Inni omerici/Ad Apollo Pizio/Inno

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Ad Apollo Pizio - Introduzione Inni omerici

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Vien di Latona il figlio famoso, toccando la cetra,
a Pito aspra di rocce, suonando la concava cetra,
d’ambrosio vesti cinto, ch’esalan profumi; e la cetra
leva, dal plettro d’oro percossa, un amabil clangore.
Di qui poi sale, come pensiero veloce, all’Olimpo,
muove di Giove alla reggia, fra il pieno consesso dei Numi;
e braman gl’Immortali la cétera súbito e il canto.
E qui, le Muse tutte, che cantan con voci soavi,
dicono i pregi immortali dei Numi, e le misere pene
degli uomini, ché tante ne inviano ad essi i Celesti,
e vivon senza nulla sapere, di tutto sprovvisti,
né sanno alla vecchiaia rimedio trovar, né alla morte.
E qui, ricciole chiome, le Càriti e l’Ore benigne,
Ebe con Armonia, con la figlia di Giove, Afrodite,
danzano, l’una con l’altra stringendosi al carpo la mano.
Canta con esse insieme, non piccola già, non deforme,
bensì d’alta statura, d’aspetto a vedere stupendo,
Artèmide ch’è vaga di frecce, germana d’Apollo.
E Marte, e il Nume ch’Argo trafisse, che acuto ha lo sguardo,
scherzan con loro. E suona la cétera Apòlline Febo,

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oltre procede a gran passi: gli raggia un fulgore d’intorno,
sprizzano raggi abbaglianti dai pie’, da la tunica bella.
Questo animoso contegno vedendo, s’allegrano in cuore
Giove dal senno eccelso, Latona dai riccioli d’oro,
citareggiare il figlio vedendo fra i Numi immortali.

     Come inneggiarti potrò, se tu sei da te tutto un inno?
Per le tue nozze forse ti devo cantar, per gli amori?
Come cercasti bramoso la vergine Atlàntide a nozze,
ed Ischio t’era, figlio del figlio d’Elàto, rivale,
e pur Forbanti, figlio di Tríope, ed anche Amarinto,
ed anche, con la sua prediletta consorte, Leucippo,
questi a cavallo, tu a piedi: ché seco era mosso Triòpa.
O come, pei mortali cercando dapprima i responsi,
via per le terre errasti, Signore che lunge saetti?

Prima, allorché scendesti d’Olimpo, venisti alla Pieria,
a Lacmo oltre, alla terra d’Emazia passasti, agli Enèni,
oltre ai Perrèbi, e presto giungesti alla terra di Iolco,
salisti nell’Eubèa, per le navi famosa, al Cenèo.
Poi, di Lelanto al piano sostavi; e neppure ti piacque
il santuario qui costruire, la selva alberata.
Quindi l’Euripo, o Nume che lunge saetti, varcasti,
al verde monte sacro giungesti; ma presto da quello
partisti, a Micaleso giungesti, all’erbosa Teumeso.
Quindi alle sedi venisti di Tebe coperte di selve;
ché nella sacra Tebe nessuno degli uomini ancora
facea soggiorno, e vie non erano ancora o sentieri,
sul suol di Tebe altrice di spelta; ma c’era la selva.

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     Anche di qui movesti, Signore che lunge saetti,
venisti al sacro bosco del Sire del pelago, a Onchèsto.
Quivi un puledro sbuffa, da poco domato, e relutta,
tirando il carro bello. Balzato dal carro, l’auriga,
sebbene esperto, a piedi percorre la strada; e i cavalli
traggono vuoti i cocchi, ché liberi sono di guida.
E se conducono i carri da sé dentro il bosco alberato,
cura di loro i ministri si danno, e rimettono i carri.
Il primo sacro rito fu questo: preghiere al Signore
levan gli aurighi; e i carri protegge la Parca del Nume.

     Di qui movesti innanzi, Signore che lungi saetti,
ed a Telfúsa giungesti. Quel vergine luogo ti piacque
per fabbricarvi il tempio, ti piacque la selva frondosa;
e, stando presso a lei, le volgesti cosí la parola:
«Telfúsa, io voglio qui costruire un bellissimo tempio,
dare i responsi qui per gli uomini; e gli uomini sempre
aduneranno qui per me le compiute ecatombi,
quanti han dimora nel suolo del Peloponneso ferace,
quanti nel continente, nell’isole cinte dal mare,
che canteranno qui responsi. Veridici a tutti
oracoli io darò, profetando dal ricco mio tempio».
     Le fondamenta gittò, com’ebbe ciò detto, il Signore,
per tutta la lunghezza, quadrate, grandissime. E vide
Telfúsa, e s’adirò, gli volse cosí la parola:
«Febo signore, che lunge saetti, considera questo.
A te piaciuto è qui costruire il bellissimo tempio,
che oracol per le genti mortali divenga, ove sempre
s’adunino, e per te s’immolino scelte ecatombi.

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Dire una cosa però ti voglio, e tu intendila bene:
delle cavalle veloci qui sempre lo strepito noia
a te darà, dei muli che bevono ai sacri miei rivi.
Vedere qui vorrà ciascuno degli uomini i carri
bene costrutti, lo strepito udir dei veloci corsieri,
vedere il tempio grande, le molte ricchezze che aduna.
Se vuoi credere a me — ma tu sei migliore e piú saggio
di me, Sire dell’arco: grandissima è poi la tua forza —
sotto gli anfratti Parnàsi edifica, in Crisa, il tuo tempio.
Quivi, né ressa di carri fulgenti sarà, né tumulto
di rapidi cavalli, d’intorno al tuo solido tempio:
qui recheranno in silenzio le offerte al Signor dei peàni
l’inclite dei mortali tribù: nel tuo cuore godendo,
i sacrifici da quanti dimoran lì presso tu avrai».
     Disse Telfusa, e il cuore convinse del Nume. E la gloria
rimase a lei così del nome, non fu dell’Arciere.

     Quindi piú oltre movesti, Signore che lunge saetti,
venisti alla città dei Flegi selvaggi, che cura
non han di Giove alcuna, sebbene pur vivono in terra,
in un ridente vallone, vicino allo stagno cefisio.
Con impeto veloce di qui ti lanciasti alle vette,
e pervenisti, sotto le nevi del monte Parnaso,
a Crisa, che, battuta da Zefiro, sembra uno stinco.
Sopra le incombe una roccia, la cinge una valle profonda,
tutta aspra; e quivi Apollo, Signore dell’arco, decise
d’edificare il suo tempio gradito; e fûr tali i suoi detti:
«Dunque, io disegno qui costruire un bellissimo tempio,
dare i responsi qui per gli uomini; e gli uomini sempre
aduneranno qui per me le perfette ecatombi,

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quanti han dimora nel suolo del Peloponneso ferace,
quanti nel continente, nell’isole cinte dal mare,
che canteranno qui responsi. Veridici a tutti
oracoli io darò, profetando dal ricco mio tempio».
     Le fondamenta gittò, com’ebbe ciò detto, il Signore,
per tutta la grandezza, quadrate lunghissime; e sopra
posero il santuario di marmo Trofonio e Agamède,
figli d’Ergino, entrambi diletti ai Celesti immortali;
e costruirono turbe d’intorno infiniti edifici
di levigate pietre, ché ognor li cantassero i vati.

     E presso scorre il fonte dall’acque bellissime, dove
il Dio figlio di Giove dall’arco d’argento, trafisse
la Dragonessa grande, gigante selvaggio prodigio,
che tanti danni recava degli uomini all’agili greggi,
e tanti a loro stessi: ché era un cruento flagello.
A questa Era, la Diva dall’aureo trono, una volta,
Tifone, orrendo mostro crudele affidò, per nutrirlo.
Essa l’aveva concetto, per l’ira nutrita nel cuore
contro il Cronide, quand’esso die’ vita ad Atèna famosa,
nel suo cérebro. Ed Era, la Dea, veneranda, adirata,
queste parole disse nel pieno consesso dei Numi:
«Voi tutti, o Numi, e tutte voi, Dive, ora datemi ascolto,
come rispetto mi perde per primo il figliuolo di Crono,
adunator di nembi. Sua sposa mi fe’ pei miei pregi;
ed ora, senza me, generò l’occhicerula Atena,
che insigne va fra tutte le Dive beate del cielo.
Invece, il frutto delle mie viscere, Efèsto, mio figlio,
infermo è più che ogni altro dei Superi, ha torte le gambe.
Io l’afferrai per un piede, lo scaraventai giù nel mare;

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ma di Nerèo l’accolse la figlia dai piedi d’argento,
Tètide, e lo recò fra l’altre sorelle. L’avesse
fatto piuttosto a qualche altro dei Súperi, questo favore!
Tristo e che altro mai, d’inganni orditore, or disegni?
Osato hai generare da solo la Diva occhiazzurra?
Nata non è dal mio grembo: ma pure, tua figlia chiamata
sempre sarà fra i Numi che vivono in cielo beati.
Ebbene, anch’io vo’ modo trovare che venga alla luce
un figlio mio, che sia distinto fra tutti i Celesti,
senza però macchiare né il sacro tuo letto né il mio.
Ma piú nel tuo giaciglio non voglio venire: in disparte
voglio star lungi da te, crucciata con tutti i Celesti».
     Detto cosí, si ritrasse sdegnata lontano dai Numi;
poi súbito una prece la Diva dagli occhi rotondi
Era levò, con la mano supina toccando la terra:
«O Terra, e Cielo ch’ampio sovrasti, ora datemi ascolto,
e voi Titàni, Dei che nel Tartaro grande, sotterra,
soggiorno avete, e siete degli uomini padri e dei Numi.
Porgete ascolto a me tutti quanti, ed un figlio a me date
senza il concorso di Giove, di Giove non meno gagliardo,
anzi, tanto piú forte di lui quanto Giove è di Crono».
     E, così detto, la terra sferzò con la mano possente;
onde si scosse la terra datrice di vita; e, vedendo
ciò, s’allegrò la Dea: ché compiuta crede’ la sua brama.
Da quell’istante, poi, pel volgere intero d’un anno,
piú non ascese il letto di Giove dal senno profondo,
piú non sedea, come prima sedere soleva, sul trono
multicolore, volgendo nell’animo accorti disegni;
ma, rimanendo nei templi, fra molte preghiere, la santa
Era, dagli occhi rotondi, godea delle sacre sue feste.

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Poi, quando il giro fu compiuto dei mesi e dei giorni,
e l’anno roteò, sopraggiunsero nuove stagioni,
essa alla luce die’ Tifone, terribile, orrendo
flagello dei mortali, non simile a questi, né ai Numi.
Era, la Diva dagli occhi rotondi, lo prese; e lo accolse
la Dragonessa da lei: la peste nutriva una peste.
Ché molti mali recava degli uomini all’inclite stirpi:
chi s’imbattesse in quella, giunto era al suo giorno fatale,
prima che il Dio che lungi saetta scagliasse le frecce
sovr’essa. E cadde qui, straziata d’orribili doglie,
divincolandosi al suolo, soffiando un anelito greve.
Surse un clamore infinito di gioia; ed il mostro pel bosco
mosse, girò qua, là, spirò l’anima sanguinolenta,
morí. Levò su lui Apolline Febo tal vanto:
«Imputridisci or qui, sovressa la terra ferace:
piú viva non sarai, non sarai piú funesto flagello
degli uomini, cui nutre coi ricchi suoi frutti la terra,
quando ad offrire qui verranno perfette ecatombi.
Né potrà far che tu schivi la morte dogliosa Tifone,
né la Chimera sua figlia, dal nome esecrato. La negra
Terra ed il fulgido Sole faran che tu quivi marcisca».
     Cosí disse. E del mostro sugli occhi la tenebra corse.
E dove cadde, quivi la forza divina del sole
imputridir lo fece: onde or detto Pito è quel luogo,
e Pizio detto fu dell’arco il signore; ché quivi
putrido rese il mostro la forza rovente del sole.


     Ed ecco, Febo Apollo, pensando, conobbe l’inganno
che teso aveva a lui la fonte dai limpidi flutti;

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e mosse irato verso Telfúsa, e fu súbito giunto,
e, stando presso a lei, così la parola le volse:
«Più non potrai, Telfúsa, poiché tu volesti ingannarmi,
volgere l’onde, Signora, per questa fiorente contrada:
adesso mia sarà, non piú tua solamente, la gloria».
    Disse; e sospinse, il Nume che lungi saetta, sui rivi
rupestri un masso grande, che tutte celò le fluenti;
e un’ara costruí fra gli alberi fitti del bosco,
del fonte all’acque belle vicino vicino. E Telfusio
chiamano tutti qui, quando preci gli volgono, il Nume,
perché quivi le belle fluenti ei turbò di Telfúsa.

    E poscia, il Dio che lungi saetta, si diede a pensare
quali mortali condurre potrebbe ministri al suo culto,
che in Pito aspra di rocce per lui celebrassero i riti.
Vide, mentr’ei pensava cosí, nel purpureo ponto
correre un legno veloce: molti uomini c’erano e bravi.
Cretesi eran, di Cnosso, città di Minosse. Del Sire
celebran questi i riti, d’Apollo dall’aurea spada
annunciano i responsi, di Febo, checché dall’alloro
oracolando ei pronunci, dai cupi recessi parnasi.
Sopra la nave negra, pei loro commerci, pei lucri,
alla sabbiosa Pilo movevano, agli uomini Pili.
Ed ecco, Apollo Febo sul pelago mosse a incontrarli:
assunse d’un delfino le forme, e del rapido legno
sul ponte si lanciò, vi restò, mostro orribile, immane.
Nessuno lo conobbe, nessun ch’era il Nume si accorse.
E il mostro iva qua e là, sbalzando, squassando la nave.
E sbigottiti, senza fiatare, sul negro naviglio
stavano i marinari buttati; e allentare le funi,

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ammainare le vele, nessuno piú n’ebbe l’ardire;
ma, con le vele fissate, com’erano al giunger del mostro,
cosí correan su l’onde: spingeva la nave da tergo
Noto rapace. E prima passarono lungo il Malèa,
lungo la terra lacona, lungo Elo, castello sul mare,
e a Tènaro, paese del Sole che allegra i mortali,
dove del Sole sovrano le greggi dai morbidi velli
errando vanno sempre, pascendo sul suolo giocondo.
E qui volevano essi fermare la nave, e, discesi,
figgere infine gli occhi nel grande prodigio, e vedere
se il mostro resterà sul ponte del concavo legno,
oppur se balzerà nel pescoso estuare del ponto.
Ma piú non obbediva la solida nave al timone,
e, costeggiando il Peloponneso, seguía la sua rotta:
ché facilmente Apollo, Signore che lungi saetta,
la dirigeva col soffio dei venti. E, seguendo il cammino,
passa di là d’Arène, di là dall’amabile Argífe,
da Trio, scalo d’Alfeo, da Epe, città ben murata,
e poi, lunghessa Cruni, lunghessa Calcide e Dime.
Or, poi che tutte quante le coste del Peloponneso
ebbe trascorse, e il golfo di Crisa infinito fu visto,
che separata tiene di Pèlope l’isola pingue,
Zefiro immane qui, per volere di Giove, dall’ètra
impetuoso, rapace, possente, spirò, perché il legno
velocemente corresse sui bàratri salsi del mare.
A corso indi ritroso, di qui navigarono verso
l’Aurora e il Sole; e Apollo guidava, il figliuolo di Giove.
E al porto, ecco, di Crisa, l’aprica, di vigne feconda,
giunsero: quivi approdò su la sabbia la celere nave.

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     Apollo qui, che lungi saetta, balzò da la nave,
e un astro parve, a mezzo del giorno: ché a sciami faville
sprizzarono da lui, ne giunse il fulgor sino al cielo.
Nei penetrali poi s’immerse, fra i tripodi sacri,
ardere fece una fiamma, rifulgere fece i suoi strali,
ed un bagliore inondò tutta Crisa. Levarono grida
alte le spose, le belle fanciulle eleganti di Crisa,
per l’avvampare di Febo: fu invaso ciascun dal terrore.
Poscia, di qui volò nuovamente alla nave, veloce
come un pensiero, ed uomo sembrava fiorente e gagliardo,
pubere appena, sparse le chiome sugli omeri saldi.
E si rivolse a loro, col volo di queste parole:
«O stranïeri, chi siete? Di dove per l’umide strade
fate la rotta? Per che bisogna? O vagate sul mare
alla ventura, come predoni che vanno errabondi,
la lor vita esponendo, recando malanni ai foresti?
Ché ve ne state qui, tristi tristi, né a terra scendete,
ché non mettete giù gli attrezzi del negro naviglio?
Eppure, usa cosí, fra quanti manducano pane,
sempre che approdino a terra dal mare, col negro naviglio,
dalla stanchezza affranti; ché subito l’anima loro
gran desiderio invade del pane di dolce frumento».
     I cuori confortò nei petti, con queste parole;
e a lui diede cosí risposta il signor dei Cretesi:
«No, stranïero, tu non somigli davvero ai mortali
d’aspetto, non di forme: somigli ai Beati Immortali.
Salute a te, fortuna, ti diano i Celesti ogni bene.
E dimmi il vero, ch’io lo sappia, di ciò che ti chiedo:
che terra è questa? che gente? quali uomini qui fan soggiorno?
Ché noi verso altra mèta gli abissi del mar solcavamo,

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da Creta, donde noi vantiamo l’origine, a Pilo.
Qui, contro nostra voglia, giungemmo or col nostro naviglio,
per altre vie, per altri sentieri, bramando il ritorno,
ché contro nostra voglia ci spinse qualcuno dei Numi».
     E a lui cosí rispose il Nume che lungi saetta:
«O stranieri, voi che in Cnosso avevate soggiorno
d’alberi fitta, in patria piú mai non farete ritorno:
nessuno alla città diletta, alla fulgida casa,
alla sua cara sposa: ma qui, nel mio tempio opulento,
starete, a molte genti sarete segnacol d’onore.
Però ch’io sono Apollo, vi dico, figliuolo di Giove;
e voi condussi qui fra i bàratri immani del mare,
non già per farvi male; ma qui nel mio tempio, che onore
avrà da tutte quante le genti mortali, starete,
degli Immortali i disegni saprete, per loro volere
sempre sarete onorati via via, sinché passino i giorni.
Su via, quello che adesso vi dico, compiete al piú presto.
Prima di tutto, sciogliete le funi, calate le vele,
a terra poscia il negro naviglio tirate, prendete
quante ricchezze, quanti attrezzi nei fianchi esso chiude,
ed un altare alzate sovressa la spiaggia del mare.
E acceso il fuoco, ed arsa sul fuoco la bianca farina,
stando all’altare tutti d’attorno, levate le preci.
E d’un delfino assunsi da prima l’aspetto, quand’io
sopra la vostra nave balzai nell’aereo ponto,
perché voi mi doveste chiamare Delfinio; e Delfinio
detto sarà l’altare, visibile a tutti da lungi.
Il cibo poi si prenda sul negro veloce naviglio,
libagioni a tutti si facciano i Numi d’Olimpo.
Quindi, sedata la brama del pane piú dolce del miele,

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con me venite insieme, le voci sciogliete al peana,
sinché giungiate là dove avrete il bellissimo tempio».

     Cosí parlava; e come parlò, cosí fecero quelli.
Sciolsero prima di tutto le funi, calaron le vele,
l’albero nella corsía deposer, mollando gli stragli,
scesero quindi anch’essi sovressa la spiaggia del mare.
Poscia la nave negra tirarono in secco alla spiaggia,
alta sovra la sabbia, vi stesero sotto i puntelli;
sopra la spiaggia poi del mare costrussero l’ara;
e quindi, acceso il fuoco, bruciatavi bianca farina,
come avea detto il Nume, pregarono presso all’altare.
E, stando presso al negro naviglio, partirono il cibo,
libagïoni a tutti facendo i Signori d’Olimpo.
E poi che fu placata la brama del cibo e del vino,
mossero; e innanzi Apollo moveva, il figliuolo di Giove,
che, dolcemente reggendo la cétera, citareggiava,
movendo ardito e snello: seguíano alla volta di Pito,
battendo il suol coi piedi, cantando il peana, i Cretesi.
Sono i peani questi, che intònano, quando la Musa
ispira ad essi i canti piú dolci del miele, i Cretesi.
Senza stanchezza, a piedi, ripírono il colle, e al Parnaso
furono giunti presto, gradevole terra, soggiorno
ov’essi a molte genti sarebbero segno d’onore.
E il tempio ad essi il Dio mostrava, ed i sacri recessi.
Trepido allora il cuore balzava a ciascuno nel petto;
e dei Cretesi il duce si volse ad Apollo, e gli chiese:
«Qui, dagli amici lungi, dal suol della patria, o Signore,
tu ci guidasti: questo disegno fu caro al tuo cuore.
Ma or, come vivremo? Chiediamo che questo ci dica.

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Questa gradevole terra raccolti non dà, non ha prati,
che ricavare ciò se ne possa che occorre alla vita».
     E a loro Apollo, figlio di Giove, ridendo rispose:
«Uomini stolti, pieni d’angosce, che sempre miserie,
sempre affannose cure fingete nel cuore, ed angustie,
una parola vi voglio dir chiara, e figgetela in mente.
Stringa ciascuno di voi nella destra la spada affilata,
e pensi ad immolare le vittime: grande abbondanza
sempre ce ne sarà, da quanti verranno a recarle.
Il tempio custodite, le turbe di genti accogliete,
che qui s’aduneranno, curate i miei sacri festini.
Se poi folli parole, folli opere qui prevarranno,
se regnerà tracotanza, come usa fra gli uomini tutti,
allora altri padroni vi comanderanno, mortali,
e sotto il loro giogo dovrete chinarvi per sempre.
Il tutto ho detto; e quello che ho detto, conservalo in cuore».

     E a te cosí, figliuolo di Giove e Latona, salute:
io mi ricorderò d’esaltarti in un canto novello.