Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Altarana/XVII

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Miserie

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MISERIE.


Il maestro le offerse aiuto più volte, senza giri di parole riguardose, con quella violenza di pietà e di affetto, che parla crudo e va dritto all’anima. Egli aveva cento e più lire di fondo, comprese le venticinque di sussidio che gli avevan fruttato sei mesi di scuola serale dell’inverno scorso (dieci centesimi per lezione), riscosse un anno dopo. Ma la maestra rifiutò, dicendo che non ne aveva bisogno. E pareva che si serbasse assai tranquilla; ma, di giorno in giorno, si faceva veder meno. Una sera, però, essa mostrò ancora uno dei bei sorrisi dei primi mesi, raccontando al Ratti, sul terrazzino, che il maestro Calvi era stato a farle visita, e che le aveva esposto, per consolarla, un suo progetto di togliere il pagamento dei maestri ai comuni, per impedire gli abusi; progetto che si collegava con un altro, della fondazione d’una piccola banca agricola in ogni mandamento, con annessi e connessi: una farragine di cose. La povera maestra, benchè triste, sorrideva, senza sapere che, uscendo di casa sua, il povero Calvi era stato affrontato per la strada dalla moglie, che gli aveva fatto la posta, e l’aveva caricato di vituperi. Dopo quella sera, il giovine stette varii giorni senza vederla. Egli passava le lunghe serate in casa, malinconico, a sfogliare le raccolte dei giornali scolastici al lume d’una minuscola fiammella di petrolio, che gli [p. 224 modifica]faceva un disco bianco sul tavolino, lasciando tutta la camera al buio. Per il passato egli non aveva mai posto grande attenzione a quella rubrica particolare che han quasi tutti quei periodici, nella quale sono raccontate avventure e calamità di maestri; ma ora quell’esempio vicino gli dava una curiosità amara di conoscerle; e si diede a non legger altro, prendendo la lettura da anni addietro. Era un’odissea di miserie che lo sgomentava. In quello stato d’eccitazione nervosa in cui viveva da un pezzo, accresciuta dal senso della solitudine e dal silenzio della notte, egli vedeva i luoghi e le persone, e sentiva quasi le voci di quella povera gente. Leggeva, fra gli altri, d’un maestro elementare di villaggio, fuori d’impiego, che un giorno era stato colto da un malore improvviso in via delle Scienze, a Torino, e un signore s’era offerto di farlo portare a casa in carrozza; ma egli aveva rifiutato, domandando invece di bere una bibita calda, di cui aveva assolutamente bisogno. Quel povero uomo che tentava di dissimulare la fame chiedendo una bibita calda, gli faceva più compassione che se avesse detto aperto: — Ho fame; datemi del pane. — Chi sa per quante peripezie e quanti stenti era passato prima di stramazzare, sfinito dal digiuno, sul lastrico d’una strada di Torino!... In un altro comune era il brigadiere dei carabinieri che, trovato il maestro mezzo morto di fame dietro a una siepe, gli aveva fatto l’elemosina di tre lire: dopo di che, diceva il giornale, era accorso il provveditore a fare un’inchiesta. Quest’“avanguardia della civiltà„ rimasto senza casa, aveva dormito un pezzo sui banchi della scuola, e, cacciato di là, s’era ridotto a dormire in un tino, ma l’avevan cacciato anche dal tino: cosa naturalissima, del resto, perchè che cosa mai si poteva ancora spremere da un simile maestro?... C’era poi un comune, dove, morendo di fame i maestri e le maestre non più pagate da molti mesi, s’era costituito un comitato di gente del paese, il quale aveva pubblicato una specie di proclama per invocare la carità pubblica. — Anche l’obolo di pochi centesimi — diceva il comitato — sarà gradito.... — Alla buon’ora! Non era veramente un donare con quel tacer pudico che dice l’inno del Manzoni; ma gli affamati non tengono a certe delicatezze. C’era pure [p. 225 modifica]un maestro d’un comune dell’Italia meridionale, che, non ricevendo mai un centesimo di stipendio, era accolto per carità alla mensa degli ufficiali del distaccamento, in un antico monastero: gli ufficiali che se n’andavano, lasciavano in eredità la sua fame a quelli che venivano, e così egli campava da due anni. E poi c’eran dei casi curiosi d’accumulamento d’impieghi e di mestieri: maestri bidelli, inservienti comunali, ciabattini, spaccalegne a ore perdute, e che con tanti cespiti d’entrata, si riducevano in un fondo di letto per essersi nutriti per un mese intero di fichi secchi andati a male. E anche dei casi di pitoccheria vergognosa. Che cosa dire d’una maestra, per esempio, che raccattava sotto i banchi, dopo uscite le alunne, brani di carta, ritagli di tela, pezzi di filo, e perfino i chicchi di gran turco che le monelle le tiravan per disprezzo? Un giornaletto della provincia la svergognava debitamente, senza farne il nome, dicendo che disonorava la scuola, e diceva di più che portava gli zoccoli in casa e si fabbricava le formelle da sè con degli avanzi di carbone e di stoppia: cose che toglievano a lei ogni autorevolezza e offendevano il decoro del comune. Ma, pur troppo, c’eran delle cose più tristi: dei maestri di più d’ottant’anni, messi sul lastrico dopo cinquantott’anni d’insegnamento, perchè non più atti al servizio per sordità; delle maestre fatte bastonare spietatamente da parenti d’alunne rimandate agli esami; una, condotta a tal punto dalle persecuzioni e dagli stenti, che s’era date tre forbiciate nel collo in presenza delle sue bambine, e un’altra che aveva piantato lì la classe improvvisamente, e, corsa nell’atrio della scuola, s’era gettata nel pozzo, e le scolare avevano sentito il tonfo. Tutta questa processione miseranda di affamati, d’infermi, di vecchi abbandonati, di ragazze disfatte sfilava alla fantasia accesa del giovane, nella mezza oscurità della sua povera camera, e gli pareva che gli dicessero l’un dopo l’altro: — Vieni con me, collega! Io vo’ ad accattare. — Vieni con me, io vo’ all’ospedale. — Vieni con me, io vo’ al camposanto. — E lo lasciavano oppresso da una grande tristezza.