Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo III/Allegorie del dodicesimo capitolo

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Allegorie del dodicesimo capitolo

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ALLEGORIE DEL DODICESIMO CAPITOLO.


Era lo loco, ove a scender la riva ec.

Avendo la ragione co’ suoi utili e sani consigli condotto l’autore, senza lasciarlo nelle miserie temporali intignere l’affezion sua per infino a qui; e mostratogli i supplicii che sostiene la eretica pravità; e similmente disegnatogli l’ordine degl’inferiori cerchi della prigione eterna, e la qualità de’ peccatori che in essi si puniscono; in questo canto il conduce a vedere i tormenti della prima spezie de’ violenti, cioè di quegli che nel sangue e nelle sustanze del prossimo hanno bestialmente usata forza. E perciocchè in questo luogo primieramente entra nel cerchio settimo, dove la matta bestialità è punita, per farne l’autore accorto, gli dimostra la ragione in un dimonio descritto in forma di un Minotauro, in che consista la bestialità. Ad evidenza della quale primieramente presuppone l’autore essere stata vera la favola di sopra narrata del Minotauro, acciocchè per questa presupposizione più leggiermente si comprenda quello che dimostrare intende; e però questo presupposto, è da considerare quel sia la generazione di questo Minotauro, e quali sieno i suoi costumi: e questi considerati, assai bene apparirà qual sia la qualità della bestialità, e per conseguente de’ bestiali. Dico adunque [p. 108 modifica]primieramente essere da riguardare in che forma fosse questo animale generato, acciocchè per questo noi possiam conoscere, come negli uomini la bestialità si crei. Fu adunque, siccome nella favola si racconta, generato costui d’uomo e di bestia, cioè di Pasife e d’un toro: dobbiamo adunque qui intendere per Pasife, l’anima nostra figliuola del Sole, cioè di Dio padre, il quale è vero sole: costei è infestata da Venere, cioè dall’appetito concupiscibile e dallo irascibile, in quanto Venere, secondo dicono gli astrologi, è di complessione umida e calda, e però per la sua umidità è inchinevole alle cose carnali e lascive, e per la sua caldezza ha ad esercitare il fervore dell’ira. Questi due appetiti quantunque l’anima nostra infestino e molestino, mentre essa segue il giudicio della ragione non la posson muovere a cosa alcuna men che onesta: ma come essa, non curando il consiglio della ragione, s’inchina a compiacere ad alcuno di questi appetiti, o ad amenduni, ella cade nel vizio della incontinenza, e già pare avere ricevuto il veneno di Venere in sè; perciocchè trasvà ne’ vizii naturali, da’ quali, non accorgendosi, le più delle volte si suole lasciare sospignere nell’amor del toro, cioè negli appetiti bestiali, i quali son fuori de’ termini degli appetiti naturali: perciocchè naturalmente, come mostrato è di sopra, desideriamo di peccare carnalmente, e di mangiare e d’avere, e ancora d’adirarci talvolta: ne’ quali appetiti se noi passiamo i termini della natura, come detto è, naturalmente pecchiamo: ma come detto è, di leggieri si trapassano questi termini naturali; perciocchè poi [p. 109 modifica]qualunque s’è l’uno de’ due appetiti, ha tratto il freno di mano alla ragione, non essendo chi ponga modo agli stimoli, si lascia l’anima trasportare ne’ desideri bestiali, e così si sottomette a questo toro, del quale nasce il Minotauro, cioè il vizio della matta bestialità generato nell’uomo, in quanto ha ricevuto il malvagio seme della bestia, in quanto s’è lasciato tirare all’appetito bestiale ne’peccati bestiali. I costumi di questa bestia, per quello che nella favola e nella lettera si comprenda, son tre; perciocchè, secondo i poeti scrivono, esso fu crudelissimo, e oltre a ciò fu divoratore di corpi umani, e appresso fu maravigliosamente furioso; per i quali tre costumi sono da intendere tre spezie di bestialità. Ma vogliendo seguire l’ordine il quale serva l’autore in punire queste colpe, n’è di necessità di permutare l’ordine il quale nel raccontare i tre costumi di questa bestia è posto; e da cominciare da quel costume, il quale esser secondo dicemmo, cioè dal divorare le carni umane: il qual bestial costume, ottimamente si referisce alla violenza, la quale i potenti uomini fanno nelle sustanze e nel sangue del prossimo, le quali essi tante volte divorano con denti leonini o d’altro feroce animale, quante le rubano, ardono o guastano, o uccidono ingiustamente: le quali cose quantunque molti altri facciano, ferocissimamente adoperano i tiranni. L’altro costume di questa bestia, dissi ch’era l’esser crudelissimo; il quale costume mirabilmente si conforma con coloro che usano violenza nelle proprie cose e nelle loro persone: perciocchè come assai manifestamente si vede, [p. 110 modifica]quantunque crudel cosa sia l’uccidere e il rubare altrui, quasi dir si puote esser niente per rispetto a ciò ch’è il confonder le cose proprie e all’uccidere sè medesimo, perciocchè questo passa ogni crudeltà che usar si possa nelle cose mondane; e così per questo costume ne disegna l’autore in questo animale la seconda spezie de’ violenti. Il terzo costume di questa bestia, dissi che fu l’esser fieramente furioso: e questo terzo costume s’appropria ottimamente alla colpa della terza spezie di violenti, i quali in quanto possono, fanno ingiuria a Dio e alle sue cose, o bestemmiando lui, o contro alle naturali leggi, o contro al buon costume dell’arte adoperando: e contro a Dio e contro alle sue cose non si commette senza furia, perciocchè la furia ha ad accecare ogni sano consiglio della mente, e ad accenderla e renderla strabocchevole in ogni suo detto e fatto; e così per questo terzo costume ne disegna la terza spezie de’ violenti. E poichè la ragione ha mostrato all’autore la bestialità e’ suoi effetti, ed ella discendendo gli mostra a qual pena dannati sieno quegli che nella prima spezie di violenza peccarono, cioè i tiranni e gli altri che furono rubatori, e micidiali e arditori e guastatori delle cose del prossimo: e siccome nel lesto è dimostrato, questi cotali violenti sono in un fiume di sangue boglientissimo, e secondo il più e ’l meno aver peccato, sono più e meno tuffati in questo sangue; e oltre a ciò, acciocchè niuno non esca de’ termini postigli dalla divina giustizia, vanno dintorno a questo fiume Centauri, con archi e con saette, i quali incontanente che alcuno uscisse più fuor [p. 111 modifica]del sangue che non sì convenisse, quel cotale senza alcuna misericordia saettano, e constringono a dovere rientrare sotto il sangue: della qual pena è in parte assai agevole a vedere la cagione; perciocchè e’ par convenevole, che in quello in che l’uomo s’è dilettato in quello perisca: questi furono sempre, siccome per le loro operazioni appare, vaghi di sangue umano; e perciocchè essi quello ingiustamente versarono, vuole la divina giustizia che in esso tuffati piangano; e perciocchè essi furono a questa malvagia operazion ferventissimi, vuol similmente la giustizia, che per maggior fervore, cioè per lo bollir del sangue, sia in eterno punito il loro; e oltre a ciò, perciocchè queste violenze far non si possono senza la forza di certi ministri, siccome sono masnadieri e soldati, e i seguaci de’ potenti uomini, gli fa la giustizia saettare a questi cotali, stati nella presente vita loro ministri ed esecutori de’ loro scellerati comandamenti, i quali l’autore intende per li Centauri: de’ quali, perocchè nella esposizion letterale alcuna cosa non se ne disse, è qui da vedere un poco più distesamente. E dunque da sapere, che in Tessaglia fu già un grande uomo chiamato Issione, figliuolo di Flegias, del quale dì sopra si disse; e costui secondo le poetiche favole, fu di grazia da Giove ricevuto in cielo, e quivi fu fatto da lui segretario, di lui e di Giunone; laonde egli insuperbito, per l’oficio il quale era grande, ebbe ardire di richieder Giunone di giacer con esso lui; la quale dolutasi di ciò a Giove, per comandamento di lui adornò in forma e similitudine di sè una nuvola, e quella in luogo di [p. 112 modifica]sè concedette ad Issione, non altrimenti che se sè medesima gli concedesse: il quale giacendo con questa nuvola, generò in lei i Centauri. Ed essendo poi da Giove, sdegnato della sua presunzione, gittato del cielo e in terra venutone, ardi di gloriarsi appo gli uomini, che esso era giaciuto con Giunone: per la qual cosa turbato Giove il fulminò, e mandonnelo in inferno, e quivi con molti e crudeli serpenti il fece legare ad una ruota, la quale sempre si volge. L’allegoria della qual favola, se attentamente riguarderemo, assai bene cognosceremo che cosa sieno gli appetiti del tiranno, e il tiranno, e di qualunque altro rapace uomo ancorachè tiranno chiamato non sia; e che cosa i Centauri, e come essi il tiranno saettino. Fu adunque secondo le istorie de’ Greci, Issione oltre modo disideroso d’occupare e possedere alcun regno, intantochè egli si sforzò d’ottenerlo per tirannia: ora come altra volta è detto, Giuno intendono alcuna volta i poeti per lo elemento dell’aere, e alcuna volta la intendono per la terra, volendo lei ancora essere reina e dea de’ regni e delle ricchezze; la quale quando per la terra s’intende, e i regni i quali sono in terra, pare che mostrino avere in sè alquanto di stabilità; e quinci intendendosi per aere, il quale è lucido, pare che aggiunga a’ reami terreni alcuno splendore, il quale nondimeno è fuggitivo e quasi vano, e leggiermente, siccome l’aere, si converte in tenebre: oltre a ciò la nuvola si crea nell’aere per operazion del sole, de’ vapori dell’acqua e della terra umida surgenti e condensati nell’aere; ed è la nuvola così condensata, di sua natura [p. 113 modifica]caliginosa al viso sensibile, e non si può prendere con mano, nè è ancora da alcuna radice fermata, e per questo leggiermente da qualunque vento è in qua e in là trasportata e impulsa, e alla fine è dal calore del sole risoluta in aere, o dal freddo dell’aere convertita in piova: che adunque vuol dire? non dobbiamo per la nuvola, quantunque infra’ termini della deità di Giunone creata sia, intendere regno, ma in quanto ella è in similitudine di Giunone apposta ad alcuno, diremo per quella doversi intendere quello che violentemente in terra si possiede; alla qual cosa è alcuna similitudine di regno, in quanto colui che violentemente possiede, signoreggia i suoi sudditi, come il vero re i suoi; e così pare, mentre le forze gli bastano, che esso comandi e sia ubbidito da’ suoi come è il re: ma siccome tra ’l chiaro aere, e la condensata nuvola, è grandissima differenza, così è intra ’l re e ’l tiranno; l’aere è risplendiente, e così è il nome reale: la nuvola è oscura, e così è caliginosa la tirannia: il nome del re è amabile, e quello del tiranno è odiabile: il re sale sopra il real trono ornato degli ornamenti reali, e il tiranno occupa la signoria intorniato d’orribili armi: il re per la quiete e per la letizia de’ sudditi regna, e il tiranno per lo sangue e per la miseria de’ sudditi signoreggia: il re con ogn’ingegno e vigilanza cerca l’accrescimento de’ suoi fedeli, e il tiranno per lo disertamento altrui procura d’accrescere sè medesimo: il re si riposa nel seno de’ suoi amici, e il tiranno, cacciati da sè gli amici, i fratelli e’ parenti, pone l’anima sua nelle mani de’ masnadieri e degli scellerati uomini: per le quali [p. 114 modifica]cose, siccome apparisce, diversissimi sono intra sè questi due nomi e gli effetti di quegli: e perciò il re meritamente si può intendere per l’aere splendido, ed essere con lui congiunta alcuna stabilità, se alcuna cosa si può dire stabile fra queste cose caduche, dove il tiranno per rispetto della real chiarita si può dir nuvola, alla quale niuna stabilità è congiunta, e perchè ancora agevolmente si risolve, o dal furore dei sudditi, o dalla negligenza degli amici. Premesse adunque queste cose, leggiermente quello che i poeti nella fizion della favola d’Issione si potrà vedere; dice la favola, che Issione fu assunto in cielo, nel qual noi allora ci possiam dire essere ricevuti, quando noi con l’animo contempliamo le cose eccelse, siccome sono le porpore e le corone de’ re, gli splendori egregi, la esimia gloria, la non vinta potenza e i comodi de’ re, i quali secondo il giudicio degli stolti sono infiniti: nè indebitamente paiano fatti segretarii di Giove e di Giunone, quando quello che a loro appartiene, noi con presuntuoso animo riguardiamo, e allora siamo tirati nel desiderio di giacere con Giunone, quando noi estimiamo queste preeminenze reali essere altro che elle non sono; e allora Issione richiede Giunone di giacer seco, quando non precedente alcuna ragione, il privato uomo ogni sua forza dispone per essere d’alcuno regno signore: ma che avviene a questo cotale? è apposta allora la nuvola, avente la similitudine di Giunone: del congiugnimento de’ quali incontanente nascono i Centauri, i quali furono uomini d’arme, di superbo animo, e senza alcuna temperanza, e [p. 115 modifica]inchinevoli ad ogni male, siccome noi veggiamo essere i masnadieri, e’ soldati e gli altri ministri delle scellerate cose, alle forze e alla fede de’ quali incontanente ricorre colui, il quale tirannescamente occupa alcun paese. E dicono alcuni in singularità di questi, i quali le favole dicono essere stati generati da Issione, che essi furono nobili cavalieri di Tessaglia, e i primi i quali domarono, e infrenarono, e cavalcarono cavalli; e perciocchè cento ne ragunò Issione insieme, furono chiamati Centauri, quasi cento armati, o cento Marti, perciocchè inarios in greco viene a dire Marte in latino, ovvero piuttosto cento aure; perciocchè siccome il vento velocemente vola, così costoro sopra i cavalli velocemente correvano: ma questa etimologia è piuttosto adattala a vocaboli latini che a grechi, e quantunque ella paia potersi tollerare, non credo però i Greci avere questo sentimento del nome de’ Centauri. E perciocchè essi sono figurati mezzi uomini e mezzi cavalli, racconta di loro Servio una cotal favola, in dimostrazione donde ciò avesse principio, e dice: che essendo certi buoi d’un re di Tessaglia fieramente stimolati da mosconi, e per questo essersi messi in fuga, il detto re comandò a certi suoi uomini d’arme gli seguissero, i quali non potendo appiè correre quanto i buoi, saliti a cavallo, e giuntigli, gli volsono indietro, e abbeverando essi i lor cavalli nel fiume di Peneo, e tenendo i cavalli le teste chinate nel fiume, furono da quelli della contrada veduti solamente la persona dell’uomo, e la parte posteriore de’ cavalli; e da quei cotali, i quali non erano usi di ciò vedere, furono stimati essere [p. 116 modifica]uno animal solo, mezzo uomo e mezzo cavallo; e dal rapportamento di questi, trovò luogo la favola e la figurazion di costoro.

Ma tornando alla cagione della loro origine, sono detti costoro essere nati d’Issione, cioè del tiranno e d’una nuvola, cioè delle sustanze del regno ombratile, come di sopra per la nuvola disegnarsi mostrammo; le quali sustanze sono i beni de’ sudditi, de’ quali si mungono e traggono gli stipendii, de’ quali i soldati in loro disfacimento e oppressione sono nutriti e sostenuti: e così per le dette cose si può comprender del tiranno, il quale da sè medesimo è impotente, e della tirannia occupata nascere i soldati, cioè essere convocati dal tiranno in difesa di sè, acciocchè con la forza di questi cotali soldati, essi possan fare, come veggiamo che fanno, le violenze e le ingiurie a’ sudditi, delle quali essi soldati le più delle volte sono ministri e facitori: e perciò vuole la divina giustizia, che così come costoro furono strumento alle malvage opere de’ tiranni, così sieno alla lor punizione. Potrebbesi ancora dire, che l’autore avesse voluto intendere, per gli stimoli delle saette de’ Centauri ne’ violenti, s’intendessero le sollecitudini continue de’ tiranni, le quali si può credere che abbiano, sì per la non certa fede di così fatta gente, e sì ancora per l’avere a trovar modo donde venga di che pagargli; e ancora intorno al tenergli sì corti, che essi non possano, o non facciano ne’ sudditi suoi quello che esso solo vuol fare, e questo è faticoso molto: ma comechè nella presente vita si sia, neir altra si dee intendere, le saette da questi [p. 117 modifica]Centauri saettate ne’ violenti, essere l’amaritudine della continua ricordazione, la quale hanno delle disoneste e malvage opere le quali già fecero con la forza della gente dell’arme; e così coloro nella cui fede vivendo si misero, nelle cui forze si fidarono, con le mani de’ quali versarono il sangue del prossimo, rubarono le sustanze temporali, occuparono la libertà, sono stimolatori, tormentatori e faticatori delle loro anime nella perdizione eterna.