Il podere (Tansillo)

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Luigi Tansillo

XVI secolo I Poesie letteratura Il podere Intestazione 17 aprile 2008 50% Poesie

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Io non so, se da scherzo o da dovero
Voi diceste l'altrier su quella torre,
che per testa vi va novo pensero;
e che 'l giardin, che desiaste tôrre
5qui in riva al mar, più non v'agrada, accorto
de l'errore e del danno ove s'incorre;
ma in cambio di giardin (nel che v'esorto),
Voi voreste incontrar villa o podere,
che a pro vi fosse insieme et a diporto.
10Voi pensate da saggio, al mio parere:
ch'egli è follia, che apporta penitenza,
il comprar ne' terren solo il piacere.
Io so, ch'a voi non manca providenza,
in questo e 'n altro, da far scelta buona,
15e per ingegno e per esperïenza:
ché sete uom raro, e da gradir persona
non pur che 'l cerchio cinga il capo suo,
ma che porti il camauro o la corona.
Ma perché si suol dir: — Nel caso tuo
20proprio prendi avvocato —; e suolsi dire,
che veggon più quattro occhi che non duo;
e parmi d'ora in ora vedervi ire
col venditore e col notaio al fianco;
io vi vuo' col consiglio prevenire.
25Né vi debbo in questo atto venir manco;
se ben l'usanza il consigliar mi vieta
uom che nol chiede, oltre c'ha il pelo bianco.
Se comparir da amico e con moneta
non posso, il che voi forse avreste a scorno,
30verrò con penna in mano e da poeta.
E vi voglio insegnar tutto in un giorno
quel poco, che in molti anni m'ha insegnato
il leggere e l'udire e 'l gir attorno.
Perché in ogni atto, che non sia sforzato,
35l'elezïon ben fatta è quel che importa:
lasciamo andar quando da su vien dato.
Se va l'elezïon senza la scorta
del buon conoscimento, ella andrà male:
è un gir al buio là 've 'l piè ne porta.
40Ch'esser puote il podere in parte e tale,
ch'io nol torrei se mi si dèsse in dono,
non pur a molto men di quel che vale.
Ond'io vi mostrerò quante e quai sono
(pria che 'l danaio fuor di banco v'esca)
45le parti che richiede un poder buono.
E perché 'l prezzo oltre il dover non cresca,
i' vi darò duo documenti radi,
che mai di compra fatta non v'incresca.
E vi dirò degli uomini e de' gradi,
50col cui mezzo e da cui l'aver fia leve
cosa che men vi costi e più v'agradi.
De la memoria mai non vi si leve,
che né poder né altro che si cole
comprar cupidamente unqua si deve.
55Membratevi queste altre due parole,
quando al vedere e 'l patteggiar voi sete:
che ciò che mal si compra sempre dole.
Se 'l piè da l'orme mie non torcerete,
fia 'l camin buono, e non vi farà mai
60acqua torbida ber soverchia sete.
Voi mi potreste dir: — Se tu non hai
né poder, ch'io mi sappia, né giardino,
come trattarne et insegnar saprai? —
Stimate, ch'io sia un pover fiorentino
65che regga scola d'abbaco, e del mio
non aggia da contar soldo o quattrino.
Quel che pria s'ha da fare è il pregar Dio,
v'indrizzi al meglio; come in tutti affari
tor dee principio ogni uom prudente e pio:
70indi, parlate a' publici sensari,
a' più ricchi e più noti contadini,
a' dottori, a' mercanti et a' notari,
c'han gli amici e i clientoli e i vicini.
Sapran, s'uom vender voglia e quanto chieda,
75e quai sian le contrade e quali i fini.
Quando saprete, ove il poder si sieda,
itelo a riveder non una o due
volte, ma diece, e con voi altri il veda.
Sappiate di cui sia e di cui fue;
80guardatel tutto intorno, entro e di fora,
e ne le più riposte parti sue.
Giova il vederlo più e più talora;
ché, s'è buono il terren, s'è vago il sito,
quanto il vedete più, più v'innamora.
85Come uom ch'egli abbia a procacciar marito
a figlia bella e sola e d'alta dote,
con la lingua e col piè siate scaltrito.
Sia presso a la città, quanto si pote,
il poder che cercate; e larghi e piani
90siano i sentier, che andar vi possan rote.
Comprar poderi, e che ne sian lontani,
è far dono a tre stati di persone:
a servitori, a schiavi et a villani.
Però quel moro saggio, il buon Magone,
95dicea: — Chi il poder compra, immantinente
venda ne la città la sua magione —;
per mostrar che 'l signor, non pur sovente
(il che non potrà far, s'è lunga strada),
ma a qualunque ora esser vi dee presente.
100S'è presso al mar, sì ch'uom per mar vi vada,
e del carro si vaglia e de le barche,
qual più gli è in destro; tanto più m'agrada.
Ma sia che bisogni ir, poi ch'uom si sbarche,
duo tratti d'arco; e sia ch'entrin le porte
105e treggie e carra, non che bestie carche;
quanta utiltà pensate voi ch'apporte
poder ch'abbia sì comodi i vïaggi,
oltra il piacere, a cui gliel dà la sorte?
S'è lontan da città, sia tra villaggi;
110che chi vuol voi per boschi non vi cerchi,
né il guardïan tema di ladri oltraggi;
e possa ancor più agevolmente aver chi
poti, e vendemmi, e zappi, et ari, e falce,
né lungi e caro altrui fatiche merchi;
115e se la zappa o 'l vomero o la falce
si rintuzzan, sia presso chi gli acconcie,
e s'abbian ferro e legni e pietre e calce
da far nove opre e da sarcir le sconcie:
e, se si paga il far de' tetti o palchi
120altrove a dramme, qui non monti ad oncie;
e fisici e chirurgi e mariscalchi
uom possa aver, quando il bisogno accade,
né lunga via per lor vada o cavalchi;
che 'l villan vostro rade volte e rade,
125per uom che gli sia d'uopo, o robba od opra,
lasci la villa, et usi a la cittade.
Pigra palude, che di nebbia il copra,
non abbia intorno, o verde umor che stagna,
e nociva aura ognor gli affiati sopra.
130Sieda a le falde o 'l piè de la montagna,
che si possa goder vista più bella
e l'acqua accor che le pendici bagna;
ma non che tema, a tempo di procella,
torrente ch'ogni cosa affatto strugga,
135porti le biade via, gli arbori svella.
Né penda sì, che l'acqua se ne fugga
che d'aria vien, né ve ne mora goccia;
ma che la terra il più n'assorba e sugga:
né gli stia su qualche scoscesa roccia,
140che, per tempesta che la smova o crolli,
col rotar giù de' sassi talor noccia.
E, s'egli è in pian, sien campi asciutti o molli;
ché ancor sul piano esser può buono e bello,
né sempre aver si posson monti e colli.
145Attendete ch'egli abbia o questo o quello:
o il terren tutto ad una banda inclini,
o sia per tutto egual, non a livello;
che, et erto e pian, ne' fossi e ne' pendini
non si faccia quel limo e quella borra,
150che uligine suol dirsi da' Latini.
S'umor non ha, né 'l pote aver, che corra,
abbial che giaccia; ma sian vene eterne,
non sì profonde che 'l villan l'abborra.
Non m'appagan pescine né cisterne,
155or calde or secche; ma vo' fonte o pozzo,
freddo di state e caldo quando verne.
Oh! se la Parca non avesse mozzo
il filo de la vita del gran Pietro,
ch'ebbe sì in odio il viver rude e sozzo;
160chiare onde e fredde più che ghiaccio e vetro
avrian forse e Pausilipo e sant'Ermo,
non pur la quercia e 'l salce e i campi a dietro,
ameno e colto ogni aspro colle et ermo
fòra qui intorno, et acque avrian gli agrumi,
165per far dal caldo e dal gelame schermo.
E chi non sa, che le fontane e i fiumi
son l'alme de le terre e i fregi veri,
come del ciel le stelle o i maggior lumi?
E s'avesse sortito il buon Lettieri
170un secolo del nostro men cattivo,
quando in opre poneansi i bei pensieri;
avria la vostra casa oggi il suo rivo,
et ei, come a quei tempi era in costume,
fòra in pietre e 'n metalli sempre vivo.
175Poi ch'egli ebbe d'ingegno tanto lume,
che scoperse le vie meravigliose,
che da Serino a Napoli fea il fiume;
le vie mille anni e mille, e più, nascose
sotterra, in mezzo 'l sasso, dentro i monti,
180che pur sono a pensar mirabil cose.
Che fòra il veder Napoli coi fonti,
così nel sommo suo come nel basso!
Altro saria, ch'aver marchesi e conti!
Non, perché sia il terren fertile e grasso,
185l'aria abbia infetta, che i coltor funeste;
né sia magro sabbione o steril sasso,
perché l'aria abbia pura: ché son queste
due rie sorelle, e ne dee far paura
così la steriltà come la peste.
190Non è sì scarsa o povera Natura,
che ambedue grazie un loco aver non possa;
ch'ella ha di noi, più che noi stessi, cura.
Fate pur nel cercarle vostra possa;
oh quanti e quanti se ne veggono oggi,
195che comprando il poder compran la fossa!
Però desio che sian colline o poggi
il sito ove le mura fondo et ergo,
ma che per strada agevole si poggi:
benché spesso il mal nero d'un albergo
200si toglie col mutar d'usci e fenestre
e far, ch'ove egli ha il petto, volga il tergo;
ché, ancor che non vi sia vapor terrestre
che l'aria ammorbi, son talora i venti,
che fan le case or prospere or sinestre.
205Non sempre appare ai visi de le genti,
se 'l cielo è buono o reo; ché spesso, usate,
vivon sane ne' luoghi pestilenti.
Né titol di salubre unqua li date,
se non è buon per le stagioni tutte,
210e, via più che di verno, anco di state.
Pessimo è quel terren, benché assai frutte,
col qual bisogna che si metta a gioco
la vita del padrone, e seco lutte.
Dissi de l'acqua; dico ancor del foco.
215Abbia il poder comodità di legna;
ché ambedue fan bisogno in ogni loco.
Abbiala sì, che arda a la villa, e vegna
a la città col carro il rustico uomo,
e 'l carbon sempre acceso vi sostegna.
220Voi d'altrui sete e vostro majordomo;
sapete, se le legne oggi son care
più che 'l guaiaco d'India e 'l cinnamomo,
e se qui senza bragia si può stare
quando ci soffia il vento di rovaio,
225oltra i bisogni in che si sole oprare.
Venga, la prima sera di gennaio,
coi ceppi e lauri suoi lo stuol selvaggio
a chiedervi cantando alcun danaio;
e coi fiori, la prima alba di maggio,
230a suon d'alta sampogna, e porti in collo,
per piantarlo in su l'uscio, integro un faggio.
E con le legne or v'arrechi ova or pollo,
or questi doni or quei, conformi al tempo,
o meni alto il suo carro o basso Apollo.
235Susine e fichi et uve al caldo tempo,
nespile e sorba al freddo e pera e poma,
frutta da fargli onor più lungo tempo.
E stridano, or sul carro or su la soma,
leprotto, cavrïol, porchetti et agni,
240quando il Verno ha più bianca e barba e chioma.
Benché non entri al libro de' guadagni,
è dolce ad uom qual voi, largo e gentile,
dare, e dire a' signori et a' compagni:
— Questo è del mio podere o del mio ovile —
245; o ch'egli stesso a mensa sen ricordi,
e 'l suo gli agradi, e tenga ogni altro a vile.
La state beccafichi, il verno tordi,
che visco o rete ne' vostri arbor prenda,
da far di loro i più svogliati ingordi.
250Importa assai, benché nessun v'intenda,
per comprar con men costo e men periglio,
saper chi sia 'l padrone, e perché venda.
E vi vo' dare un saggio, alto consiglio,
che mai scrittore antico altrui nol diede:
255cercate di comprar sempre da figlio,
figlio che sia di morto padre erede;
se aver bramate un venditor cortese,
che si toglia assai men di quel che chiede.
Schivate di comprar d'uom che v'intese
260e 'n farlo abbia oro e diligenza posta;
ché allor val troppo ogni aspro e vil paese.
Però Nisida bella assai men costa
al vostro e mio signore; a cui Fortuna
devria far d'oro i sassi de la costa,
265o donar tutto a lui, raccolto in una,
quanto tesoro, in queste parti e 'n quelle,
per le molte arche altrui sparge e raguna.
So che le donne valorose e belle
e le persone dotte e virtüose
270non si dorrian sì spesso de le stelle;
e Nisida, s'or'è de le vezzose
che cinga il mar da Gadi a Negroponte,
saria de le più ricche e più famose:
la qual, se in quei primi anni ebbe occhi e fronte
275dolci come or, non paia strano a vui,
che ardesse del suo amore il vicin monte.
Ma s'a comprar s'avesse da colui
che prima la spogliò d'incolte vesti,
per tre cotanti non saria d'altrui:
280soglion dir quei sagaci uomini agresti,
che amor di figlio e d'arbore è sembiante,
qualora uom di sua mano il pianti o innesti.
Se vi vien qualche giovene davante,
cui siano a pena i primi peli schiusi,
285che faccia il cavalier, faccia l'amante;
non è bisogno allor, che da voi s'usi
cotanta providenzia; ma potreste
comprar, come si dice, ad occhi chiusi.
E tanto più, se si fan giostre o feste,
290e 'l giovanetto, a fregi, a pompe avezzo,
vuol cavalli e staffieri et arme e veste.
Comprate allor; se vi vendesse un pezzo
di quei monti d'Ajerola o di Scala:
ché, s'è aspro il terreno, è dolce il prezzo.
295Benché la compra non fa buona o mala,
in quanto al mio parer, s'uom se n'appaga,
il meglio o 'l più che 'l costo saglie o cala:
pur che si pigli cosa buona e vaga,
ancor che sian talor cari i partiti,
300con quel si compra che di più si paga.
Trovo uno errore, e d'uomini infiniti,
che non s'emenderian del creder loro,
se fosser come eretici puniti:
che si debban comprar, voglion costoro,
305possessïon deserte e d'uom mendico
e pigro, acciò s'avanzin col lavoro;
e di qui nacque quel proverbio antico,
ch'è tra noi: — Magion fatta e terra sfatta —:
et io tutto il contrario oggi vi dico.
310Il buon Censore et altri che ne tratta
conchiudon, che cercar terra ben colta
non men si debba, che magion ben fatta;
e che faccenda più dannosa e stolta
non si può fare, e dove uom più s'inganni,
315che possession comprar caduta e incolta.
Non è meglio (lasciamo ir gli altri danni)
goder dal primo giorno il ben già fatto,
che quel che s'ha da fare attender gli anni?
Da terra ben nudrita se n'ha ratto
320l'usura in mano, e l'utiltà vien certa;
l'altra è dubbia e dannosa al primo tratto.
Chi vuol pigliar possessïon deserta,
piglila ch'ei non abbia ancor la gota
de la prima lanugine coperta;
325ma chi con quattro croci il dì si nota
del suo natale, o se ne stia digiuno,
o la cerchi ben lieta e su la rota.
Più vi vo' dir. Sappiate, ad uno ad uno,
quai frutti v'ha, da chi gli ha colti o visti;
330né vi caglia il parer troppo importuno.
Perché, se tutti son cattivi o misti,
bisognan doppie spese, affanni doppi
a porvi i buoni et a sbandirne i tristi:
ch'or nobil ramo a tronco vil s'accoppi,
335or questo arbor si taglie, or quel si sterpe,
e si accasin di novo or gli olmi or gli oppi;
ché veder vite che per arbor serpe
non pon gli occhi soffrir de' buon padroni,
s'ella non è di generosa sterpe.
340Ma, che le viti e gli arbori sian buoni,
se con misura et arte non fur posti,
ancor che sian ben colti e 'n lor stagioni,
rende poco il poder, benché assai costi;
ché l'una pianta a l'altra si fa guerra,
345se più che non devria s'appressi o scosti
l'una a l'altra. Qualor ne l'ordin s'erra,
l'aria e l'aura e la luna e 'l sol si toglie,
né forze a tutte egual può dar la terra:
il che nôce di lor fin a le foglie,
350oltre che non dan mai quanto han promesso,
e quel poco men buon, ch'indi si coglie.
Pria che 'l poder sia nostro, non solo esso
noi dovemo e mirare e squadrar bene,
ma ancor le terre che gli stan da presso;
355perché, se quelle splendon, ne dan spene,
anzi certezza, che sia buono il clima.
Sappiasi ancor l'uom, che vicin si tiene;
e quai siano i vicini inquirer, prima
che gli alberghi o i poderi abbiam noi tolti,
360è di momento assai più ch'uom non stima.
E vi potrei contar popoli molti,
che, per fuggir vicini ladri, infidi,
si son da più contrade insieme accolti,
e da le patrie lor, dai dolci nidi
365in volontario esilio si son messi,
nôve terre cercando e novi lidi.
Nel principio del mondo fur concessi
agli animai da Dio quei privilegi
e quei doni, che chiesero egli stessi.
370Come novi vassalli a novi regi,
gran popolo di loro ivi convenne,
quali ai comodi intenti e quali ai fregi.
Tra gli altri la testuggine vi venne,
e chiese il poter sempre, o vada o seggia,
375trar seco la sua casa, e 'l dono ottenne.
Dimandata da Dio, perché li cheggia
mercé che a lei più grave ognor si faccia,
non è, diss'ella, ch'io 'l mio mal non veggia;
ma vo' più tosto addosso e su le braccia
380tor sì gran peso tutti gli anni miei,
che non poter schifar, quando mi piaccia,
un mal vicin. Che dunque dir potrei
de' tempi nostri, se da quei d'Adamo
già s'ebbe tema de' vicini rei?
385Ma, acciò che quel poder che noi cerchiamo,
inanzi che si trovi, non ne stanchi,
riposiamoci un poco, e poi torniamo;
ch'avrem più forza al piè, più lena ai fianchi.
2
390Se per cercar talor picciola lepre
uom va più miglia al freddo, a l'acqua, al vento,
e guata, e scuote ogni solchetto e vepre;
per trovar il miglior d'un elemento,
non vi gravi il seguirmi per via lunga,
395e un dì sudar per riposar poi cento.
Benché vi paia spron che poco giunga
il doversi spiar, come sian fatti
quei che limite o siepe a noi congiunga,
e ben che esaminar degli altrui fatti
400impaccio sia che rado utile apporti,
s'uom di servigio o matrimon non tratti;
nessun potria pensar quel che gli importi
l'aver, se prima non ne viene a prova,
buoni vicini o rei, debili o forti.
405Il reo vicin mi noce, il buon mi giova,
col povero ho speranza d'allargarme,
e 'l ricco fa ch'uom passo non si mova.
Se 'l poder compro per talor quetarme;
s'ho mal vicino, a capo, al letto, al fianco
410la notte e 'l dì convienmi tener l'arme.
Sia fertil quanto uom vuol; s'a destro o manco
qualche Autolico stammi o qualche Cacco,
non vale il mio poder la metà manco.
Ruba a Pomona, a Cerere et a Bacco,
415non teme di minaccie né d'accusa,
pur ch'empia in terra altrui la corba o il sacco.
Non giova villa d'ogni intorno chiusa,
né diligenza d'uomini e di cani,
contra a le insidie che 'l vicin vostro usa.
420Gallina che da l'uscio s'allontani
più non vi riede; e chiami pur e pianga
la villanella, e battasi le mani.
Aratro o giogo o rastro o marra o vanga,
qual sia di ferramenti o di legnami,
425non fidate che fôra si rimanga.
Or svelle viti or pali, or tronca rami
or arbore, per foco o per altri usi;
né lascia intatti i prati, né gli strami:
fura i legumi ancor ne' gusci chiusi;
430né de' frutti primier né de' sezzai
sostien che 'l padron doni o per sé gli usi.
Nel suo terren non mette piè già mai,
che danno non incontri; e guardia e cura
n'abbia a sua posta e d'ogni tempo assai.
435Chi, per sua colpa o per sua rea ventura,
s'accosta a' rei vicini o si raffronta,
sempre ha l'oste a le siepi et a le mura.
D'un signor greco e saggio si racconta,
che, facendo una sua possessïone
440por sotto l'asta al prezzo che più monta,
comandò, che gridasse anco il precone,
ch'ella avea buon vicin; quasi ciò stimi
non men che le altre qualità sue buone.
S'ho reo vicin, quai mura sì sublimi
445faran che sin nel letto non m'assalte?
Qual legno o ferro è che non apra o limi?
Abbia il poder le siepi e folte et alte,
gli argini o i fossi, o gli steccati o i muri;
sì che bestia non v'entri, uom non vi salte.
450I termini più saldi e più securi
de le possessïon son gli arbor stessi;
ché non ho tema, ch'uom gli smova o furi.
Però chi vi pon pini e chi cipressi,
che sono arbori rari et immortali,
455né giudice bisogna ove son essi.
L'uve e le biade son le principali
ricchezze ne' poder che denno aversi,
come il bere e il mangiar han gli animali:
benché abbia intorno a ciò parer diversi;
460chi vuol che sian le prata e le difese,
chi le vigne, e chi gli orti d'acqua aspersi.
Io, che tratto di questi del paese
tra Liri e Sàrno e le montagne e l'onde,
lascio le altrui dispùte e le contese;
465i quai son ricchi d'arbori e di fronde,
più che di piante e d'erbe, quasi tutti.
Le prime parti al vino e le seconde
do al grano. D'ogni spezie poi di frutti
aggian, ch'aver si possa, e più e meno,
470come più di quel clima son produtti.
Non produce ogni cosa ogni terreno:
convien che sua natura ogni terra abbia,
e pari a l'esser suo se l'empia il seno.
Ché, s'uom volesse non lontan da Stabbia
475arar e sementar e meter grano,
ch'è tutto or ghiara, or pietra arsiccia, or sabbia,
o in quel d'Aversa e Capova e Giuliano
piantar granata, amandole et olive,
ch'è sì fecondo, fòra un pensier vano.
480La vite è quella che più rende e vive
su queste nostre terre a Bacco sacre,
sian campi o monti o poggi o valli o rive;
se non se alquante paludose o macre,
poco abili et a l'uve et a le biade,
485che l'une e l'altre fan deboli e macre.
Voreste voi saper, de le contrade
ch'ha qui d'intorno qual miglior mi paia,
e 'ntender la cagion perché m'agrade?
Ove adombra Vesevo, e là ver' Baia,
490oh i dolci colli, oh le campagne erbose,
e per le tine fertili e per l'aia!
Le comparazïon sono odïose,
e con quei maggiormente, c'han del grosso,
o che aman troppo le lor proprie cose.
495S'io cerco l'altrui grazia il più che posso,
non vuo', con far dei luoghi differenzia,
l'ira recarmi de' padroni addosso.
Una cosa dirò, che coscïenzia
mi sforza a non tacerla; e con perdono
500di lor cui tocca e spiace la sentenzia.
Perdoni il Sangro, il Manso, il Macedono,
e gli altri tutti, o sian gentili o rudi,
se in quel ch'io dico offesi da me sono.
Ogni uom tre luoghi di fuggir si studi,
505che son dannosi e disagiati et egri:
l'Acerra e Fuoragrotta e le Paludi.
Per quella polve e quegli orror sì negri,
s'io avessi ver' Cuma il mio podere,
io starei a non irvi gli anni integri.
510Oltre ai danni ch'egli han da le galere,
i cui spirti dannati, a suon di ferro,
a sradicar le selve vanno a schiere;
svellon gli arbusti, non che l'orno e 'l cerro.
Sto talor nel balcon, sento le torme:
515per non vedergli, o mi fo indietro, o 'l serro.
È pur gran fatto! E Napoli si dorme,
né si vede uom destar, che cerchi mezzo
da moderar licenza così enorme.
Ho corso quasi tutto il mar di mezzo,
520tutte l'isole ho visto e tutti i lidi,
ch'egli ha dai lati, e che gli stanno in mezzo;
e in parte mai dar àncora non vidi,
ove la turba vil, di forca degna,
nel gir a' danni altrui tanto osi e fidi;
525smonti in Sicilia, in Corsica, in Sardegna,
in Liguria, in Provenza e 'n Catalugna,
e coglia i frutti altrui, tronchi le legna.
Non vuo', ch'uom corra al ferro, o venga a pugna;
ma preghin chi 'l può far quei che dan voti,
530che affreni arpie c'han sì rapaci l'ugna.
Che peggio potrian far Svizzeri e Goti
ne' campi de' nemici e de' ribegli,
che qui fan oggi i nostri galeoti?
Non spero, che in ciò Napoli si svegli;
535poiché in cosa maggior l'aggrava il sonno.
Le man l'avess'io avolte entro i capegli!
Torniamo al campo. I ricchi, qualor vonno,
e con la vigilanza e con la borza,
ogni aspro scoglio fertile far ponno.
540Onde tastar bisogna oltre la scorza
il terren ch'a veder voi sete addutto;
che sia buon per natura e non per forza:
e quando anco sia tal, che per far frutto
non richieda molto oro, opra e fatica;
545e questa parte grava a par del tutto.
Quella nobil romana gente antica,
tanto lodata in prosa e 'n verso e 'n rima,
che fu de l'arte rustica sì amica,
questo era quel che investigavan prima,
550se terra elli comprar volean talora;
e questo da' più scaltri oggi si stima.
Né cerco già, né vuo' che sia tale ora,
qual fu la terra ne l'età de l'oro
(o fortunato chi nasceva allora!
555ché senza seme altrui, senza lavoro,
per se stessa abbondante e fertil era,
e dava a quei mortali il viver loro);
o sia qual degli Elisii la riviera,
ove ogni anno il terren frutta tre volte,
560e v'han perpetuo autunno e primavera.
Basti che sia, ch'ella si tenda e volte
senza sudor soverchio d'uman viso,
né le spese sormontin le ricolte.
Da che gli uomini, in cielo e 'n paradiso,
565l'un furò il foco e l'altro colse il pomo,
volgendo in pianto il proprio e l'altrui riso;
fe' Dio compagni eterni al miser uomo
i morbi, il mal, le cure e le fatiche;
e fu il furto punito e l'ardir domo.
570Onde, abbia quanto vuol le stelle amiche;
bisogna ch'uom patisca in tutte etadi,
e con sudor si pasca e si notriche.
Ma vi son poi le differenze e i gradi:
cui più, cui men ne tocca; e tuttavia
575son color che n'han poco e pochi e radi.
Vuol Dio, che stato sotto il ciel non sia,
ove uom s'acqueti, e men chi ha miglior sorte;
né senza affanno abbia uom quel che desia.
Un saggio contadin, venendo a morte,
580acciò che i figli in coltivar la terra
s'esercitasser dopo lui più forte:
— Figli, lor disse, io moro; et ho sotterra
e ne la vigna il più de' beni ascoso;
né mi sovvien del cespo ove si serra —.
585Morto il padre, i fratei, senza riposo,
a zappare, a vangar tutto il dì vanno,
ciascuno del tesoro desioso.
La vigna s'avanzò dal primero anno,
e i giovanetti inteser con diletto
590del provido vecchion l'util inganno.
Aveva un uom romano un poderetto,
dal qual traea più frutto, che dai grandi
non traean quei da canto o di rimpetto.
Né basta a l'altrui invidia, che dimandi:
595— Ond'è, che tanto renda il poder tuo,
ch'è tal, che un manto il copre che vi spandi? —
Ma, accusandol, più d'uno e più di duo
dicean, che con incanti e con malìe
le biade altrui tirava al terren suo.
600Venne a giudicio il destinato die,
che si dovea por fine a le tenzoni,
e scoprir l'altrui vero e le bugie.
Il buon uom, per difender sue ragioni,
al tribunal dei giudici prudenti
605non menò né dottori né patroni:
recò tutti i suoi rustici strumenti,
e tutti i ferri ond'il terren s'impiaga,
ben fatti e per lungo uso rilucenti;
suoi grassi buoi, sua gente d'oprar vaga.
610— Questi, disse (già posti in lor presenza),
son gli incantesmi miei, l'arte mia maga:
le vigilie, il sudor, la diligenza
trar qui non posso, come fo di questi;
benché de l'una io mai non vada senza —.
615Subito, senza dar luogo a protesti
et a calunnie, o porvi indugio sopra,
dichiararon lui buono e quei scelesti:
e la sentenza fu, che più può l'opra
nel terren, che 'l dispendio che ivi fassi,
620e tanto val poder, quanto uom v'adopra.
D'oprar dunque in sul campo uom mai non lassi,
ché il frutto è il ver tesor sotterra posto;
non però tanto, che 'l dover trapassi.
Terren fecondo per molt'opra e costo
625sembra uom che ben guadagni e spenda largo,
che al fin più ha speso che non ha riposto.
Qui bisognan, direte, gli occhi d'Argo,
perché del tutto a tempo io mi ravegga;
non già quando aro, o pianto, o il seme spargo.
630Or'io v'insegnerò, come si vegga
la buona terra e come si conosca,
e qual per grano e qual per vin s'elegga.
La miglior terra, che sia negra o fosca
vogliono, o bigia: e 'n questo avien che s'erre:
635ché ancor ne le lagune ella s'infosca.
Conoscer solo ne' color le terre
è proprio un giudicar gli uomini al volto:
non sempre al volto appar quel che 'l cor serre.
Quel che importa è saper, s'è raro o folto
640il terren, grasso o magro, dolce o amaro,
grave o leggier, pria che da noi sia tolto.
Per farvi dunque a certi indicii chiaro,
qual'ei si sia, e quando è da sperarne
che ubbidisca al villan, quantunque avaro;
645dirò qual prova voi potrete farne,
e s'egli è pingue o secco, raro o spesso,
salso o soave, alta certezza trarne.
Cavisi un pozzo, e del terreno stesso
onde pria si votò poi si riempia,
650co i piè da su bene adeguato e presso.
Se 'l terren manca, e che qual fu non v'empia,
d'esile e sciolto darà segno aperto
a l'occhio ben accorto che 'l contempia:
ma se, 'l fosse ripieno e ricoperto,
655fôra n'avanza, che non possa accorlo,
che denso e fertil sia, credete certo;
e se 'l pozzo s'adegua a par de l'orlo,
né fuor cresce il terren, né dentro scema,
in grado di mezzan potrete porlo.
660Bagnata gleba uom con man tratti e prema:
se invesca, e tra le dita ella s'attacca,
di terra magra non abbiate tema;
o s'avventata a terra non si fiacca,
ma tutta insieme affissa ivi si resta,
665da vomer grave non sarà mai stracca.
Per prova del sapor, vil sacco o cesta
s'empia di terra, e là dove più avversa
ella vi pare et al fruttar men presta,
e d'acqua dolce ben da su cospersa,
670premasi il cesto o il sacco, onde trapela
l'umor che fôra a larghe gocce volse:
indi, purgato da stamigna o tela,
in un vaso, qual vin, fatene il saggio,
e il sapor de la terra ei vi rivela
675S'egli ha del dolce, può comprarla uom saggio,
s'è amaro o salso, al suo signor potrete
dir: — Frate, a Dio; che sete più non aggio:
ché estinta m'ha questo liquor la sete
del poder vostro, che m'avea sì acceso,
680qual fontana d'Ardenna o rio di Lete —.
S'ella è grave o leggiera, al proprio peso
conoscer pote uom che non sia cultore,
che n'abbia alquanto in su la palma preso.
Lieta terra si scopre anco a l'odore,
685qualor si rompa, e il vento gli presti ala;
ma che l'odor sia suo, non d'erba o fiore,
simil a quel ch'ella ha, quando il sol cala
là 've l'arco del ciel pon le sue corna,
o che dopo gran secca molle esala,
690quando cessa la pioggia, e il seren torna.
Così sôle odorar nel novo solco
terra molti anni d'alti boschi adorna,
poi che gli svelse et arse il buon bifolco,
e 'n lei fece col vomero le piaghe,
695che fe' Jasone in sul terren di Colco;
e dove augelli e serpi e fiere vaghe
avean lor case, or nudo campo s'ara,
perché il padron d'altro che d'ombre appaghe.
Daran le terre et uve e biade a gara,
700se ben partite elle saran tra i dui,
la spessa a Cerere, a Lïeo la rara.
Ma tante prove far sul campo altrui
come si può, che non sen rida, o sdegni
o il suo Signore o chi vi sta per lui?
705Vorreste dunque, ch'io vi dèssi segni,
che a torli l'occhio sol fosse bastante,
senza tanti strummenti e tanti ingegni?
Mirate l'erbe e l'arbori e le piante,
che per se stesse in quel terren son nate,
710o che altrui man le semini o le piante;
ch'elle vi potran dir la veritate,
e, meglio assai che astrologo o profeta,
promettervi abbondanza o steriltate.
Se l'erbe liete son, la terra è lieta;
715steril la terra, se sia arsiccia l'erba
e scemo ciò che indi si coglia o mieta.
E se l'arbore è grossa, ampia e superba,
o s'ha picciolo il tronco, i rami angusti,
mostra ch'è tal chi in sé li nutre e serba.
720E quanto più van verso il ciel gli arbusti,
più vien giù l'uva amabile e benigna,
e più sinceri e generosi i musti.
Il calamo, il trifoglio e la gramigna,
il giunco, il bulbo, il ruvo terren grasso
725mostrano, e più da campo che da vigna.
Ove l'edera negra, il peccio e 'l tasso
appare, non curate di tentarla;
ch'è terra fredda, steril più che sasso.
Terra simile a legno che si tarla,
730non pur che non vogliate io vi consiglio,
ma che 'l piè non si degni di calcarla.
Terren c'ha polve d'or, terren vermiglio,
e ghiara e sabbia e creta e tufo e selce,
non bisogna a schifargli altrui consiglio.
735il mirto, il rosmarin, l'ogliastro e l'elce
mostran terra amicissima a l'ulivo;
l'ebulo al pane; al buon liquor la felce.
Ogni terren, quantunque aspro e cattivo,
è ad uso uman, pur che nel suo si fermi,
740e non si sforzi agli altri ond'egli è schivo.
Che più che nudi scogli, arsicci et ermi?
E capparo e bambagia vi si crea,
questa a le donne, e quel caro agli infermi.
Uom ch'abbia vista la Pantalarea,
745com'io talor, gli è forza che concluda,
che terra non ha il mondo che sia rea.
Pietra cinta di mar, negra, arsa e nuda,
dove non credo che mai piovi o fiocchi,
e pur fa frutto, e quel secco osso suda!
750La miglior terra, che col piè si tocchi,
non pur s'apra col ferro adunco e grave,
qual sia dirò con note esposte agli occhi.
Quella che esala sottil nebbia e lieve,
onde in sul grembo suo l'aria ne fuma,
755e bee l'umore, e 'l caccia, qualor deve,
né la state vien secca, né la bruma
umida troppo, e di sua verde erbetta
sempre si veste, come augel di piuma,
né di rugine salsa il ferro infetta;
760questa le viti liete agli olmi intesse,
questa è fertil d'olive, questa alletta
greggi et armenti et a lor fresche e spesse
erbe ministra, e questa ai buon cultori
egual al gran desio reca la messe.
765Tal solcan terra il più degli aratori
sotto questo ciel nostro sì felice,
ove son l'erbe eterne, eterni i fiori,
ove Cerere e Bacco e l'inventrice
de l'ulive contendon di ricchezza,
770e dove è il paradiso, se dir lice;
delizie di natura et allegrezza,
di cui mai sempre il mondo in dubbio è stato,
qual sia più, la bontade o la bellezza.
Or entriamo a la villa a prender fiato;
775ché lo star fôra e volger pietre e zolle
v'ha forsi oltre misura affatigato,
e già vi vedo ormai di sudor molle.
3
Basti ch'abbiam finor corso le terre:
780benché a cercar gran parte sia rimasa,
tempo è ch'uom dentro si raccoglia e serre;
e, veduto il terren, veggiam la casa,
là dove si ristora ogni fatica,
e si ripongon frutti, ordigni e vasa.
785Del sito poco avanza ch'io vi dica:
ne dissi su, quando parlai de l'aria
ond'uom continuamente si notrica.
Sieda la villa in molte parti varia;
imiti l'edificio il corpo umano,
790che, qual negli usi, tal ne' membri varia.
Sieda alta alquanto, et abbia inanzi il piano;
e, per più maiestade e per più pregio,
gli arbusti e i colti tengasi per mano.
S'avrà dinanzi a l'uscio camin regio,
795o via che intorno intorno la inghirlande,
fia come a donna bella un giunger fregio.
E benché voglia autor famoso e grande,
che da publica strada ella si scosti,
io desio che la cinga a tutte bande;
800ancor che, tanto o quanto, più vi costi
l'aver talor de' forastieri in villa:
tengan gli avari i beni lor riposti!
E mi pare una vita assai tranquilla,
ch'uom non possa di passo a lite trarvi,
805o di terra, o di siepe che partilla.
E se volete a villa ricovrarvi,
vi bisognan degli agi e de' diporti;
ch'a le donne non sia duro lo starvi.
Voi non sete de' padri e de' consorti
810alle femine loro aspri e selvaggi,
ma de' gentili e nati ne le corti:
sete com'esser den gli uomini saggi,
da cui s'acquista onor, util s'accresce,
e né a strani né a suoi si fanno oltraggi.
815Non imitate alcun cui non incresce,
pur ch'ei si goda, ch'altri pianga e crepi:
lascia in prigion le donne, e di casa esce.
Non son le donne bestie da presepi!
Bisogna che piacer lor si procuri,
820ch'altro vedan talor, ch'arbori e siepi.
Oltra che fan più onesti e più securi
gli alberghi vie di passo inanzi o a canto,
fanno anco i giorni men noiosi e duri.
S'appresso avrà qualche magion di santo,
825ove ir possiate, almen le feste, a messa,
vi dico ch'ella val quasi altretanto.
E s'è tal, ch'a' suoi dì vi si confessa,
e vi si dà battesmo e talor cresma,
è un tesoro, una ricchezza espressa;
830ché potrete abitarvi e di quaresma
e d'ogni tempo, e voi e la famiglia,
me' che se fosse la città medesma.
In villa al gran dispendio si pon briglia:
il più de l'ore in opra si dispensa,
835e pochissima noia vi si piglia.
Poco mal vi si fa, men vi si pensa;
e se ha ne le città più passatempi,
hanno anco di perigli copia immensa.
Cercan gli uomini d'oggi il passar tempi;
840et io, che son d'opinïon diversa,
vorrei cosa che fosse arresta tempi.
L'ambizïone al viver santo avversa,
che 'l più de' nostri dì fa men sereni,
in villa raro alberga né conversa.
845Oh troppo fortunati, se i lor beni
conoscesser, color che si stan fôra,
tra colti poggi e valli e campi ameni!
Cui dà benigna terra, d'ora in ora,
quel che altrui fa bisogno, agevolmente,
850né suon di tromba i volti ivi scolora:
e se non han gli inchini de la gente,
né men han chi li turba e chi gli scuote
dal riposo del corpo e de la mente.
Oh felice colui che intender pote
855le cagion de le cose di natura,
che al più di que' che vivon sono ignote,
e sotto 'l piè si mette ogni paura
de' fati e de la morte, ch'è sì trista,
né di volgo li cal, né d'altro ha cura!
860Ma più felice chi, del mondo vista
la parte sua, non vi s'appoggia sovra,
aitato dal saper ch'indi s'acquista;
ma in villa ch'è sua tutta si ricovra,
e degli anni e dei dì c'ha spesi indarno
865a se stesso et a Dio parte ricovra.
Così potess'io, tra Sebeto e Sarno,
menar omai la vita che m'avanza
con le ninfe del Tevere e de l'Arno,
da le quai fei sì lunga lontananza;
870e, de' signor sgannato di qua giuso,
fondar nel Re del Cielo ogni speranza!
Deh, sarà mai, pria che giù cada il fuso
degli anni miei, che a' piè d'una montagna
mi stia, tra colti et arbori rinchiuso;
875e con la mia dolcissima compagna,
qual Adamo al buon tempo in paradiso,
mi goda l'umil tetto e la campagna,
or seco a l'ombra, or sovra il prato assiso,
or a diporto in questa e 'n quella parte,
880temprando ogni mia cura col suo viso?
E ponga in opra quel c'han posto in carte
Cato e Virgilio e Plinio e Columella,
e gli altri che insegnâr sì nobil arte;
e di mia mano innesti, e pianti, e svella
885la spessa de' rampolli inutil prole,
che fan la madre lor venir men bella;
e con le care figlie, e, se 'l Ciel vole,
spero coi figli, a tavola m'assida,
la state ai luoghi freschi, il verno al sole;
890e di mia man fra lor parta e divida
l'uve e le poma; e, s'io mi desti o corche,
con loro io mi trastulli, e scherzi, e rida?
Bocche mi paian di balene e d'orche
le porte de' palagi, e le colonne
895e le loggie real talami e forche;
e 'l Vasto e quattro o cinque illustri donne
ad inchinar talor sol mi riserbe,
cui servo in chiare et in oscure gonne?
I pavimenti miei sian fiori et erbe,
900rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi,
e botti l'arche ove il tesoro io serbe;
né curi ire a palazzo o star a' banchi,
e dimandar che faccian Turchi o Galli,
se arman di novo, e s'ambiduo son stanchi?
905Non sia obligato a suono di metalli
giorno e notte seguir picciol zendado,
forbir arme e notrir servi e cavalli;
e, qual si sia, contento del mio grado,
non cerchi di chi scende o di chi poggia,
910o che altri m'abbia in odio o li sia a grado;
e quando i dì son freddi e versan pioggia,
con la penna io, le femine con l'ago,
passiam quelle ore in cameretta o in loggia?
Se mai vi giungo, e' mi parrà, già pago,
915ch'abbia negli arbor miei maggior tesoro,
che non avean quei che guardava il drago!
Non avesse altro bene, altro ristoro,
che scostar l'uom da la città corrotta,
comprar si de' la villa a peso d'oro.
920Mi meraviglio (a tal vedo ridotta
la fera turba che qui dentro alberga),
come il terren non s'apra, e non ne inghiotta,
o come il mar tanto alto un dì non s'erga,
che avanzi questi monti, e 'n noi s'attuffe,
925e 'n un punto ne affoghi e ne sommerga.
La poca fé, le rubberie, le truffe,
le proprie utilità, l'altrui gravezze,
le tante uccisïon, le tante zuffe;
le pompe, le lascivie, le mollezze
930non men ne le berette che ne' veli,
le bestemmie, il mal dire e le alterezze,
e l'altre sceleragini crudeli,
il cui lezzo là su credo che saglia,
non so come soffrir possano i cieli.
935Ma, quando d'altrui vizii a voi non caglia,
per fuggir molte cose via men gravi,
stimo la villa ogni alto pregio vaglia:
l'urtar de' giovanetti e cavai bravi,
l'accompagnar signori, il seguir cocchio,
940il far noi stessi in mille guise schiavi,
il visitar sovente, il gir con occhio,
com'uom ch'abbia nemici e questi e quelli,
or salutar col capo or col ginocchio,
il veder tanti e tanti dottorelli,
945c'han sì contrarî al titolo gli aspetti,
che farian noia a statue il vedelli.
Vedo ir con toga mille garzonetti
degni ancora di bulla e di pretesta;
e maestri degli altri vengon detti!
950Legge farebbe il re bella et onesta,
se 'l termine negli anni statuisse
al tor di grado et al cangiar di vesta:
senza cagion dal Tosco non si disse,
per mostrar che 'l saver venga col tempo:
955— Nestor, che tanto seppe, e tanto visse —.
Uom che, qual voi, sappia partirsi il tempo,
dico c'ha in villa ognor mille sollazzi.
Ma fabrichiamla omai, ch'egli è ben tempo.
Io non vo', che le ville sian palazzi
960che ingombrin molto, e chi vi vien che veda
terren dove men s'ari che si spazzi.
Quanto in grandezza più la casa ecceda,
più vi dà costo, e più men vostra fasse;
ch'or questi or quegli avien che la vi chieda.
965Salvo se tor palagio v'agradasse,
perché talvolta, e veramente il penso,
l'alta donna del Vasto ivi albergasse.
S'egli è ciò, che sia regia io do il consenso;
ché 'l mal ch'un solo incomodo v'adduca
970col ben di mille glorie ricompenso:
ch'avervi e lei e i suoi e 'l vostro Duca,
credo che a voi parrà, senza esser empio,
che 'l terren vostro a par del ciel riluca.
Qual fia il piacer, sinora già 'l contempio,
975veder correre il mondo, o caldo o gelo,
a casa vostra, come a sacro tempio.
E s'Ischia un tempo a Samo, a Creti, a Delo
fece invidia et a Cipro et a Citera,
la vostra villa or farà invidia al Cielo.
980Oltre il diporto che da voi si spera,
ella farà con gli occhi, a mezzo il verno,
nel poder vostro autunno e primavera.
Né sia tante il terren, ch'al suo governo
non aggiungan le forze di chi 'l prende,
985onde il vicin ne rida, e l'abbia a scherno:
poca terra e ben cólta, assai più rende,
che molta e mal trattata; onde uom devria
tor men di quel che 'l braccio suo si stende.
Benché alcun voglia, che la villa, o sia
990in calda parte o in fredda, o in erta o in piana,
il volto esposta al mezzodì si stia;
ne' luoghi caldi, io vo' che a tramontana
guardi, e ne' freddi a l'austro, e ne' temprati
là ond'esce il marzo, dicon, la Dïana.
995Sia grande pur, sì che vi stiano agiati
il villico, il signor e gli animali,
gli ordigni chiusi e i frutti conservati:
che se fan danno i tetti ampi e reali,
qualor la villa di strettezza pecchi,
1000porta ancor degli incomodi e de' mali;
ché avien, che 'l frutto o infracidisca o secchi,
s'è mal riposto, o che l'un l'altro s'urti,
o che verme sel roda, o ucel sel becchi;
e rado giungon dal dì lungo ai curti
1005le fatiche degli uomini e de' buoi,
e spesso incontran le rapine e i furti.
E, se non ha l'albergo i membri suoi,
comprate pur, se 'l loco non è angusto,
sì che possiate fabricarci voi,
1010e farvi de le stanze a vostro gusto,
or una or altra agli usi accomodata,
qual di decembre buona e qual d'agusto.
L'aver villa ben concia e ben ornata,
ove per poca agevol via si monte,
1015fa che sia dal signor più frequentata;
che ogni giorno vi vada, ognor vi smonte:
e del padron le giova e giorno e notte,
via più che la collottola la fronte.
Sianvi sue volte, ove s'arringhin botte,
1020e più del vino che 'l poder produce;
e più m'agraderian, se fossen grotte.
Il vento, l'uman piè, l'aria e la luce
entrin per borea; e 'l men che può le guarde,
non che scaldi, il pianeta che 'l dì luce.
1025Stanza non vi s'appressi ove foco arde,
o che sporcizie accoglie o fuor le scaccia;
e se vi sia, l'emenda non si tarde.
La corte spazïosa; ma non giaccia
sì, ch'entro e fuor s'allaghi al tempo pluvio,
1030e fango eterno aria mortal vi faccia.
Sia larga assai, né curi di Vitruvio;
acciò che dentro più animali accolga,
che non ne salvò l'arca del diluvio.
Qui si veda il pavon, che in giro sciolga
1035sue vaghe gemme, e spregi ogni altro augello,
e, guardandosi il piè, talor si dolga;
e 'l pavon d'India, peregrin novello,
augel, se ben non ha sì nobil coda,
non men buon, morto, che quel, vivo, bello.
1040Ivi di dì e di notte il rumor s'oda
de le torme de l'anatre e de l'oche,
guardia fedel contro a notturna froda;
e stridoli polcini e chioccie roche,
e galline straniere e del paese
1045(molte di queste, ma di quelle poche)
v'abbian lor piazza, ove di mese in mese
sul vivacciaio, sul polvere e su l'aia
si trovin da beccar senza altrui spese:
e 'l bue che steso muggia, e 'l can che abbaia
1050le notti, e 'l gallo ch'al villan dà legge,
una armonia dolcissima vi paia;
e serrar vi si possa armento e gregge
ad un bisogno, s'Aquilon protervo
fa che di neve il monte e 'l pian bianchegge.
1055Qui cavriuol domestico, lì cervo
cui sonante monile il colle attorca,
or coi fanciulli scherzi et or col servo;
e si veda la grassa e stanca porca
con più figli attaccati a le sue poppe,
1060ch'or sul letame or sul terren si corca;
e 'l fico e 'l pero che Austro e Borea roppe,
da rozza man cavati in varie foggie,
sian di questi animai l'urne e le coppe.
Abbia il cortile sue capanne e loggie,
1065che i maggior legni, scale, aratri e carro
riparino dal caldo e da le pioggie;
e l'aia dentro, acciò che 'l grano e 'l farro
si scotan da le paglie, e fuor non trove
da involar il villan ladro bizarro;
1070et ampi tini e laghi a tetto, dove
l'uva si prema, e, se gran sol l'aggiunge,
non arrughi, o marcisca qualor piove.
Il granaio da l'aia non sia lunge,
né dal tin lunge la cantina voglio:
1075buono architetto sempre li congiunge.
Siavi loco da farsi e servarsi oglio,
da quel diverso che del vin già dico:
sia, s'esser può, sotto alcun tufo o scoglio,
esposto, acciò che sia caldo et aprico
1080senza accendervi foco, al mezzo giorno;
perché 'l fumo è de l'olio gran nemico.
Ampia sia la cocina et ampio il forno;
che pascan molti, e, le sere aspre e gravi,
il rozzo stuol seder vi possa attorno:
1085a volta, non a tetto, ancor che gravi;
che non teman di pioggia che li bagne,
né di favilla che s'attacchi a' travi.
Goda la villa i monti e le campagne,
e parimente il mare e la riviera,
1090se ben non ode quando freme e piagne.
Sia fabricata e sieda in tal maniera,
ch'abbia di verno il sol, di state l'ombre
il più del dì, se non da mane a sera.
Muro non tema incontro, che l'adombre;
1095e siavi giardin publico e secreto,
ove uom talor sue gravi cure sgombre,
e, benché angusti, vigna, orto, oliveto
e prato; e vi desio qualche selvetta,
che faccia il loco via più fresco e lieto.
1100Se selva avrà, che ferro ivi si metta
non ho timor, che piè le tronchi o chiome;
tanto il veder di selva a voi diletta.
Che fate? Oimè, sin di qua veggo, come
vi siete tutto scolorato in volto
1105in udir solo de la selva il nome!
Vedo il pallor che in riso s'è rivolto,
e vi si fan vermiglie ambo le guancie,
come uom ch'in fallo a l'improviso è colto.
Soffrite ch'io con voi mi rida e ciancie.
1110Parmi d'udir, che voi tra ' denti dite:
— Le mie piacesse a Dio che fosser ciance! —.
Et io vi dico: Fratel mio, seguite,
seguite Amor, ché, se ben v'arde e sface,
men noia è il far l'amor che l'aver lite;
1115seguite pur Amor, quanto vi piace,
ché sembra un'alma, dove Amor non stanze,
casa di notte senza foco o face!
E un dì vi mostrerò certe mie Stanze,
là dov'io provo a pien, ch'un cor gentile
1120più deve amar, com' più in età s'avanze.
Agli ippocriti falsi, al vulgo vile
lasciate questi scrupoli di fama,
e voi seguite il vostro antico stile:
vergognisi d'Amor chi vilmente ama,
1125et arde e langue di lascivo amore;
non chi sol gloria a la sua donna brama.
Oltre ch'a sempre amar v'inclina il core,
tutte le leggi voglion ch'esser deggia
tale il buon cortigian, qual'è il signore;
1130e s'anzi il dì la barba vi biancheggia,
basti che 'l corpo ha le sue usate tempre,
e morbida è la guancia, eo vi rosseggia.
Ardete, e 'l vostro ardor mai non si tempre:
ché 'l nome suo, che Venere a voi diede,
1135di ragion vi condanna ad amar sempre.
Poi che, parlando, ch'uom non se n'avvede,
dove a la villa io mi credea d'andarne,
a la selva d'Amor portonne il piede,
qui già tanti anni avezzo di portarne;
1140qui vo' che si finisca il camin nostro,
ché in miglior parte uom non potria lasciarne.
Qual il poder si compri, io v'ho già mostro
a consiglio d'antichi e di moderni,
perché sia buono eo degno d'esser vostro.
1145Se gli affanni domestici o gli esterni
non m'impediscon, forse, un dì di questi,
dirò come si tratti e si governi.
Intanto io pregherò, ch'ella vi presti
il suo favor Fortuna nel comprarlo,
1150sì che da desïar nulla vi resti:
né pur vengan sovente ad onorarlo
Flora e Pomona e Cerere e Leneo,
ma non possan mai punto abbandonarlo;
e quanto scrisse il Mantovan, l'Ascreo,
1155il Greco e 'l Moro e chi 'n sul Tebro nacque,
di buon vi venga, e fuggane di reo;
e piaccia sempre a voi più che non piacque,
et al produrre et al servar de' frutti
propizie egli abbia le stagioni e l'acque,
1160l'aure e le stelle e gli elementi tutti.