Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte II/Capitolo XI

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Capitolo XI

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CAPITOLO XI.


Atenolfo addivenuto principe di Benevento e di Capua non volle reggere da solo sì ampii dominii, e associò al governo dei suoi stati il proprio figlio Landolfo. Ma siccome tanto Atenolfo che i suoi successori perseverarono ad avere residenza in Capua, così accadde che Benevento fu ridotta a provincia di un feudatario, che un tempo gli fu dipendente; e per lo contrario Capua fu sede de’ principi, e metropoli dello Stato; per cui si abbellì di edifizii, e di privilegi, e si accrebbe a dismisura in poco volgere di tempo il numero dei suoi abitanti. Atenolfo, nei primi anni del suo governo, badò unicamente a ridonare la pace a’ suoi stati, e migliorarne gli ordinamenti civili; e poi, a consolidare la novella signoria, fece sposo suo figlio Landolfo di Gemma figlia di Attanasio duca di Napoli. Ma non andò molto che alcuni beneventani, adirati contro Atenolfo, perchè posponeva alla sua Capua Benevento, si fecero capi di una cospirazione intesa a sommuovere il popolo, e a torre ad Atenolfo il principato di [p. 58 modifica]Benevento, di cui proclamarono principe il loro vescovo Pietro, a cui Atenolfo avea affidato il governo della città. Ma, per essere stato assai scarso il numero dei rivoltosi, tornò agevole ad Atenolfo di sedare la congiura, e riaffermare il suo dominio in Benevento, e, dopo qualche anno, bramoso di gioì ia e della felicità de’ suoi sudditi, concepì il magnanimo disegno di liberare per sempre il mezzodì d’Italia dal temuto flagello dei Saraceni.

Egli strinse lega con Gregorio duca di Napoli e con gli Amalfitani, e, costrutto un ponte di barche accosto a Traetto, con un gagliardo esercito si fece sulla sponda del Garigliano a combattere i Saraceni. Ma per essere costoro ben muniti di antemurali e di valide trincee non fu possibile di abbatterne gli alloggiamenti. Però, avendo gli artefici Amalfitani composte svariate macchine, si potè riuscire a demolire gli antemurali; ma neppure dopo questo osarono i confederati penetrare nelle tende nemiche, tanta era e sì disperata la resistenza dei saraceni. E una notte che gli alleati, stanchi del lungo combattere, senza adottare alcuna precauzione, eransi dati in preda al sonno, i saraceni, che spiavano un tal momento, entrarono senza ostacolo alcuno nel campo cristiano, e vi commisero grande strage, inseguendo i loro nemici sino al descritto ponte. Quivi gli alleati fecero testa ai saraceni con molto ardire, e li astrinsero a volgere nuovamente le spalle, e rifugiarsi nelle castella, lasciando in lor mano un dovizioso bottino e gran numero di schiavi cristiani. Dopo tali fatti, Atenolfo fece pensiero che, senza nuove forze e più potenti alleati, non avrebbe potuto nutrire speranza di espugnare tutte le fortezze occupate dai saraceni, e metter fine alle loro incursioni ne’ suoi stati, e per questo li tenne a bada, attendendo le occasioni propizie per mandare in esecuzione i suoi disegni. Ma il fato volle altrimenti, poiché, mentre Atenolfo tentava di allearsi con Leone IV imperadore d’Oriente, per guerreggiare con sicurezza di successo i saraceni, che erano non meno infesti ai domini greci in Italia, [p. 59 modifica]che alle terre del principato di Benevento e di Capua, morì in questa ultima città nell’anno 910.

Landolfo che, associato al governo del principato, dimorava in Costantinopoli, come udì la morte del padre, non fu lento a ridursi in Capua, per impedire che qualche emulo gli avesse potuto disputare la corona di principe, e, imitando in ciò il padre, si associò al governo il germano Atenolfo II, dando così principio a un’èra novella del suo principato; il che, come afferma il de Meo, in contraddizione del Pellegrino, e come rilevasi da documenti autentici, ebbe luogo sul finire dell’anno 910. Landolfo risedette in Capua e Atenolfo in Benevento, e nei diplomi dell’uno e dell’altro si segnavano sempre le carte con in fronte amendue i loro nomi.

In quel tempo giunse ai confini del principato l’armata greca condotta dal patrizio Niccolò Piccigli, uomo di molto accorgimento e assai prode della persona, il quale, confederatosi con Girolamo duca di Napoli, con Giovanni duca di Gaeta, con Gurimondo principe di Salerno, coi principi di Capua e di Benevento, e con lo stesso Pontefice Giovanni X, trasse fiducioso a combattere i saraceni, che rinchiusi nella rocca eretta sul fiume Garigliano, di volta in volta traevano a devastare le provincie finitime. I saraceni difesero per tre mesi con molta bravura la rocca, ma poi, stremati di viveri, diedero fuoco alla fortezza e ai tesori con tante rapine adunati, e, serratisi insieme, aprironsi coll’armi in pugno un varco tra mezzo alle schiere nemiche, e corsero chi a nascondersi nelle selve vicine, e chi a tentare uno scampo sulle vette de’ monti, ma la più gran parte di essi fu trucidata, e solo a pochi venne dato di refugiarsi sul monte Gargano, ove edificarono una nuova rocca.

Dopo i fatti accaduti sul Garigliano, gli alleati, non avendo per allora altra impresa a compiere, si separarono; ma i saraceni, superstiti alla gran rotta, avendo ricevuto i chiesti rinforzi, ripigliarono le antiche scorrerie, capitanati da un certo Saklab, e in breve tempo occuparono Taranto, devastarono la Calabria, e poscia, accozzati in gran numero, trassero, sitibondi di vendetta, a cingere di assedio la città [p. 60 modifica]di Benevento, ma senza però recarle nocumento. E benché il Giannone, il Sarnelli, e il Ciarlante affermino che i saraceni, avutala in loro potere, le dessero un memorabile sacco, pure è a ritenere che ciò sia falso del tutto, non solo perchè contraddetto da molti storici posteriori, ma sì veramente perchè non evvi la menoma traccia di un tal fatto nelle pagine dei cronisti, o negli archivii locali: e anzi diligenti scrittori mettono in dubbio il medesimo assedio, e i danni apportati dai saraceni in quel tempo a si importante parte d Italia. Il Giannone e altri storici napoletani ritengono che i Pugliesi ed i Calabri, intolleranti del giogo dell’imperadore che si comportava da tiranno, si dessero in balìa di Landolfo, il quale, agognando al dominio di Bari e delle altre città della Puglia e della Calabria, avrebbe impugnate le armi contro gli stessi greci; ma altri storici opinano invece che la Calabria non fosse stata mai sottoposta a Landolfo. Però non pare dubbio che il principe di Benevento invadesse in quel torno di tempo l’intera Puglia, per cui l’imperadore, a riacquistare i perduti dominii, mandò ivi un suo fidato, chiamato Ursilio, il quale, venuto a battaglia con Landolfo presso Ascoli, vi lasciò la vita, e le sue truppe furono compiutamente rotte. Dopo di che Landolfo tenne senza contrasto per circa sette anni la signoria di tutta la Puglia, trascorso il qual tempo credette conveniente di restituirla all’imperadore greco, mosso a ciò dalle insistenze d’Agone re d’Italia, di cui avea impalmata la figlia Berta.

Ma allora la concordia che, tra i due principi Landolfo I ed Atenolfo II, era rimasta per molti anni inalterata, fu turbata da varie cause, e anzitutto dal reggere Atenolfo Benevento con modi di principe assoluto, per cui Landolfo verso l’anno 932, espulse da Benevento Atenolfo, il quale fu accolto con grande amore in Salerno dal suo genero Guairaaro II. Indi venuto a morte Atenolfo nel 940, Landolfo I associò al principato due suoi figli, e furono Atenolfo III e Landolfo II, e dopo 32 anni di governo trapassò nell’anno 943. Dopo la sua morte i suoi figli [p. 61 modifica]Atenolfo III e Landolfo II seguirono a reggere i principati di Capua e di Benevento, e morto dopo tre anni anche Atenolfo III, Landolfo II assunse da solo il dominio di sì ampi stati. Ma non andò molto che associò al principato il suo figlio Pandolfo I. che in seguito per le sue gesta guerriere tolse il nome di Capo di ferro, e dopo 18 anni si associò al governo un altro de’ suoi figli n nome Landolfo III. Egli venne a morte nel 964, e gli successe Pandolfo I, che, insieme al germano Landolfo III, reggeva il principato di Benevento e di Capua. Questi due principi erano d’indole assai diversa, e però l’uno mal tollerava la ingerenza dell’altro negli affari di Stato, per cui divisero i loro dominii: a Landolfo toccò il principato di Benevento, e Pandolfo Capodiferro tenne la contea di Capua, e per tal modo riacquistò novellamente Benevento la dignità di Stato indipendente. E contribuì pure ad aggiungere splendore alla città di Benevento il vescovo Landolfo, a cui il papa Giovanni con altri beni e privilegi conferì le chiese di Bovino, Ascoli, Larino, Siponto e di S. Michele del Gargano.

In quello e negli anni seguenti, per le molte calamità che funestarono il mezzodì d’Italia, crebbe a dismisura la manìa dei pellegrinaggi, e di rinvenire pretese reliquie di santi, nonché la predilezione e un culto maggiore per taluni santuari di speciale devozione. E da quel tempo cominciò a divulgarsi la fama del celebre santuario della Vergine delle Grazie in Benevento, il quale, dopo il volgere di nove secoli si conserva egualmente celebrato, e induce i devoti delle convicine provincie a visitarlo, per cui non andrei per certo esente da biasimo se trasandassi di farne menzione1.

Fra le più antiche chiese dì Benevento, si annovera quella di S. Lorenzo, da cui tolse il nome l’omonima porta, che fu demolita nell’anno 1868. Essa chiesa viene rammentata nel solenne atto di donazione fatta dal principe Arigiso [p. 62 modifica]ai Monastero di S. Sofia nell’anno 774. E quindi la sua fondazione si riporta al secolo VIII, e forse anche più innanzi, e si ritenea per una delle più cospicue chiese della città di Benevento, per cui fu data in rettoria all’arcidiacono.

Nel 1157 questa chiesa passò ai monaci di S. Benedetto, per la donazione fatta dall’arcivescovo Arrigo ad Unfrido abate di Terra Maggiore, come appare da una bolla registrata dall’Ughelli. Intorno al convento di S. Lorenzo, dice il P. Francesco Gonzaga, De origine Seraphiccie Religionis, che esso fu abitato da monache benedettine sino al 1160, che abbandonato in quell’anno, per tema delle soldatesche le quali campeggiavano la città, restò lungo tempo privo di abitatori, e che da ultimo, a impedirne la ruina, fu nel 1450 conceduto ai Francescani dell’Osservanza, che tuttavia vi dimorano.

La chiesa di S. Lorenzo acquistò grande nominanza pel celebre simulacro di Maria SS. delle Grazie. Donde e in qual anno ci sia esso venuto non abbiamo documenti che l’assicurino. La più consentita opinione ritiene che un tal simulacro fosse stato recato in Benevento dalla celebre Artelaide, ai cui si è innanzi parlato, e che venisse poi trasferito nella chiesa di S. Luca, la quale, perchè contigua alla casa da Artelaide abitata, divenne poscia il precario sepolcro della sua spoglia, e si crede che quel tempio fosse stato dedicato al suo culto, e che da lei traesse il nome. Codesta opinione viene confermata dallo stile greco della statua, in cui si osserva il pargoletto Gesù sorretto dal sinistro braccio della vergine, e in conseguenza alla sinistra di lei, posto appo i greci riputato di maggiore dignità. Il minor pregio di questa immagine — tanto decantata per la melanconica espressione del volto — consiste nella maestosa leggiadria delle sue forme. Quando all’epoca del trasferimento di questo santuario alla chiesa di S. Lorenzo, i cronisti locali sostengono che dalla chiesa di S. Luca, posta accanto all’antica Porta Rufina, e che fu chiamata poi S. Artelaide, per essere stata ivi sepolta la santa, la detta immagine, al tempo di Sisto IV, fosse stata collocata nella [p. 63 modifica]chiesa di S. Lorenzo dei padri Osservanti di S. Francesco. Ma siccome la chiesa di S. Artelaide esisteva tuttora, benché resa indecente nel 1599; così mi attengo al parere del Nicastro, dell’Annecchini, e di altri cronisti, i quali affermano che ciò avvenisse o per toglierla da una chiesa divenuta indecente, dopo il terremoto del 1456, ovvero per esporla alla pubblica venerazione in luogo più cospicuo e meglio officiato, e tale era la chiesa di S. Lorenzo per le cure dei religiosi di S. Francesco.

La devozione dell’arcivescovo Orsini per la Vergine delle Grazie influì senza fallo all’incremento di quella profonda venerazione che dura ancora vivissima nel popolo beneventano verso l’antico simulacro. E fu anche i’ Orsini che fece dichiarare Maria SS. delle Grazie protettrice di Benevento, e ne ottenne la conferma dalla Santa Sede con un decreto della sacra Congregazione dei Riti. E tale devozione dei beneventani verso la Vergine delle Grazie salvò la sua chiesa dallo spoglio commesso in danno degli altri tempii nella invasione francese del 1799, perchè si volle evitare il pericolo di qualche sollevamento del popolo molto devoto a quella sacra immagine.

E allorché il Colera nel 1837 infieriva in Benevento, il nostro Consiglio comunale, ai 18 ottobre di quell’anno, deliberò che si votasse alla Vergine delle Grazie un nuovo tempio magnifico, e la rappresentanza comunale volse l’animo a studiare i modi più acconci per conseguire l’adempimento del voto. Due beneventani architetti furono invitati a presentare disegni e progetti, e, fra quattro da costoro esibiti, il Consiglio di Arte di Roma prescelse quello a croce greca, lavoro dell’ingegnere beneventano Vincenzo Coppola, la cui spesa si ritenne poter essere di ducati 85 mila.

Finalmente il dì 26 maggio del 1839 fu posta solennemente la prima pietra del sacro edifizio; e per l’assenza del nostro cardinale Arcivescovo Gio: Battista Bussi, recatosi in Roma per la canonizzazione che in quel dì stesso celebravasi di cinque beati, la funzione venne eseguita dal prelato Gioacchino Pecci, allora delegato apostolico di [p. 64 modifica]questa provincia, poi cardinale, e ora pontefice col nome di Leone XIII. Ed è questa l’origine del nuovo splendido tempio eretto alla Vergine delle Grazie in Benevento, che dopo il volgere di tanti anni, mercè i sussidii del Municipio, e più ancora le offerte assidue dei devoti, sembra ornai non lontano a ricevere il suo compimento.


Note

  1. Vedi la notizia storica del cav. Beniamino Feuli, arcivescovo di Manfredonia, intorno la statua e le due chiese di Maria SS. delle Grazie che si venera in Benevento.