Il risorgimento d'Italia/Parte I/Mille dugento - Capo quarto

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Mille dugento - Capo quarto

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Parte I - Mille cento - Capo terzo

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Mille Dugento. 227
CAPO QUARTO.

s: vJmor parlammo della letteratura d’Italia * e degl» italiani, ma propriamente nulla si disse intorno alla vera letteratura italiana. Tutti scrissero latinamente smova gli autori, e tutti studiarono, e coltivarono solamente il sapere latino, ed alquanto di greto * e d’arabo eziandio, siccome lingue esse ^ole scientifiche j e degne di scriversi, e sole Infatti arricchite di classici autori * ed esemplari. Or comincia I» Italia a pregiar la sua lingua volgare i a scrivere in quella, a tentare per essa que’ primi passi, che poi verranno emulando le generose carriere nell’arti belle, e nell’ottime discipline de’ romani e de» greci. Non già i che la lingua volgare d’Italia allor solo nascesse, poichè pariavasì molto innanzi. Opinion più comune si e, ch’ella sino dal settimo secolo incominciasse a formarsi con propri lineamenti e sempre più poi venisse aumentando e distinguendosi dalla latina, e dall’altre di Europa.

Ovt

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228 Capo quarto
Ove trattiamo della sua origine più da

vicino può riconoscersi la sua storia di grado in grado, Qui non dobbiamo parlarne se non quanto appartiene al risorgimento per lei degli studi, e dell’ingegno in Italia. Ognun subito mi domanda, come mai tanto tardi, cioè dopo ben cinque secoli dal suo nascere pervenisse alla formazione, e dovizia da poter essere scritta in materie d’ingegno. E tanto più destasi curiosità, quanto molti ancor cercano, perchè tale dominio ottenesse il latino tra noi, e cotanta autorità, che sin due secoli fa molti dotti giudicarono solo capace delle nobili facoltà, e dell’opere letterarie; e sino al secolo nostro, anche iq opere non destinate ad altre nazioni., molti scrivono in prosa, e in verso latinamente; quasi scrivano ancor pei romani, quasi arxossiscano della lingua nativa, o l’ignorino o la credano inetta a tal uso.

Tal quisito non si dichiara sì facilmente, come sembra alla prima veduta, ed io penoso dover ripetersi molto d’alto il principio di tale usanza, e le ragioni di tanta ostinazione. Prima dunque s’intenda come in Eu-

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Mille Dugento. 229
Mille Ducekto; izp

topa regnando la lingua latina lasciatavi da’ romani, e da lei pullulando a poco a poco le lingue volgari, queste furono tozze, imperfette, e popolari soltanto; La barbarie, la solitudine, l’ignoranza, le guerre, e i fieri costumi lento fecero, e contrastato il viaggio di queste lingue. Carlo Magno, e la sua córte potea rinvigorirle, poichè parlavano j e usavanle; ma il bisogno maggior, che s’avea del latino alla riformazione de’ popoli per gli autori maestri, ed originali d’ogni sapere richiesto, principalmente di religione, e costume, fu cagione, che quello si proteggesse, si aprissero scuole, si pubblicasser grammatiche di latinità lungo tempo* Ricaduti gli studi di nuovo sotto i suoi successori ognor più prezioso divenne il latino insino al mille, e di poi per nuovo ristoramento da tanta ignoranza, quantunque ancor prima del mille fosse parlato V italiano compiuto j e comunemente, come dall’epitaffio si trae di Gregorio V. (*) in cui distinto

si

CO *". ève délh lingue,

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230 Capo quarto
si vede il volgare italiano in Roma dal fran»

cese, e dal latino. Intanto però gli studiosi, massimamente in Roma, sede di religione, erano gente di chiesa, e trattavano sacre materie unicamente o poco meno, e tutti i libri, su quali studiavano, componevano, commentavano, tutti eran latini, o tradotti in latino, come pur l’era il linguaggio della chiesa ne’ suoi misteri, ne’ suoi uffici, ne 1 riti » nelle cerimonie, nelle leggi, e per tutto, sol qualche cosa prendendo di greco al bisogno. i

y Tanta unione colla religione fu sempre il più forte motivo a conservare, e studiar quel, la lingua, come sempre sarà necessaria per Je persone, e le professioni religiose ne’ loro studi più gravi. Ma perchè dunque fu, e parve non meno nell’altre classi degli uomini, e degli studj? Perchè formata già- tanto» e arricchita la lingua italiana stette ignobile, e fu disprezzata dai dotti? Perchè anc’oggi da tanti si preferisce una lingua morta, antica, straniera alla vivente, usata, nativa ancor quando si scrive ai soli concittadini, e non a tutta l’Europa (Una sola risposta.

tut-

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M,j ll3 Ducento. 231

tutto comprenderà, cioè perchè non fu principe, o legge sì efficace giammai, che obbligasse ad usar la volgare scrivendo, a studiarla, a propagarla. Questo merita dichiarazione.

Se una efficace autorità con premi e onori avesse incitato ogni uomo di studio sul primo formarsi bastantemente la lingua volgare a comporre in questa, avrebbe affrettato più secoli il pieno risorgimento di lei*, e della italiana letteratura. Senza simile impulso la lingua rimase nel popolo, si scrisse popolarmente, e fu destinata scrivendosi a qualche istruzione soltanto, e piacer popolare. Dunque l’opere prime scritte in volgare furono ignobili cronachette, leggende, fioretti, e il maggior numero furon romanzi, e poesie amorose. Or che n’avvenne? Lessero queste sol gì’ignoranti, e le persone sol sfaccendate, e date al piacere ozioso. Così niun credito, e onore ottenne la lingua presso agli uomini serii, che la guardarono con disprezzo. Crebbe in tal guisa il credito del latino, e l’orgoglio de’ dotti. Non videro essi per isventura nodrirsi da quelle iet-» P 4 ture,

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232 Capo quarto
ture, quantunque frivole, la piacevolezza *

l’urbanità, la coltura piò lieve prime sorgenti, e preparazioni alla grave $ e ignote insino ad allora tra l’armi, e la ferocità, la qual diviene più fiera senza que’ lenitivi dissimulati, e soavi. Dunque le migliori dottrine furono inutili alla moltitudine, e l’ar* ti umane, e gioconde agli scienziati, onde quella mantenne la sua ignoranza * questi la loro dotta salvatichezza. Se però gli uomini di talento j e di studio avessero coltivato il volgare i ognun letto avrebbe, e imparato le nobili discipline, come ognuno scrivendo avrebbe renduta la lingua ricca illustre eiegaate piìi presto. Lei depurata, e nobilitata così, l’eloquenza nostra, e la poesia divenivano arti liberali ben tosto, quali esser deano. Queste influivano nelle compagne pittura, e scoltura, risuscitando il genio d’imitazione verso gli antichi, giacchè gli scrittori avrebbono trasportate nell’uso della lor lingua quelle bellezze greche, e latine, che pre" giarono nell’uso delle lingue morte, e quur di le sane idee di proporzione e di gusto, di grazia di forza e d’armonia propagava»-

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Mille Dugento. 233
Mille D u e e n t e.* «3 j

Vansi. E non altrimenti, a ver dire, è sempre avvenuto, sempre facendo la lingua il primario destino del coltivamento de’ popoli, perch’essa e Io stroraento primario dell’arti belle k

Invece di tener questa via temettero i dotti di non giugnere alla posterità (a cui sempre mirano ancor non pensandovi) per una lingua bambina, ed inetta, poi scherzevole, ovver profana, qual la lasciarono per loro colpa. Ma ne sono poi stati puniti severamente, perchè alfìn giunto il volgare a possanza, e dominio, fece conoscere alfine, che furon essi incolti, e rozzi scrittori dal mille sino al secolo XV. che poco altro merito s’ebbero fuor di quello del lor latino; e che poi nel XVI. e in appresso, benchè giunti a eleganza, e bellezza di stile, non sono altro, che imitatori servili, che tessitori di frasi, che scrittori poco utili, e a pochi.

Per compimento di questa ricerca vuol infine osservarsi un altro danno venuto sin da principio, e poi più innanzi trascorso da questo sprezzo dell’italiano linguaggio. Ninno vuol titolo d’ignqrante, tutti hanno lor vanità.

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234 Capo quarto
ruta. Il più degli uomini adunque gentili,

e d’onore gelosi non potendo vantarsi del bel sapere, come que’ latinisti, vanraronsi di non sapere, e volsero a gloria il dispregio di quelli, tenendo la loro letteratura in conto di pedantismo proprio solo di gente codarda, e dappoco. Giunsero per tal mezzo a vergognarsi di sapere scrivere il loro nome, C non è gran tempo, che ciò si tenne a titolo di grandezza, e di nobiltà, e fu l’orrore allo studio prerogativa, e carattere di valore guerriero. Da ciò venne in nazioni, «d in tempi più militari il rappiattarsi glj stud; ne’ chiostri per non comparire troppo ridicoli in mezzo a tal mondo) tanto più, che de’ vescovi stessi, e de’ prelati d’illustre nascita, e spesso di principesca furon gelosi di Ior nobiltà: la sostennero su quegli esempi, furon guerrieri, e ignoranti, come il lor clero. Cos) avvenne pur anche, a dir tutto, che gli studj avviliti, e ristretti tra mura claustrali, poco avanzaronsi, molto stettero nelle scolastiche sottilità, tennero salde le imbevute opinioni, perchè non cimentate ai di fuori, e resero eterni i ior pregiudizi j

per-

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Mille Dugento. 235
r

Mille DugeNto. ztf perchè sempre tra lor circolarono, essendo ognor necessario il commercio del mondo al progresso della dottrina, come a quello delle ricchezze, Quanti mali pertanto avrebbe

impediti un legislatore, e un governo, che

la lingua volgare avesse promossa efficacemente, come fecesi poi nel 1500., e in Fran* eia nel 1600. e in Germania nel 1700.? Ma tempo è di parlare dei beni, che nel secolo XIII. produsse ella alle lettere nell’Italia.

Tutto sino ad allora fu Scritto in latino » perchè solo scriveano principi, vescovi, letterati, nota;, e questi sempre latinamente; che se mercanti, od altri per caso scrisser volgare, tutte quasi perirono le lor memorie, né si curarono. Cominciò a scriversi in lingua toscana alla fine, e quindi nella volgare comune, onde i toscani son padri della nostra letteratura. Fuor di toscana più tardi si scrisse, perchè i dialetti lombardo, napoletano, romagnuolo, veneto, ed altri più indegni sembrarono di quell’onore. Ma il dialetto toscano era sino d’allora gentile, non tronco, non aspro cotanto, e già tenuto miglior degli altri potè sembrar degno di

dot-

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236 Capo quarto
dotre materie j e dalle labbra passò sulle carte.

Ma qual fu il primo autore, qual la prima opera in lingua tale composta? Ciò curioso è a sapere, ma non è possibile di saperlo. Anche questo principio è, come gli altri, incerto confuso indeterminato, peri che insensibilmente tutto è prodotto, nè si può dir qui comincia. M’immagino, che la necessità, come suole, fu in ciò pure la prima maestra, e questa incominciò co’ libri di conti, con lettere di cambio, e di mercatura, con ricettar j consulti di medici fatti per chi non intendeva latino, e con quaderni di traffico, o d’economia tra privati* Dì questi infatti alcuni ven’ha testi di crusca. Appresso qualche pio monaco disoccupato spinto da divozióne verso d’un santo, e da zelo* verso del popolo avrà scritta in volgare una vita, o leggenda, come quella è di santa Umiliava, ed altre prima del ijoo. composte, e testo anch’esse di crusca; il volgarizzamento della storia di Barlaam, e Giosafat dal francese in quel torno j e molt’altri aibondarono, perchè è più facile il rradur, che il comporre, e si traduce pel popolo speziai-

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talmente. Ad esempio di questi l’amor della

patria spinse alcuno a scriver memorie private, che troviamo in ogni dialetto, ma le toscane per la lingua più furono in pregio f Può dirsi però prima storia volgare quella di Ricordano Malaspina, e dopo lei quella di Dino compagni, seguito poi dai Villani, e da altri, come vedremo. Ma niuno de’ primi scrittori pretese scrivere ai posteri, comporre un’opera, come noi l’intendiamo ma sol per se stesso, e per alcuni concittadini occuparsi a passatempo. Sicchè ne storie trattati, o volumi a dir s’hanno di letteratura per anco, e quindi la lingua poco s’accreditava, e chiunque intendeva ad essere autore, e farsi nome nel pubblico, e tra i dotti, al latino si tenne.

La prima adunque in credito d’arre, e di studio gentile venuta, a cui però si dee la gloria delle prime opere dotte, e della vera creazione del nostro linguaggio, fu la poesia (a). Nata essa al piacere fu sempre la

pri 00 Le città di Toscana cominciarono a riaversi, e a dare opera agli studj, e alquanto limare il grosso

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238 Capo quarto
prima tra tutte le genti, e il fu tra noi j

perchè il piacere è un primario bisogno tra popoli stanchi della vita tumultuosa, e sul primo gusto d’un sapore più dilicato, sicché se per bisogno di religione e coscienza la teologia, di sanità e di vita la medicina, d’interesse e di quiete la giurisprudenza son le più necessarie, non meno la poesia l’è pure ài bisogno di vita lieta, e tranquilla. Ma siccome di questa al secolo prossimo dovremo parlare al chiamarci il primo vero poeta italiano, oltre a un proprio trattato* che di lei a parte facciamo, così non è mestieri, che d’accennar qui brevemente com* ella giovò alla letteratura italiana nascendo ed alla lingua.

Già ben accolti erano a tutte le corti i

can^

io stile, e cosi appoco appoco vennero ripigliando vigore, ma molto debolmente, e senza vero giudizio di gentilezza alcuna, piuttosto attendevano’ a dire ia rima vulgare, che ad altro. E’così per insi. no al tempo di Dante lo stile letterato £ cioè latino ) pochi sapevano, e que’ pochi il sapevano assai male ^ Leonardo Aretino vita del Petrarca.

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Mille Dugento. 239
cantori, suonatori, e i poeti sin colla lingua

romanza madre della volgare con nome di trobadori, di menestrieri, di giullari, e simili, e ognor più i principi gli ebbero cari, anzi compagni, essendo stati i principi stessi primari poeti dopo del mille in Francia prima, e in Provenza, poi nella Sicilia, e tra noi Federico I. tra questi sparse in Italia quel gusto, principalmente in Sicilia, e nel regno di Napoli verso la metà del secolo XII., e suo nipote in appresso Federico II. assai più, perchè più protesse, e amo l’Italia, e que’ due regni beneficandoli, come vedremo, col favore agli studi impertito. Ei non contento di aver cantori poeti al suo fianco, maneggiò le Ior lire, e compose di poesia, e non contento del provenzale usato sino a lui verseggiando, prese nel nostro linguaggio a far versi (a). Dietro ad esempio tanto au tore-

00 Federico II. Imperadore, e re di Sicilia nod sol fu poeta italiano, ma per tutta Italia patrocinò la poesia sino ad avere nel suo palazzo in Palermo una quasi accademia di letterati a cui s’ascrissero t figli inoi Manfredo, ed En2©. Quindi Dante asserisce

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240 Capo quarto
torevole scrisser molt’altri a gara, e provossi

il già detto da noi, che un principe avrebbe sempre dato vita, e vigore alle lettere, ed alla lingua. Quella fu la lor epoca veramente, ognun pregiò quella lingua, si scrisse non solo, ma si propagarono quelle poesie, le lesse 1* Italia, le conservò, e noi n’abbiamo le rime de* poeti antichi.

Quel linguaggio pertanto, che prima al popolo, e all’oscurità parea condannato, parve nobile, e illustre, onde dai versi poco a poco passò nei romanzi, alla storia, alle arti, e gettò i fondamenti non men del patrasso, che della letteratura italiana. Scrivendo però con filosofica imparzialità deve notarsi anche il danno venuto alle lettere da cotal fondamento di poesia, dar qual giova Conoscere il principio di molti abusi inosservato in Italia. Se la poesia condusse per mapò le lettere, e l’arti italiane, trasfuse in

loro

risce esser venuto il chiamarsi la nostra letteratura, e lingua siciliana, perchè aunnto i dotti italiani scrivevano, tutto principalmente dalla corte uscio, fi que y regnanti, De vulg. Eloqu,

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loro non meno più che non conveniva dell’indole

propria, e talento. Giovò, è ver, soprattutto ad ammansare i costumi, ad interromper le furie guerriere, ad occupare non pochi coi versi, col canto, col suon, col pennello; gran benefici, perchè quanti sono pacifici cittadini, perchè un violino, una canzone, un’aria, ed un quadro fan la loro passione ? Ma nel tempo medesimo la poesia dominatrice su tutti gì 5 ingegni, e sul pubblico gusto amando per sua natura il mirabile, usando la favola, esagerando la verità, le tradizioni, le opinioni, sparse per tutto errori, false idee, superstizioni, onde guastaronsi la religione, e la storia sacra, e profana, invalsero mille puerilità per più secoli, da quei più creduli agli altri scendendo, e ricevendosi come storici monumenti que’ » che furon capricci poetici, difficilissimi poi a sradicarsi, come ognora proviamo, allor massimamente che diano gloria a una città, e lusinga, o che siano protetti da immagine di religione, e in opere sacre depositati. Derivò poi nuovo danno da quell’origine delia lingua, e della letteratura ne’ nostri co» Tomo VII, Q stu*.

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242 Capo quarto
«turni. Potè dirsi una setta quella de’ troba.

dori, e poeti, e le sette sappiamo, quanto influiscono nella morale, e «nel genio d’ogni nazione. L’epicureismo corruppe i greci, e i romani, al parere di Montesquieu, e fu nuovo epicureismo per noi quell’amore cantato nei versi, e nei romanzi, onde venne la frivolezza, la galanteria, la follìa ne’ francesi, e ne’ provenzali, quindi ne’ siciliani, e in tutte alfine le provincie italiane più colte. Or gl’intelletti avvezzatisi a quel mirabile, che sì forte rapisce, come i cuori a quel molle, che tanto seduce, non gustan più il vero, non aman più il giusto, e l’onesto. Così s’altera tutto, e gli scrittori per esser letti, e graditi son romanzieri. Il furono in ogni nazione così per gran tempo, e chi può dir sin da quando? Sempre è l’ultima la ragione, e la filosofia, sempre l’errore, e l’inganno precedono. Da Tito Livio, anzi da Erodoto sino a noi i miracoli strani, le apparizioni, le fattucchierie non men, che le origini più mirabili, e sin celesti piacquero sempre, e chi può dir quando dispiaceranno?

Giac-

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Mille Dugento. 243
Giacquero adunque le belle lettere nèll’ina

fanzia al secolo XIII., nè può giustamente vantarsi o storia, o eloquenza, od altra pur disciplina, che latina non fusse, se ponno dirsi neppur tali a quel tempo. I predicatori in latino parlavano, come pure gli ambasciadori a prìncipi, i prelati ne’ concìli, £ magistrati nelle repubbliche; questi talor forse nel loro dialetto, come più ch’altri i veneziani. E* ver, che quella repubblica versp appunto il 1200. fece a Marsilio Giorgi comando di scriver la storia de’ suoi domini in oriente, come abbiamo dal Foscarini. Ciò nondimeno o non fece Marsilio, o non. pervenne a noi i’ opera sua, che certamente in latino stata sarebbe, o nel volgar veneziano, come molt’altre a que’ primi tempi.

Seguivan gli studj a fiorire per mano della lingua, e degli autori latini, di che tempo è che parliamo. Ed oltre ai sacri, e ai. romani, che sinora ebber luogo più illustre, quegli devono rammentarsi, che Federico ìt anche in mezzo alle guerre, agli scismi, agli errori, che ognor turbarono Italia per lui, e per altri protesse ed innalzò. Sjì ben di spo-

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244 Capo quarto
sposto a favor de’ suoi regni, e delle lettere

amene, com’è veduto, fu ancor sollecito delle scienze in gran modo. Eresse a Napoli università, favorì la scuola medica antica di Salerno, amò specialmente Gastronomia, facendo dall’arabo trasportar l’almagesto di Tolomeo in latino, instituendone cattedra propria, e l’opere pur d’Aristotele con altre di medici, e di filosofi, chiamando a- tal uopo uomini scelti, e nelle due lingue periti, dice Pier dalle Vigne (a) suo segretario. A gara con lui Alfonso re di Castiglia corresse le tavole di Tolomeo, chiamati a Toledo nel 1240. astronomi, e dotti, cristiani, mori, ed ebrei, onde furono celebri le Tavole alfonsine del 1252. pubblicate, e tosto in Jtalia recate da moiri a sempre più accalorar

Qa) Creduto padovano, o Capuano nn de’ più gran dotti in gius, e gran politico, ed eloquente assai, come gli storici di quel tempo affermano. Fu in gran favore, e autorità presso all’imperadore, poi caduto in sua disgrazia. Anche come di poeta volgare ne parleremo. Di lui restano lettere in $*ù tomi stampate.

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Mille Dugento. 245
N

Mille Dugemto. 14^ far quello studio, che pareva il più riputa» to, come l’opera di Tolomeo pareva il libro universale. Ne molta laude però dee venirne a quel tempo, perchè alla fine poi era P umana stultizia perduta dietro all’indovinare, alle sorti, agli oroscopi, alle predizioni astrologiche, onde ciò primamente moveva. E n’è pruova Io stesso imperador Federigo 0*) che con tutti (principi, si può die d’Africa, e d’Europa, i capitani, i potenti ebbe a fianco in autorità come d’oracoli i vani astrologi, e gì’impostori. Non sì misera

ÓO Troppo sarebbe da dire sull’astrologia, da cui ad ogni occasione prendean consiglio Federico II., e i principi tutti fuor de’ pontefici. Manfredi figlio dell’imperadore volendo porre la prima pietra di Manfredonia fece in Sicilia, ed in Lombardia cercar du« strologhi de’ più famosi. Da ciò venne l’altra follia di profetare, onde in pregio si tennero le profezie di Merlino, quelle * che han nome di S. Malachia, quelle di Gioachimo Abate, di cui sopra parlammo, le quali nel U50. furon mandate come gran cosa dal cardinale di Porto in Germania, « si credono figurate iu Venezia sul pavimento di S. Marco .nche pura». Ognun può confrontarlo.

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246 Capo quarto
sera fu però dappertutto l’astronomia. Due

ne riconobbero, e coltivarono il vero suo pregio; Guido Bonatti (a), e Leonardo Fibonacci, che portò l’algebra il primo dagli arabi, i numeri arabici introdusse a gran co» modo dell’aritmetica,, di cui fece un trattato, ed un altro d’agrimensura. Più nobilmente eziandio, perchè più uti! men-

r jìy II Bonatti fu Forlivese, e fiori circa il 1230. e j2do., mori prima del 130*. Benchè dotto astronomo fu sedotto dall’astrologia, per cui fu caro a molti principi d’allora. Le sue molte opere ne san gua*

  • te miseramente. Leonardo Fibonacci, o figlio di

Bottaccio Pisano viaggiò in oriente, studiò in Costantinopoli trafficando, e in Barberia con fondaco »uo nella città di Bugia; fu in Egitto, Siria, Grecia per traffico sempre osservando, e studiando in quelle lingue. Compose il trattato dell’aritmetica nel I1C2., quel d’agrimensura nel 1220, e l’algebra, e i numeri, o cifre arabiche primo seppe, e mostrò, le quali da Ini fur dette Indorum figuri, perchè dagl’indiani portate in Levante, e in Egitto, ove il commercio traevali. Di lui vedi Targiopi viaggi di Toscana, ove attribuisce con probabil jagioae a’ fiorentini 1* invenzione delle lettere di caov bio 3 che Montesquieu attribuisce agii ebrei.

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Mille Dugento. 247
/

Mille Ducente 247 mente l’astronomia coltivarono i veneziani, perchè per essa i gran viaggi osarono d’intraprendere e ad altri aprire con le osservazioni, di che l’Italia tanto giovossi, e l’ar«

ri tutte, e le scienze si rinvigorirono. Già erano preceduti in Tartaria Benedetto Polacchi, Gio. Duplani Carpino, ed altri speditivi da Innocenzo IV. nel 1250. a Zingiskaf| per soccorso a’ cristiani in quelle parti. Pochi anni dopo partirono da Costantinopoli Nicola Polo padre del celebre Marco, e Maffeo suo zio, che per la Tartaria giunser primi alla Cina, e al Giappone, e primo fu Marco a scrivere que’ viaggi, onde rese immortale il suo nome, e la nostra letteratura. Benchè questi viaggiasser per terra, pur altri ardirono in mari ignoti ingolfarsi (a), o

vi

C0 I veneziani co’ genovesi, e pisani correvano i mari anche remoti, (i primi sin dal 523. son chit. ti per quel bellissimo testimonio di Cassiodoro, che a nome di Teodorico scrivendo loro’diceva ~ voi siate fronti (navigando) a’ viaggi vicini,* che spesso trascorrete i grandissimi (Maf. Ver. III. I. 9. ") ma con cauteli mancando la bussola sicura, e coni* Q 4 più-

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248 Capo quarto
i4$ Capo Q u a *. t e

vi furon per caso dalle tempeste gitrati, onde nuove esperienze, ed osservazioni all’astro cho\% js no sAo (fiioat. pi ut*. Dunque le vie di terra tentarono, e quel ch’i pia lasciaron memorie di ciò preziose prima, e pii d’ogni altra gente. Marco Polo fé scrivere i suoi viaggi, secondo l’opinione migliore, da Rustichello da Pisa, che seco a Genova era in prigione.J II titolo fu delle maraviglie del mondo. Improprio è quello Ai Milione, come altri lo dissero, soprannome applicato al Polo stesso, e alla sua discendenza detta Cd Milione, o per l’opinion di sue gioje, e ricchezze ascendenti a milioni, o per la sua facilità d el parlar de’ milioni del gran Kdn. Alcun vuole, che fosse scritto in lingua veneziana, poi tradotto in latino, o viceversa. Il volgarizzamento in toscano dalia crusca citato storia di Marco Polo detto il Milione si crede fatto un anno dopo l’originale. Due versioni ven’ha latino. La prima d’un Domenicano ordinata dai suo capitolo generale tenuto i« Bologna nel 1301. L’altra da ignoto. Certo è, che pOco dopo il 1250. partirono il padre, e Io zio di Marco al gran viaggio da Costantinopoli, ove i veneziani erano quasi come in lor patria. Furon essi i primi europei, che sappiamo giunti alla Cina o Catai, al -Giappone o Ciupang e Zipang da lor detto, ove rimasero sino al 1169. Nicola tornò ambasciadore del gran Kan a Gregorio X. ti qual papa

no.

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Mille Dugento. 249
Mille D ti e e h t ò. 249

rìomia derivarono. Infine verso gli ultimi dì questo secolo, o a’ primi del susseguente fu l’epoca illustre della navigazione a gloria d’ Italia, cioè l’invenzion della bussola, che mutò faccia alle cose. Flavio Gieja d’Amalfi (a) ne fu riputato il felice inventore, se pub dirsi invenzione, o 1* uso più certo, o

.la

morì del Ii79« Marco Polo seguilli, e scrisse poi quella storia prima ancor del 1300. essendo tutti ritornati a Venezia del 1295. La sua storia è stimatissima, e il fu da principio, come le tante copie, e versioni dimostrano al pari della premura de’ genovesi, che lo stimolarono a comporla trattando il lor prigioniero più nobilmente che non si suole. La geografìa per tal libro cominciò a stendersi fin dove non era mal giunta, onde aprironsi nuovi sentieri a nuove scoperte, che dietro al Polo andaron facendo i veneziani, e tntti i più celebri viaggiatori per terra, e per mare.

00 Fu questi un celebre navigatore, e die credito alla calamita, la qual certo usavasi prima di lui, tenendosi un ago calamitato sopra l’acqua galleggiante pel sughero, in cui V infilzavano, e libero a volgersi verso il polo.. Sarà forse stato primo pensiero del Gioja quella scatola, in cui sul perno girar fé l’ago sottonotandovi, e intorno i vari venti.

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250 Capo quarto
*5° Capo Q u a r t’o

la giunta di qualche comodo fatta all’ago calamitato, il qual da più monumenti essere stato prima usato sappiamo, e un cenno ne faremo trappoco parlando di Brunerro Latini. Or dall’opera illustre del Polo prende eorso ogni studio a Venezia, che già dagli arabi, dai provenzali, e più dai greci pel loro commercio avrà avuti stimoli grandi, ed esempli. Ma certo le lor memorie parlan di astronomi, e di poeti prima del 1 300. benché di poco nome. Verso ì\ 1300. credesi compilata la cronaca di Marino Sanudo scrittore delle crociate ancor rozzo, ma gloriosissimo (a) se fu il padre della veneta storia da tante penne famose illustrata. Gran vantaggio sul resto d’Italia ebbe Venezia per gli studi l’arti il commercio, perchè sola fu esente dalle fazioni dell’altre città (ù).

In

JJ (0 Liher secretorum fidelium crucis super tevrx 3anSÌ£ recuperatione &c. nel qual libro ei parla delle prime navigazioni dei veneti, della forma, e fabbrica delle navi, dell’armi da fuoco, delle carte geografiche, delle monete, e d’altre cose molte alla letteratura pertinenti. (J~) Dicea di lei Albertino Mussato 1. 2. Jfbsquc

par--

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Mille Dugento. 251
In Bologna frattanto ampìiavasi il campo

delle scienze con le lettere insieme. Buoncompagno Fiorentino (a) v* era maestro ia

gram fartium gelf*, vel giboleng* superstitionibus navi* giorum commerciis vivebat, moribus usa simulici-, bus, miris afffuebat opulentiis ~ Infatti fu ella si* gnora della Dalmazia, di Negroponte, di Candia, e sino in Costantinopoli dominò, traendo profitto dell’altrui stolidezza, e furore.

00 Questo Buoncompagno autor dell’assedio di Ancona non fu il primo, ma il più celebre traque’ professori di grammatica, o sia dell’me del diala* mine C diclanen, o ars diclaminis, e dittato* dicevasi il nuestro di tal facoltà, cioè di belle lettere ). Vedemmo Enrico Settimalense averle quivi studiate, e sappiamo, che Gauffrido inglese autor di prosa, e di poesia vi fi, professore prima del Uoo, e dedicò poesie ad Innocenzo III. Anche quel Galeotto traduttore di Cicerone, di cui parliamo altrove, fiorì in Bologna. Giunse quivi Rollandino padovano ad esser dottor grammatico dopoBuoncom, pagno suo maestro, sebbene a dir vero, tutto il lor gusto, e stile fosse gonfio più, ch’altro, e senaa grazia.

La filosofia non meno era sempre colà coltivata » come si vede dai diplomi di Federigo II. a queU* diversità indirizzati.

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252 Capo quarto
grammatica, cioè in belle lettere del 120$.

e Onorio III. raccomandava a quel vescovo P insegnamento della teologia, e filosofìa nel 1210. E" nel vero bisogna pensare, che tutte l’arti, e facoltà quivi fossero in grande onore per l’immenso concorso degli scolari, che tutta Italia, e molta Europa mandava a studiarvi, sicchè giunsero secondo alcuni a dieci mille sotto Azzone prima del 1200. e poi anche a venti, e più milledel 1262. Vero è che il gius ne invitava i più, e perchè quello era Io studio del secolo, e per cagione de’ gran maestri, de’ quali più sotto diremo.

Due opere di quél secolo più insigni per la dottrina, e care alla lingua, e letteratura italiana per le traduzioni dalla crusca approvate, furono quelle di Albertano Giudice da Brescia (a), e di Brunetto Latini. Quella di

filo £*) Albertanì causidici brixiertsis opus de doèlrina dicendi, & tacendi compositum anno 1145. Tale è il titolo nell’ambrosiana secondo il.Muratori", dis 44. Consiste in tre trattata, primo dell’amor di Dio, e del prossimo; secondo della consolazione j

ter-

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Mille Dugento. 253
JM I L L E DUGENTO. Z$ $

filosofia morale, e cristiana insieme nacque al 1245. questa pcco appresso. Ma questa fa un’epoca di quel secolo, perchè tutto quasi comprende, può dirsi, il sapere d’allora. II titolo di tesoro dato all’opera sua, ciò dimostra; avendo in esso raccolte le dottrine di storia sacra, e profana, di naturale, e morale filosofia, di rettorica, di politica, di geografia, d’astronomia, sicchè porrebbe in qualche guisa tenersi, eccettuandone la teologia, e le leggi, per l’enciclopedia dì quel tempo. JLa compose a Parigi, ove tan* to fiorivan gli studi, come mosrrammo, e però la scrisse in francese; mentre il giudice Albertano in latino la sua lavorò. Due ragioni adduce dell’avere prescelta quella lingua;

terzo delle sei maniere di parlare, dice Mazzucch. Vite de’ lett. Ital. Lo compose in prigione, essen-. do stato preso difendendo Gavardo pe’ bresciani circa 1136. o poco dopo da Federigo II. Allora cosi consolavansi i prigionieri, come vedemmo di Marca Polo, e del Rustichelli suo traduttore, e qui pres-, so di maestro Alberto fiorentino traduttor di Boe* ciò, e d’altri vedreme

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254 Capo quarto
gua j la prima per esser egli in Francia allora:

la seconda, perchè quello è il pih giocondo, e il più comune di tutti i linguaggi. Ciò forse dicea per cattivarsi l’amor de’ fran* cesi. Certo è) ch’egli scrisse in quell’idioma veramente, non nel provenzale, oromano, come altri pensò, e che tolse molto da un poema provenzale di Pietro di Corbiacco, intitolato anch’esso tesoro trattando dell’arti tutte, e scienze, come afferma il Quadrio. Ma sua vera gloria e l’essere stato maestro di Dante, e di Guido Cavalcanti (a).

Pas £») Fu fiorentino il Latini, e mori vecchio al H94. segretario della sua repubblica, da cui fu mandato in ambascerie. Alla celebre rotta di Montaperti, per cui tanti toscani, e i loro studj furon dispersi al 1260. fuggì in Francia, e quivi compose il tesoro, che comprende pezzi interi di sacra scrittura, di Cicerone, di Plinio, d’Aristotele, e di quello l’etica da Brunetto compendiati nel suo libro secondo. Parlavi pur dell’alchimia, e crede con l’opinione d’allora poter trovarsi la pietra filosofala nell’Apocalissi. Degno di riflessione è un passo sopra l’ago calamitato per navigare, come usato allora sotto nome di diamante, cioè quarant’anni

pri-

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Mille Dugento. 255
Passa a Milano il nostro viaggio letterario

di questo secolo. Quasi memore dell’antica sua gloria sin dal tempo di Cesare, e del

suo

prima del Gioia, poichè Brunetto scrivea poco dopo il ilio, e tornò in Italia nel 1166. Scrisse anche nna rettorie», ma non è altro che parte dell’invenzione retlorica di Tullio da lui tradotta. Il suo Tesoretto è in versi italiani, il Pataffio, come tessuto di proverbi, motti, e riboboli sul gusto del* le frottole del Petrarca. Sembra curioso il punto del’suo scrivere in francese. Ma riflettasi al gran commercio fra francesi e toscani per la mercatura, pei tanti ivi rifuggiti per quella rotta, per molti frati, ed altri che correvano a studiare all’università dì Parigi, onde venne usata in Toscana quella lingua come ne riconosciamo le frasi usate sì spesso dai Villani, dal Passavanti, e da altri scrittori di qael tempo addottate però nella nostra lingua. Non è dunque strano trovarla scritta da Brunetto, e da molti altri d’allora in opere varie, come si egge nella prefazione del Mehus alla vita d’Ambrogio Camaldolese. Brunetto poi ebbe cattedra in Parigi, e anche per gratitudine lodò quella lingu* in que’ termini affatto simili a que’ d’altri italiani scrittori Langue franceise corcarmi le monde, & est l’plus delitablt à lire, et d oir que nuli* autre: dice alcun di cui,

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256 Capo quarto
suo nome di nuova Atene (a) sotto Adriano,

e degli studi sì chiari al tempo di S. Agostino, che rettorica vi professò, di S. Ambrogio dottissimo, e cavaliere e pastore cristiano, anche al 1200. grande opera diede agli studj. Fra Bonvicino da Ripa milanese (b) numerò in un’opera latina, cioè ne! poema elegiaco sopra le regole £ insegnare, e studiare sino a 200. medici al tempo suo, cioè al 1288. come scrive Galvano Fiamma; Quel Ripa, dice Ericio Puteano, fu de* primi coltivatori della lingua italiana. Lo stesso Fiamma poi verso il 1500. affermò, che in Milano v’erano più che quindici professori di logica, e di grammatica, quaranta scrivani, o copiatori di libri, settanta pedanti per gli elementi a’ fanciulli, e centortan ta

(jì) V. Tassi de Stud. Mediol. e. 3. ma criticato.

(£) Fu del terz’ordine degli umiliati; de’ costumi de 1 discepoli, e de* maestri propriamente l’opera; prosa, e verso insieme. Insegnò grammatica è dotto pe’suoi tempi in Milano, morì verso il J300. Qui composuit multa vulgaria, dice il suo epitaffio. Vedi Quadrio voi. VI.

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Mille Dugento. 257
ta tra medici, e filosofi, e chimici. Perciò

Sitone di Scozia fa la storia d’un collegio nobile di medici milanesi prendendo principio dal 1228. (a) Da Milano può conghietturarsi qual fosse la Lombardia, che con lui sempre, e da lui prese regola, qual da metropoli per non venir descrivendo ogni cosa a minuto, giacchè secondo Milano si scopre qual numero immenso doveva essere nell’Italia di professori, massimamente degli alti studi, e più gravi.

A questi studj venne un memorabil soccorso al principio del secolo, in cui siamo, che non può senza gran danno lasciarsi in dimenticanza per la storia di quello. Ciò fu il nascere degli ordini religiosi, principalmente de’ due de’ SS. Domenico e Francesco (£) oltre

agli

0O*Historia Collegi! nobilium medicoruai equitirm, & comitum inclita» civitatis Mediolanenfis ab anno 1118.

CO II primo nato nel 1170. morto nel mi. l’altro nato nel 1181. morto nel uitf. Lor ordini approvati nell’annoililj. e nel H13. Distinguonsi qui principalmente i due istituti de’ ss. Domenico, e

Tomo VII. K Fr * n -

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258 Capo quarto
agli altri, ed oltre ai monaci, che sempre

ne furono depositari, e coltivatori. Ma que* due cresciuti rapidamente a gran numero, e fama divenner fecondi di dotti ne’ sacri stur dj, e poi talor eziandio negli altri. Bastine ricordare i due più! illustri s. Tommaso d* Aquino, e s. Bonaventura (*) per aprir lar Francesco per buona ragione. Nel concilio ecumenico di Lione al 1274. da s. Gregorio X. presente si proibì V erezione d’altri ordini C che allor pacano per tutto pullulare^ fuor del francescano, e domenicano per r evidente frutto venuto per essi alla chie. sa. Agli agostiniani, e carmelitani è concesso dirimanere essendo istituiti prima del concilio, sinché altro di lor si sententi. Ebbero questi due gran contrasti, ma noi vedremo i lor progressi in letteratura eziandio.

C0 S. Tommaso nato $117. morto H74- s. Bona, ventura nato in Bagnarea imi. morto H74- Scrissero entrambi sopra il maestro delle sentenze. Detti l’uno il dottor angelico, l’altro il serafico; questi dottor di Parigi nel JU57- poi general dell’ordine, cardinale, e vescovo d’Alba. La sua teologia fu in grande onore per la preferenza fattane sopra tutte dal famoso Cersone giudice competente. Oltre quelia^fu autor d’opere ascetiche, della vita di s. Fran-,

e esco

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Mille Dugento. 259
go campo a tant’altri o italiani, o venuti

in Italia per loro ad ornarla di sapienza, e di valore. Incredibile è il frutto, che dalla pietà, e dagli studi di quegli ordini mendicanti all’Italia pervenne. Imperciocchè in mezzo alla scostumatezza, alla ignoranza del. le cose di religione, e soprattutto alle fiere discordie delle città rivali, e armate in tutta Italia, il lor buono esempio nella rigida vita j il talento della predicazione, il credito d’integrità, ed imparzialità, fuorchè per le cose del cielo, e dell’anima, trassero a loro la fiducia de’ popoli, si rimisero in lor mano le liti pubbliche, e le private, confidarofisi a lor cura l’educazione, e ladisciplina de’ giovani, infine divenner dispotici, ed arbitri ancoi (/ ne’

cesco d’Assisi, »d’altre. Quanto a s. Tommaso egli non abbisogna d’alcuna lode; del sommo suo ingegno fu detto, che in altro secolo, e in altre circostanti sarebbe stato un Cartesio, che vuol dire secondo l’opinione dello scrittore un sommo filosofo Fontenelle Elog. Tom. II. fag. 485. e trappneo ne parlerei» nuovamente.

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260 Capo quarto
jie? governi (a). Vero è, che quindi nacque,

come osservato abbiamo ne’ monaci due secoli avanti, gran decadimento; ma intanto è certo, che furon maestri, ed autori d’ogni buona condotta, e depositari del grave sapere con tanto maggiore autorità, che furono sostenuti fortemente dai papi, e giunsero in-, sjeme a dominar nelle corti, e nelle città, a reggere i Gonsigli de’ principi, non men che quelli delle repubbliche.

Ben dee confessarsi, che le nostre università non essendo ancora ne’ sacri studj a gran nome salite, i due primi lumi degli ordini religiosi furon con altri italiani ad attignere il lor sapere in quella di Parigi, allor la prifna d’Europa nelle materie più alte. Ma molti con essi le riportarono poi, ed ampliarono,

(*) Basti fitar tra i molti Frate Gio. da ScK;o t (oda Vicenza ancor detto) che fiorì circa IÌ30. la ?ui medaglia registrata nel museo Mazzucchelliano fu in memoria battuta della pace fatta da quel domenicano tra popoli lombardi presso Aquario nel veronese. Egli fu capitano, de’ veronesi, e viceatincentro i padovani.

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Mille Dugento. 261
Mille D u g e n t o. tèi

rono nella patria senza misura, e Roma ognor più patrocinolle (a). Diedero questi due ordini e papi dòttissimi alla chiesa e: vescovi e cardinali, sicchè ognor più tra loro fiorirono le discipline j e per loro àumentarori gli studi, e con loro, che quasi soli aveano gran credito di scienziati. Non vi fu affare di religione o di chiesa o di scuola * che alle lor mani non si confidasse; e stabilirono im sieme due scuole ognor fiorenti nel mondo per 1* opere classiche, che quindi uscirono de’ due dottori soprannominati, e d’altri assai » senza le quali non sarebbono facilmente cresciute le sacre dottrine a gran segno, quantunque per quelle il metodo troppo scolastico di que’ giorni siasi propagato j e tenuto più del dovere.

Ma qui s’apre un campo vastissimo d’ogni maniera di studi e dottrine in Italia, che

il

CO Giunse aa ergere una quasi accademia intenta allo studio de’ concilj » e istituilla s. Celestino Cpafa nel 1194.) nel monastero di s. Eusebio in Rotta. Quadrio Tom, L

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262 Capo quarto
il secolo decimoterzo rendettero veramente

il fondamento della letteratura scientifica italiana ne’ due diritti civile, e canonico, nella teologia, e filosofia speculative, nella medicina, e in altre facoltà. Ragioniamo su cib alquanto ripigliando le riflessioni addietro fatte. Divenuti gli uomini cittadini, non che liberi per l’abolizione de’ conti, e marchesi, piene le città di abitatori indipendenti, cresciuta col commercio, e colle ricchezze la socievolezza, con qualche concordia, o amor di pace per godere con sicurezza l’acquistata libertà, l’opulenza, ed i comodi, ognuno sentissi divenuto membro della costituzion del governo, partecipe d’un’autorità, privilegiato per una giurisdizione municipale, e quindi volle essere uno stromento della legislazione ornai divenuta più necessaria dopo che ogii città andava incorporandosi co’ suoi vicini, e in se stessi incorpora vasi con tutti i membri in comunità, o sia repubblica ^ Gli uomini in tale stato erano ancor pieni del coraggio militare per ogni intrapresa, e dell’economia mercantile per ogni avanzamenti, prese amendue dalle crociate, e dal com I

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Mille Dugento. 263
tnercio, per cui aveano conosciuto il meglio

delle nazioni più ricche, e più colte. In questa disposizione scoperte e propagate le leggi romane adoraronsi, come ben meritava quel sì nobile, e saggio sistema di giurisprudenza contrapposto all’orridezza delle leggi barbariche, e poco men non si posero sugli altari e le pandette di Giustiniano, e i primi maestri * ed interpreti di quelle, che però diventaron gli oracoli della nazione. Rinacquero, e vero, le funeste fazioni de’ìguelfi* e de’ gibellini al tempo stesso (a), onde il furore dell’armi venne ad essere tanto più fiero i quanto più intimo, e domestico, poiehè divise non sol le città, e le famiglie, ma gli stessi fratelli, e congiunti. Pur queste guerre a differenza delle passate furono

ac r 0 Erano già per l’avanti le discordie nate tra t pontefici e gì’impcradori, come vedemmo nel primo secolo, e poi al tempo di Federigo Barbaross» aveano preso il nome di guelfi da un Guelfo di nome favoreggiatore de’ papi, e i Idr cotìtrarj da urto della famiglia guibelinga del partito imperiale. Ariete esse ognora pjft «?i regno di FedgxisQ J^

R 4

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264 Capo quarto
accompagnate da ragioni, e ricerche di dritto.

Sin dalla dieta di Roncaglia noi vedemmo, che si cercò l’appoggio, e l’autorità della dottrina legale, e gli stud; furono ammessi tra l’armi. Che se a ciò furon condot» ti gì’imperadori avvezzi ad usare la forza, e la spada, molto più i papi nati alla pace, «d usati alle lor leggi ecclesiastiche sempre sagge, e riverite dai popoli confortarono £ lor partigiani allo studio del diritto papale, non meno che del civile unito a quello per legame di verità, e di ragione. Di qua pertanto e di là venner crescendo in gran numero i dotti, e i professori, si aprirono scuole, si stabilirono cattedre, fondaronsi università.

Qui ci conviene dividere le materie per troppa ampiezza, e andar passo passo per evitare i contrasti nati tra molte università sopra le loro origini gloriose. E poichè noi vedemmo al secolo precedente sì celebre fatta la bolognese, egli sembra non potersi a lei negare il primato tra tutte le italiane. Ad esempio di lei venner l’altre sorgendo, massjnjarjKnte là dove erano già scuole aperte,

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Mille Dugento. 265
te I L L E D U fe E N T 0." l(%

te, e gli studi pubblici, che a rigore noti devono dirsi università, perchè nè da bolle papali, nè da diplomi imperiali autenticate, e senza proprie costituzioni, e generale insegnamento. Il Facciolati, certo esattissimo indagatore de’ monumenti padovani, cita bensì un Arsegnino grammatico, un Antonio Leo, e un Simone Giuristi, come altri maestri di Jus canonico, e di decretali colà prima del 1225., anno da lui assegnato alla fondazione di quella università’. Accenna persino le scuole pubbliche di Vicenza prima de! i2op. cedute a’ monaci camaldolesi in quell* anno dai vicentini. Pur seco anche il Muratori s’accorda nell’erezione dell’università padovana all’anno, o presso 1222. Gli studi de’ bolognesi furon quell’anno dispersi, e gli scolari n’andarono a Padova in gran parte. Presto risorse Bologna, pure in tal dispersione oltre Padova, anche Napoli s’arricchì di concorso, ove l’imperadore eretto avea pubblico liceo l’anno 1224. Certo era già illustre lo studio padovano al 1262. per tt* stimonio di Rolandino storico noto di quella città, e già v’era un rettore, propri statuti

e leg-

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266 Capo quarto
è leggi prefisse. Altre città non meno avean

già professori, e scuole sin dal secolo innanzi, ma in questo può dirsi, che tutte n’ebbero, o poco meno, benchè niuna possa vantarsi ) fuor delle accennate, di università, come andremo vedendo (a)é

Or può vedersi, che da Bologna venne a tutte l’insegnamento, poichè furono gli scolari d’Irnerio, e degli altri primi, o secondi maestri, che in varie parti insegnarono con que’ di Graziano l’uno, e V altro diritto. Da tutta Europa concorrevano quivi in folla a studiare, e pel gran numero già sopraccennato di quelli Bologna arricchì per modo, che tentò insino di soggiogare le città vicine, e vedendosi tanto cresciuta in potenza per cotal mezzo, diede stipendi larghissimi a’ professori, ed amplissimi privilegi ai disce, P oli

(a) Presero scuole in quel secolo, o le ampliarono Ferrara, Reggio, Piacenza, Modena tra le prime secondo Muratori, poi Pavia, Perugia, Siena, Torino, ed altre, come veder si può chiaramente nel ricordar che faremo i pia celebri.maestri di &ueUe

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Mille Dugento. 267
poli, e tra questi per fin 1* esenzione dalla

ìnilizia, a cui tutti obbligati erano gli abitanti a quel tempo di guerre civili. Così pur fecero l'altre città studiandosi ognuna d’allettar gli studenti, e i dotti professori. Questi pure obbligavano esse con giuramento di fedeltà a por nuovo impedimento incontro ai tentativi, che una facea per rapirgli all’ altra a gran prezzi, e davano loro la cittadinanza, che allor molto valea. Il Muratori parla di ciò sul proposito di Guido daSiizara chiamato da’ modanesì ad insegnare, e può servir di pruova per tutti. Gli onori poi, le preminenze, i titoli, e quanto potea più far lusinga, lungo sarebbe il ricordare « Allor s’introdussero solennemente le lauree, cioè corone d’alloro ad imitazione de’ trionfatori romani, che sommo fregio erano ai legali soltanto dapprima, quasi a* legislatori, e padri.benefici dell’umanità (a). I titoli

allor

(a) Vedi il cenno da noi recato parlando di papa Silvestro II., e l’altro pur ove d’Irnerio ragionammo sul proposito de’ laureati. Vedi pure al firw del nostro trattato della poesia.

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268 Capo quarto
allorsj illustri di cavalieri, di conti pala,

tini, di baccellieri, (cioè bassi cavalieri secondo alcuno) passarono dalla milizia alle lettere e s*i ripetea spesso quel detto antico cedano farmi alla toga. (a) Siccome in pregio furono presso i romani i prudenti, da* quali ebbe forma il lor gius, detti poi assessori, perchè seguivano i principi, e giudici al tempo de’ longobardi, così più ancora pregiossi il titolo di dottore nel tempo, di cui parliamo, nè concedevasi fuorchè a’ primari insegnatori. Giunse un tal titolo a darsi per autorità papale, come da papa Urbano IV i al i2Ó$* ne fu data la facoltà al vescovo di Padoa con bolla, ed Ubertino Lazara, che il primo ebbevi quest’onore, è ricordato dal Facciolati, come ad onorar soprattutti il celebre Giovanni d’Andrea chiamaronlo l’arci*

(a) Tra gli onori de’ dotti dee porsi quel d’esser eguali ai militi o cavalieri, onde v’era Miles literatus 1 miles elericus, e decise Bartolo, che dops dieci anni d’insegnamento un dottore di gius era ipso faiio cavaliere.

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Mille Dugento. 269
adottare (a). Ma questi soprannomi gloriosi

propagaronsi poi tanto, che ogni maestro di gius n* ebbe un distinto, e chi si disse il padre del diritto, chi la fonte delle leggi 3 chi fidolo de* giureconsulti, chi organo di verità, come ancor ne’ loro epitaffi leggiamo, non che nelle lor opere. Ma intanto le lauree, i titoli e, l’altre insegne più splendide furono invidiate dall’altre scuole, come da’ canonisti, o decretalisti, poi da’ teologi, filosofi, e medici; e questi inoltre ebber titolo proprio di maestri (£). Sino a’ grammatici \*

usur pa) Vi furono i dottori bollati, i codicillati cioè per bolle, o codicilli di papi, imperadori, e cont| palatini. Olrre moltissimi privilegi ebbero ancor* la toga ornata d’oro, e di pelli rare, preminenze ne’ consigli de’ principi, e ne 1 magistrati, rango nobile anche alle mogli, esenzione da’ tributi, da’servigj publici, da prigionie. Le pompe eran magnifiche alla creazione e ingresso da’ rettori uomini sempre illustri pertnascita, o per credito almeno.

O) Accrebbero poi titoli, e gradi gli scolastici principalmente tomisti, e scotisti chiamandosi macitti, licenziati, baccalaurei, reggenti, or formaci, or -cursori, or biblici, or sentenziar). Nel prendere

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270 Capo quarto
usurparono, e ottenne in Padova Giovanni

da Camerino un d’essi nel 1592. (a) il titolo di dottore seconde il Facciolari, senza parlar delle ricchezze grandissima, per cui tuttoggi primarie famigli* e, e rinforzate

veggiam fiorire, -ropa venivano

cause a decidersi ri dottori eziandio

principesche, e talora i principi non isdegnarono farsi scolari, siccome i vescovi, gli abati piti grandi, e i prelati ambivano quelle cattedre. Qual maraviglia però se tanto allor fosse l'ardore, e la gara di quegli studi, e che gli scolari a migliaia vi concorressero sino ad obbligare in ogni ora del giorno l’insegnamento ? Noi peneremo a credere, che dalla mattina avanti giorno sin dopo la sera senza intervallo alcuno le scuole fossero aperte, e qualche professore insegnasse, sicché fecesi editto di tacere all’ora del pranzo chiusa l’università. Eppur ciò affermasi dal Fac cio-

dere i gradi venivano ancor laureati, come s. Tomaso d’Aquino nel 1*57. « e s. Bonaventura. ^O-Yedi sopra Boflcompagno » Rolandiuo ed altri.»

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dolati, che insieme accenna l’assiduità di

que 1 dotti a leggere (a) nell’ore prefìsse, e il por, che facevano, non potendo in persona, de’ sostituti, nel che talor segnalaronsi le donne, che molte ne furono di studiose in quel generai fermento. Ma basti di ciò, avendo io voluto sol per dare un’idea del rapido aumento degli studi in que’ due secoli dir qualche cosa (£). Ognun da ciò riconosce un’ardente sete venuta dopo tanta ignoran-

za) Si dice leggere, perchè prendevano il codice, e T’interpretavano i professori leggendolo per un* ora. Poi dettarono. Infine la stampa rendendo i libri cemuni, tornossi a leggere interpretando, e commentando, di che vi fu ordine del senato veneziano pe’ padovani. Gli scolari però sempre scrissero, volendo, ancor le lezioni non dettate.

Qb") Sin d’allora si cominciò quel furore di scrivere in certe materie, per cui si contano poi dieci mille autori teologi, sei mille glossatori, quattro mille interpreti del solo maestro delle sentenze, e a proporzione il restante da chi ebbe la pazienza di numerarli, come fece il Patnci che da due secoli Avanti a lui contava dodici mille commentatori, e scrittori aristoteiici sino al suo tempo circa il 1550,

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272 Capo quarto
rànza in Italia di scienze, e l’impazienza

degP ingegni in coltivarsi anche in mezzo delle più fiere intestine discordie.

Diciatti qualche cosa del metodo di que’ primi studi. E quanto ai legali, molti furo, no a principio, che trattaron dei feudi, non jpssendo ancor molto estesa, e assicurata la libertà, onde convenne alcun tempo versare circa i diritti feudali, de’ quali ancor dopo la libertà molti scrissero, sì perchè rimanevano sempre de’ feudatari, sì perche questi moveano liti alle città, o comuni. Venuto in credito il jus romano, su quello tutti, o poco meno occuparonsi, e lo glossarono, e interpretarono a gara. E perchè alcune materie non erano state abbastanza ^oste in luce dai romani, come i fidecommissi, le eredità, e simili altre, perciò molto v’aggiunsero i giurisprudenti, Poi grandi fattisi ipopoli e liberi, e potenti, e trafficanti, ed industri per ogni modo, fu mestieri di provveder nuove leggi al commercio terrestre t e marittimo, alle manifatture, all’agricoltura, ai contratti, alla moneta, ai servi, sinché non fu abolita la servitù, così accomo*

dar;.

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Mille Dugento. 273
dandole agli usi, ai costumi, ai bisogni d’allora,

e a queste il nome diedero di jus nuovo civile.

Dopo pertanto que J primi del secolo passato e Azzone, e Accursio padri di molti discepoli illustri, che si tennero al gius romano vennero gli altri in folla a trattare del gius civile suddetto. Infinito sarei a ri. dirne i nomi, le opere, e i pregi, ne converrebbe ciò all’istituto di questa mia generale veduta di que’ tempi. Pure a non defraudare di loro gloria le nostre patrie, i principali ricorderò, essendo questo conveniente a far conoscere quanto ampiamente fosse stesa la scienza legale per tutta Italia,

Del par con questi moltiplicarono i canonisti, e scrissero a gara, ed insegnarono nelle università con titolo di decreta/isti. Imperciocché avendo il monaco Graziano del secolo antecedente composto il suo decreto, che forma la seconda parte di tutto il diritto canonico, quindi venne usitato il nome di decretali, cioè di pontifìzj decreti, o re. golamenti, in tutte le università. Ad imitazione però di Graziano molte altre compi. Tom. VII. S lazjQ»

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274 Capo quarto
azioni si fecero di quelle costituzioni sotto

vari pontefici, che si chiamarono ognor decretali, e da loro ebbero nome or di sesto per Bonifacio Vili, or di clementine per Clemente V, che le volea pubblicare, se non moriva, or di stravaganti per Gio: XXII, che raccolsele dal vagar che facean fuor d* ordine.

Quanto alla teologia noi siam può dirsi ali* epoca sua seconda dopo il rinascimento degli studj, essendo la prima quella di Lanfranco, di s. Anselmo, e degli altri da noi riconosciuti, e rappresentati tutti in Pier Lombardo, come fondatore di quella, e padre delle seguenti scuole tutte. Seguivansi adunque a leggere nelle scuole, come testo i quattro libri delle sentenze, e si commentavano dai professori, tra quali insorte varie opinioni, e versando esse sopra punti di religione predominante in ogni cuore n, nacque indi gran calore di disputazioni, tutto trar. tossi a maniera di quistione, la qual voce, che.dovea significare ricerca, ed esame, significò (dopo que’ gran contrasti) disputa, contenzione, combattimento scolastico, e sco» \ lasti-

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Mille Dugento. 275
iastica pur si disse corale teologia, perche

nelle scuole nara e cresciuta. Or tra questi interpreti de’ libri delle sentenze furono più ardenti per religione gli uomini detti religiosi a differenza degli altri, e principalmente allora i domenicani, e i francescani primi, e più numerosi, e più accreditati. Di lor sorsero le due famose scuole de’ tomisti, e degli scotisti, che per tanti secoli perseverarono poi, essendo Puna da s. Tommaso, i’ altra da Scoto venute, i quali tra tutti gì* interpreti del Lombardo furono i più famosi de’ due partiti scolastici. Empierono que’claustrali le università, e vi ottennero cattedre, e privilegi singolarmente dai papi, che in questi secoli v’ebbero autorità suprema, onde poi vennero in quella di Parigi tante discordie, che a noi non aspetta di ricordare (*). Vero è, che non tutti i teologi seguirono

00 Tra gli altri soa celebri gli scritti di Desiderio Lombardo dottor di Sorbona, e di Guglielmo di \* s. Amour contro gli ordini Mendicanti al XIII. secolo nella gran lite dell’università di Parigi insorta 1

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276 Capo quarto
vjS C-ap o Quarto

rono fedelmente o s. Tommaso, o Scoto, ma volendo a quelli aggiungere, e del lor metodo saggio abusando condussero il lor furor disputante in quistioni capricciose, in bizzarre, ed inutili sottigliezze, trascurando S ss. padri, la storia ecclesiastica, e sin le scritture sante per sottilizzare a lor modo in nuove opinioni, e sistemi sulle tracce massimamente dell’araba filosofìa, o sia d’Aristotile, che divenne ognora più autorevole anche in quelle sacre materie. Quindi non è maraviglia, se questa seconda epoca, e la terza non meno della teologia sia tenuta per guasta in gran parte, e licenziosa, poiché piena dell’arabo gusto, sottile, equivoco,

pric ta, per cui mille vicende, e scritti nacquero. Rolando di Cremona domenicano, e Gio. di Firenze francescano, e secondo generale dell’ordin suo famosi tra gì’italiani a Parigi dopo il 1100., sostenuti da Innocenzo IV. dotto pontefice, e stato profes» sore di Canonica a Bologna, morto al 1254., e da Alessandro IV. suo successore ancor più, onde divennero sì potenti i regolari. Vedi le storie dell 1 «. piversitd di Parigi.

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Mille Dugento. 277
puntiglioso, e fallace.*, cioè appoggiato al capriccio

d’ognuno, e non su i fondamenti della veneranda antichità cristiana.

E certissimo egli è che dopo il 1200. co* tanto dominò nelle scuole, ed università quella, che allor dicevano filosofia, in mezzo agli altri domini delle leggi civili, e canoniche, tanto occuparono tutte insieme gli studi, e gli studiosi, che appena vi restò il nome, e la memoria di rettorica, o d’altra letteratura gentile. La sola latina grammatica (a), di cui la stessa filosofia non potea star senza, troviam ricordata a’.que’tempi. Quindi tanta rozzezza di stile in quegli scrittori, tante barbare poesie, senza pure le regole di prosodia, e tanti inni latini rimati,

che

0*) Il dottrinale di Alessandro di Villedieu francese divenne il testo grammaticale per le scuole it più usato anche in Italia dal 1140., in cui fu comporto sin verso al 1560., in cui Pilade Brucardo bresciano, ed altri Io fecero dimenticare pubblicando nuove grammatiche. Aldo Manuzio avca studiato sul libro del Villedieu nella sua puerizia circa 1460.

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278 Capo quarto
che solo dai dotti si riputavano poesia, poi«he

neppure di questo nome stimavano degne le volgari allor nate. Cicerone, Orazio, Virgilio, e gli altri, non si curarono punto, onde fur rotti i vincoli naturali, per cui collegati insieme l’arti, e le scienze. La filosofia pertanto tutta selvaggia, ed aspra si inantenne senza il dolce, ed ameno delle lettere umane, e q-ueste furono sempre più insulse, e puerili senza il nodrimento d’una sana, e filosofica maniera di pensare. Collo stil barbaro adunque tiranneggiando per tutto la filosofia contenziosa non altro seppero quegl’infiniti professori de’ due diritti, e della teologia, fuorchè parlare il linguaggio, seguire il metodo, portar infine il giogo della dialettica, e della metafisica aristotelica, trascurando gli uni le leggi romane, e gli altri quelle dei ’concili della chiesa, de’ padri, restando gl’ingegni abbandonati a se Stessi, e alle sottilità arabe, e greche, conservando solo per qualche avanzo di decenza i giuristi alcun testo del codice, e del digesto, e i teologi alcuno della scrittura e del maestro delle sentenze più adoprato di quella.

A ciò

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Mille Dugento. 279
A ciò ben ripensando si può riconoscere,

che le gare più ardenti, e il più forte bollore degli scolastici essendo stato nella università di Parigi, e in lor più crescendo il taJento di disputare, e di sottilizzare, che non tra i giureconsulti di Bologna e di Padova, sembra aver preso le mosse, e il corso per turta Europa quel parigino aristotelismo, essendo per tutta Europa dispersi i discepoli di quella università, che per gli studj teologici, !e filosofici otteneva il nome primo, e la fama più chiara. Gli uomini stessi religiosi colà si trasportavano, e ritornando in Italia recavano seco, e vi spargevano a larga mano quel genio inimico delle contrarie opinioni del pari, e delle lettere più gentili, come dando uno sguardo alle storie spagnuole e francesi possiam riconoscere, ritrovandosi insino a’ cardinali, e papi non pochi usciti da quella palestra, e giunti alle dignità per la gloria d’essere stati in essa de’più valenti atleti, e più istancabili. NuIIadimeno la vera, e prima sorgente del cattivo gusto dee sempre dirsi essere stata la necessità di prendere i lumi, e gì* insegnamenti da araS 4 bici

\

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280 Capo quarto
bici autori, (a) o tradotti dall’arabo, a’quali

fu forza tenersi in quell’aprir di sentiero oscuro ancora, e imboschito. Per altro è gloria d’Italia grandissima V aver ella dato a Parigi s. Tommaso d’Aquino, che a dispetto di tanta corruttela vi conservò un ingegno sì filosofico veramente, cioè tanto profondo, quanto chiaro, e ordinato, onde ha sino a quest’oggi riscossa la venerazione de* più critici, e de’ più liberi pensatori. Così s. Bonaventura, come sopra accennammo, onorò coll’ Italia la teologia più certamente, io credo, che non l’onorasse con quell’acutissimo suo genio e col farsi capo discuola il settentrionale Scoto sottilissimo nominato (£).

Non

(*) Non erano già spagnuoli, benchè in Ispagna, que’ barbari corrompitori delia ragione.

££) S. Tommaso ha il pregio d’avere tra primi cercato l’originai greco d’Aristotele invece dell’arabe traduzioni usate generalmente. Ciò fu allor, che per volere d’Urbano IV. dettò, e spiegò il santo la filosofia d’Aristotele in Roma circa il net. (vedi più sotto) il qual papa molto promosse quello studio proteggendo assai dotti in quello, tra’ nuali Campano Novarese. V’ha memoria incerta dì

Già.

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Mille Dugento. 281
Non fu più felice la medicina quanto al

gusto, o allo stile, venendo anch’essa da Averroe, ed Avicenna immediatamente. Pur nondimeno essendosi ancor per essa aperte pubbliche scuole nelle università, e fuor d* esse essendo tradotti gli antichi classici greci j e romani, separò alquanto le sue dottrine da quelle degli astrologi, e de’ cerretani, che tanto aveano predominato. Non sol Salerno, ma molte altre città ebbero medici illustri, e metodi salutari. Pruova di ciò si è il vedere in varj luoghi nata la chirurgia, che è quasi la ragione, o la mano della medicina. Un editto di Federico 11. per le scuole di Salerno, in cui nominati sono Ippocrate, e Galeno, non sol parla di chirurgia, ma dà leggi ai chirurgi, e gli esclude dall’ insegnare, se non hanno approvazione da* medici di loro abilità. Verso il 1300. si tro-. va un collegio di medici-chirurghi eretto in - Ve Giacomo Cherico Veneziano qual di primo triduttor d’Aristotele dal greco sin dal noo. incirca, mentre si proibiva e bruciava quella filosofia in Parigi come sorgente d’eresie.

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282 Capo quarto
Venezia, (a) che alcun vuole essere stato la

prima norma a tutti gli altri d’Europa. La somma guglie/mina composta in Verona al 2275. secondo il Marfei da Guglielmo Piacentino da Saliceto è un’opera chirurgica, ed egli era medico in quella città, la qual sino dal 1220. ordina al suo podestà di chiamare un maestro di fisica), che valea quanto medicina, come leggesi nello statuto veronese (b). Ma Bologna può gloriarsi nella medica facoltà eziandio d’un nuovo classico autore, e per lui dell’epoca, e del primario risorgimento della medicina. Tal fu Taddeo degli Alderotti fiorentino, che fiorì circa il 1260., e fu il primo, che cotè l’insegnasse con metodo filosofico, e l’innalzasse al credito

f\a) V. l’erudita Opera del dotto medico, e chirurgo Francesco Bernardi veneto stampata in Venezia 1797, ed è intitolata: Prospetto storico critico delV origine, facoltà, diversi stati, progressi, vicende del collegio medico chirurgico in Venezia.

CO Ecco già passata l’imitazione delie somme legali, e teologiche nella medicina, e sino nella chirurgia. Nulla, può dirsi, era inventato allora, e vedrem poscia, che anche Pietro d’Abano nell’o-

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Mille Dugento. 283
to, e agli onori dell’altre scienze. Come i

legali i teologi e i canonisti primi ebbe anch’esso un popolo di commentatori dopo ch’ebbe glossati Ippocrate, Galeno, Avicenna, ed altri con opere molte, e pregiatissime; né più chiaro nome fu allora quanto quello di Taddeo fisico f nè medico più ricco di lui (#). Morì al izpj. a 80. anni, fu amico di Dante, che ne parla nella commedia, ebbe gran numero di scolari, (b)

Eolopera medica più famosa imitò sino al titolo quella di Graziano tanto lontana di tempo, e d’argomento.

C a) Taddeo chiamato da’ principi a medicarli volea 50. scudi d’oro al giorno, e da Onorio IV. papa nel 1287. ne volle cento, sicchè guaritolo, partì da Roma con 200. mila scudi. Così narra il TortelIio nella sua storia della medicina, se per errore non dee leggersi dieci mille co’ testi miglior del Villani autor della vita di Taddeo.

Qb~) Tra questi fu Crusciano, o Trusciano medico fiorentino, Gentile Gentili da Foligno, autore illustre di medicina morto al secol seguente, Dino del Garbo, il Rusticheili, ed altri in Bologna, e in Firenze professori prima del 1300. Guglielmo da Brescia, Guglielmo Piacentino son di quel tempo. Matteo Salvatko creduto Mantovano fu celebre medico

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284 Capo quarto
Bologna ha pure il vanto d’aver date le

prime istituzioni delle cancellerie, e de’notaj necessari alle leggi, e alla società. La. somma notariale fu quivi composta, e pubblicata, e col titolo ài aurora illustrata da Rolandino Passaggeri Bolognese, che fiorì circa il 1250. prima però v’eran maestri di quella professione.

La storia sacra fu scritta in quel secolo senza critica per la molta credulità, ed ignoranza dominatrici. Tra gli scrittori di quel* la Jacopo da Varagine illustre domenicano Vuol ricordarsi, chiaro essendo per là sua

leggen dico in Padova, e autor delle pandette di medicina verso il 1300. secondo il Facciolati; e Simone da Genova medico di Niccolò IV. scrittore di molti trattati medici fiorì circa il 1180. Sua opera più illustre e lavi s sanationis è intitolata. Fu professore fisico chirurgo in Pisa maestro Guido da Prato al secol dapprtsso, e in questo Ruggero Parmigiano professore ed autore di chirurgia con Rolando suo seguace, concittadino, e coetaneo; come pnr Bruno di Calabria di cui è un trattato chirurgico del 125»., e Lanfranco milanese autor benemerito anche in Francia di quest’arte, prima dei 1300.

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Mille Dugento. 285
leggenda aurea piena in’vero di favolosa facilità,

(come il fu la sua cronaca genovese purgata poi dagli errori dal Muratori) (a), ma sempre degna di fama per essere stata anch’essa l’originale più accreditato, di cui sono copie mille altre, ed eziandio quelle oggidì più pregiate, e spesso a quella troppo rassomiglianti.

Prima d’abbandonar questo secolo XIIL diamo addietro uno sguardo per riconoscere qualche storica verità più degna di memoria e più ricca di vera istruzione. Troppo spesso mi sembra dimenticarsi dai posteri la dovuta riconoscenza a que primi studj, ed autori, da’ quali vengono primamente le scienze, e le lettere, che in tutta Europa or soprabbondano. Ornai appena sappiamo il Jor nome, e ci beffiamo per poco delle Jor opere, e fatiche, quasi.di rugginose, e vili anticaglie. Io stesso per debito in parte di giù.

sta

C " 5 Nacque Jacopo nel 1130- a Varaggio del gè, rovesato, fu arcivescovo di Genova, e mori n 9

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286 Capo quarto
sta critica, e per cagione d’ammaestramento

avrò troppo avviliti que’ chiari ingegni, e que’ frutti del lor sudore. Ma ponendomi, ccm’è giusto, in!cr luogo tra. quella inopia di lumi, e di libri, tra que’ disturbi di vita, e di tempi, ben lungi dal censurarli, o sprezzarli, gli riconosco veramente per uomini singolari, e dottissimi, onde cresce la gloria d’Italia a fronte dall’altre nazioni, che giacevano in tanto più grave incoltezza e da lei furono ammaestrate. Pesiamo dunque con giusta bilancia il vero merito di quella letteratura fuori de’ pregiudizi troppo comuni della presente.

Par dar di ciò giusta idea, non men che ordinata cominciamo dagli studj di religione, (a) Quella teologia de’ primi due secoli è detta

£0 Presso a’ romani scolastici erari detti coloro che nelle scuole de’ retori nell’arte del dire s’esercitavano, onde passavano poi al foro fatti causidici, ed alzavansi alle dignità, giacchè lo studio dell’ eloquenza allor abbracciava ancor la politica, e l’arte del governare. Presso a’ Cristiani scolastico era detto ogni studioso della sacra dottrina ed erudizio.

ne,

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Mille Dugento. 287
fa comunemente scolastica, e uà tal nome

e venuto a discredito grande non solo per gì’insulti de moderni scrittori, o letterati più facili ad avvilire, che ad esaminare, ma pel giudizio ancora de’ veri scienziati, tra quali basti accennare il sig. abate de Fleury, che di proposito e a lungo ha tutti, può dirsi, gli scolastici condannati. Ma crederei, che alcuni tra loro dovessero separarsi, e sono i primi maestri d’una teologia scolastica, e vero, per metodo, e per magistero, ma esente da tanti abusi in lei per altri introdotti. Lanfranco Pavese, Pier Lombardo, e s. Tommaso d’Aquino furono i primi, e pi» illustri scolastici; eppur ben riguardandoli, niente non deviarono dal retto cammino, che

gui ne, come pur quelli che in ogni studio e sapere distinti erano sopra il volgo, all’incontro gli nomini grossi, e materiali avean nome di rustici, e rusticari: era lo stesso che scrivere rozzamente; come pò 1 si disse Cherico V uom dotto, e Laico V ignorante quando soli studiavano gli ecclesiastici. Infine scolastico è divenuto titolo odioso, come sappiamo, e proprio de’ falsi teologi, come quel di peripatetico pe’ filosofi non buoni.

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288 Capo quarto
guida a spiegare i misteri e i dogmi della

vera religione. Uscivano que’ due primi a trattare di lei dai secoli della ignoranza più folta, e più generale, e però volsero il loro studio ai fondamenti primari, ed antichi di religione, cioè le scritture, i padri e i concili. La vera religione così riguardata in se stessa è l’opera più mirabile, e più magnifica dell’onnipotente e porta seco un* impronta celeste di sovrana verità prepotente su l’intelletto non prevenuto. Indi nascono a gara chiarezza d’idee, stretto collegamento di pruove, saldezza di raziocinio seco portando la forza insieme, e la dolcezza della morale divina. Così la scienza della religione ben depurata nobilita, e rinforza gì’ingegni e gli studi, e questi poi giovano alla stessa scienza ognor più depurandola, e mettendola nel suo proprio lume di verità, di semplicità, e di grandezza (a). Questa poi trovandosi

(a) Accennammo più sopra quale intrinseca forza abbia la religione a prò delle leggi, dalla qual for?» infatti anche in mezzo alla barbarie furon serba-.

te

-

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Mille Dugento. 289
Mille D ù g e n t ó # 28p
or più espressa nel centro del mondo

cristiano, cioè a Roma, e presso il capò della religione fu conosciuta più chiaramente dagl’italiani. L’abbondanza quivi de* codici, gli ecclesiastici studi fiorenti, le leggi, i tribunali, il foro pontificio a tutti in venerazione per la sua gravità, e sapienza, la dignità suprema, i cardinali, prelati e vescovi dotti morigerati umani e spesso santi, come vedemmo nel secolo XII. degni infine di riguardarsi come principi spirituali, tutto influiva a mantenere in decoro la religione. Che dirò poi della maestà, e decenza dell’

ordi te illese le leggi ecclesiastiche, e gli uomini sacri. I papi avean l’esempio di s. Gregorio M., che accordò la libertà contro l’uso generale a’ suoi schiavi dicendo, che il facea perchè il dìvin Redentore ci avea tutti fatti liberi dalla spirituale cattività. Quindi altri cristiani accordavano a’ loro servi per amore di Dio, per gli esempi ài Cristo, per ben del? anime, « facessi quell' atto solennemente, e con sacri riti nelle chiese; quindi e che gli ecclesiastici rinunciavano alle leggi barbare entrando ne’sacri ordini, e professavano la romana, come piena di equità, e di ragionevolezza.

Tomo VII. T

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290 Capo quarto
ordine romano, de’ ponteficali, delle cerimonie

e riti sacri, i quali in mezzo all’universale barbarie sostennero sempre la dignità, la santità, e la bellezza d’una religione divina, essendo solo stati alterati nelle chiese minori, o lontane, e variati alquanto negli ordini monastici, e regolari? Ecco gli aiuti, co’ quali i primi teologi poterono andar immuni da una maggior corruzione. Vero è, che molta parte di quegli ajuti avrebbon dovuto influire eziandio nell’altre letterarie professioni. L’elevazione, che spira all’ingegno la religione, convince non solo, ma muove l’animo fortemente. Conduce seco il pensar nobile, l’energia, l’entusiasmo scrivendo, e parlando, consola i cuori, e gì’innalza colla morale più pura, più saggia, più concorde col nostro interno senso, onde viene l’ardor degli affetti, il patetico, ed il socievole amore. Lo zelo stesso ardente, ma saggio fa le veci allora della vanagloria letteraria, e più che questa produce imprese magnifiche, ed opere immortali. Certo la forza, e la maestà non men, che la grazia, e l’eleganza dello stile ne derivarono felicemente

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Mille Dugento. 291
te nella sacra eloquenza, o poesia, più che

nella profana, e menzognera tra i cristiani sin dall’epoca del poema famoso di s. Prospero contro gV ingrati, da quella delle bellissime poesie di s. Gregorio Nazianzeno, e da tutte l’altre de’ più eloquenti padri greci, e latini. Se ciò non avvenne tra gì’italiani, assai ne par manifesta ragione, ove parliamo d^lla tarda formazione della nostra lingua, dell’origine straniera della nostra poesia, degl’inciampi venuti alle lettere umane tra noi per cento parti.

Ciò, che s 3 è detto fin qui de’ primi scolastici deve applicarsi a s. Tommaso in gran parte. Egli però educato agli studi tra francesi e tedeschi, cioè a Colonia e a Parigi, ove già la scolastica declinava * tanto è più ammirabile dell’averne saputo fuggire i gravi danni. Ma egli nel vero si meritò anche per questo il nome d’Angelico j perchè sorpassando i pregiudizi non sol dell’educazione, ma della rozzezza del secolo suo, abbracciò, ordinò, assicurò tutta la scienza più astrusa, e più necessaria. Il suo metodo fu scolastico, nè altro esser poteva scorrendo

uà 1

a-

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292 Capo quarto
un’immensa carriera. Ma in esso con discreto

uso della dialettica, e filosofia d’Aristotele, (che tutta comprese, e trattò pure a parte) congiunse la più profonda meditazione delle scritture, la dottrina, e storia antica de’ santi padri e de’ greci ancora sì poco allor noti, essendo omai provato, che il greco linguaggio ei sapeva da più scrittori, che un tal punto han dibattuto. Così avessero dopo lui fatto progresso su quel fondamento sicuro di sua scolatica i teologi succedenti, ed elevati edifizj di dogmatica e di positiva in vece di rimanersi contro sua intenzione sempre sull’orme stesse, e d’alterarlo poi miseramente, come avviene tra gli uomini pel lungo, e servii maneggiare che fanno una stessa materia e professione, e molto più per l’ostinate contese e partiti, che vi s’intromettono. (a)

Co (.a") Non so per quale umor troppo critico il Muratori nel suo libro del buon-gusto abbia si forte gridato contro il metodo, e le dottrine di s. Tommaso. Bastava accennarne i difetti, come io fo, jna rispettando il grande ingegno, e sapere, confrontando seco il suo secolo, e incolpando la sua educazione.

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Mille Dugento. 293
Così infatti trappoco vedrassi venuto il dicadimento

della scolastica, la qual potè meritar le censure dell’abate Fleury. Lo stil barbaro, le inette questioni, la vana e sofistica filosofia congiuntavi furono i tre caratteri di tale depravamento. Quanto la religion vera, e ben intesa ingrandisce, e purifica l’ animo, tanto lo impicciolisce, ed offusca la superstizione. Or questa già dominante nel popolo eolla tranquilla ignoranza * perch’eglt è tratto per la sua materialità nelle pratiche ied osservanze esteriori j salita era ancor tra grandi, i quali usati alla pompa apparente di lor ricchezza, e possanza godono in oltre di poter lusingarsi nelle loro passioni con quella apparenza di culto religioso j ma che non giugne al cuore. Andò stendendosi la superstizione per le crociate, e il commercio de’ greci immersi nelle stesse pratiche esterne, e discordi nello scisma, nell’adorazion delle immagini, nell’opinioni sopra il monachismo, in ogni disputa di sottigliezze su i dogmi. Giunse ella così anche tra noi all’ eccesso, come avviene in tali materie, ove per intima persuasione di zelo e di coscienza T 5 si „

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294 Capo quarto
si opera, onde fermezza nelle opinioni, indi

ostinazione, alfine irritamento contro le opposizioni, e gli oppositori. Lo sdegno sorge e rinforza e rinfiamma quel falso zelo, ed ecco la persecuzione, mentre l’altre opinioni non sacre lasciali pur qualche dubbio, e van più lente. Sembra che almen gli studj dovessero illuminare que’ dotti, i quali avrebbon potuto correggere gli abusi più grossolani, ma il saper concentrato nelle università occupate tra le dispute e i partiti contrari nulla) giovò, anzi nocque. Non v’ha forse prova più chiara del guasto venuto in quegli studj scolastici, quanto il vederli per falso zelo nimici dichiarati delle lettere umane. Ciò si vedrà al tempo di Dante, e di Petrarca j come si vide poi anche al secolo XVI. in cui le stesse persecuzioni sospetti e diffidenze insorte tra i letterati e gli scolastici furono tanto attizzate e tanto sparsero incendio in Francia, in Germania e in Italia coli 5 eresie. Gli uomini poi di lettere per professione pacifici, allora irritati non tacciono, e vengono a quelle offese, che ignorate avrebbono, se non erano provocati

Dan-

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Mille Dugento. 295
Dante scrisse la monarchia oltre gì* irriverenti

passi della commedia. Boccaccio insultò, e schernì il clero, e il monachismo, Petrarca medesimo si mansueto per indole dettò i sonetti amari e passionati contro di Roma; così dicesi, ma dir si dee contro Avignone. Ma ritorniamo a riconoscere alcun altro de’ primi maestri nel vero lor lume, e per brevità diamo un’occhiata al monaco Graziano padre della giurisprudenza canonica. Anch’ egli allo scolastico metodo si tenne di necessità, essendo usato allora in ogni scuola, e il più spedito insieme in tanta confusione d’opinioni, e vastità di materie. Ma quanta dottrina, e studio gli bisognò, quanti libri ei solo rivolse allor sì rari; e chi può stupire, che gli costasse ventiquattro anni d’applicazione indefessa? Ma qual mirabile ingegno quello non fu, che i monumenti più oscuri, ed incerti, le più confuse e ripugnanti opinioni, le leggi e sentenze più discordanti mise insieme, e conciliò in un ordine filosofico, e con diduzione, ed intreccio non più veduto? Le sue ragioni, e spiegazioni sopra i punti più controversi ed oscuri, onde illustra

ogni

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296 Capo quarto
ogni trattato a principio e nel corso della

trattazione, tutto infine dimostra, che a buon diritto fu riguardato come un creatore di quella scienza, e fatti dimenticar tutti gli altri scrittori di quella, empiè tutta l’ Europa del suo nome e della sua autorità. Non dee tacersi, che alcuna sua digressione passa il segno e che molti altri errori vi si sono scoperti, ma ciò principalmente dalla scorrezione deriva de’ codici allora usati, e dall’inganno preso per le decretali d’Isidoro Mercatore allor tenute presso i dotti, siccome legittime, come per l’altre più antiche collezioni de’ pontifici decreti - Dopo lui molt’ altre ne vennero d’italiani, come è facile, e usato alle invenzioni famose aggiugnere e agi’ inventori tener dietro (a) per gli aperti sentieri, ed appianati. E ciò basti quasi un

sag («) Bernardo di Parma al fin di quel secolo XII. vescovo di Faenza, poco dopo Gio. Gallesio di Volterra, indi Pietro di Benevento, poscia Innocenzo III. dopo il concilio IV. di Laterano, poi Tancredi di Bologna, ed altri in gran numero seguiron l’esempio.

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Mille Dugento. 297
saggio del valor vero di que* fondatori della

letteratura, che troppo lungo sarebbe ridir de’ giuristi, de’ medici e di tutti i dotti oltre quel che detto è nella storia nostra a suo luogo, e dirassi ancora di poi per non mancare alla gratitudine verso i nostri padri e concittadini omai del tutto dimenticati.

In ultimo è da riflettere, che la dimenticanza e le tenebre, in cui quasi tutti que* libri, ed autori oggi sono sepolti, non è veramente una colpa della posterità, ma piuttosto un destino Ior proprio e delle lor opere. I primi gittano i fondamenti, è vero, ma i seguenti su quelli edificando e gli edifizj atterrandosi e rinnovandosi in ogni secolo, niuno più pensa a que’ fondamenti e tutti si fissano nella fabbrica nuova del secol loro. Ciò dee dirsi delle opinioni singolarmente e delle guerre filosofiche, ovver teologiche appoggiate al sol raziocinio alle sottigliezze alle rivalità. Non v’k più fragile gloria, e caduca, quanto quela, che dipende dalla novità d’un sistema, o dal caldo d’una dispura, perchè questo da se vien meno col rempo, quella perde il suo pregio

col

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2p8 Capo Quarto

col sopravvenire altri nuovi sistemi, e così tutto perisce e va in oblivione, mentre frattanto le opere fondate nella natura dell’uomo e del’cuore umano f l’opere del buon gusto, che dipingono al vivo i costumi, che rappresentano delicatamente le passioni immutabili sottovie varie loro infinite sembianze, vivono eternamente. L’Iliade e l’Eneide, l’Edipo e gli Adelfì i anzi.un’ode d’ Anacreonte, un epigramma di Catullo vincono l’urto di tutti i secoli, al qual non resistono appena un secolo le immense fatiche de’ chimerici speculativi, o de’ vani disputatori. (*)

(ja) Dopo ogni secolo era nella prima edizione un catalogo de’ più illustri teologi, leggisti ec. Ma essendo or pubblicata tutta l’opera insigne del sig. abate Tirabosch’t a lui rimettiamo i lettori.

line del Tomo Settimo.

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