Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo III

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Capitolo III

Origine dei Sanniti
Primavere sacre

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CAPITOLO III.


Un tratto non molto ampio di paese nel centro quasi dell’Italia era occupato dai Sabini, i quali, dati alle armi e d’indole bellicosa, seppero a lungo serbarsi incolumi da straniere invasioni. Niente si ha di certo sulla loro origine, ma quasi tutti gli eruditi sono uniformi nel ritenerli di origine osca; benchè i greci e i romani riferissero la loro origine ai Lacedemoni, e una tale credenza, tenuta a vile da Virgilio, trovò facile ascolto nei numerosi fautori delle origini greco–italiche.

Giaceva la Sabina tra l’Umbria e il Piceno, i Vestini ed i Marsi, il Tevere e il Teverone, con un territorio di circa cento miglia, quasi in ogni verso circondato dagli Appennini, quantunque in appresso il suo popolo si estese anche sulla sinistra del Tevere e nel vecchio Lazio.

Quella copiosa popolazione si vivea in molte borgate alle quali era centro la città di Cure, che sorgeva a cavaliere di un colle in vicinanza alla riva sinistra del fiume Correse nel punto chiamato Monte Maggiore.

I Sabini, vissuti sempre tra le rupi e le forre dell’Appennino, divennero di generazione in generazione sempre più robusti e bellicosi, e potettero quindi fronteggiare tutti gli stati vicini, e serbare la loro indipendenza contro le tentate aggressioni degli Umbri e degli Etruschi. Erano anche temperati, di severo costume e d’animo leale, per guisa che di assai lode gli furono larghi gli antichi scrittori. Essi attesero con molto amore alla agricoltura, e mediante una rara operosità, conseguirono molta opulenza, per la quale, deponendo man mano la primitiva rusticità di vita, si piacquero del lusso degli Etruschi, e cominciarono a imitarne le usanze. Erano istrutti nell’architettura e si reggevano con libere forme di governo.

[p. 31 modifica]Fu usanza dei Sabini e di altri popoli primitivi, allorchè erano contristati da pubbliche calamità, di offrire in olocausto ai loro Iddii tutto ciò che in una primavera nascesse, non esclusi i bambini che per la loro sciagura sortivano il nascere in quell’infausta votiva stagione. Ma dopo un certo tempo, mitigata la primiera ferocia, offrirono agli dei solo gli animali e i frutti che dava la terra, e i giovani votati ai numi educavansi alla pastorizia e all’arte della guerra, e quando erano pervenuti poco oltre l’adolescenza si spedivano in colonie in altre contrade con gli augurii e la scorta di qualcuno dei membri dell’ordine sacerdotale. E fu questa l’origine delle colonie dei Sabini, le quali si diressero in varii luoghi, e vi fermarono la loro stanza non appena riuscì loro di debellare gli aborigeni.

Una di queste colonie dei Sabini, mossa dal suo nativo paese per voto fatto a Marte, tolse a guida un toro selvatico, come narrano le antiche leggende, e penetrando nei paesi degli Osci, occupava la valle e i dintorni di Benevento, ove non pare che i Sabini avessero conteso a lungo coi primigenii abitatori, i quali ritiraronsi nelle valli più interne dell’Appennino, in cui trovarono sedi più confacevoli all’indole loro, e inaccessibili agli invasori.

Fu questa l’origine del Sannio, il quale sulle prime si ritiene che restasse circoscritto alla valle e nei dintorni di Benevento, e l’anteporre questa contrada ad altri luoghi più elevati, e ai quali non fu meno benigna la natura dei suoi doni, avvalora l’opinione che quivi essi ebbero a trovare un’ampia e comoda città già edificata dagli Osci, e che questo l’indusse a prendervi stanza, e a fondare un nuovo stato retto da savie leggi e da benefiche istituzioni.

Infatti non pare credibile che i Sanniti l’avessero edificata, poichè in tal caso riferendosi la fondazione di Benevento ad epoca assai meno remota, sarebbe su un tal fatto inconcepibile il silenzio dell’istoria e l’unanime opinione degli scrittori, de’ quali niuno noverò Benevento tra le città di origine sannita. Ma sebbene non vi sia cosa più certa che la fondazione delle colonie sannite nei paesi meridionali [p. 32 modifica]abitati dagli Osci, non è tuttavia possibile precisare il tempo in cui la colonia dei Sabelli invase la nostra contrada. E perciò non credo opportuno imprendere infruttuose investigazioni, e perdermi su tale argomento in vaghe congetture, a fine di stabilire su prove non sicure una qualche epoca approssimativa.

Ma i sanniti non durarono a lungo chiusi in sì brevi confini. Una banda di essi prese ad abitare le falde del Taburno, e i prossimi monti che degradano via via sino alla Puglia Piana, e costituirono la società degli Irpini, il cui nome con voce sabina fu tolto da quel del lupo, che, come è fama, ebbero per auspice e conduttore della comitiva. Un’altra colonia di Sabelli per diversa via valicò il fiume Silare, che sbocca nel golfo di Salerno, allora seno Pestano, e dilatatasi sino al golfo di Taranto diede origine alla Lucania. I Frentani poi, popolo egualmente Sabello, sin dalla prima migrazione Sabina occuparono l’ubertosa contrada distinta in larghe pianure e in vaghe colline, che è tra le bocche del fiume Aterno e del Frentone. I Pentri, altra colonia de’ Sabelli, elessero la loro sede intorno al monte Matese nella parte più elevata del Sannio, ove scelsero per capo luogo Boviano (oggi Boiano). Infine i Caraceni, o, meglio forse, Soriceni, altro popolo quasi sannita, abitavano da tramontana la parte estrema del Sannio lungo la valle bagnata dal Sangro.

Tutto il territorio del Sannio insomma era traversato dall’Appennino, ed estendevasi da un lato della Campania sino al mare Adriatico, e dall’altro dal fiume Sangro alla Puglia e alla Lucania. E in quello spazio si costituì la confederazione sannitica che si compose di Caudini, Pentri, Irpini, Caraceni e Frentani. Le città principali dei Sanniti Pentri erano: Telesia, Esernia, oggi Isernia, Allife e Boviano; degli Irpini: Aquilonia, Abellino, Eclano, Erdonia, Taurasia, Cominio, Romula, Consa; dei Caraceni o Soriceni le città piu notevoli erano: Anfidena, e la città detta Sannio; dei Frentani: Ortona, Auxano o Ansano, e Larino; e dei sanniti [p. 33 modifica]Caudini erano Benevento e Caudio1. Ma in Boiano aveano luogo le assemblee generali della confederazione sannita.

Per lungo ordine d’anni, che la storia è impotente a determinare, i Sanniti attesero quasi esclusivamente a volgere in meglio l’agricoltura e alla perfezione degli ordinamenti interni. E siccome non erano invasi dall’ambizione, nè molestati nei limiti della confederazione, così, dopo avere smesse certe usanze e forme religiose tutte proprie d’un età barbara, trassero vita tranquilla, ignari delle arti del lusso, e paghi d’un vivere parco e di leggi eque ed umane più che non davano i tempi.

I sacerdoti erano i ministri del culto pubblico, e i custodi ed interpetri delle leggi divine ed umane. Essi eran divisi in gerarchia, in cima alla quale era il pontefice eletto dal popolo. I Sanniti tributavano onori speciali a Marte Dio della guerra, e medesimamente a Giunone si tributavano grandi onori, come Dea generale delle nozze, e speciale favoritrice del Sannio, ove era invocata col nome di Hera. A Bacco del pari i Sanniti non erano meno larghi di onori, e molti templi a lui dedicaronsi; di cui uno acquistò assai celebrità in Boiano. A Giano altresì si rendeano divini onori, perchè credeasi essere stato il primo a insegnare al popolo l’agricoltura (Galanti, Saggio sulla storia degli antichi abitatori d’Italia). Anche Cerere, Vulcano, Venere, Ercole, Minerva, Giove erano divinità sannitiche, e la prima avea culto in Isernia, ove era invocata col nome di Dea Libera. Le mogli e le figlie dei sacerdoti, appo i Sanniti, reputavansi profetesse, consultavano gli oracoli, e davano responsi.

Niuna spanna di terra fu dai Sanniti lasciata incolta. Essi solean dire che la terra è un bene comune, di cui [p. 34 modifica]a ciascuno spetti una parte; ma che a un tal dritto sia inerente l’obbligo di coltivarla, e che il campo derelitto, dopo un certo novero di anni, torna novellamente alla universalità degli uomini. Il bue, emblema dei Sanniti, denotava che essi erano agricoltori; e quando si resero potenti e forti posero ogni cura all’esercito, il quale si divideva in coorti, ognuna di 400 uomini (Niebhur, vol. 2 pag. 371). A tutti incombeva l’obbligo di andar soldati in tempo di guerra, e di erudirsi nelle arti della guerra in tempo di pace. Eleggevano nelle guerre un capo militare, sovrano, che appellavasi Embrutur, vocabolo che modificato in Imperator passò ai latini per significare il generale in capo. Così difatti Tito Livio chiama il comandante supremo dei sanniti, e l’assimila a un direttore, o a un pretore latino (Niebhur, storia romana, pag. 84). Lodevolissimi erano presso i Sanniti gli ordini della milizia, per modo che lo stesso Cesare scrisse che i romani aveano appresa gran parte dell’arte della guerra dai Sanniti, la qual cosa credo che si ebbe ad avverare nel tempo della loro alleanza.

Le città sannitiche erano quasi tutte fortificate, e non sarebbe stato possibile espugnarle che dopo lungo e faticoso assedio.

Ma, a certificare quale fosse stata la coltura dei Sanniti in tempi remotissimi, assai rileva il considerare in quanto pregio avessero la donna, poiché soventi volte da ciò più che da altri fatti, è dato desumere il grado di civiltà d’una popolazione.

Le donne sannite, traevano vita laboriosa ed austera (Coco, Platone in Italia) ed erano specialmente abili a lavorare di lana, e a dare ottimo assetto alle faccende domestiche, come afferma lo stesso Orazio. Negli altri popoli antichi la donna era tenuta a vile, e ognuno rammenta il celebre epitaffio sculto a tutta lode sulla lapide sepolcrale d’un’illustre matrona romana: Domi mansit, lanam fecit. Ma tra i Sanniti la donna contribuiva efficacemente alla educazione e prosperità di un paese, e si reputava come il solo giudice competente a conferire [p. 35 modifica]adeguati premii al valore, alla virtù, e ad ogni nobile azione eseguita in prò della patria. Laonde nel Sannio non era in balia dei padri eleggere, a seconda delle loro brame, lo sposo alle proprie figlie, e ai giovani di torre a lor talento la propria consorte; poichè, come riferisce Strabone, il governo volle far uso del dritto di destinare in tempi prefissi dieci delle più avvenenti e culte donzelle ad altrettanti giovani virtuosi, e che aveano meglio meritato dalla patria. E perciò un tal sistema (Quadri, Italia antica) fu il solido fondamento della prosperità degli individui, e della grandezza e potenza della nazione; per cui, a rendere più solenni le nozze, in ogni primavera il popolo costumava di convenire nei campi Marzii presso Boiano, e tra i suoni e i canti, frammezzati alle invocazioni dei sacerdoti, si celebravano i matrimonii.

Con tali istituzioni non è a meravigliare se i Sanniti avanzarono in civiltà tutti gli altri popoli d’Italia, e se per dovizia e potenza sovrastavano agli stessi Romani; però ad essi facea difetto l’unità politica, e non mai tutti gli stati del Sannio intesero concordemente a combattere il comune nemico per conservare la patria indipendenza. Senza di ciò non è a dubitare che la potenza di Roma sarebbe stata sul nascere crollata, e l’aquila latina non avrebbe steso il volo sull’intero universo. Tuttavia le repubbliche sannite, sebbene divise d’animo e di consigli, e spesso tratte in inganno dalla scaltrezza degli avversari, pur fecero testa per quasi un secolo alla prepotenza dei Romani; i quali non si tennero sicuri che sol quando videro per opera di Silla compiuto il totale esterminio dei Sanniti, del quale scrisse Anneo Florio: «ita ruinas ipsas urbium diruit, ut hodie Samnium in ipso Samnio requiratur; nec facile appareat materia quatuor et viginti triumphorum», e allora soltanto potettero, fidenti nella loro fortuna, e senza molti ostacoli estendere le loro conquiste dall’Orto all’Occaso.

Note

  1. Molti autori, e forse i più, annoverano Benevento tra le città Irpine, e anzi la ritengono per la principale di tutte. Ma io mi attengo all’opinione del Micali e di Atto Vannucci, i quali stimano che Benevento appartenne sempre ai Sanniti Caudini.