Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte II/Capitolo XII

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Capitolo XII

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CAPITOLO XII.


L’imperadore Ottone nell’anno 967, recatosi in Benevento, confermò al vescovo Landolfo tutti i beni di cui era in possesso, tra i quali giova indicare il castello di S. Angelo, le acque del lago di Siponto, il fiume Prata, il paese Varrano, e le due Badie di S. Pietro dei Dubbi e di S. Giovanni di Port’Aurea.

In quel tempo passò di vita in Benevento Landolfo III, fratello di Pandolfo I. dopo che resse quel principato col padre e col fratello Pandolfo I. per lo spazio di otto anni. E sebbene gli sopravvivesse un figlio a nome Pandolfo II, pur nonostante Pandolfo Capodiferro, che agognava di estendere i confini del suo Stato, espulse il nepote dal principato di Benevento, e nell’anno 969 ne prese l’investitura, insieme al proprio figlio Landolfo IV, che fu il quinto principe beneventano e capuano.

Dilatati in tal guisa i confini del suo principato, Pandolfo I, vedendo che i greci, assecondati da un’armata saracena, aveano riacquistata la Puglia e la Calabria, e si erano insignoriti altresì di Ascoli e di Bovino, paesi posti a poca distanza da Benevento, si mise in animo di mandare a fine col maggior vigore e alacrità che per lui si poteva l’intrapresa guerra contro i greci. E avendo chiesto e ottenuto un numeroso corpo di ausiliari dall’Augusto Ottone, con un’eletta mano di guerrieri beneventani e capuani si recò all’assedio di Bovino; ove, appena giunto, appiccò grande battaglia con l’armata greca e col presidio della città, e pose in [p. 65 modifica]compiuta rotta i nemici, uccidendone in grande copia, e tenendo dietro all’avanzo dell’esercito disfatto sino alla porta della città, che fu subito investita da più parti.

L’assedio andò per le lunghe, e gli assediati fecero impeto un giorno d’improvviso sulle bande nemiche, che erano attendate sotto le mura di Bovino; e narrasi che un greco di decantata prodezza si fece innanzi sfidando Pandolfo che d’un sol colpo l’uccise, e che questi, combattendo poi francamente coi greci, li astrinse a rinchiudersi subitamente nelle mura dell’assediata città. Ma non trascorse assai tempo che i greci, inanimati dal numero, e impazienti del lungo assedio. proruppero nuovamente contro il nemico, ma furono compiutamente rotti. Però in una terza sortita non ebbe Pandolfo egualmente prospere le sorti, imperocchè, mentre uccidendo e inseguendo i nemici si appressava a Bovino, vide muovere alla sua volta un’armata, e credendo essere la Salernitana che traesse in suo aiuto, le andò incontro con gioia; ma invece si trovò circondato da greci.

I suoi soldati a quella vista, presi da subito sgomento, si diedero a codarda fuga, e avvegnachè il principe, per incorarli a volgere la fronte, facesse prove di mirabile valore, che gli acquistarono nome di grande tra 1 suoi coetanei, non ebbe potere d’impedire quella fuga, e indurre le sgominate sue schiere a far testa, per cui, sdegnando di arrendersi, si lanciò furibondo tra le avverse schiere, sinchè stanco dal lungo combattere non gli vennero meno le forze, e allora piagato da tergo su un monte di nemici da lui trucidati cadde semivivo, e in tal modo fu condotto prigione al Patrizio Eugenio Straticò che dopo pochi giorni lo mandò a Costantinopoli. I greci resi audaci dopo un tal fatto, e liberati ormai dal loro tremendo nemico, seguirono il corso della vittoria, e federati coi napoletani, condotti da Marino figlio di Giovanni, duca di Napoli, invasero anche i confini del principato di Benevento producendo gravissimi danni agli abitanti di quei paesi.

Ma Ottone, memore dei benefici ricevuti da Pandolfo, [p. 66 modifica]persuase l’imperatore dei greci a concedergli la libertà. Pandolfo non tardò a riacquistare l’antico dominio, e, a trarre vendetta dei duchi Giovanni e Marino, tentò di occupare Napoli, scalandone le mura, ma fu astretto a deporne la speranza e a ritrarsi con le sue milizie in Capua, dopo di avere acconsentito alla pace coi napoletani.

Dopo breve tempo Gisolfo I principe di Salerno, che era ritenuto prigione in Amalsi per la perfidia di Landolfo figlio di Atenolfo II da lui benesicato, invocò l’aiuto del suo congiunto Pandolfo Capodiferro, principe di Capua e di Benevento, dal quale nel 974 riebbe gli usurpati dominii. E quindi, come compenso di un tanto beneficio, Pandolfo Capodiferro conseguì in favore del figlio omonimo e de’ suoi discendenti l’adozione da Gisolfo, a cui la natura non era stata liberale di prole. E venuto questi a morte due anni dopo la detta adozione, gli successe l’adottato Pandolfo IV, e l’illustre suo padre assunse anche il titolo di principe di Salerno, congiungendo nella sua persona i tre principati di Benevento, Capua e Salerno; e, per essere ancora duca di Spoleto e di Camerino, addivenne il più potente fra i principi italiani di origine longobarda.

Dopo tanta prosperità di cose Pandolfo Capodiferro, deposto ogni pensiero di guerra, attese a riformare gli ordinamenti civili ne’ suoi stati, e a rinvigorire il suo trono con nuove istituzioni e privilegi. Laonde accrebbe il numero dei feudatarij nelle sue provincie, scemandone in pari tempo la potenza; e, col dividere i grossi contadi, moltiplicò il numero dei baroni. Per le quali cose i Conti da semplici esattori si resero feudatari e, a perpetuare la ricordanza del loro potere, tolsero per nome delle famiglie quello del feudo o contea, per cui si nominarono i Presenzano dal castello di tal nome, gli Acquaviva d’Aquino, e via dicendo.

Oltre a ciò Pandolfo Capodiferro, ad aggiungere splendore ai suoi domini anche in materia ecclesiastica, mercè le sue calde pratiche, avvalorate dall’imperadore Ottone, conseguì che la chiesa Vescovile di Benevento, prima di tutte le altre del reame di Napoli, fosse elevata a Metropoli, come rilevasi dalla Bolla [p. 67 modifica]pontificia dei 25 giugno del 969. E Landolfo, vescovo beneventano, fu il primo a prendere il titolo di arcivescovo; e, con le sue pubbliche e private virtù, illustrava un sì alto seggio per lo spazio di anni quattordici; sinchè nel 970 deputò Maldefrido a primo vescovo della città di S. Agata dei Goti, dopo che fu ripristinata la cattedrale in quella città; e lo stesso pontefice gli assegnò le chiese suffraganee colla potestà di ordinarvi i vescovi: e furono S. Agata, Avellino, Quintodecimo, Ariano, Ascoli, Bovino, Yolturara, Larino, Telese e Alife.

Il Duomo di Benevento, che già nei passati tempi era noverato tra le più notevoli chiese degli ampii stati di Pandolfo I, addivenne man mano, da quell’epoca in poi, uno dei più sontuosi tempii del mezzodì d’Italia. E siccome anche ora, dopo tante vicende, è, dopo l’Arco Traiano, il più mirabile edilizio che possa attestare la nostra passata grandezza, così credo indispensabile di porgerne in questo luogo una breve ma esatta descrizione.

Dell’antichissimo Duomo di Benevento, consacrato da Davide XXXI, vescovo beneventano, nel dì 15 ottobre dell’anno 600 dell’èra cristiana in onore della SS. Vergine Maria Assunta in cielo, e atterrato dal tremuoto del 1688, non avanza ai nostri giorni che la porta maggiore di bronzo, le colonne che sono di puntello alle cinque navi, le due cattedre di marmo, ed il campanile. Questo rimase incompiuto, e la maggior parte dei massi che lo compongono furono tolti con vandalico esempio al nostro antichissimo teatro, e perciò la sua costruzione apportò due gravi mali, la deturpazione della facciata del tempio, e la distruzione di una parte di quel grandioso monumento romano. Avanti la cattedrale, ergevasi un rinomato atrio detto Paradiso, il quale era decorato di molti tumuli d’illustri principi longobardi di Benevento; ma il cardinale Arcivescovo Ruggiero verso il 1200 lo diroccava per dar luogo alla facciata della Chiesa, e tra’ marmi riquadrati di essa collocò senza scelta le lapidi sepolcrali dei detti tumuli in caratteri longobardi. La facciata di marmo è di quel genere di architettura che dicesi grottesco-longobardo, sol perchè prevalse nei tempi della loro Signoria. Le [p. 68 modifica]mura sono prive d’intonaco, composte di ben’connessi marmi riquadrati o di pietre incrostate a strisce. Le colonne son tonde con archi piccioli e semicircolari soprapposti, le finestre sono romboidali o bislunghe, strette, e terminate in arco massiccio.

La facciata dei Duomo


Nella facciata notasi l’ordine superiore con archi più piccoli, i quali avanzano in numero l’inferiore, e le colonne degli archi poggiano sopra leoni con isvariati animali tre le gambe. I capitelli delle colonne, gli architravi e gli stipiti delle porte ritraggono un intreccio di rabeschi con figure umane, di cacciatori, di gladiatori, di leoni, tigri, ed altri animali anche mostruosi per l’accoppiamento di due specie, come ippogrifi, ircocervi ecc. Le porte son munite di doppio architrave, il primo a foggia di grossa trave di pietra poggiato sopra gli stipiti, e ad arco cieco e massiccio il secondo ch’è soprapposto. Questo genere di fabbrica, comechè singolare e inelegante, se si ragguaglia all’odierna [p. 69 modifica]architettura, pur tuttavia è a ritenere che tosse molto solido, per essere la facciata del Duomo ancora superstite dopo una serie di memorabili tremuoti che più volte atterrarono l’interà città di Benevento.

La porta maggiore di bronzo — lavoro tra lo scorcio dell’undecimo secolo e il principio del duodecimo, il quale fu eseguito, secondo alcuni cronisti, in Costantinopoli, ma probabilmente da artefice italiano — , è alta metri 6,358, larga metri 4,232, ed è incastrata tra stipiti di marmo bellamente lavorati a rabeschi che sostengono l'architrave di eguale marmo e lavoro. Essa è anche ai giorni nostri giudicata per uno dei segnalati monumenti dell’arte cristiana1.

Nella parte inferiore della porta maggiore di bronzo sono effigiati a basso rilievo i vescovi suffraganei di Benevento, che in quell’epoca erano 24 di numero, e il metropolitano stesso seduto in trono, in abiti ponteficali, col camauro sul capo: e nella parte superiore veggonsi scolpiti alcuni fatti del nuovo Testamento, a cominciare dall’Annunziazione della Vergine, sino alla morte e risurrezione del nostro Redentore.

Vasto è l'interno del Duomo, e decorato di quattro ordini di colonne doriche che lo dividono in cinque navi; tutte di marmo pario scanalate in numero di 54, e di queste colonne alcune sono di un pezzo solo e tassellate, avanzo del [p. 70 modifica]vecchio Duomo. Per la tema dei tremuoti, ai quali soccombette più volte Benevento, le navi furono costruite alquanto anguste, per cui l’edificio, che è lungo di molto, non presenta l’armonìa delle proporzioni. Nè ciò è tutto, perchè i quadri ad olio dei profeti, apostoli, ed evangelisti nella nave di mezzo — i quali dipinti furono eseguiti in Roma secondo l’altezza di quelle basiliche — nel nostro Duomo appariscono quasi mostruosi per difetto di proporzioni. Il santuario colla tribuna, ossia coro, è molto angusto ed oscuro. Ai lati del maggior altare veggonsi due bellissime opere marmoree antiche avanzate alle ruine dei tremuoti. Esse consistono in due pergami scolpiti da un insigne artefice a nome Nicola da Pisa nell’anno 1311, come scorgesi dall’iscrizione incisa al lato destro dei pergamo. Uno adempie all’ufficio di pulpito, e l’altro è destinato all’arcivescovo, allorchè gli prende vaghezza d’udire la predicazione. Amendue i pergami vengono retti da sei colonne anche di marmo con leoni per piedestalli, tre di fronte, e tre nella faccia opposta della nave laterale. E in uno dei due pergami, oltre i leoni, si veggono scolpiti, in atto di sostenere le colonne, anche due grifi di pregevole stile, il quale per la proporzione e pei capitelli si agguaglia forse all’ordine corintio, benchè in tempi ancor barbari per le belle arti, e le colonne di mezzo hanno le strie a spira graziosamente variate. I parapetti dei pulpiti sono fregiati di delicati intagli, di musaici e di statuette di mezzo rilievo in linea delle colonne: in quello dove siede l’arcivescovo, è, nel mezzo, effigiata la Vergine col Bambino, da un lato S. Gennaro, e dall’altro l’apostolo S. Bartolomeo, e nel fondo, tra questo santo e la Vergine, l’artefice ha scolpito in un bassorilievo se stesso, prostrato avanti un crocifisso. E nel parapetto dell’altro pulpito dove si predica, la figura di mezzo ritrae l’arcangelo Gabriele, il quale annunzia che scende messaggero alla Vergine, poichè leggonsi in una fascia, di cui ha cinta parte della persona, le parole: Ave Gratia Piena, Dominus Tecum, per alludere al fatto che alle prediche suol precedere sempre l’angelica salutazione. Tra i quadri di maggior pregio sono a ricordare [p. 71 modifica]il leggiadrissimo quadro a musaico della SS. Vergine detta di S. Maria Maggiore, il mirabile quadretto ad olio di S. Gaetano, e quello della Madonna del Soccorso che da taluni, ai nostri giorni, fu ritenuto per un dipinto originale di Raffaello, o almeno per una perfetta copia di qualche suo discepolo; e infine il bellissimo quadro in cui vedesi Gesù che mette in fuga i profanatori del tempio, il quale fu da alcuni giudicato opera di Luca Giordano. La cappella del SS. Sacramento è ornata di stucchi dorati di pittura a fresco e di belli marmi, ed è chiusa da un cancello di ottone, e nell’altare è scolpito a basso rilievo in marmo statuario Gesù Bambino adorato nel presepe dai pastori. (Carlo Torre, La Cattedrale e Benevento).

L’interno de! Duomo


La nostra cattedrale ha tal copia di arredi sacri da poterne fornire molte altre chiese, ed havvene di ricchissimi, che le furon donati dai papi, e dai suoi cardinali arcivescovi, fra [p. 72 modifica]i quali primeggia il parato rosso, e l’altro di coralli e pietre preziose. Inoltre vi è l’avanzo del suo giustamente decantato tesoro di argenterie e di vasellame d’oro, che nel 1799 fu predato dai repubblicani francesi guidati dal generale Proussier, e menato via insieme a tutti i pegni di argento e d’oro del Monte. E tra gli oggetti avanzati a tali depredazioni si distinguono la sfera di coralli, il pastorale di tartaruga, la rosa d’oro, l’urna di S. Giovanni Orsini, e altre insigni reliquie, come la sacra di Sindore e la Spina. E si ammirano pure un grosso piatto d’argento su cui è impressa la visione di Giacobbe, e una scatola di cristallo di monte, legata in oro, che si ritengono comunemente per lavori di Benvenuto Cellini.

Chi fosse vago di più minute notizie su tutto ciò che riguarda il nostro Duomo, legga l’erudita monografia del Meomartini che s’intitola: Della Chiesa Cattedrale di Benevento.

Contiguo al Duomo è il palagio arcivescovile, grandioso e ben decorato edificio, nel cui cortile veggonsi tuttora varie iscrizioni romane, e taluni pregevoli bassorilievi. Ma più di ogni altra cosa è notevole l’archivio arcivescovile che contiene preziosi ed antichi documenti, tra i quali molti codici e brevi dei secoli IX, X, XI, e XII scritti in caratteri longobardi.

In questa chiesa Metropolitana venne eretta la confraternita del SS. Sacramento, aggregata a quella di Roma sin dai 1542. Essa fu dotata del privilegio concessale da Paolo V di potere in ogni anno nel Venerdì Santo chiedere la liberazione di un detenuto, quantunque reo di morte, e al governadore della città correa l’obbligo di consegnarlo.

Il pastore di Benevento, che fu elevato al grado di Metropolitano nell’anno 969, suole essere sempre un cardinale tra quelli più prossimi alla pontificia dignità. Esso sigilla i suoi diplomi col bollo di piombo, come si pratica dal pontefice, ed a simiglianza dello stesso sommo gerarca si facea precedere nelle sante visite dalla SS. Eucaristia. Ma una tale prerogativa, e la facoltà di adoperare il camauro sono [p. 73 modifica]date in disuso da che Paolo II nell’anno 1466 ne fece con sua bolla all’arcivescovo Piccolomini un espresso divieto.

Il capitolo metropolitano era un tempo composto di 87 canonici, ma nel 1364 fu ridotto a 30 dall’Arcivescovo Ugone, e in seguito a 27 canonici. In tempi remoti essi usavano oltre il titolo di Abate anche quello di Cardinale, ed il Muratori nelle sue antichità italiane fra le varie chiese che ebbero i cardinali novera anche la beneventana. Il detto titolo trovasi usato in essa chiesa sin dal secolo duodecimo, come rilevasi da una carta del 1113 dell’arcivescovo Landolfo XI, cioè prima delle nuove leggi di soppressione. Inoltre eravi l’arcisuddiacono che sovrastava ai suddiaconi, ed un tal Giovanni ne assunse la prima volta il titolo. Clemente decorò tale capitolo di mitra e pontificale a guisa degli abati, assecondando le istanze del cardinale Orsini, e il suo arcivescovo ha le insegne vescovili, e l’uso dei pontificali. Un tempo ebbe la nostra diocesi sino a 32 chiese suffraganee, ciò è quelle di Acquaputrida, S. Agata dei Goti, Alife, Ariano, Ascoli, Avellino, Boiano, Bovino, Civitate, Dragonara, Fiorentino, Agrigento, Guardialfieri, Larino, Lesina, Limosani, Lucera, Montecorvino, Montemarano, Ordona, Quintodecimo, Sepino, Sessola, Telese, Termoli, Tocco di Vitulano, Tortivoli, Trevento, Trevico, Troia Viccari, Volturara, e alla Diocesi di Benevento era anche annessa la chiesa di Siponto e la Basilica di Monte Gargano. Indi i vescovi suffraganei della Diocesi Beneventana si ridussero a 24 sul cominciare del secolo XII. Essi si veggono incisi nella porta di bronzo, in atto di benedire alla maniera greca, cioè colla destre tenendo il pollice unito al dito anulare ripiegato, e tutti sono fregiati di pallio. In seguito man mano ne decrebbe il numero, perocchè furono riuniti varii arcivescovadi per la tenuità delle rendite, e per la successiva decadenza delle città ove erano stati sondati, e di presente i nostri vescovi suffraganei si limitano a quelli di Avellino con Frigento, Ariano, Ascoli e Cerignola uniti, Boiano, Termoli, Larino e S. Agata dei Goti.

Colla morte di Pandolfo Capodiferro, il suo primonato [p. 74 modifica]Landolfo IV, denominato l’audace, già suo collega, assunse il titolo esclusivo di principe di Benevento e di Capua e duca di Spoleto, Pandolfo, il suo secondogenito, adottato da Gisolfo, quello di principe di Salerno, e gli altri Agli di Capodiferro Atenolfo, Gisolfo, Landolfo e Laidolfo furono creati conti, e marchesi, e per tal modo i principati furono una seconda volta divisi, poichè dai figli di Pandolfo Capodiferro si trasmisero ad altri, sicchè si venne man mano a dividere e suddividere in tante frazioni quei principati, da lasciarli occupare agevolmente dalle nazioni straniere.

Intanto Pandolfo II, figlio a Landolfo III, che fu astretto dallo zio — a cui era in cima d’ogni altro pensiero il desiderio di dilatare lo Stato — ad abbandonare la patria, non appena udì la morte di lui, cogliendo la favorevole occasione che gli imperadori di Oriente e di Occidente pugnavano sui campi di Puglia, tornò d’improvviso in Benevento ove, mandato in bando Landolfo IV, acquistò nuovamente la signoria di quel principato che trasmise ai suoi discendenti.

Landolfo IV, dopo tre lustri che tenne il principato di Benevento insieme al padre e al fratello, si ridusse a tanto stremo, che si ascrisse tra le milizie dell’imperadore Ottone II, e in ogni cimento guerreggiò da prode nelle prime fila. Ma nella giornata campale combattuta presso Taranto contro i greci e i saraceni loro ausiliari, perì sul campo da valoroso sotto gli occhi di Ottone nel 983, e con lui giacquero Atenolfo IV suo fratello, nonchè i suoi nipoti Ingolfo, Valiberto e Guido da Sessa, e a stento lo stesso Ottone potè sottrarsi da quell’eccidio.

Questi incolpò della disfatta i beneventani e i romani, dai quali credette di non essere stato sostenuto che assai tiepidamente, allorchè più ferveva la pugna. E quindi, voglioso di vendetta, si studiò di riordinare alla meglio l’esercito; dopo di che tornò in Capua, dando a sacco e a ruba la città di Benevento, per punire quei cittadini che riteneva non essersi mostrati a lui fidi nella battaglia contro i greci. Però questi, dopo a rotta che toccò alle milizie imperiali nella parte della Calabria, detta Bruzia, riacquistarono molte città, e dilatarono [p. 75 modifica]il loro dominio in quasi tutte le provincie del reame; cosicchè i longobardi non possedevano che soltanto i principati molto circoscritti di Benevento, Salerno e Capua dipendenti dagli imperadori di occidente, ai quali avean l’obbligo di prestare l’omaggio come loro sovrani.

Nella non breve dimora che fece Ottone in Capua, rifermò il principato beneventano ad Aleara sesta principessa beneventana e Capuana, vedova di Pandolfo I Capodiferro, e al di lei figlio Landolfo. Aleara e il figlio ressero il principato di Benevento anni 8, cioè dal 983 al 921, e, morta Aleara, Landenolfo I resse quel principato insieme a Pandolfo II sino al 993, nel quale anno, per una congiura ordita da malvagi uomini, il principe Landenolfo fu ucciso in Capua.

Morto l’infelice Landenolfo, fu principe di Benevento Pandolfo II, il quale, travolto in continue guerre coi principi di Capua, si associò al soglio il proprio figlio Landolfo che fu detto Landolfo V, al quale nacque un figlio, a cui fu posto il nome dell’avo, e Pandolfo associò al principato anche questo suo nepote che prese il nome di Pandolfo III. Ma in quel tempo il principato di Benevento, che per potenza, ampiezza di dominii, ed opulenza avanzò di gran lunga i principati di Capua e di Salerno, era venuto, dopo la espulsione del principe Landolfo IV, in sì misere condizioni, che non serbava più un’orma della passata grandezza. Pandolfo II governò col figlio e col nepote sino all’anno 1014, in cui cessò di vivere. Landolfo V, nono principe, — che fu padre, secondo lo storico Pellegrini, di Desiderio Abate di Montecassino, cardinale e poi romano pontefice col nome di Vittore III — resse Benevento, insieme a Pandolfo III, dall’anno 1014 sino all’anno 1033, in cui fu ucciso dai Normanni presso Montesarchio. Pandolfo III, spento il padre, regnò solo, qual decimo principe, nel 1034; ma poi nell’anno 1038 associò altresì al principato suo figlio Landolfo VI, col quale lo resse sino al 1052, e in persona di questo Landolfo VI, undecimo principe, ebbe fine nel 1077 la serie dei principi di Benevento.


Note

  1. Di questa porta di bronzo abbiamo una recente monografìa del chiarissimo Salazaro di Napoli nella sua opera: Studi sui monumenti meridionali dal IV al XIII secolo, di cui non facciamo parola, perchè notissima a tutti i cultori degli studii storici e di archeologia. Però è a sapere che un mio amico, il sig. Angelo Angelucci, conservatore del Museo Nazionale di Artiglieria in Torino, in un suo opuscolo intitolato: Il Regno di Napoli nel 1875 e Benevento, che fu pubblicato nel n. 6, anno VIII, del giornale la Gazzetta di Benevento da me diretto, e ultimamente l’ingegnere Meomartini, nel suo più volte mentovato lavoro sui nostri antichi monumenti, han dimostrato con evidenza che il Salazaro errasse a gran pezza in molti particolari della sua monografia, e ciò induce il sospetto che il Salazaro non fosse mai stato in Benevento, e che scrisse della porta di bronzo del nostro Duomo, a base di quanto potette rilevare da altri scrittori che trattarono lo stesso argomento.