Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Altarana/XVIII

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Miseria

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MISERIA.


Mentre egli passava in rassegna tutta questa miseria, le condizioni della maestra Galli s’andavan facendo sempre più gravi. Il peculio l’aveva impiegato a pagare una parte dei debiti, con la speranza di farsi aprire crediti nuovi; ma i rivenditori, che vedevan sempre chiusa la scuola senza che le autorità di Torino intervenissero, cominciando a dubitare che ella potesse spuntarla, parte rifiutarono di darle a credenza altra roba, parte non gliela diedero più che con l’aria di farle una grazia, brontolando. Le domandavano: — E così, quest’ordine della prefettura, signora maestra, viene o non viene? — o le dicevano: — Si serva pure.... ma par che le cose vadano un po’ per le lunghe. — E quegli sgarbi le facevan così male che, per scansarli o provocarli il meno possibile, si riduceva a non comprare che lo strettissimo necessario per vivere, misurato grammo per grammo. Le serve del paese passavano apposta nelle botteghe, dopo di lei o dopo la contadinella che le faceva i servizi, a informarsi, o a vedere, se potevano, e facevan dei commenti sulla povertà lamentevole della spesa, che calava ancora di giorno in giorno. La maestra, dicevano, faceva la cura per dimagrare; da una mattina all’altra si vedeva camminare più svelta; si nutriva poco per non essere impedita a studiare dalla digestione; e ridevano in crocchio, alle cantonate. Alcune interrogavano le figliuole del panattiere e del macellaio, sue alunne, per saper preciso a quanto ammontasse il suo debito, e riferire ai padroni; così che nelle famiglie potevan tener dietro lira per lira, sto per dire, al progresso della sua miseria. Essa indovinava tutto questo, e quella pubblicità abbominevole della sua indigenza, mentre da un lato le trafiggeva l’animo, pareva dall’altro che raddoppiasse il suo coraggio, come la vista della folla al condannato a morire. Il maestro, stando dietro alle persiane della sua finestra, la guardava qualche volta rientrare in casa, e col cuore pien di pietà, l’ammirava. Quanto più le sue angustie crescevano, tanto più gli sembrava che [p. 227 modifica]diventasse bella: curava di più il suo vestire; il suo viso s’andava atteggiando a una tristezza tranquilla e immobile, e come più alta delle avversità medesime che n’eran cagione: la sua bocca soltanto, scossa da fremiti improvvisi, tradiva a quando a quando una stretta del cuore; ma non aveva perduto nulla della sua dolcezza. Essa passava per la strada senza apparente avvilimento come senza fierezza, fingendo di non vedere nessuno; e quando vedeva di sfuggita qualche nemico o curioso, alzava gli occhi in su verso le montagne, a cui il sole di primavera cominciava a lacerare i mantelli bianchi, o guardava giù, fra una casa e l’altra, il torrente azzurrino, le cui rive principiavano a smaltarsi di fiori d’ogni colore. Una sola persona le rimescolava il sangue, quando ella la vedeva di lontano: il sindaco; e un’altra le dava un senso di disgusto che non riusciva a nascondere: l’inserviente; il quale, quand’era briaco, le passava accanto carezzandosi la gran barba in aria di trionfo, e dondolando la sua tozza figura d’aiutante del boia. Ma erano impressioni d’un momento. Quello che le pesava senza posa sul cuore era il pensiero di suo padre, e lo capivano tutti.

Vedendola un giorno più scolorita del solito, e come stanca, il maestro sospettò ch’ella avesse già cominciato a privarsi d’una parte del necessario per non privar di nulla il vecchio malato, e con quest’idea si presentò la sera al cancello del terrazzino, fremente di pietà, a offrirle ancora una volta tutto l’aver suo, e a supplicarla che accettasse. Ma la maestra gli rispose che s’ingannava, ch’essa poteva ancora aspettare, e pronunciò quelle poche parole con un accento fermo, da cui egli comprese ch’ella avrebbe sofferto fino agli estremi prima d’accettare un soccorso; ma accompagnò il rifiuto con uno sguardo dolce e profondo che faceva più che dir grazie, che diceva chiaramente: — Vorrei poter accettare; sei il mio solo amico, povero giovane; lo so che m’ami; sei buono; sii benedetto; ma non posso: la mia alterezza è la mia vita. — Il giovane le domandò un’altra sera se non aveva parenti, se voleva ch’egli scrivesse a qualcuno, o che andasse a Torino a parlare al provveditore per lei. Ma non aveva parenti; non occorreva di scrivere; al provveditore aveva riscritto ella stessa; un provvedimento non poteva tardare. [p. 228 modifica]

Ma intanto il suo stato peggiorava. Una sera, vedendole gli occhi rossi, il giovane le domandò perchè avesse pianto. Rispose che, rientrando in casa al buio, s’era imbattuta con la ragazzina delle stelle di montagna, che l’aspettava per la scala: la povera bimba le aveva gettato le braccia al collo, l’aveva baciata singhiozzando, ed era fuggita: quell’incontro, diceva, le aveva fatto del bene. E poi non potè trattenere un lamento. Tutto soffriva, tutto le pareva tollerabile pur di salvare la dignità; ma quel presentarsi nelle botteghe dove le facevan brutta cera.... quello era un martirio più grande delle sue forze. — Ah! se non ci fosse mio padre! — esclamò. Il maestro le offerse ancora una volta, quasi piangendo, tutto il suo poco. Ma essa rispose, ricomponendosi: — No, non posso. Ho accettato la lotta; la debbo sostenere io sola, fin che posso farlo senza che mio padre ne soffra. — Un po’ di speranza la rianimò il giorno dopo, avendo saputo che dalla prefettura era arrivato l’ordine perentorio di riaprire la scuola. Ma la speranza l’abbandonò quando seppe che, invece di aprir la scuola, il sindaco era partito per Torino. Egli aveva ordito senza dubbio una nuova trama, era andato a sparger nuove calunnie, avrebbe fatto ritardare ancora d’un altro mese un provvedimento decisivo. Oramai le sue forze di resistenza erano all’ultimo: sarebbe bastato il suo modo di camminare a farlo capire; ma lo diceva più chiaro quella velatura dello sguardo lento e affaticato, che rivela una debolezza prodotta da insufficienza di nutrimento. Nel villaggio si cominciavano a maravigliare che potesse resistere così a lungo, le contavano i giorni come a una fortezza bloccata. Dei curiosi, passando davanti alla sua casa, guardavano alle finestre, come si suole davanti alle case dove c’è un malato moribondo. La serva del medico, ch’era una delle sue persecutrici più feroci, incontrandola la mattina, alzava il coperchio della cesta, come per cercarvi qualche cosa, per farle veder ch’era piena. Nei crocchi, quando essa passava, dicevano: — Ma che cosa mangia per reggersi in piedi? — I pietosi voltavano il viso dall’altra parte; i nemici s’andavano a appostare ai canti per vederla passare, e osservavano la sua andatura. Pareva che in quasi tutti fosse cresciuta l’insolenza, non tanto per crudeltà, [p. 229 modifica]quanto per darle il colpo di grazia, che la facesse cedere e implorar perdono, e non s’avesse più davanti quello spettacolo miserando. Sì, senza dubbio, essa doveva patir la fame. Nelle case lo dicevano. In tutta l’ultima settimana non aveva più preso a credito che un mezzo chilogrammo di carne, con metà ossa, un po’ di burro, e il pane scarso. Aveva congedato la servetta. Non si vedeva più lume alla sua finestra. La casa sua doveva esser ridotta una tomba. Come poteva resistere ancora? Era la demenza dell’orgoglio, alla fine. Non si pretendeva mica che si vendesse; sarebbe bastato un atto di sottomissione. Quando s’ha un padre vecchio e malato, perdio, si fanno certi sacrifizi per il padre.

Al maestro giungevano all’orecchio questi discorsi, e se ne disperava. Un giorno, non ci potendo più reggere, decise di farle accettare un aiuto a qualunque costo. Non avendola più vista uscire dalla sera avanti, il sospetto che le fosse preso male per debolezza gli diede l’ultima spinta. Uscì sul pianerottolo, sul far della notte, per sonare al suo uscio. Vide davanti all’uscio un’ombra, che gli parve d’una bambina, che stesse ella pure per sonare, e non osasse. Le domandò chi fosse. Quella s’intimidì, pareva che tremasse, e non rispose. Egli accese un fiammifero: era la bambina del pizzicagnolo, vestita come se fosse scappata di casa, impaurita; la quale, riconoscendo il maestro, nascose in fretta una mano dietro la schiena. Il giovane le domandò: — Che cosa vuoi? Che cosa nascondi? — E quella allora, arrossendo e tremando, mostrò quello che aveva nascosto, e con voce soffocata gli disse: — Prenda, io non ho coraggio, lo dia lei alla signora maestra. — E scappò giù per le scale. Il maestro guardò l’oggetto: era un involto; l’aperse: c’era una scatola di sardelle, della frutta secca, dei biscotti. Tutto il suo amore per l’infanzia gli venne su dal fondo dell’anima come una fiammata d’incendio. La bimba aveva rubato in casa per la sua maestra! Senza saper bene che cos’avrebbe fatto di quella roba, con la mano malferma, sonò. Una figura nera comparve sull’uscio. Era lei. Egli disse: — Sono io, — e, confuso, per aver un modo di cominciare, porse l’involto; la maestra lo prese, avvicinandosi alla [p. 230 modifica]finestra della scala, riconobbe che cos’era. — Lo riprenda! — disse subito, come se fosse stata scottata; e lo rimise in mano al giovane, soggiungendo in tuono quasi di risentimento: — Non sono ridotta a questo punto. — Ma la sua voce era debolissima. Il maestro sporse l’altra mano e le disse: — Ecco qui, signora Faustina; accetti il mio aiuto, la scongiuro! — La ragazza rifiutò. Poi rispose con dolcezza: — Grazie, signor Ratti. Quanto è buono! Ma non ho bisogno di nulla, le assicuro. A rivederla. Oh la buona e cara bambina! Buona notte. Ah! non dubiti, sa, ho un’anima d’acciaio! — Ma non se n’andò, e in quel momento di silenzio, parendogli di sentire che ella ansasse, il maestro fece un passo verso di lei. Tutt’a un tratto ella diede in un grido disperato: — Oh non ne posso più! Non ne posso più! Non ne posso più! — e, singhiozzando, lasciato cadere il capo sulla spalla del giovine, sentì nello stesso tempo le sue lacrime sulle guance e il suo bacio sulla bocca, un bacio solo, lungo e violento, seguito da un grido strozzato di dolore, d’amore e di gioia. Mentre le labbra di lui tornavano a cercare le sue, essa si sciolse e sparì; egli si slanciò innanzi e urtò nell’uscio chiuso, e lo baciò, e vi appoggiò contro la guancia, ansando, e stette lì, col cuore affranto dall’angoscia, e felice.