.  Fermatevi.
Gandolfo.  Son qui.
Florida. (Mai più confusa e incerta mi ritrovai così). (da sè)
Gandolfo. (Combatte amore e sdegno della padrona in cuore;
Scommetterei la testa, che vincerà l’amore). (da sè)
Florida. Ite a casa del Conte, dite che favorisca
Venire ad onorarmi, e che non differisca.
Gandolfo. Ho da portar la spada?
Florida.  L’ho da mandar? non so.
Gandolfo. Se il mio parer valesse, io vi direi di no.
Florida. Perchè chiamarmi infida? Perchè quel labbro audace
Continua ad insultarmi, chiamandomi mendace?
Rigetta le mie scuse, al mio dolor non bada,
Ricusa di vedermi? Portategli la spada.
Gandolfo. Vedrete che anche il Conte, ch’è un uom di tanto sale,
Dirà che a rimandarglierla avete fatto male.
Florida. Presto; che venga il Conte, più non mi trattenete.
Gandolfo. Ho da portar la spada?
Florida.  Per ora sospendete.
Gandolfo. Vo subito dal Conte. Brava la mia padrona!
Siete stizzosa un poco. Ma poi siete anche buona.
(parte)

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SCENA IV.

Donna Florida, poi don Flavio.

Florida. Sì, son buona anche troppo. Soffro l’insulti e l’onte.

Basta: sentiamo in prima quel che sa dire il Conte.
Flavio. Signora, la mia spada perchè mi si contende?
Florida. Chi è quel che ingiustamente negarvela pretende?
Flavio. Voi darmela negate.
Florida.  Io? non è ver, signore.
Flavio. Ora il fattor mei disse.
Florida.  È stolido il fattore.
Flavio. Dunque dov’è il mio ferro?
Florida.  Subito a voi lo rendo.
(in alto di partire)
Flavio. La spada trattenermi? La voglio, e la pretendo.
Florida. La voglio? la pretendo? Poco civil voi siete;
Negarvela destino, perchè la pretendete.
Flavio. La cercherò io stesso. (in atto di passare innanzi)
Florida.  Non soffrirò un oltraggio.
Per impedirvi il passo non mancami il coraggio.
Flavio. Quale ragion vi sprona a denegarmi il brando?
Florida. L’ardir con cui osate di esprimere il comando.
Flavio. Esser potria piuttosto timor della mia sorte,
Temendo che io non vada ad incontrar la morte.
(dolcemente)
Florida. Questa pietosa cura da me non meritate, (dolcemente)
Flavio. Non curo che pietosa a me vi dimostriate.
Pensate, risolvete di me come vi aggrada.
Florida. Perfido! (in alto di partire)
Flavio.  Mi lasciate?
Florida.  Vi renderò la spada. (parte)

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SCENA V.

Don Flavio, poi il Conte.

Flavio. Sì, me la renda, e veggami, senza bagnare il ciglio,

Per sua cagione esposta la perfida al periglio.
Se brama la mia morte, al ciel rivolga i voti,
Perchè del mio nemico non siano i colpi vuoti.
Ancor temo a ragione, ch’ell’ami un mio rivale,
E brami nel mio seno il colpo micidiale.
Se a me fida ancor fosse, se amasse la mia vita,
Del tutto1 che mi fece, la vederei pentita.
Se dura nell’orgoglio, se è salda nello sdegno,
Che m’odia, che mi sprezza, che mi vuol morto è un segno.
Ecco il conte Roberto. Sollecito sen riede.
Chi sa ch’egli non l’ami, e manchimi di fede?
È ver, parlommi in guisa che sembra un uom sincero,
Ma studia chi tradisce di mascherare il vero.
Il cuor di donna Florida mi par che sia occupato:
Il Conte a lei si vede sollecito tornato.
Don Claudio fu geloso di lui più che di me:
Che avveri il mio sospetto difficile non è.
Conte. Eccomi, ov’è la dama?
Flavio.  A lei perchè tornate?
Conte. Mi giunse un suo comando.
Flavio.  Che frequenti ambasciate!
Con voi, se così spesso gode trovarsi insieme,
La vostra compagnia si vede che le preme.
Conte. E della sua bontade un generoso effetto.
Amico, vi continua di me qualche sospetto?
Flavio. Non ho ragion di averlo?
Conte.  Io crederei di no.
Flavio. Dunque andar vi consiglio.
Conte.  Per or non partirò.
La dama mi domanda, e me ne andrò allorquando

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Abbia, com’è il dovere, inteso il suo comando.

Flavio. Con donna che dipende, è vano il complimento;
Farò le vostre scuse.
Conte.  Dunque, per quel ch’io sento,
Voi l’avete sposata. Lasciate che con lei
Faccia per consolarmi i complimenti miei.
Flavio. Moglie mia non è ancora, nè ancora ho stabilito
Se di una donna ingrata io voglia esser marito.
Conte. Siatelo o non lo siate, la cosa è indifferente.
Mi cercò donna Florida. Io venni immantinente.
Flavio. Basta ch’ella lo sappia, che a lei venuto siete;
Farò le parti vostre, andarvene potete.
Conte. Il vostro complimento mi par con poco sale;
E poi se riderò, ve ne averete a male.
Flavio. Deriso esser non voglio.
Conte.  Fintanto ch’ella viene,
Discorriam della guerra: si son portati bene
In campo di battaglia i valorosi eroi?
Flavio. Per ora dispensatemi, ne parlerem dopoi.
Conte. Via, siate compiacente.
Flavio.  In altra parte andiamo.
Conte. Aspetto donna Florida. Sediamoci e parliamo. (siede)
Flavio. (Che impertinenza è questa?) (da sè)
Conte.  Siedo, perchè son stracco.
Nella battaglia orribile chi diede il primo attacco?
Flavio. Favellar non ho voglia.
Conte.  Ebbene, tacerò.
Per non istar ozioso, un libro io leggerò.
(cava di tasca un libro, e legge)
Flavio. Bramerei di star solo, senz’altri in compagnia.
Conte. Se volete esser solo, ebbene, andate via. (poi legge)
Flavio. Dunque ragione avete di essere preferito.
Conte. La padrona mi fece il generoso invito. (come sopra)
Flavio. V’intima la partenza un che non è il padrone.
Conte. La gioventù è incivile per mala educazione, (come sopra)

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Flavio. Signor, con chi parlate?

Conte.  Con nessun, lo protesto.
Leggo quel che sta scritto. Oh il gran bel libro è questo!
Flavio. Porreste andare altrove a leggere così.
Conte. Con vostra permissione, vuò leggere e star qui.
Flavio. Parmi un’impertinenza.
Conte.  Nella più fresca età
Bel spirito si chiama quel ch’è temerità.
(mostrando di leggere)
Flavio. Chi lo dice?
Conte.  Il mio libro.
Flavio.  Il libro? non lo credo.
Che offendermi volete indegnamente io vedo.
Tal non mi trattereste colla mia spada al fianco.
Conte. Le risse non procuro; ma di valor non manco.
(segue a leggere)
Flavio. Ci troverem col brando.
Conte.  Sempre quando vi aggrada.
(come sopra)

SCENA ULTIMA.

Donna Florida con la spada di don Flavio, ed i suddetti.

Florida. Ecco, signor don Flavio, ecco la vostra spada.

Flavio. A tempo la recaste. (prende la spada)
Conte.  Come! qual tradimento?
(alzandosi parla con donna Florida)
In casa m’invitaste per mettermi in cimento?
Vengo con buona fede al sol vostro comando,
E a lui perchè mi assalga voi provvedete il brando?
Florida. Assalirvi don Flavio? Perchè? Qual ira ha accesa
Contro di voi nel petto? Sarò in vostra difesa.
(si mette dalla parte del Conte, contro don Flavio)
Flavio. Sì, difendete pure il mio rival felice.
Florida. Vostro rivale il Conte? È un mentitor chi il dice.

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Conte. Qual fondamento avete per sospettar di me?

(a don Flavio)
Flavio. Si sa ch’ella vi adora. (al Conte, di donna Florida)
Florida.  Un impostore egli è.
(al Conte, di don Flavio)
Conte. Eh, fra gente ben nata si tronchino i strapazzi.
Deggio parlar sincero? Affè, noi siam tre pazzi.
Don Flavio affetta sdegno, e muor per la sua sposa;
La dama arde d’amore, e finge la sdegnosa.
Ed io nell’impacciarmi con due senza ragione,
Son pazzo da catene, e merito il bastone.
Il mio buon cor mi guida, più ancor che non dovrei,
Ad impiegar per tutti i buoni uffizi miei.
Chi consigliò la dama ad esser più costante?
Chi consigliò don Flavio a non lasciar l’amante?
Chi procurò scacciare d’ambi lo sdegno, il duolo?
Chi delle nozze al nodo ambi vi sprona? Io solo.
Io fui, che di don Claudio feci abbassar l’orgoglio:
Quel che tacer voleami, ora far noto io voglio.
Lo minacciai di morte, se persisteva ardito;
Accompagnar lo feci, ed è da noi partito.
Sperai prossime tanto le vostre nozze al letto,
Che preparai in mia casa un ballo ed un banchetto,
Facendo alla mancanza di dame e cittadine,
Supplir le più ridenti, vezzose contadine.
Tutto con voi si getta, ogni fatica è vana,
Ambi vi fate vanto d’ostinazione insana.
Se per far ben vi spiaccio, domandovi perdono.
Vo al ballo ed al convito. Vi lascio e vi abbandono.
(in atto di partire, ma si ferma ascoltando)
Flavio. Non dite che si fermi? (a donna Florida)
Florida.  Dirollo, acciò che voi
Diciate che invaghita son io dei pregi suoi?
Flavio. Direi che non partisse, ma dirlo a me non tocca.
Florida. Se voi non glielo dite, per me non apro bocca.

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Conte. Vi ho inteso, vi ho capito. Ambi pacificarvi

Vorreste in mia presenza, ed io deggio pregarvi?
Andarmene dovrei, ma resterò, se giova:
Vuò darvi d’amicizia ancora un’altra prova.
Non fate che le cure di un cavaliere amico
Siano gettate al vento. Badate a quel ch’io dico.
Fra noi che non si osservi la legge del puntiglio;
Ciascun del proprio cuore che seguiti il consiglio.
Ormai di queste nozze facciam la conclusione,
Lasciam d’esaminare chi ha torto e chi ha ragione.
Tutto in oblio si ponga; quello ch’è stato è stato.
Chi dà la mano il primo, è quel che ha men fallato.
Florida. Eccola. (allunga la mano verso don Flavio)
Flavio.  S’ella in prima mi offre la man di sposa,
Resta in me di più colpa la macchia vergognosa.
Tolgasi questo segno contrario all’innocenza,
O voi non isperate che vi usi compiacenza, (al Conte)
Conte. Via dunque, all’atto nobile si dia migliore aspetto,
Sia il porgere la mano la prova dell’affetto.
Flavio. La mia sollecitudine prova maggiore il mio.
(offre la mano)
Florida. Forse men di don Flavio sollecita son io. (arrestandosi)
Conte. Piccole gare inutili, vi troncherò ben presto.
(prende ad entrambi le mani, e le unisce)
Eccovi destra a destra, ecco il nuziale innesto:
Siete sposati alfine, è spento ogni timore;
La parte dello sdegno occupi tutta amore.
Meco venir vi prego al ballo ed alla cena;
Vil gente troverete, ma d’innocenza piena:
Gente che non conosce la debole pazzia
Della tormentatrice proterva gelosia.
Caro don Flavio amato, con amichevol ciglio
Prendete da un amico un provvido consiglio:
O più non ritornate in militari spoglie,
O abbiate più fiducia nel cuor di vostra moglie.

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Perchè d’esser fedeli le donne non si pentano,

Si vive in buona fede, con arte non si tentano.
È un torto il diffidare, ed è talor costretta
La donna disperata a far una vendetta.
Con fondamento io parlo, credetemi, è così;
Sentite tutto il popolo rispondere di sì.

Fine della Commedia.

Note

  1. Ed. Zatta: del torto.