Il risorgimento d'Italia/Parte I/Mille cento - Capo terzo

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Mille cento - Capo terzo

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Parte I - Mille - Capo secondo Parte I - Mille dugento - Capo quarto

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Mille Cento. 165
CAPO TERZO.

Correndo gli anni della salute Cristiana mille cento, vel circa nella marca trivisana era grandissima quiete, e pace, e tutte le cittadi si reggevano in libertà, dando agli imperadori obbedienza e tributo onesto; ber il che i popoli non essendo angariati vìvevano in somma felicità, ognuno attendendo a’ suoi esercizi e a. sue professioni, uè ancora erano infettati dalle passioni delle parti guelfe e ghibelline, per la qual cosa tutte le cittadi abbondavano di nobiltà di popolo di mercanzie e di ricchezze.

Queste parole del celebre Pietro Ghirardo nella vita d’Ezzelino pcnno dirsi il ritratto di una gran parte d’Italia, e principalmente di Lombardia nell’aprirsi del secolo duodecimo. Imperciocchè umiliato già da qualche anno avanti Arrigo IV. perturbatore sì fiero d’Italia, per l’armi e maneggi di Matilda, de’ papi e d’assai altri principi erasi ritirato in Germania, lasciando il regno d’

Ita.

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Italia a Corrado suo primogenito morto ijel

noi. e alquanto dopo l’imperio all’altro Arrigo suo figlio amico allora di Roma. Fu estinto così Io scisma per la morte del pa4re nei 1106., fu da Matilda confermata la gran donazione del 1102, alla sede romana, skchè i papi si ritrovarono in pace, ed in maggiore autorità, come lo provano i due famosi Conci!; di Piacenza al 1095. e di Guastalla al 1106. a’ quali concorsero prelati moltissimi d’Europa, e principi con più migliaia dj uomini, per nulla dir de’ concili molti di Roma, e d’altre città d’Italia pressocchè ogni anno raccolti, onde ognor più la pontifìcia grandezza e l’italiana s’accrebbe. Anche il monachismo aumentò ognor piìì di corrodi e di ricchezze per la liberalità di molti sovrani, tra quali Matilda può dirsi non aver sino alia morte sua nel 1115. avvenuta lasciato trascorrer anno senza accordare or privilegi or pingui doni di terre a moltissimi monasteri. Da tutto ciò gli studi presero grande aumento, poichè li vedemmo fiorire principalmente tra i monaci ’e £Ji ecclesiastici.

U

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La libertà poi colla pace, e quiete, che

il Ghirardo ci rappresenta nella città della marea («) trivigiana, prese incremento -, e vigore in tutta la Lombardia r e nella Toscana, e altrove, contentandosi gì’impera" dori troppo occupati in guerre germaniche, e con loro la stessa Matilda, ed altri gran feudatari di qualche tributo, ed omaggio, e poco a poco questo ancora cessando. Assai forte prova di ciò son le guerre particolari, che cominciarono presso al 1100. tra le lombarde città ora per odi, e rivalità, ed or per ambizione di soggiogarsi, senza che o gi’ imperadori, o alcun altro signore mostrasser di prendervi parte, oltre al trovarsi insino d* allora i municipali statuti in alcune di quelle siccome in repubbliche stabiliti. Così regolaronsi a comunità, abolirono la servitù de’ privati, e si riconobbe ognuno qual cittadino, e membro della patria, e partecipe della legislazione, e del pubblico bene. Quindi

-Su

(0) La marca trivigiana comprende» gnh parte d’Italia lungo Talpi ed il Pò.

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168 Capo terzo
1ÓS - Capò Terzo

di appunto sorsero guerre, e discordie, perchè ognuno prese animo, ed armi o a difendere se e la patria, a divenire con lei signore d’altrui. Con l’idea di repubblica, e di libertà ogn’italiano pensò d’essere romano, e si vide nell’ordine del governo, e de’ magistrati una immagine dell’antica romana repubblica, Di che loro esempio ne dava Roma moderna, che a giusta ragione non mai parve dimenticare quel ch’era già stata. Sin dal p*o. cacciato il re Ugo marito della troppo celebre Marozia creati avea consoli, e tribuni al modo antico; ma molto più al 1145; per consiglio d’Arnaldo da Brescia famoso perturbator della chiesa, il popol romano tentò di rimettere in piedi il senato, l’ordine equestre e consoli e tribuni e un dittatore, qual fu Giordano col titolo di patrizio già dato a Carlo Magno, rialzando ad un tempo il campidoglio, e togliendo al papa tutta T autorità temporale, che aver potesse. Con tal esempio, e con quello delle marittime repubbliche Genova, Pisa, e soprattutto Venezia, le nostre città passo pas. so a tal libertà pervennero, che si sentirono

for-

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forza, e coraggio da far poi fronte a Federigo

Barbarossa venuto a rimettere l’autorità imperiale con furore, emolt’armi, sinché giunse a stabilire i! nuovo sistema repùbiicano la celebre pace di Costanza per quasi tutta l’Italia nel 1183. Dalle quali cose ben si palesa qua! prò ne venne a tutti gli studi, poichè non solo le leggi civili, e canoniche furon ognora più in gran conto tenute per assodare, ordinare, e promovere i nuo/i governi, ma ogni altra scuola venne in onore per la gara insorta tra quelle città rivali in ogni gloria, e per ogni vantaggio, onde molte eressero in fine università, come vedremo trappoco.

Dopo quest’epoca di libertà l» altra dee considerarsi delle crociate, le quali quantunque per altre ragioni divenissero perniziose giovarono anch’esse all’Italia nel secol presente. Già nel iopj. dal famoso concilio di Clermont quella fiamma accesa per opera dell’ eremita Pietro, scoppiata quella gran voce Dio lo vuole ad eccheggiare per tutta l’Europa, invasi i fedeli da una penitenza, ed assoluzione de’ lor peccati,, condita da tanto

ono é~

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onore, piacere, interesse di farsi conquistatori,

di vedere strani paesi, di vivere a spese altrui, d’acquistare spoglie nimiche, e tesori, infin di scuotersi da una vita uniforme, e noiosa, andarono all’anno seguente armate navali, e terrestri in Oriente con principi, e capitani illustri, come furono i Boemondi, i Tancredi, i GofFredi, e tant’ altri. Ma quando poi s’udì presa Antiochia da Boemondo, e molto più Gerusalemme da Goffredo al iopp. e per lor fatti re di quelle provincie, e stabiliti imperj cristiani colà, e sbaragliati i barbari, ed infedeli, non è a dir quanto ardor comprese ogni gente, quanti italiani da tutte le nostre città presero ogni anno la croce, e al noo. contaronsi cinquanta mille lombardi partiti coli» arcivescovo di Milano a quella volta.

Le nuove terre adunque, che allora si frequentarono, i gran viaggi di mare, non men che di terra, che s’intrapresero, le guerre animose, lo zelo ardente di religione, la gara mutua delle nazioni, e delle passioni tutto insieme scosse l’Europa di nuovi affetti, e pensieri. Ma gì’italiani a’ quali più spesso

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M 1 L L £ C £ N T B. ljl

so venivan flotte, ed eserciti forestieri per tragittare nell’Asia, oltre immense ricchezze, che in que’ trasporti ritrassero, come altrove del commercio trattando diremo, proiettarono grandemente nella scienza nautica, e nella geografia, (di là può dirsi venuta più tardi la scoperta del nuovo mondo per loro), e nell’arti, e scienze di Grecia allora emporio di quelle sopra le più cuke nazioni, di che fanno pruova i molti italiani colà addottrinati, de’ quali parleremo qui presso, ricevendo in fine da’ popoli oltramontani a lei concorsi insieme co* lor tesori le Ior cognizioni, e prendendone lume, ed istruzione tanto più larga, e più pronta, quanto già nel secolo precedente s’era meglio disposta a nuovo coltivamento. Tra tutti però Venezia, Genova, e Pisa ne profittarono, divenute perciò tre potenze di mare sì formidabili, come narran le storie. Ma veniamo alle lettere, e studi nostro argomenro.

I papi adunque giovandosi sempre dell’abbassamento delle forze, e dell’autorità imperiale giunsero in questo secolo a trionfarne compiutamente per Alessandro III. in

Ve-

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Venezia, e per la pace di Costanza, che rilegò,

può dirsi, gì’imperadori in Gerrhania. Vero è, che furono da principio le inimicizie loro colla sede romana continuate con l’armi, sicchè Pasquale II. nel im. fu oltraggiato, e ridotto all’estremo da Arrigo V. per le liti delle immunità, come pur fu assalito nei 1116. per cagione della eredità di Matilda, e cos) altre vicende per alcun tempo dovette soffrire l’autorità pontificia; ma vero e non meno, che dopo tali vicende pervennero ad un possesso tranquillo de’lor diritti sul fin del secolo stesso, talchè gli storici anch’essi di contrario partito s’accordano in chiamare Innocenzo III. padrone al fine, e sovrano assoluto di Roma, e de? molti stati a lei congiunti nel 1288. onde divenne il titolo d’imperadore titolo d’onore; Ramanorum imperato-/- come fu detto giustamente da Carlo Magno sino al 1288, essendo egli stato acclamato signore e imperatore dal senato e popolo romano. Questo Innocenzio fu insieme principe di grande animo, e di molta letteratura, come il mostrano le sue opere in ogni sacra e profana dottrina, e la

sua

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sua protezione di questa in ogni guisa eceellente,

e più dal ii98. sino al 1216. tempo del suo papato. Non è a trascorrere con silenzio che in questo secolo di diciassette pontefici, che occuparono la sede romana, due soli furono forestieri, gli altri tutti italiani; quando sette stranieri nel precedente v’avean regnato. Il che non sol per l’amor della patria, ma per l’educazione migliore ili lei ravvivata dinanzi porè fare all’Italia vantaggio. Tra più illustri però dee noverarsi Eugenio III. Pisano, ch’ebbe da tutta J’Europa con esempio raro, e a segno di nuovo innalzamento della sua sede principi, ed ambasciadori a fargli omaggio spontaneo. Quattro vescovi di Siria, ed Armenia vennero a lui per le differenze tra loro insorte e tra i greci, e ad implorar pietà insieme de’ mali del cristianesimo in oriente, e a destar la famosa crociata promossa da S. Bernardo. Quest’uomo eccelso degno maestro un tempo, e sempre amico d’Eugenio era, come ognun sa, letterato, e preclaro scrittore più assai, che que’ tempi non permetteva-

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ievano (*), £ sopra quelli d’ingegno assai

dilicato, e profondo ad un tempo, di vasta dottrina, di stile elegante, succoso, e naturiate insieme. Eugenio pertanto dietro a questo esemplare, oltre i precetti di santità, di rigore ecclesiastico, e di sapiente governo, prese stimolo, e norma a confortare gli studi, die nuova forma alle scuole di legge, e di teologia (£), fé tradurre infra le altre l’opere

ta) Nacque del IO^I. e morirei H53. Fu utilissimo all’Italia per la somma fama, ed autorità nel Concilio di Pisa, a cui fu l’anno H34. ove trasse l’Europa tutu all’obbedienza d’Innocenzo II. contro l’antipapa Anacleto, e cambiò faccia, può dirsi, alla chiesa, e all’imperio « La sua teologia fu appoggiati alia sacra scrittura, e a’ SS. padri, accusando però fin d’allora il santo que’, che su la filosofia stabilirono la teologia, ed innalzando gli antichi filosofi scossero il giogo de’ padri.

(a") Vi son tra le prime le bolle di questo pontefice indirizzate alle università, o studi nascenti in istile, e forza di suprema autorità nell’accordare, ordinare, vietare checchè fosse in prò ovver danno degli- studj. Ponno dopo Innocenzio’III. ricordarsi

P«-

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pere di S* Gio: Damasceno, ed avendo scacciati

d’Italia tutta i greci incomodi, e turbatori, l’arti loro ritenne, e promosse, dando esempio tra primi d’opere grandi, e magnifiche in edifiz;, ed abbellimenti di Roma. Fioriron pertanto e per lui, e per altri papi i gravi studi di religione, e di chiesa viappiù, e grand’uomini italiani vi si occuparon con laude. Tra lor son chiari Atto vescovo di Pistoia verso 1147. Il cardinal di Pontormo non men teologo, che filosofo celebrato yerso 1170. ed altri, de’ quali più speditamente parleremo, non essendo bisogno di provare il risorgimento, il qual fatto, ognun vede, che van crescendo gli studi senza venir nominando ognuno.

A parlar dunque de’ principali convien mettere avanti a tutti due classici fondatori di nuove scienze in Italia, e quindi in Europa; Pier Lombardo per la teologia, e il

mona papi dottissimi italiani Onorio III., Gregorio IX., Innocenzo IV., Nicolò IV. ed altri. Ma basta vederne gli «orici della chiesa al secol seguente.

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monaco Graziano per la canonica. Il primo

nato nel Novarese dee dirsi il padre della scolastica teologia, cioè di tutta quella dottrina in divinità, che per sei secoli, e più coltivossi, nè ancor lascia di assottigliare gì’ ingegni. L’opera sua de’ quattro libri delle sentenze con più metodica, e più succosa dottrina composta, che non quelle d’Anselmo, e di Lanfranco, divenne il codice del cattolicismo insegnato nelle scuole, e insieme lo studio di tutti i teologi, de’ quali fu ron con tati sino a dugento quarantaquattro commen. latori, ed interpreti, e adoratori di quello. Fu egli maestro de’ più gran dotti d’allora, e bastine nominare le scuole di S. Tomaso d’Aquino, e di S. Bonaventura padri anch’ essi, e maestri d’infiniti studiosi, per tacere d’Alberto magno, e di molt’altri non italiani. Vero è, che insegnò a Parigi, che per lui principalmente divenne la più celebre università d’Europa, essendo allor la teologia la più frequentata, e pregiata scienza nel mondo, ma quivi trasse pur egli cogli europei moltissimi italiani, che ritornavano poi ad illuminare la patria di lui, quasi a render-

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derle quel tributo, che a lei doveasi, come

a madre, e maestra del maestro di tutti. Fu in sommo onore tenuto ancor da’ principi, ed un del sangue reale di Francia a lui cede per rispetto il vescovado di Parigi nel 115P. Scrisse ancor su le pistole di S. Paolo, e sopr’altre materie, ma sua gloria, e d’Italia fu quel gran libro delle sentenze appoggiandolo esso più che non si soleva da’ suoi coetanei su i fondamenti delle scritture, e de’ SS. padri, benchè a’ suoi giorni, essendo i codici molto scorretti, ed informi, sia stato di qualche imperfezione accusato dipoi, ma morì egli circa 1160. ricco di tutta la gloria sua.

. Dopo l’epoca della teologia delle scuole, segue l’altra del gius canonico a questo secolo appartenente, poichè si crede tra il 1140, e il iijo. venuta in luce l’opera di Graziano in Bologna, Non è che allora nascesse, questa scienza, perchè i papi (a) ognor la

pro \ Qa) Essendo da’ principi, e da’ prelati per opinione dell’integrità, e dottrina d«’pontefici consulta.

Tom. VII. M -

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promossero, e i vescovi a gara, anzi Matilda

medesima consigliata d’Anselmo, e consigliatrice fé a lui comporre una raccolta di canoni, oltre a moli’ altre avanti, e presso a quel tempo promosse per la necessità, che ognor più n’ebbe la chiesa, e la disciplina sì combattute in que’ secoli. Bologna stessa ebbe maestri di tal facoltà, nè potea starne senza per la congiunzione tra le lejggi canoniche, e le civili in lei già tanto fiorenti come vedemmo. Ma insino allora non erano stati ordinati, ed uniti in un sol corpo gì 1 sparsi membri de’ canoni, e fu bisogno d’una fatica di ventiquattro anni a ciò fare, cioè a conciliare i canoni tutti non chiaramente tra lor concordi. Tal fu quella dì

Gra ti la sede romana in varie dispute, e dtfferenzé*di opinioni, diedero essi varj rescritti, e st»tenze dette costituzioni, poi decretali» che formarono il Jus pontificio. Questo fu in gran pregio per l’equità, e religione, da cui fu dettato, onde il gius barbaro, e disordinato delle nazioni settentrionali ognor più si conobbe pieno d’irragionevole severità anche ut materie religiose.

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Graziano nativo di Chiusi in Toscana, e

inonaco studioso in Bologna, il qual però intitololla Concordanza da’ discordanti canoni secondo il parere de* più, ma che più spesso h chiamata decreto di Graziano.

Per quanto i secoli più illuminati abbiano in quella trovati difetti, de’ quali poi parleremo, pur si dee confessare, che dottissimo fu il trunaco per quel tempo, e il sarebbe ancora pel nostro considerando spassionatamente nell’opera sua tanta ricchezza di scritturale dottrina, d’apostoliche costituzioni, di autori antichi ecclesiastici, e santi padri, e decretali di papi, e infin di cento, e più concili da lui citati, ed esaminati, oltre gli antichi frammenti, che vi si trovano del diritto romano, del codice teodosiano e delle storie sacre, é profa.. ne in grandissimo campo spiegati; i difetti furon del secolo, e de’ guasti suoi monumenti, non dell’uomo,- che fu immortale a buona ragione. E ben si vide per lui comprovata l’autorità pontificia da quel tempo insino a noi, letto il suo libro, e spiegato da tutte le scuole, e le nazioni, anche per

or-

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180 Capo terzo
ordine d’Eugenio III. e d’altri papi secondo

il dire di molti: ma certo adottato fu tosto nella università di Parigi, onde gli stessi francesi confessano agi’ italiani dover siccome a maestri primi, il fiorir tanto in Francia il diritto civile, e canonico non meno che la teologia, questa per Lanfranco, ed Anselmo, e Pier Lombardo, quelli per Graziano, ed Irnerio, de’ quali l’opere, egli scolari portaron colà il primo lume, (a)

De.

(a) Sarà ella jattanza d’un’italiano il dir quanto a tutta l’Europa giovarpn que’ due diritti colla scienza della religione rinati in Italia, e da lei sola diffusi tragli altri popoli ancora oppressi dal gius feudale, e dalle leggi barbariche? Qual risorgimsnto non fu per loro il conoscere la giurisprudenza romana, immortai monumento della sapienza, che conquistò il mondo non men colle leggi che col valor militare! L’umana ragione tanto avvilita insino allora a tal nuova luce fu scossa e rapita in ammirazione dapprima, poi tutti volse gl’ingegni a quello studio, riformò leggi, e costumi, occupossi del ben pubblico, abborrì lo spargere il sangue umano, sentì rimorso della violenza, diede forze invece, e tribunali alla giustizia, fé professione d’umanità e di studi lasciando ai ioli cavalieri quella dell’armi,

1 ma

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Mille Cento. 181
Mule Cemtò. i8l

Degno è di riflettersi, che questi cinque, Ò i tre almeno più classici, cioè idue inter pre- ma temperata anch’essa dalla generosità, dall’onore, e dalla cortesia.

Séco unissi là giurisprndcnza ecclesiastica a darle più forza e più dignità co’suoi dogmi e lesue massime d’equità; e colle regole sempre costanti, e riverite da’ popoli, che ambivano d’essere a lei suggetti come un favor supremo per l’orrore, che al lume ancor naturale spiravan le leggi loro cioè le non leggi. Colla sua mano principalmente or minacciando le pène all’anihia cogli anatemi, or guadagnando i cuori coll’ aspetto della virtù, disarmò gli omicidi giudici illegali tra priviti sostituendo i legittimi, e canonici in ogni litigio, e discordia. Per queste due giurisprudenze si gittarono i fondamenti della sicurezza, della proprietà, della libertà d’ogni persona, che cambiarono faccia al mondo specialmente per la seconda.

Or questa unita essendo alla religione prese il vigor suo dalla scienza teologica di quella, e purgato da tale scienza il vangelo offuscato dall’ignoranza, dalla superstizione, dagli abusi, ne mostrò la santità in tutto l’aspetto autorevole, ed immacolato, e ne fece la base di tutte le leggi, a che fu destinato dal cielo. Non è questa nò vanità, è sol compiacenza d’aver la mia patria fatto così gran bene

  • 1 fienere umano,

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182 Capo terzo
yitù delle leggi, e il teologo son tra lor si»

milissimi nella maniera, e nell’ordine delle lor opere. Sembra, che in un tempo d’imitazione, non d’invenzione, com’era quello, alcun di loro sia stato il modello di tutti, e par, che Irnerio sia desso. Un testo appoggiato ai fonti primitivi delle leggi, e dei dogmi con brevi commenti, o glosse, un pensar giusto, e preciso con profondità, uno scrivere più vibrato, e più corretto degli altri scrittori, chiarezza, sobrietà, e qualche critica non ordinaria fanno il carattere di que’ maestri, e de’ primi loro discepoli. Ma ,i lor successori col crescere del fervore in tutti gli studj accrebbero ad ogni nuova epoca le glosse, e fecer commenti de’ commenti sino ad opprimere sotto a quelli la simplicità, e la nitidezza de’ dogmi, e delle leggi j così studiaronsi in vece dei testi i commentatori, e questi cacciaronsi gli uni gli altri, onde si venne trappoco a quella barbarie d’ ogni stil, d’ogni gusto, e d’ogni verità primitiva per l’intemperanza dopo essere usciti dalla prima barbarie dell’ignoranza. Ciò Vedremo quasi’ un destino di quegli studj essere

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Mille Cento. 183
sere al secol seguente avvenuto pure nella

medicina.

Cresceva intanto vie maggiormente la fama di Bologna, e del suo studio legale, tan to più, che quel gtande Irnerio visse insino al 1126. se crediamo al citato Urspergense, benchè nel secolo scorso aperta già avesse la scuola sua di romana giurisprudenza. Ma in questo fu essa condotta al più grande onore, che aver potesse pe’ discepoli suoi, del quale e giusto far distinta menzione. Uso era degl’imperadori, e re d’Italia metter campo al venir loro in una pianura del Piacentino, detta Roncaglia, e quivi chiamare a far omaggio, e a trattar loro affari i vassalli non meno, che le città del loro dominio. Quivi adunque al 1154. venuto il celebre imperador Federigo I, Barbarossa soprannomato con forte esercito, e con gran pompa, e corteggio, chiamò a se tutti i principi, i vescovi, i feudatari suoi dipendenti co 5 deputati delle suggette città. Bello è il testimonio d’Otton vescovo di Frisinga storico insieme, e zio di Federigo (citato da Muratori ne’ suoi annali) ad onore di Rombar-

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184 Capo terzo
Cardia, ch’egli trovò in un aspetto di magnificenza,

e di coltura quasi romana, e senza vestigio alcuno di longobardica rusticità (a). Dal qual passo vedesi insieme, quai progressi fossersi fatti in poco più di cent’anni, e quale insieme fosse il governo delle nostre città j cioè quasi libero in tutto, e repubblicano. Or a quella adunanza roncagliese, che rappresentava un immenso senato raccolto a dare giudizio solenn*, e definitivo de* diritti imperiali, e pontifici, e a regolar tutti gli altri de 5 vescovi, de’ feudatari, delle città, grandissimo onore fu fatto a’giurisprudenti italiani, e a’ bolognesi singolarmente. Imperciocchè quattro di loro vi furono a guisa di presidenti, e sedettero a quel tribuna-

(a~) Chiama gì’italiani imitatori della prudenza degli antichi romani nel governo repubblicano onde àveano le città fatti lor membri i nobili e i grandi vicini, ed ogni Jor cittadino ancorchè plebeo alzavan per merito alle dignità civili, e militari ec. V. lib. II. Poco dopo rimprovera loro varie colpe, oltre alia disubbidienza verso l’Imperadore. Ma egli era per sangue, e pe: genio tutto imperiale.

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hale, pub dirsi, delle nazioni, tutti quattro

bolognesi, e scolari d’Irnerio, e professori in jus, i nomi de’ quali si son conservati in molte memorie d’allora con le circostanze più singolari, e alcune ancor favolose, che noi tacciamo. Certo è però * che Bulgaro, e Martin Gossio, o Gosia, Alberico, ed Ugo da porta Ravegnana con molti loro scolari più illustri a corteggio quivi assai disputarono dell’autorità imperiale. Questo fu un punto allor discusso in modo da fare a noi maraviglia i poichè giunse a farsi quistione, se l y imperadore fosse padrone dei mondo tutto, 6 se a ragion si chiamassero, come usavano * Orbis Domini, & reges regum, il che veniva dall’immaginare l’imperio romano in lor rinnovato, e ciascun d’essi un nuovo Augusto, siccome Ottone il grande nel 952. conquistata avendo l’Italia preso avea il primo il titol d’Augusto. E’notabile assai quella disputa, e quella dieta perciò, giacché allor potea per qualche pfccola circostanza stabilirsi un desporismo in Europa, qual si vede in Oriente insino ad ora; ma insieme è sùsgotore combinazione, che quella sia l’epo ca

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186 Capo terzo
ca appunto, per cui cadde tra cent’anni con

Federico I. e II. l’assoluta autorità imperiale per non mai più risorgere in Germania, e in Italia non per le dispute de’ dottori, che nulla mai non produssero, ma per altri motivi, che in quelle storie si scorgeranno leggendole attentamente, (a)

Dee però confessarsi, che di que’ quattro giuristi due stettero per la libertà natura" le incontro ai due che facevano un Dio dell ìmperadore, perlocchè Bulgaro principalmente fu riguardato qual vile adulatore, e il Gosia contrario a lui qual protettore dell’urna-, nità. Esso avrà certo avuta dal suo Iato la parte maggiore di quella grande adunanza, la qual era composta de’ consoli delle città, che anche col solo lor nome, ed uffizio protestavano libertà, e molti altri professori venuti

Qa) Raderico Canonico di Frisinga descrive minutamente quella dieta, alla quale neppur mancò la sua accademia letteraria con varj componimenti recitati in lode dell’ìmperadore. I poeti dunque sin d’allora adularono ì potenti, e certo avran cantato copie onnipotente l’Augusto.

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nuti da città libere già del tutto. Il cavaliere

dal Borgo dice, che sino a vent’otto ne vennero da varie parti. Troppo lungo sarebbe nominar tutti quelli, che qua, e 1* si trovan notati. Tra i consoli devon esser distìnti i due milanesi Oberto dall’Orto, e Gerardo dal Negro, da’ quali vuoisi venuta la prima raccolta di leggi feudali, scienza ignota ai romani. Tra dottori diam luogo a quel Piacentino scolaro del Gosia, che porto il primo in Francia gli studj legali da Bologna, come recolli in Inghilterra quel Ruggeri, con altro nome da altri appella* to («).

Ne

O) De’ più celebri professori di quel tempo è Alberico da Porta Ravegnana scolare di Bulgaro, Pi, leo modonese, o certo in Modena maestro in diritto, Giovanni Bassiano Cremonese colBagarotti suo scelare, e forse suo concittadino, se non fu Bolognese, Azzone pur Bolognese scolaro di Bassiano, di cui narransi maraviglie per gran numero di scolari, e molte opere divenute poi classiche, che fiori circa 1200. e Giacomo Baldovino suo successore in quella cattedra al izio. Alberto Galeotto Parmipuno, e Roffredo Beneventano, e Oldofredo, ed

Accor-

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188 Capo terzo
Ne da passarsi in silenzio è l’altra nuòva

legislazione, cioè degli statuti municipali, che a quella dieta può dirsi in tanto fermento di legali trattazioni, e di dotti legisti preser nuovo calore, sinchè alla pace di Costanza ne ricevettero la solenne sanzione col colpo fatale alla imperiale potenza. Sin verso il principio di questo secolo ne troviam cenno in alcune città, come il Maflfei di Verona ricordali, e poi cresciuti a giusta misura col tempo si promulgarono in formadi leggi al secol vegnente con maggiore ampiezza, essendo verissimo, che rutte le leggi nascono dal bisogno, ed ai costumi s’adat tan

Accorso Bolognesi, il secondo de’ quali fu detto i! Chiosatore per la chiosa, o glossa generale, in cui comprese, ordinò, e schiari tutte l’altre, onde autor classico fu tenuto per due secoli, e più. Basti di loro. Quanto a’ canonisti bastine ricordare i più dotti insieme, e più benemeriti papi di quella giurisprudenza, cioè Innocenzo III., Onorio pur III. Gregorio IX., Innocenzo IV., giugnendo alla metà del XIII. secolo, al cui fin giugneremo nel calie seguente con altri pontefici.

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Mille Cento. 189
tan de’ popoli. Dopo pertanto, che le citta

nostre sentirono l’aura di libertà, e governaronsi pe’lor consoli, e Ior comuni, convenne dare a ciascuna una giurisprudenza municipale, da cui tanto più crebbe lo studio, ed accalorossi per tutto la gara, come provano tanti statuti, che sino i borghi, e le terre andarono producendo, e fanno in oggi una curiosità di biblioteche di lor soli composte. In queste trovasi ora ridotta queli’ antica libertà, e un’ombra pur ne rimane in que’nomi di comunità, e di consiglio, che alcune città pur ritengono. Ma furono invero quegli statuti allora i distruggitori dell’ aristocrazia (?) o piuttosto anarchia feudale, con cui que’ duchi, marchesi, e conti tiranneggiavano gl’italiani sotto il nome, e l’au. torità imperiale, e furono insieme le fonti,

on Qa) Rimasero ancora alcuni marchesi, e cuiclu massimamente in Toscana sin presso al 1200. ma sol rappresentanti l’alto dominio imperiale, e a riscuotere le regalie, trovandosi nel tempo stesso in quelle città i lor podestà, le leggi, e il governo lor. «.roprio.

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190 Capo terzo
onde tanto fiorì il commercio, ed abbondarono

tutte le città, al dir del citato Gherardo, di nobiltà, di popolo, di mercanzie, e di ricchezze (a).

Qual gloria venisse a Bologna, e alla sua scuola, già vera università divenuta, può facilmente dal sin qui detto argomentarsi. Sorsero infatti col suo esempio, e colla emulazione conceputane principalmente in Roncaglia molt’altre di Padova e di Napoli cre sciu-

(b) Non può lasciarsi una riflessione a questi tempi tanto diversi, ed è per quale fatalità cercandosi sempre la maggiore felicità degli uomini congregati da ogni legge e legislatore, poich’è questo il loro vero oggetto, ancor siamo dopo sei secoli a far de’codici nuovi di diritto politico, e di civile, e ancor rimangano degli avanzi de’longobardi tra noi. Come mai non s’è veduto nè un Solon, nè un Licurgo, come non s’è trovato un popolo, che si lasci da lui condurre j come la forma giudiciaria, o sja le formalità facciano omai gran parte della legge, e talora l’opprimano; come i paesi vicini, e talora uniti abbian leggi cosi diverse; come ognun si lamenti d’un caos di quelle, e" niun vi metta ordine; come in fine l’uom sì avido della felicità curi si poco la necessaria sorgente di pubblica felicità?

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Mille Cento. 191
sciute poi pel favore di Federigo II. al secol

seguente. A Padova vuole il Facciolati venuto da Bologna Martin Gosia ad insegnare, e tra gli altri allievi suoi nomina Gerardo Pomadello da Marostica, che fu poi vescovo di Padova nel 116$. Quindi egli pruo. va uno studio quivi fìorenre prima del 1200., che poi divenne università per ogni studio, morto Ezzelino, cioè verso 1256. Ferrara e Piacenza Mantova Modena e Reggio e Torino in questo secolo vantan di que’ più celebri professori tra lor venuti a tenere pubblico insegnamento. Pavia pure tentò di ritornare all’antico splendore, e nella Toscana o presso gareggiarono insieme Perugia Siena e Pisa. Questa non sol pretende aver la gloria da noi accennata del ritrovamento, o promulgazione delle pandette al 11 37, e d’aver con ciò dato corso in Italia alla romana giurisprudenza più che alcun’altra città, ma ricorda uno studio già frequentato sxn dai io5y., di che reca le pruove il cita. ro cavaliere del Borgo. Diede ella in mano a Gregorio VII. nel 1075., perchè le approvasse, leggi nautiche da lei compilate,

che

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192 Capo terzo
che per ta! e approvazione divennero un codice

marittimo per gì’italiani. N’ebbe pure di mercatura, dice Io stesso autore, e prima del 1160. già era signora del mare appellata, e ricca di tante flotte, e dominj (a).

Così per ogni parte d’Italia propagavasl il nuovo ardor di sapere colla libertà, e col commercio, che tanto giovano a tutti gli studi, e più ancor si sarebbe la nuova luce diffusa, se la pace più che ogni cosa alle lettere necessaria non fosse stata turbata da gran tumulti di guerra. Non vi fu forse città, che non prendesse l'armi contro la sua vicina con incredibil furore massimamente dopo la metà del secolo. Molte erano da’ Ior medesimi cittadini sconvolte, e Roma tra tutte fu campo di stragi, e di ribellioni sin

verso

O) Erano da 200 mila i suoi abitanti, dieci mille torre contava, ch’eran le case de’ cittadini potenti. Sardegna, e Corsica a lei ubbidivano, e non sarà maraviglia l’incontrar, che facciamo sindaquetempi taut’illustri pisani, i quali unirono gli stu’ dj alla navigazione più, che non fecero genovesi) e veneziani,

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Mille Cento. 193
\

Mille Cento. Ip? verso la fine di quello. Al che niuno ignora, che gran moto, ed incitamento die l’iraperador Federico I. Questo principe succeduto nel 1152. a Corrado III. avea gran do. ti, e grandi talenti di valor militare, di fermezza d’animo, di prudenza, o accortezza negli affari, unitamente alle private prerogative d’affabilità, di generosità, di cortesia, e dei naturali doni di pronto ingegno, e di facondia spontanea. Dovea certo essere un de’ più grandi, e più famosi monarchi, 6e avesse saputo frenar l’ambizione, e l’orgoglio dismisurato, per cui quelle doti medesime divennero spesso ferocia, ed empietà a danno della umanità, e act oltraggio della religione.. L’amor però della gloria ben regolato, convien confessarlo, il rendè amico agli stud;, ed agli studiosi insin d’allor che tanti n’ebbe a conoscere alla dieta di Roncaglia, e molti di loro favorì, e onorb di doni, e di cariche, e per loro diede diplomi, e privilegi a prò degli studj, e della università di Bologna principalmente. Era esso probabilmente l’Augusto d’un secolo nuovo Tomo VII. N per,

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194 Capo terzo
per la Ietteratusa, amando egli eziandio la

poesia provenzale, ch’era allora la sola usa" ta, se non avesse preteso d’esserlo per la dominazione suprema, ed universale, onde vennero i più crudeli devastamenti di tante nostre città, lo scisma più ostinato, e feroce, e infine i suoi disastri. Per questi abbattuto pur finalmente, e costretto alla pace in Venezia (/z) nel 1177. per Alessandro III. ottenuta, ripigliarono gl’italiani coraggio, e

liber C/O E’singolare V, inconrro di tre epoche del decadimento imperiale, e del rinforzamento d’Italia in questi tre secoli. Il primo del 1077. per Arrigo IV., quel di Federico I. al ii?7. e l’altro al 1225. di Federico II. per la gran lega fatta contro diluì. Ma là seconda è nella storia dell’umanità la più cara, avendo reitduta a’ popoli la liberta, e a’ principi insegnata la moderazione. Giova qui far riflettere, che i detti mordaci, ed altre circostauzedi quell’ abboccamento in Venezia tra il papa, e il Barbarossa da molti storici raccontate non han fondamento di verità. La grandezza immortale di quell’azione, la cui gloria è divisa tra quel papa, e quel senato, ispirava tutta la gravità della giustizia è delle leggi

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Mille Cento. 195
liberti, per cui le dette università si videi*

nate, o risorte. Molto più poi nel 1183. colla celebre pace di Gostanza autenticamente fatti liberi i popoli italiani, vennero a gran fervore di studj, come al secol seguente vedrassi.

Seguivan frattanto a coltivarsi dàgl’italiani le scienze degli arabi, e ancor de’ greci con più fervore, come far sogliono l’intraprese di studio, e d’ingegno, quando hanno già preso corso, ed incitamento per là carriera loro animosa. Sceglierò qualche opera più degna di memoria. può mirarsi con istupore un poema latino ardimentoso per l’argomento, e 1* idea fi losofica, eloquente poi molto più che gli usati in quella rozzezza. Ciò fu un’opera di Enrico Settimalense composta intorno al tipo, intitolata; Della diversità della fortuna, e della consolazione della fiilosofia ad imitazione di quel di Boe2Ì0. Questo è indizio di belle lettere rinascenti a gran passi, ed insegnate a Bologna

aque*

alfin vendicate, non l’ingiuriosa moriicliì pie-

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196 Capo terzo
a que’ giorni, (benchè l’opinione del Mura.

tori sia contraria), poichè studiò Enrico a Bologna in gioventù (a).

I^ori è molto a dire dell’altro poema di Lorenzo diacono Veronese, che stava presso all’arcivescovo di Pisa Pietro, e scrisse deI T la conquista di Majorica fatta da’ pisani nel ni 5. in. esametri, come narra il Maflfei. Ma questi eran versi per la misura, e non poesie, scrivendosi allora la storia così per aver qualche lode dal metro, e dalla difficoltà, non isperando d’averla nè dallo stile elegante, nè da’ bei pensieri. Ben molta gloria si deve a Pisa per quel suo cittadino Qiovan Burgundione tra primi dotti de’ tempi suoi annoverato. Dopo essere stato giudice o sia avvocato nella sua patria, fu da Iti l'er gravissimi affari.più volte spedito

am (0 Fu detto Enrico il povero, e si racconta a tal proposito che studiando in Bologna scrivea sopra una logora sua pelliccia per non aver denaro a provveder carta. Il suo nome gli vien dalla patria, che fu Settimello piccolo luogo del territorio.fiorentino « Palili ssiisse Filippo Villani.

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Mille Cento. 197
ambasciadore a Costantinopoli. Quivi fattosi

nella lingua greca assai dotto, tradusse poi S. Giovanni Crisostomo in latino, come pure altre opere di que’ santi padri ± e secondo alcuno gli scrittori geopònici faccolti già insieme per ordin di Costantino Porfìrògenito. Il libro settimo almeno di quelli è citato da Pier Crescenzio (a).

Con lui può accompagnarsi quel Guidtì Levità Pisano Trivj ratione peritur, come alcuno chiamollò, e l’altro pure Pisano per nome Ugo Etereo, che fu a Costantinopoli anch’esso, é scrisse sopra la processione dello Spirito sarito, e mandò nel 1177. ad Alessandro III. l’opera sua, da cui fu esortato per lettere pontificie a promuovere la riunione

de’

00 Liier vindemi* a Burgundto edìtùs, dice il Crescenzio. Mor? Burgundio,0 Burgundione,Ccioè figlio di Burgundio) l’anno 1194., e di lui parla dcpo molt’altri il sìg. Targioni nel tomo a. de’suox viaggi di Toscana. Aggiugne il cavaliere del Borgo, che verso il 1150. tradusse i passi greci delle pandette, e il libro di S. Gregorio Nisseno de natura hominis, dedicandolo « Federico Barbaro**» nel ino.

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198 Capo terzo
^e’ greci co’ latini. Maggior fama acquisros$i

Goffredo da Viterbo segretario degl’imperadori Corrado III., Federico I., Enrico VI.? cne fiorì verso 1170. Viaggiò anch’esso in Oriente, ma non pago della greca imparo le lingue ebraica, e caldea, e recò molti codici seco da’ suoi viaggi. Indirizzò poi egli ad Urbano III, una cronaca universale del rpondo da lui condotta sino al 11S6.

L’astronomia, e le matematiche fiorirono in questo secolo ancor tra noi, e cominciossi almeno a coltivare sul metodo dell’Almagesto di Tolomeo, che vedrem divenire in quelle materie il libro più classico, e quasi com’era la bibbia per gli studj sacri. Tra più chiari fu Gherardo Cremonese, che tra gli arabi di Spagna e specialmente in Toledo studiò, tradusse, ed illustrò l’opere d’ Avicenna, di Tolomeo, e d’altri in settan, tasei libri, morto al 1187. di 75 anni, ed è forse per lui che un altro Gherardo pur cremonese poco dopo troviamo famoso in simili studj, benchè troppo all’astrologia rivolto $ così pure quel celebre Campano Novarese * filosofo detto, ed astronomo il lustre lombarda

da

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Mille Cento. 199
da Tritemio, e favorito da Urbano IV. che

commentò il primo Euclide, e fu vero e dotto astronomo. Questi tre oltre i mentovati fan certo un onore. alla Lombardia, che l’altre provine ie italiane le invidieranno.

Ecco un saggio del rinnovamento in Italia delle dottrine, il qual basti secondo il nostro istituto a conoscere largamente la storia di quel tempo oscurissimo. A dir però vero gii studi d’allora, benchè fervorosi e crescenti, né tolte aveano l’armi di mano, nè levati gli abusi, ne molto da terra s’alzavano, se gli miriamo con l’occhio a tanta copia avvezzato e a tanto lume dell’odierna erudizione. I più coltivati certo erano gli scritturali, essendo quella miniera inesausta, e a tutti aperta. Ma il più sovente non altro faceasi, che raccozzare insieme, e cucire alla meglio le antiche spiegazioni fattene dai ss. pp., e comporne un libro. Tali furono que’ tanti con titolo di catene preso dal concatenare insieme, e legar quelle diverse, e talora contrarie autorità d’interpreti, senza nulla aggiugner del suo gli autori, e per iqc N 4 me-

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200 Capo terzo
meglio, perchè poco di buono pensar sapevano

(a). Il titolo pur di glòsse era usatissimo, cioè conghietture e indovinamenti sopra i luoghi men chiari della scrittura, o declassici antichi greci e latini, de’ medici, de* legali, onde i celebri nomi di glossatori, le glosse maggiori, le. interlineari (£), dai quali tutti a noi pervenne 1* abuso di tanti commenti, il più spesso lavoro d’ingegni

me co Alcune catene han pregio per i’ ordin metodico e- la distribuzione sistematica delle varie materie prima sparse e confuse nei sacri autori e maestri: così la brevità la chiarezza e il gusto vano delle scienze e scuole diedero nome allor glorioso di scolastici ad alcuni rari e veri teologi tra i molti soltanto compilatori.

(b") Si nota in que* glossatori ed interpreti def dritto semplicità e ignoranza talor singolare, attribuendo a un re Ortensio, che non fu mai, la legge ortensia, a un’allegoria del cane, la caninia, a favolette sin le leggi delle dodici tavole. Il gran Bartolo ha profanato il misterio della redenzione trattandolo co’ principi della legge, e immaginando quella lite famosa e puerile tra la B. V. e il demo" ciò, che ognuno sa.

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Mille Cento. 201
mediocri e incapaci d’invenzione. La mag

gior parte di tali glosse versava intorno alla grammatica, e il più spesso torcevano i tasti, volendo assottigliare l’ingegno a quel segno, che poi cavillosa, intralciata, e più oscura fece tra l’altre Inscienza legale.

Gran voga ebber pure le somme (a) teo^ logiche morali mediche giuridiche e d’ogni scienza od arte, onde ciascuna di queste in* tendevano di comprendere con trattato som* tnario, cioè preciso e ristretto* Taluna di tai somme per qualche autore preclaro fu, degna di stima, assai più ne furon di poco pregio, e moltiplicarono poi all’infinito.

Ma cohvien ricordare pur sempre a rettamente farne giudizio quella scarsezza di stu-’ d; e di maestri, e sopra tutto quel sì comune a noi, sì raro per essi sussidio de’ libri, e de’ monumenti, talchè la sola bibbia, il

pfo

♦ ’’ — "——

C«) Smania per comodo de’ compratori, giacché costava troppo da un lato la copiatura de’ codici, e dall’altro assai sapeva ehi solo i compendi sapeva. Quindi chiama ro risi i professori summisti, come dal 1 ibro di Pier Lombardo si dissero stnttnxjarj-

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202 Capo terzo
più necessario, e più autorevol dì tutti erjt

allora un tesoro, e divenne talvolta un oggetto di pubbliche cure, ed erari, come abbiamo notato. Questa mancanza di libri un:, ta alla prurigine di sapere era da un lato sorgente di grande credulità, per l’altro di mille errori ancor degli uomini studiosi, e non so come noi tanto severi e poco creduli non riflettiamo, che in simili circostanze niente più accorti saremmo stati di loro. Non è dunque maraviglia, che tanto piede prendesser le false opinioni e quella primaria delia fine del mondo, e della venuta imminente dell’Anticristo, la qual insegnata. fu anche di nuovo da un vescovo di Firenze al suo popolo tanto ostinatamente, che bisognò un concilio a sradicarla tenuto quivi da Pasquale IL nel 1105. Chi esce dalle tenebre facilmente travede al primo giorno. Così travidero molti intorno alle reliquie ai miracoli a predizioni, e la loro credulità diede campo a’falsarj ed impostori per ogni maniera di trufferie ancor letterarie. II gusto de’ romanzi, che frutto era ancor esso di credulità, propagossi in ogni storia, or

fin"

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Mille Cento. 203
fìngendole come antiche, e d’autori illustri,

ora scrivendole senza esame con racco»ti mirabili e strane avventure. Perfino i sacri argomenti e le vite de’ santi ne rimasero contaminate, e gli uomini religiosi, e pii erano come gli altri soggetti all’inganno.

Il celebre Gioachino abate cistercense na T tivo della Calabria ottenne gran fama come profeta. Caro a Roberto re di Sicilia, e a molti sovrani divenne poi a mok’altri terribile per le sue predizioni e minacce frequenti. In occasione massimamente dello crociate fu in credito il suo vaticinare, e la morte di Federico Barbarossa nel 1189. in Tarso accaduta parve al volgo gran pruova. di ciò. I papi se ne servirono ad illustramento delle ss. scritture, ed egli secondo suo talento compiè un’opera aspettatissima sopra l’Apocalisse infra l’altre. Ei morì nel 1207. in età di 77. anni lasciando gran nome e seguendolo fama di molti miracoli, e sino al 1550. si parlava d’esaminarli da Clemente VI., e se non fosse stata turbata la chiesa dal grande scisma d’occidente, avremmo forse una decisiva sentenza. Ma.

poi.

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204 Capo terzo
poichè questa manca, noi si contentiamo di

credere, che quel suo dono era in gran parte esagerato dalla rozze2za de 5 tempi e dei popoli, e in lui frutto di zelò ardente e persuaso, non essendo bisogno di riguardarlo qual eretico e falso profeta, come altri hanno fatto. E ciò basti a qualche notizia degli studi de’ claustrali prima del Ì200., ai quali nel 116^. proibito aveva Alessandro III. di studiar fisica e legge dopo i lor voti. Onorio III. i poi Innocenzo IV. e Bonifacio VIII. stesero tal divièto àgli ecclesiastici tutti i affinchè studiassero teologia e canoni più attentamente in servigio della chiesa. Molto più avrebbe a dirsene, sé de’ monaci allora eziandio studiosissimi fosse qui luogo di ragionare. D’essi tnppocò direm qualche ,eosa a proposito di monte Cassino.

Nulla s’è detto delle cronache o storie d questo secolo, perchè assai son conosciute dopo l’illustre raccolta fattane dal Muratori nella grande opera da noi spesso citata, a cui ogni scrittore delle cose d’Italia è tanto obbligato. Per farne un cenno dirò degli annali di Genova del Carfaro, che gli co.

min-

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Mille Cento. 205
Mille C e o t o. tafmincia

dal noi., anno, ch’egli fu in Orien" 1 te con una flotta genovese, e gli conduce sino al 11Ó3. anno probabilmente della sua morte in età di 85. anni accaduta, come narra il suo continuatore Oberro, che scrive sino al 1174- A lui successe Ottobuono ed altri, scrivendo i fatti de’ genovesi sino al 126$.; poi altri successero e condussero quella storia insino al 1300. Tutti genovesi sono quegli annalisti, e molti di chiaro no. me per la veracità, alcuni per lo stile eziandio, tutti benemeriti della lor patria e della posterità. Ma basti questo saggio, e vegga chi più ne vuole il Muratori principalmente al tomo IV., ove pure i cronisti pisani ha raccolti.

Per non dimenticare le due Sicilie, le quali ponno mirarsi sempre come divise da quella, che npi chiamiamo Italia in questa storia, degno è da notarsi, che appunto ak lor quando la Lombardia dividevasi in tante repubbliche dopo avere formato un regno unito, il famoso Ruggero riuniva più felicemente che mai insieme gli stati di tanti duchi e principi in un sol regno, e ciò verso,

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206 Capo terzo
il 1140. (a), il che die tregua colà a tante

guerre continue tra piccoli signori, e spesso tiranni, lasciando luogo al fiorir la letteratura per qualche pace e tranquillità delle cose. II commercio di quel regno co’ greci divenne pur più spedito, e quindi l’occasione dì trar profitto dalla greca coltura negli studi» Incontrasi infatti Verso il 1180. Tancredi conte di Lecce, divenuto poi re di Sicilia, essere stato astronomo e filosofo raro, e aver lasciata fama di gran letterato per l’educazione ricevuta in Grecia. Un autor pure colà troviamo detto tigone Falcando, il quale scrisse con eleganza la storia del re di Sicilia Arrigo VI. figlio dell’imperador Barbarossa, e memorabile a quel regno afflitto dalla sua crudeltà ed avarizia. Abbiam la storia di Napoli scritta verso il il 25- da Alessandro abate di Telese in terra di lavoro dal 1027. sino al detto anno, e

quel CO Duchi di Puglia e di Calabria, principi di Taranto di Capoa di Salerno di Bari di Napoli di Soriento ce.

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Mille Cento. 207
Quella di Giugìielrno pugliése delie guèrr*

de’normanni, ed altre di Romoaldo arcivescovo di Salerno, di Falcone Beneventano, e. per dir tutto merita sempre gran làude il monastero di monte Cassino vero emporio di sapere, come di santità ne’ due secoli XI. e XII.; e sempre si dee ricordar l’opera di Pietro diacono romano e bibliotecario di quel monastero, delle vite degli uomini illustri da noi accennata. Moltissimi autori in ogni dottrina egli registra quivi allevati siri dalla fanciullezza, come era allora usato, e divenuti monaci e prelati dottissimi. Egli stesso, che morì dopo il 1150. fu un prodi» gio, avendo scritto con rara eleganza pel suo tempo in ogni materia sino all’astronomia, alla fisica, all’archittetura, di che gli storici dell’ordine di s. Benedetto assai ragionano.

Ma tempo è di finire 11 quadro di questo secolo con pennellare più generali secondo nostro istituro, afTìn di lasciare un’idea più sicura, e più profittevole non alla memoria sola, ma alla riflessione. In questo secondo secolo vediam gì* italiani ognor più allontanar-

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208 Capo terzo
.jiarsì dalla rozzezza, e barbarie. Ecco l gr*.

di, per cui passarono da un estremo avvilimento alle imprese dell’animo, e dell’ingegno. Dal pensiere d’una distruzione univetsale passati al mille a goder sicurezza e nuova vita avanzarono verso il mille cento dalla schiavitù e dai disagi a gustare la libertà e sentire le forze loro non senza qualche comodo della vita, sinchè progredendo verso il miiie dugento giunsero ad animarsi colle speranze di rimote conquiste e. di tesori, dopo aver sentita solo la povertà e l’inerzia, Or se V uomo col solo sentimento di libertà; fc di così gran cose capace, come greci e romani mostrarono, qual diviene per l’ardore jn oltre di dominare e trionfare, e coll’ armi alla mano? Ma qual poi divenne pe,r le ero-, ciate, alle quali tai circostanze più notabili concorrevano? La religione co’ suoi più gravi obbietti animata dalla compassione de’ cristiani oppressi da’ barbari più odiosi agli uomini e a Dio, nuovi regni al tempo stesso, e fertilissime Provincie oltre alle sacre loro memorie da conquistare, immense sicchezze celesti e terrestri da ottenersi morendo, un

mar-

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Mille Cento. 209
martirio vivendo, speranze di gloria e d’im_

prese mirabili, le quali già spargeva e ingrandiva la fama, celebrando non solo i capitani, ma ogni soldato, che morivasi, come un conquistatore, infine gli esempi dei grandi, e l’eccitamento dei santi e dei pontefici capi di quelle spedizioni, ecco ciò, che gittò tanta fiamma e la rendette sì costante, sconvolgendo l’Europa tutta dallo stato primiero, e l’Italia con lei, che vide a se ve* nire per passare in Levante tante nazioni, da tutte trasse vantaggio, e in parte le segni all’impresa.

if* Così venne insieme facendosi una comunicazione tra genti lontane, ed ignote, che per l’avanti il governo feudale avea tenu te disgiunte affatto, anzi rese nemiche. La gelosia vicendevole tra que’ duchi e conti, e le violenze continue d’un popolo contro un altro faceano divisione tra gli stati ancor confinanti; cresceano però la rozzezza gli errori l’ignoranza, la qual so’o è vinta dalle cognizioni reciprocamente trasfuse, e dalla emulazione. Cominciò la lega tra le città italiane stretta contro i principi a renderle Tomo VII, O SQ-

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210 Capo terzo
socievoli, e sin d’allora si vide nascere l’industria

de’ traffici, la coltura de’ campi, la gara degl’ingegni. Seguirono le crociate f che non solo i vicini popoli, ma i più remoti avvicinarono mescolarono e strinsero con un comune interesse e fervore. Sì vide la Francia, la Germania, l’Inghilterra dopo varj secoli di vita salvatica visitar come amici gl’italiani, e ammirarne le ricchezze il lusso il governo gli studj / e tutti insieme rivolgersi all’Oriente, e riconoscendosi barbari al confronto della magnificenza, ed eleganza del greco impero, e principalmente di Costantinopoli opulentissima e piena di studi e d’arti, vergognarsi illuminarsi istruirsi ed imitare quanto potevano quegli esempli (a). La mollezza asiatica rammorbidì quer

fero fd) Non fu solo alla caduta di Costantinopoli, come dai più si pensa, che noi ricevemmo lume e coltura dai greci, in ogni secolo si ponno addurre esempi d’italiani passati colà. Per or bastine ricordare i già citati in questo, cioè Burgundione ed Ugo Etereo pisani, Campino Novarese, Gofftedo da Viterbo ed altri.

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Mille Cento. 211
feroci settentrionali, l’Oriente fu maestro,

ed esempio dell’Occidente, l’Asia e l’Europa infine non furono più straniere, e si fece un commercio universale di cognizioni di comodi e di costumi. Ma gl’italiani ne fecero un altro più lucroso * essendo essi già prima dirozzati, e trovandosi in sitò più atto per ogni vantàggio. Trassero a se le ricchezze e le merci dell’Asia i le quali trasportavano in Fiàhdraj d’onde le città Anseatiche (cioè quelle, che ad imitazione «delle italiane si erano collegate in un corpo contro i nemici della lor libertà), venivano a prenderle * e le distribuivano per tutto i! Settentrione (a). Per questo quasi riflusso dal Levante e dal Mezzodì al Nord seguì facendosi ognor più giro $ e comunicazione _^ tra

CO Sino ad ottanta città dietro l’esempio d’Amburgo, e di Lubecca entrarono in quella lega verso la metà del decimo terzo secolo. Vedi là, ove parliam del commercio. Questo ardore per l’indipendenza passò in Ispagna in Inghilterra in I scozia e altrove a scuòtere il giogo de’ governi feudali e dilla ior tirannia.

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212 Capo terzo
tra molte genti per mezzo degl’italiani, che

or passando nell’oriente co 1 crociati, or par, tendone colle merci verso tramontana, profittarono sempre delle ricchezze non mena che delle cognizioni di tutti. Così tutti quei popoli ricevevano lumi dagl’italiani, e ad ognuno si fé sentir quel vantaggio, che ancor ne’ privati deriva dal viaggiare per mezzo all’altre nazioni (#). Non sari maraviglia dopo questo il vedere sì rapidamente crescere dopo il mille cento, e più nel secolo seguente la coltura l’industria l’arti gli studi tra noi. Quello principalmente delle sacre materie per impulso della sede romana (&), quello delle leggi civili e canoniche si

j dif (a) Nota un filosofo a questo proposito Instabile corrispondenza fra l’azione e reazione nel mondo fisico morale e letterario; se i popoli del Nord concorsero al mezzodì, e vi stabilirono l’impero della forza, quelli del mezzodì portaron nel Nord l’impero dell’umanità delle lettere e del sapere.

C^) Segni ognora più a fiorire in Roma e nel clero romano l’emulazione della dottrina, essendo fcelti i più dotti anche in questo secolo a vescovi

a car.

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Mille Cento. 213
diffuse ampia menre col diffondersi la concor*

dia e l’unione il traffico le manifatture l’in-» dustria col bisogno loro seguace di sicurezza di quiete di pubblica fede, e ben tosto si videro le università per tutto e cattedre e professori in gran numero ed in gran * pregio, come erano sino allora stati i capitani, e i soldati preferiti a tutt’altro ne’ tempi feroci. Ma s’egli è vero, che molti milioni d’uomini perirono in quelle imprese e conquiste, come è vero, che tutte queste prU ma ancora dei mille trecento finirono in nulla, dovreni confessare esser costata assai cara la mutazione de’ costumi, qualche studio recato di Grecia di Spagna e di Soria, le spezierie dell’Indie, e le ricchezze dell 1 Asia e del Settentrione venute in Italia.

Fossero almeno state le scienze dirittamente promosse, e coltivate! Ma ancor questo

ci

a cardinali a papi. Alessandro III. scriveva al cardinal Pietro suo legato in Francia di fargli noti i più illustri colà per fama di sapere e pef virtù affin di porli in dignità.

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214 Capo terzo
ai4 Capo T e r 2 g

ci tu negato. Imperciocchè (eccettuate ie leggi sacre, e civili), avendole noi prese da altri, vennero a noi già pregiudicate dalle dispute cavillose dei greci principalmente riguardo alla teologia, e dalle sofìstiche sottigliezie degli arabi quanto alk filosofìa. Il peggio si fu, che l’una all’altra da que’ popoli erano state congiunte, sicchè il filosofo arditamente pretese entrar ne’ misteri sovrumani, ed il teologo sottomise la religione ad un linguaggio scolastico, e a filosofiche argomentazioni, onde non distinguendosi più i confini, tutto il sapere divenne sacro, e venerabile, perchè su fondamenti divini parve appoggiarsi, è si tenne a profanazione Qualunque novità di pensare (*). E ciò ran-,

to

C0 Allor cominciò veramente, e per uli ragioni ad alterarsi lo studio della teologia che a’ tempi, di Carlo Magno, e di poi fondavasi ne’ dogmi della religione riconosciuti nelle sacre carte, o ne’ ss. padri come riconosciuta era ne’ canoni la disciplina C ab. Flcury Tom. XIII.) Pur come vedemmo Via dal tempo di s. Bernardo era un principio di alterazione.

La

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Mille Cento. 215
la più, quanto rràttavasi ogni cosa in latino,

che anch’esso era già consacrato dal culto, e dalla chiesa; la nostra lingua si disse volgare, perchè lasciata al volgo, e restava. deforme, e rozza; i dotti soli però filosofavano, e la loro autorità tenne poi tanto tempo e gli studj e i loro metodi invariabilmente sotto al giogo medesimo, come più manifesto vedrassi trappoco alla nuova epoca della lingua italiana.

ro La filosofia era quella delle dieci categorie libro attribuito s. Agostino; a cui poi successe Aristotile, la cui dialettica dominò tanti secoli spirando per comune sentenza l’orgoglio, la contraddizione, il disprezzo d’ogni altra dottrina cotale dialettica per certo suo particolare istinto. Quindi e per gran tempo tutta la filosofia non fu altro, che dialettica, e quindi furono trascurate le belle lettere tra i cristiani, come lo erano tra i mori primi maestri laro, ed esemplari, sempre rabbiosi disputatori.

Anch’Erasmo dicea, che Io studio di Cicerone e di Plutarco lo rendcan migliore, e che la scolastica C ridotta a dialettica falsa) raffreddavalo nelf amore della virtù, e cresceagli quel della disputa. Vedi il colloquio convivium rt/igioittm.

. 4

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216 Capo terzo
Ma prima di lasciar quésto secolo torniamo

addietro un momento per dare un’occhiata filosofica all’epoca più singolare, che mai avesse l’Italia. Imperciocchè ne’ due, o tre- secoli, che andiamo scorrendo, può ravvisarsi tutta la forza intrinseca d’una nazione per rimettersi dai più gran mali, ed innalzarsi alla maggior potenza, e grandezza. Divenne in essi una nazione, qual non era mai stata, ne fu dopo mai più, una potenza europea predominante per le ricchez^ ze, un centro del mondo allor conosciuto pel commercio, un modello dì letteraria cultura, e d’industria. Anticamente non fu così, perchè Roma assorbiva ella sola tutto ciò, che fu poi comune a tutte le italiane provincie. La Grecia antica fu qualche tempo simile a lei, quando facea per molte repubbliche, o per alcuna di loro ancor sola un mirabile corpo, e terribile di forze marittime, e militari, di libertà, di commercio, di studi, combattendo la Persia, e giungendo all’Indie con quelle spedizioni, che ponno dirsi le sue crociate, ed umiliando i Darj, e i Sersi) eh* erano i suoi Federighi. In quest’epoca si vide

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Mille Cento. 217
de l’Italia popolarsi a dismisura, e rapidamente

dopo una solitudine universale, quindi rinascere armate e flotte, guerre e conquiste, arti ricchezze università dopo tanta inerzia, miseria, e ignoranza, anzi in mezzo alle più sanguinose discordie, alle stragi, ai devastamenti più luttuosi d’ogni cir, tà, e provincia italiana. Questo è il punto veramente maraviglioso di quest’epoca, e degno di riflessione.

Per una parte noi abbiamo ^veduto sin dal principio del secolo XII. per testimonio di Pietro Girardo fiorire in gran tratto d’Italia (benchè suj principio ciò fosse) la nobiltà, la concordia, il traffico suo. Verso la metà del secolo Otton di Frisinga esalta l’urbanità, e splendidezza della nazione, il suo governo repubblicano, e le sue leggi, onde venivano gran ricchezze, e comodi della vita. Al fin del secolo, o presso a quello l’abate Urspergense autor gravissimo, e non parziale al par d’Ottone fa un nuovo rifratto degl’italiani assai rimarchevole. Imperciocché lodandoli esso per essere stati i primi a soccorrere terra santa nella famosa crocia-

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218 Capo terzo
0

ai8 Capo Terzo

ciata bandita l’anno 1188. per l’orrore ve» nuto in tutta cristianità dalla caduta di Gerusalemme in mano degl’infedeli, ei fa men. zione della parsimonia (a), e sobrietà de x nostri antenati uomini per altro bellicosi ei dice, e discreti, cioè saggi, e prudenti, cauti in profonder danaro fuorchè al bisogno, e sopra tutto essi soli tra tutte le nazioni, che fossero governati da lèggi), e da leggi scritte. Queste lodi di due stranieri autorevoli oltre quelle del primo, e di molt’altii, che addur si potrebbono, al secolo primo appartengono dei tre, che ora esaminiamo, e ceN tamente assai più si convengono al XIII. sino alla metà del XIV. ne’ quali vedremo andar sempre più aumentando le ricchezze, la potenza, la letteratura, il commercio, la libertà, la coltura, giugnendo alfine a quel

» pun £a) Hornines bellicosi, discuti, & regala sobrie* tjtis modesti, prodigalitatis expertes, farcente* expensis cum necessita* non incubuerit, & qui inter cmnes gentes soli scripta legum sanzione teguntur * ^ an, «88.)

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Mille Cento. 219
Mi ut Cento, 210

punto sempre fatale alle repubbliche, cioè a! lusso, nel qual tutte periscono, corrompendo esso con altri; desideri quel della patria gloria, e della propria nel cuore de’cittadU ni, che divengono allora odiatori delle leggi raffrenataci della cupidità, e quindi sovvertitori della patria. Ciò può vedersi avvenuto dal i^oo. sino al 1350.; ma dal 1100. al nyo. sin là ognun sa qual fosse la Lombardia specialmente, quali Genova, Pisa, Venezia, e la Toscana, e la Marca, e le Sicilie, e vedrallo ancor meglio in ciò, che tra poco diremo nella nostra prima parte per la letteratura, e nella seconda per le ricchez-: ze, e il commercio.

Ma per l’altra parte qual non è maravfglia mirando l’Italia al tempo stesso in al-, tro aspetto di fierezza, di guerre civili, di devastamenti, d’incendi, e d’ogni furore, il più ostinato, e universale? Roma antica non ebbe mai tante furie a lacerarle il seno, e non l’ebbe sì lungamente, nè credo, che avrebbe potuto in tante scosse Roma stessa stare in piedi. La Grecia n’ebbe, è vero, |ra le sue cittd, ma non tante, nè sì perse ve-

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220 Capo terzo
Veranti, nè sì rabbiose, e poi cadde per loro.

Ma l’Iralia sembrò prendere nuove forze, e nuova grandezza allora appunto, che più infierirono. Sino dal noo. già ne vedemmo accese le fiamme, e per tutto quel secolo andarono divampando. Furono alquanto in esso sospese, è vero, dalla -Jor lega cpntro del Barbarossa, e così pure nel secol seguente dall’altra lega contro del nipote di lui Federigo II. Nel che pure si vide nuova rassomiglianza co’ greci antichi, che calmavano le discordie tra le loro repubbliche per unirsi contro al comune nemico. Ma qual nuova forza non presero-al 1200. quando arsero le due crudeli fazioni de’ guelfi, e de* gibellini, già nate alcun tempo prima, e durate poi tanto, e tanto ferocemente? Meglio era per loro, che le barbariche crudeltà di Federigo I. d’Arrigo VI. suo figlio, e del figlio di questo Federigo H.: fossero ancor durate ne’ lor successori, che almen contro essi sarebbonsi riunite, e placate alcun tempo; ma divenute nimiche tra loro co:i quelle fazioni non ebbero più senso, ne segno d’umanità. Colpa forse di que’tre prin~

ci-

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Mille Cento. 221
c’ipi, che non sapendo conciliarsi i popoli

colla clemenza, a cui niente resiste, ed irritandoli in vece sino al furore, questo non fa mai pago, se non col sangue, e colla strage de’ concirtadini, non avendo più da saziarsi contro degli stranieri. Checche sia della cagione, certo è, che mette orrore la storia di quel tempo, che par quella delle rigri, e degli orsi. Non si guerreggiava, ma infuriavasi smantellando, uccidendo, caricando di ceppi, e straziando di nuovi tormenti il vinto nimico. Dalle vendette degl’imperadori s’avea imparato a saccheggiare, incendiare, non lasciar pietra sopra pietra, non perdonare a sesso, od età, dori agli avanzi miserabili d’un popolo, e -d’una città. Milano, Como, Lodi, Cremona 5 Pavia, Brescia, Piacenza, e cento 7 altre lombarde furono a tali estremi ridotte non una volta, e di poi la Toscana, e tutte l’altre provincie per li guelfi, e gibellini incontrarono la stessa sorte. Può vedersi ciò, che ne diciamo, ove trattiam de’ costumi. GÌ’incenda poi che le distrussero per man dei nemici

o de.’

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222 Capo terzo
ó de’ concittadini, vennero spesso rinnovati

dall’accidente, e nulla più spesso incontrasi negli annali di quelle, quanto i divampamene ti universali, ond’erano costretti a rifabbricarle di nuovo, e quindi essendo per la fretta di legno rifatte, e di paglia taloil coperte j a nuovi incendi erano esposte. Le pestilenze frequenti le disertavano, gli allagamenti, le carestie tra tanta confusione di cose non avean riparo i sicchè ognun pensa, che dovesse esser l’Italia nuovamente qual era stata nel novecento. Eppur vediamo tutto il contrario dal sopraddetto, e può vedersi ancor meglio in appresso*

Or ecco il curioso punto da esaminare.. Come mai poterono l’arti, il commercio, le scuole, la popolazione, V industria, l’agricoltura non sol sostentarsi, ma far progressi in mezzo a tanto furore, e tumulto? Come una città arsa, e fatta cenere, e solitudine tra poco rifabbricata, ripopolata, rimessa in forze giugneva a far fronte di nuovo agi’ imperadori, ai nemici, a’ suoi fuorusciti, come in quegli annali medesimi vediamo sì

spes-

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Mille Cento. 223
spesso (a)? Non e egli uno stupore specialmente

per gli studi tanto amici di pace, e sì ripugnanti all’armi * non che alle stragi, e a* desolamenti, vederle in mezzo a quelli ergere università, aprire scuole t chiamar professori, e fiorir di leggi, e di lettere » come in piena tranquillità.’

Sopra una tale contraddizione ben meditando parmi vederne la soluzione nella sola forza, e virtù d’un popolo da lungo tempo oppresso, e irritato che alfìn scuote il giogo, gusta la libertà, conosce le sue forze, s 1 infiamma dell’amor della patria, correa grandi speranze, anela a vittorie, e conquiste, diviene un altro, e fa maraviglia a se stesso per indomito senso di coraggio, che giugne alle disperate intraprese piuttosto, che mai cedere, o disperare di se. Quel ca foc-

00 Basti un esempio tra mille. Alessandria fabbricata di pianta verso 1170. di là a non molto (dice il Muratori all’anno 1168.) arrivò essa a mettere insieme quindici milta persone, parte di caavlltris, e parte di fanteria atu all’l armi, e bt II iene.

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224 Capo terzo
roccio famoso portato con tanta solennità,

e superstizione nel centro delle armate, ne mostra il palladio, lo stendardo della pubblica libertà, e dell’ardore insieme degli animi verso lei, e la patria, sicchè questa ancor distrutte le case, e le mura conservasi ovunque è un segno di lei, e trovasi sempre un’ Atene, ancorchè trasportata nel mare, e abitante tutta sopra i navigli. Videsi ancor in Italia il potere della virtù, anima delle repubbliche, della virtù, dico, politica, e cittadinesca, qual di molla, e ruota maestra delle libere società, e più delle democratiche. Questa ruota stromento mirabile a scuoter l’anima, ad infiammar il cuore, e spigner l’uomo ad ogn’impresa, affrontando intrepido le difficoltà, ella è dessa, che il fa rinunciar a se stesso per ben di tutti, e sagrifkar i suoi interessi, e le sue ricchezze alla patria, che crea i talenti, che forma gli "eroi, che fa de’ prodigi. L’italiano del novecento non è più quello del mille cento dugento, trecento, nel quale la libertà, eia patria son divenute passioni ardenti, che non Conoscono mediocrità, che vanno al diffici v le.

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Mille Cento. 225
le, e che crescon sempre quando le nudre

l’emulazione, l’amor della gloria, la speranza del meglio, l’idea della felicità. Tali erano in que’tre secoli gli alimenti di quelle passioni. Così, e non altrimenti s’intende, come tra tanti disastri, ed ostacoli si soste. nesse la nazione italiana, anzi s’alzasse ad una coltura, e potenza non più veduta, le città si rifabbricassero più d’una volta, tornassero sempre i cittadini a far corpo, e partito, si ripigliassero l’armi, si ravvivasse il commercio, e gli studj, le arti, le manifatture d’ogni maniera, sicchè quando pajea doversi ricadere nella barbarie, allor si giugnesse al lusso, ed all’abuso.

Che se ad alcuno rimanga dubbio su quele parole d’Otton di Frisinga, e dell’Urspergense da noi citate in lode degl’italiani, ohe dopo il detto non sembrano meritarle, io penso doversi quelle intendere per confronto de’ tedeschi, i quali stavano ancor peggio di noi. E quanto alla sobrietà ognun facilmente n’è persuaso. Ma deve ancor peri suadersene quanto alla urbanità, all’econcs mìa, alla prudenza (massimamente* nel seco» Tomo VII. l'1q

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226 Capo terzo
io XII. in cui eravamo ancor lontani dal lusso)

mentre i tedeschi propriamente non s’occupavano che della guerra, e quindi tutto il resto era barbarico ne’ costumi ne’ consigli, nella prodigalità sregolata, e in mezzo finalmente alla ignoranza, ed alle discordie senza pur ombra di fìssa legislazione. E qual maggior pruova di cib, quanto quel memorabile detto, che noi soli tra tutte le genti eravamo protetti da leggi scritte? Segno « che l’altre nazioni viveano, e governavansi colle volontà de’ prepotenti, o con leggi barbare, ed appoggiate alla tradizione più che a’ codici riconosciuti, e che noi sin tra gli esteri anzi nemici eccitavamo la maraviglia insin d’allora colle scuole non meno di giurisprudenza romana, che con que’ governi da propri statuti, e legislazioni cittadinesche assicurati, e sostenuti. Ciò meglio ancor si vedrà ne* secoli susseguenti, a’ quali passiamo.

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Mille Dugento. 227
CAPO QUARTO.

s: vJmor parlammo della letteratura d’Italia * e degl» italiani, ma propriamente nulla si disse intorno alla vera letteratura italiana. Tutti scrissero latinamente smova gli autori, e tutti studiarono, e coltivarono solamente il sapere latino, ed alquanto di greto * e d’arabo eziandio, siccome lingue esse ^ole scientifiche j e degne di scriversi, e sole Infatti arricchite di classici autori * ed esemplari. Or comincia I» Italia a pregiar la sua lingua volgare i a scrivere in quella, a tentare per essa que’ primi passi, che poi verranno emulando le generose carriere nell’arti belle, e nell’ottime discipline de’ romani e de» greci. Non già i che la lingua volgare d’Italia allor solo nascesse, poichè pariavasì molto innanzi. Opinion più comune si e, ch’ella sino dal settimo secolo incominciasse a formarsi con propri lineamenti e sempre più poi venisse aumentando e distinguendosi dalla latina, e dall’altre di Europa.

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