Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Altarana/XVI

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Le ultime prove

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LE ULTIME PROVE.


Ma un guaio peggiore di tutti questi venne a rendere le sue condizioni anche più tristi. Col nuovo anno le doveva esser pagato lo stipendio a bimestri posticipati. Non osando presentarsi il primo di marzo a chiedere il mandato al municipio, ella si fece animo e andò a pregare il segretario di farglielo avere. Il segretario, [p. 221 modifica]facendosi piccolo e scansando il suo sguardo, le balbettò che non aveva ricevuto ordini in proposito, la consigliò di lasciar che si “quetassero le cose,„ le fece comprendere, in una parola, che era cosa stabilita di non darle nulla. A quel colpo, per quanto la ragazza fosse forte, vacillò. Ma riprese animo subito. — Ma io — disse — anche se mi tengono per licenziata, ho diritto almeno allo stipendio per il mese in cui ho fatto scuola! Ma no, ho diritto a tutto! La scuola non l’ho chiusa io, il Consiglio scolastico m’ha reintegrata al mio posto! Ho mio padre a cui provvedere! Non si mette una maestra sulla strada in questa maniera! È una cosa inaudita! — Il segretario, addolorato davvero, s’appigliò al suo spediente solito di far la vittima: si prese il capo fra i pugni, invocò domineddio, si chiamò l’ultimo degli esseri umani, un uomo ridotto in una condizione da desiderar che gli si spalancasse la terra sotto i piedi. Visto che non n’avrebbe cavato nulla, la maestra fece un cor risoluto, e senza neppure sapere che cosa proprio sperasse, andò dall’esattore.

Dalle prime parole di questo indovinò l’influsso maligno della moglie, cugina del sindaco, la quale dalla resistenza di lei doveva esser stata ferita nell’orgoglio di famiglia. Quel viso barbuto da cacciator di cinghiali non le usò sgarbatezze: se ne sbarazzò con tre sole domande, ripetute flemmaticamente, alla fine d’ogni sua rimostranza. — Ma il mandato, signorina?... Ma il mandato, dico?... Ma che posso far io senza il mandato?... — Allora, presa da un impeto d’indignazione che le sconvolse il sangue, essa pensò di correr difilata dal sindaco, a intimargli di fare il debito suo con le più terribili parole che le fossero venute alla bocca, a dargli d’assassino e di ladro, a sputargli sul viso. Ma giunta a venti passi dalla casa comunale, lo vide fermo davanti alla porta a discorrere col segretario, fumando la pipa; lo vide voltarsi verso di lei e prendere un’impostatura trionfante; e a quella vista, ricordandosi della lascivia schifosa con cui le si era offerto, della rabbia ferina con cui l’aveva minacciata, della impudenza cinica con cui aveva mentito, decise di soffrir tutto piuttosto che l’umiliazione di ricomparirgli spontaneamente dinanzi; e con l’angoscia nel cuore, ma sorretta dalla [p. 222 modifica]coscienza d’aver forza di lottare fino all’ultimo, tornò a casa sua.

E le toccò a lottar subito col bisogno. Come tutti i maestri dei comuni piccoli, che ricevono uno stipendio scarso e posticipato, nei primi due mesi di quell’anno essa era vissuta in buona parte di credito; poichè non voleva intaccar mai un piccolissimo peculio che teneva in serbo per un bisogno straordinario di suo padre o per far le spese di viaggio quando avesse avuta una destinazione lontana. Si trovò dunque fin dai primi giorni nella necessità di fare una coda ai suoi debiti. I piccoli bottegai, dai quali si serviva, gente accorta, e non inesperta di quelle faccende, fiutavan bene che la contesa sarebbe finita con la meglio per lei, che quindi lo stipendio le sarebbe stato pagato, ed essa avrebbe aggiustato i conti; e per questo seguitarono a farle credito; ma, come sogliono in casi simili, rincarando i prezzi. Così, in poco tempo, avuto riguardo ai suoi mezzi, il debito salì di molto. Intanto tutto il paese s’occupava dei fatti suoi. C’era qualcuno, è vero, come la moglie del liquorista assessore, la moglie del delegato, il soprintendente, e anche il farmacista, benchè fratello dell’impiegata postale, che si mostravano impietositi del suo stato, che le si sarebbero avvicinati, di buon cuore, per darle almeno un conforto di parole; ma, prevedendo vicino il giorno in cui il dimostrarle amicizia senza darle aiuto li avrebbe esposti a far cattiva figura, se ne tenevan lontani. Gli altri, la madre del pretore, offesa nella sua tenerezza materna, com’essa la intendeva, l’ispettrice che detestava in lei la propria effigie ritoccata, la moglie del maestro Calvi e l’impiegata della posta gelose, e la moglie dell’esattore, parente dell’autorità disdegnata, gongolavano. Quanto al parroco, sempre solitario, si contentava di rallegrarsi in segreto al vedere un nuovissimo esempio del disordine e degli scandali a cui dava luogo la scuola sottratta al clero; la quale, a suo giudizio, era la peste del mondo. La sola maestra Falbrizio, che nel caso della Galli vedeva rispecchiato, a disdoro del sindaco e a suo certo danno futuro, il caso proprio, volle dar prova di coraggio e andò a offrire i suoi servizi alla collega. E parve che li offrisse di cuore. Ma il suo cuore usava un linguaggio così poco adatto a far [p. 223 modifica]accettare le offerte, che la maestra Galli, se anche fosse stata inclinata a valersene, soltanto per la forma troppo pietosa con cui le erano fatte, non le avrebbe accettate. In conclusione, dopo aver mandato al provveditore un nuovo ricorso, nel quale esponeva minutamente i casi propri, la povera maestra compì un giorno, col cuore oppresso, il gran sacrificio; diede mano al piccolo peculio che aveva messo insieme con cinque anni di risparmi, non tanto per far le spese d’un viaggio possibile, come diceva, quanto con uno scopo su cui non osava di fermare il pensiero: per dare a suo padre una sepoltura onorata.