Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte II/Capitolo XIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XII

../Capitolo XII ../Capitolo XIV IncludiIntestazione 9 giugno 2016 75% Da definire

Parte II - Capitolo XII Parte II - Capitolo XIV

[p. 76 modifica]

CAPITOLO XIII.


Nel 1002 Enrico III imperadore, che con varie concessioni era divenuto amico ai Normanni, i quali aveano estese di molto le loro conquiste, soggiogando Longobardi, Bizantini e Saraceni, si avviò da Capua a Benevento, dove non fu ricevuto dai cittadini, sia per la investitura data a Drogone, fratello del conte Guglielmo, (Ostiense lib. 2, cap. 29.) di alcune terre tolte dai normanni al principe di Benevento, e sia per le donazioni che gli imperadori Ottone I ed Enrico II fecero alla S. Sede, con le quali riconfermarono, dopo sì lungo corso di tempo, le donazioni di Pipino, Carlo Magno e Ludovico. Indignato per un tanto oltraggio, Enrico III instò ed ottenne che il pontefice Clemente II, che era seco, scomunicasse i cittadini. E non pago di tanto, investì i normanni di tutto il principato beneventano, escludendone la sola città di Benevento, che fu da lui dopo qualche tempo concessa al papa Leone IX, assunto al ponteficato nell’anno 1049, il quale gli rimise in perpetuo il censo che si dava ai papi per la chiesa di Bamberga. E qui è a sapere che quando Benedetto Vili trasse in Francia a consacrare la Chiesa di S. Pietro in Bamberga, e dichiararla Cattedrale, si riserbò il dritto di un annuo censo, di un cavallo bianco con tutti i suoi arredi, e di cento marche di argento da doversi pagare in ogni anno alla chiesa Romana. E però volendo l’Imperadore Enrico esonerare la chiesa di Bamberga da questo censo che reputava indecoroso, e dalla dipendenza della chiesa Romana, offrì a questa, in ricambio dei dritti acquistati sulla chiesa di Bamberga, la città di Benevento; e non a dire se una tale permuta fosse stata accettata con giubilo dal pontefice Leone, che a un sì bell’acquisto tenne sempre volta la mira. In tal modo una si famosa città fu ceduta per cento marche annue d’argento ai papi, i quali non rinunziarono neppure, incredibilia sed [p. 77 modifica]vera, al loro dritto sul cavallo bianco, por essere un segno di dipendenza. (Ostiense) E fu questo il titolo pel quale la chiesa di Roma acquistò la città di Benevento, ma senza il possesso, che si tenne tuttora dal principe Landolfo.

In quel tempo i normanni, che aveano la signoria di quasi tutto il principato beneventano, conoscendo di essere molto innanzi ai greci e ai longobardi non pure in fatto di perizia militare, ma anche pel numero delle soldatesche, colta l’opportunità dello sdegno di Enrico III contro i beneventani per l’accennata ribellione, non istettero di estendere i loro possedimenti, e apportare molestie ed avarie senza fine ai popoli confinanti, minacciando la stessa città di Benevento, di cui ambivano ardentemente l’acquisto, per costituirla metropoli dei loro stati, come aveano praticato i longobardi. La potenza del principe di Benevento era di assai scemata, imperocchè nell’anno 801 dagli stati del principato fu diviso l’Abruzzo, e sottoposto dai francesi al ducato di Spoleto, e con la forza nell’anno 839, e con regolare trattato nell’anno 851 il principato di Salerno si separò stabilmente dal beneventano. Indi se ne divise egualmente quello di Capua; ed infine, tolta al principato di Benevento la Puglia ed altre terre signoreggiate dai normanni, si videro quei medesimi longobardi che un tempo aspirarono al reame d’Italia, che contesero coi più potenti sovrani, e che, sebbene dipendenti dagli imperatori d’Oriente, ebbero a tributari gli stessi duchi di Napoli, ridotti in sì miserando stato da ricevere la legge da tutti. Molto incresceva ai nobili beneventani e ai cittadini di alto affare vedere il principe inerme e privo dei suoi stati aviti. E non isperando alcun soccorso dall’imperadore Enrico III, adirato contro di essi per essersi ribellati alla sua autorità, molti patrizi! si proposero di mettere la città sotto la protezione di Leone IX pontefice, non già perchè intendessero riconoscere i suoi dritti sulla città, ma perchè non iscorgevano altro mezzo a impedire la conquista normanna. E a tal fine spedirono in Roma alcuni abili oratori, per invocare in tanto bisogno l’aiuto del papa, e [p. 78 modifica]presentargli alcuni doni. Leone accolse i legati assai benignamente, e gradì molto anche i doni, e quindi fece assicurare la cittadinanza che egli si sarebbe adoperato per contendere ai normanni la conquista di Benevento.

Indi Leone tornò in Puglia, e non trasandò alcun mezzo per conciliare coll’imperadore i Beneventani, che assolvette dalla scomunica, fulminata contro di essi da Clemente II; ma contemporaneamente, a far pago l’irato monarca, mandò in esiglio i due principi Pandolfo III e Landolfo VI, che aveano indotto il popolo a insorgere contro la sua persona, come narrano l’anonimo monaco di S. Sofia e Leone Ostiense. E siccome, non ostante il rifiuto della maggioranza dei cittadini di dargli la signoria di Benevento e dichiararsi suoi sudditi, il papa riteneva indiscutibili i dritti acquistati dalla S. Sede sulla città di Benevento; così, mediante calde esortazioni ed insistenze, conseguì dall’imperadore Enrico III un esercito di tedeschi, che, insieme ad altra gente di Germania da lui assoldata, condusse in queste provincie non solo per la difesa di Benevento, ma altresì per tentare di liberare la Puglia dal giogo dei normanni. Ma, appena il pontefice invase la Puglia coi mentovati aiuti, i Normanni occuparono Benevento, e poscia, benchè impari di numero all’esercito del papa, non dubitarono di accettare la battaglia, movendogli incontro sulle rive del Fortore. La vittoria fu lungamente incerta, e pareva che or l’una, or l’altra delle due armate prevalesse; finchè Riccardo I conte d’Aversa, che avea il comando della fanteria normanna, anelando di dar presto termine a quella sanguinosa battaglia, si lanciò col nerbo de’ suoi più prodi sugli alemanni, i quali, dopo eroica resistenza, perirono tutti da valorosi sul campo.

Dopo la memorabile battaglia del 18 giugno 1053 i vincitori normanni entrarono in Civitate, ove erasi ricoverato il papa Leone che divenne loro prigioniero. Ma essi usarono con moderazione della vittoria, e il molto sangue sparso nulla detrasse alla riverenza che mostravano di professare per il capo della chiesa. Infatti tutti i duci dell’esercito [p. 79 modifica]normanno si prostrarono ai piedi del Vicario di Cristo, ed avutane la benedizione e il perdono, lo condussero in Benevento, ove, malgrado i segni di religiosa umiltà, il papa fu loro prigioniero per il corso di otto mesi.

In Benevento seguì poco stante un accordo pel quale i Normanni riconobbero dal pontefice come scudi tutti gli stati da essi acquistati, nonchè quelli che avrebbero conquistati nella Puglia, nella Calabria e nella Sicilia, egli giurarono, se pro suis, quos perdiderat militibus, sibi per omnia esse fideles. Dopo di ciò scortarono il papa sino a Capua, donde poi questi tornò in Roma, ove morì nel 1054.

Nè andò molto che i due principi longobardi Pandolfo III e Landolfo VI, esiliati sin dall’anno 1051 da Leone IX, fecero ritorno in Benevento, ed accolti assai favorevolmente dai cittadini, venne lor fatto dopo breve tempo di scacciare dalla città i normanni, e assumerne nuovamente il governo. Ma dopo l’accordo che, come innanzi è detto, ebbe luogo tra i normanni e il papa Leone, il principe Landolfo VI seguì a reggere il principato di Benevento, però con dipendenza dalla Santa Sede.

Questo principe intervenne insieme a Stefano Sculdascio, e altri nobili beneventani al sinodo provinciale celebrato nell’anno 1075 dall’arcivescovo di Benevento S. Milone; e l’ultima memoria che si ha di lui consiste in una sua concessione, in favore di un tal Dacomario cuiusdam Petri Clerici e de’ suoi eredi, di erigere delle fabbriche sopra e sotto il ponte marmoreo detto de Leprosis sul fiume Sabato, noto ora col nome di S. Cosimo dalla piccola chiesa ivi contigua, affinchè avesse potuto conservare con questi edificii i nostri molini. E gli concedette ampia facoltà di cavare la terra nella pubblica strada da servire a condurre le acque per detti molini, dandogli pure l’arbitrio di diroccare la torre denominata Catena per aprire sotto la medesima il varco ai passanti, di che si prevalsero Dacomario e altri dopo di lui. E anche oggi, per essere occupata in quel sito il tratto di strada, donde fluiscono le acque che animano i molini che sono presso il ponte di S. Cosimo, si dà la via ai [p. 80 modifica]passanti sotto la detta torre, che chiaramente appare essere stata rotta ed aperta a tale scopo, e fu largo pure al Dacomario di altri privilegi, come risulta dalle seguenti note cronologiche, che il Borgia trascrive dal testo originale della cronaca di S. Sofia che conservasi nella Bibblioteca Vaticana. «Carus clericus, et notarius atque scriba ex iussione supra dictae potestatis scripsi. In anno dominicae incarnationis millesimo septuagesimo septimo. Et quarto anno Pontificatus domini nostri summi Pontificis et universalis septimi papae Gregorii, in sacratissima sede beati Petri apostoli. Et trigesimo nono anno principatus domini Landolfi gloriosi principia de mense martio quintadecima indictione acfum in sacro beneventano palatio. Questa data merita di essere accuratamente notata per il nome che vi si legge di Papa Gregorio, essendo il più antico civile documento segnato col nome del pontefice, da che la Santa sede conseguì il naturale dominio della città di Benevento. Fu questo l’ultimo anno della vita del principe Landolfo, il quale cessò di vivere nel giorno 27 novembre dell’anno 1077, dopo anni 39 e mesi 3 di regno, come desumesi dall’anonimo monaco di S. Sofia. Landolfus autem regnavit XXXIX, m. III d... mense novembris... anno domini N. L. XXVII. Egli non lasciò prole superstite per essergli premorti tutti i suoi figli, dei quali è a rammentare Pandolfo, associato al suo principato, il quale fu ucciso dai normanni nel giorno 7 febbraio 1073. Con Landolfo VI si estinse il principato beneventano e la serenissima prosapia dei longobardi, la quale tenne la signoria degli stati di Benevento dall’anno 571 sino al 1077, cioè per lo spazio di anni 506, ed ebbe duchi quattordici, principi beneventani tredici, beneventani e capuani undici.

Roberto Guiscardo era oltremodo bramoso di occupare Benevento e il principato, e però pose l’assedio a questa città, non dandosi alcun pensiero dell’anatema fulminatogli dal papa Gregorio VII per i dritti che la sede Apostolica vi avea acquistato, mediante la convenzione seguita tra Leone IX e l’imperadore Enrico III. Però i beneventani, i quali si difesero con immenso valore, resero vani per lungo tempo [p. 81 modifica]tutti gli sforzi dei normanni, e poscia bramosi di procacciarsi un alleato, per far fronte più agevolmente al nemico, mandarono in dono a Giordano principe di Capua 450 bizanti d’oro; e costui, accogliendo di buon grado l’invito, mentre Roberto era inteso in Calabria a certe sue faccende, liberò Benevento dall’assedio, e incitò alla ribellione molti vassalli del Guiscardo. Questi allora, agognando di vendicarsi, volse le armi contro Giordano, ma il pontefice, per l’interposizione di Desiderio abate di Montecassino, si amicò Roberto, e niente omise per renderlo suo alleato e difensore della Santa Sede. E infatti nel medesimo anno abboccatosi in Aquino con Giordano, e poscia in Benevento con lo stesso Roberto, nel giorno 7 giugno rivocava l’anatèma lanciato contro questi per aver messo l’assedio a Benevento, e lo investì del ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia, riconoscendolo anche per legittimo signore di Amalfi e di Salerno.

Ma Benevento proseguì ad essere governata, in nome del papa, da Stefano Dacomario, di nobile famiglia Beneneventana, come rilevasi da un suo rescritto riportato dall’anonimo monaco di S. Sofia e da Alfonso de Blasio, ed anzi il Baronio afferma che la famiglia Dacomario reggeva per la romana chiesa non solo la città, ma anche il principato di Benevento, e che Ansone e gli altri figli di Stefano Dacomario donarono ampi dominii alla Badia di Montecassino.

I beneventani, ad eternare con qualche segno visibile la loro riconoscenza ad un sì benemerito pontefice, gli eressero un magnifico tempio presso Porta Somma, detta poi del Castello, il quale crollò pel tremuoto accaduto nel principio del secolo XIV, ed ivi fu anche eretta di fronte alla strada principale della città una piramide sulla quale poggiava un leone, e di quel tempio si scorge tuttora un avanzo rinvenuto nel palagio della nostra Prefettura, e che fu dilucidato nel tempo in cui tenne la delegazione di Benevento il chiarissimo prelato Borgia.

Morto il pontefice Gregorio nel 1085, dopo di aver retta [p. 82 modifica]la Chiesa per 12 e più anni, gli succedette Desiderio abate di Montecassino, che prese il nome di Vittore III. E siccome fu questi uno degli uomini più illustri di Benevento, così non posso omettere un breve cenno sulla sua vita.

Della gente Epifania discesa dai longobardi principi di Benevento, come scrive il de Vita, (Thesaurus alter Antiquit. Benevent. Diss. VI, cap. 6.) fu Desiderio monaco benedettino, nel secolo chiamato Dauferio. Leone IX, il quale erasi recato a Benevento per combattere i normanni invasori delle nostre terre, avendo udito della santità e dottrina di Desiderio, lo volle in Roma. Ma, non confacendogli il clima di Roma, Desiderio, seguendo il consiglio dei suoi medici, trasse a Salerno, ove contrasse intima amicizia col celebre Alfano, prete di alto senno e di preclari natali, e non pure egregio medico, ma anche insigne poeta e valente musico, secondo che davano i tempi. Alfano seguì Desiderio in Benevento, e quando Vittore II nel 1052 si recò in questa città, antivedendo Alfano che i suoi germani sarebbero stati probabilmente accusati di aver participato all’assassinio del principe Guaimerio, avvenuto poco innanzi, stimò cauto avviso di farsi a visitare il pontefice nella speranza di acquistarsene la benevolenza. Egli avea seco alcuni codici di molto pregio, a cui aggiunse diverse medele speciali, di cui faceasi gran conto in quei tempi, e insieme a Dauferio, e all’arcivescovo di Benevento, verso la Pasqua del 1055 si presentò al papa, di cui bentosto seppe cattivarsi la simpatia e la stima. Indi rimasto affatto libero di sè per la lontananza del papa, impetrò licenza di partirsi con Desiderio e prender l’abito in Montecassino. Quivi furono ricevuti amendue con allegrezza da non dirsi, ed Alfano vestì l’abito dei benedettini; ma di lì a poco il principe Gisolfo lo astrinse a far ritorno in Salerno, ove nel 1057 lo nominò abate di S. Benedetto, e nel marzo del 1058 fu destinato all’arcivescovado di Salerno. E Dauferio, che nel chiostro prese il nome di Desiderio, fu al cospetto del papa Stefano II, con grandissima allegrezza dei monaci, eletto con segreto squittinio abate di Montecassino.

A Stefano il 24 gennaio 1059 successe Niccolò II, uomo [p. 83 modifica]degnissimo del seggio papale. E questo pontefice, pensando, scrive l’Audisio, che di dotti e grandi uomini si felicita ed invigorisce il principato sacerdotale, fece dire a Desiderio di venire a lui nell’Umbria, dove lo elesse cardinale, e lo nominò suo vicario per la Campania, l’Apulia e la Calabria.

Uomo d’aurei costumi e assai destro nel maneggio degli affari, Desiderio prese cura non solo delle cose della Badia, ma di quelle ancora della chiesa universale. E fu il cuore, scrive il Giannone, del celebre Ildebrando, che, asceso appena al trono pontificale, volle incontanente al suo fianco il saggio Desiderio. E, trapassato il papa Gregorio VII, fu eletto a sommo pontefice pei suoi meriti e fama, e specialmente per aver amicati i principi Roberto Guiscardo e Giordano nel tempo che i Normanni tentavano di espugnare Benevento, e contribuito efficacemente a stabilire su solide basi la pace tra il papa e il Guiscardo.

Desiderio mise in opera tutti i possibili spedienti per non essere elevato ad una sì alta carica, poiché egli nella santità della sua vita non potea ignorare quanto

«Pesa il gran manto a chi dal fango il guarda.»

Ma infine, non volendo più a lungo ostare ai voleri della Provvidenza, accettò il pontificato, e nell’anno 1087 tolse il nome di Vittore III, e fu il secondo papa di Benevento.

Vittore III avea, per dir così, ereditato la mente e il cuore di Gregorio, e ne seguitò i luminosi vestigi. Infatti alle prepotenti richieste di Enrico di Germania rispose con solenne diniego che il re degli Alemanni non sarebbe stato giammai il papa dei romani: ut rex Alemannorum papam constituat romanorum. Uno dei divisamenti già fermati da Gregorio era quello delle crociate, e Vittore confortato dai consigli ai molti cardinali e vescovi, e della celebre contessa Matilde di Toscana, fece bandire una crociata contro i Saraceni di Africa. Fu questa la prima crociata; quella cioè che precesse le crociate generali, le quali, cominciate al grido di Dio lo vuole: nel Concilio di Clermont, [p. 84 modifica]si chiusero colla battaglia di Lepanto. Esercito d’italiani fu quello raccolto da Vittore III, Genovesi e Pisani in gran parte, i quali, distrutti ben centomila Saraceni, e riscattati i prigionieri cristiani, tornarono onusti di prezioso bottino, che fecero servire ad ornamento di sacri templi (Muratori, Annali d’Italia). In un concilio convocato nell’agosto dell’anno medesimo Vittore III rinnovò le censure contro l’antipapa Guiberto, colpì di anatèma Riccardo abate di Marsiglia, ed Ugo, arcivescovo di Leone, separatisi dalla chiesa romana per non voler riconoscere la sua elezione; condannò le investiture date dai laici; e ingiunse che i sacramenti della Eucaristia e della Penitenza non si ricevessero se non da prete cattolico.

Inoltre ordinò bellamente il libro dei canoni, avvalendosi in ciò dell’opera del cardinale Deodato, che era in fama di uomo dottissimo per quei tempi, e fu autore d’un commentario contro gli scismatici. Ma non andò molto che i romani, abbindolati dalle insidie dell’antipapa e di Enrico, gli si ribellarono; per cui Vittore III fu astretto a far ritorno a Montecassino, da cui nell’agosto del 1087, seguito da più vescovi e cardinali, trasse in Benevento, per quivi celebrare, come in luogo più sicuro e tranquillo, un concilio contro Guiberto. Ma mentre, convocati altri prelati delle prossime provincie, era a ciò inteso, cadde gravemente infermo, e vedendosi in fin di vita, diede opera a compiere il concilio in tre giorni, e poscia con accelerato viaggio si ritrasse al suo diletto Montecassino, ove rifermò l’elezione di Aderisio a suo successore in quella famosa Badia, di cui gli concesse l’investitura, e nel VI mese del suo laborioso pontificato si addormentò in Dio ai 16 di settembre dell’anno 1087. La chiesa beneventana celebra la memoria di questo singolare pontefice nel giorno anniversario della sua morte con rito doppio approvato dallo stesso papa Benedetto XIII.

Vittore, a testimonianza di Pietro Diacono, suo compagno e discepolo, innanzi al pontificato scrisse quattro libri di dialoghi su varii argomenti sacri ed alcuni canti a San Mauro, e nel pontificato molte lettere dirette a Filippo re dei franchi, e ad Ugone abate di Cluny. I canti sono andati [p. 85 modifica]smarriti; e delle lettere non resta che una sola pubblicata da Mabillon. I dialoghi sono la principale opera di Vittore. Doveano questi essere distribuiti in quattro libri, secondo le parole dello stesso scrittore. Ma o che le sopravvenute cure impedissero all’autore di dar compimento al suo scritto, o che se ne sia perduta una parte, egli è certo che nell’autografo conservato nella Biblioteca Vaticana manca non pure il quinto libro, ma una parte eziandio del terzo.

Vittore qualche giorno prima che Iddio avesse da lui ritirato il potente soffio di vita consigliò i cardinali ad eleggere a suo successore nel pontificato Ottone vescovo di Ostia e di Velletri; e perciò nel giorno 8 marzo dell’anno seguente 1088 fu il vescovo Ottone elevato al supremo sacerdozio col nome di Urbano II, e questi, grato alla memoria di un tanto benefattore, volse subito il suo pensiero a onorare Benevento col nominare a cardinale un tal Bernardo beneventano, uomo che avea levato gran fama di sè per pietà cristiana ed ampia dottrina, e il quale nel 1105 fu da Pasquale II eletto vescovo Prenestino, e di poi legato della S. Sede in Oriente.

E appena quasi Urbano II fu assunto al pontificato, trovò utile il refugio di Benevento, per celebrare con piena libertà un nuovo concilio contro l’antipapa Guiberto. Il concilio cominciò nel giorno 28 marzo 1091, ed ebbe termine celeremente nel 31 dello stesso mese.

In breve corso di tempo Ruggiero I, soggiogando i ducati di Napoli, di Bari, di Brindisi, e le città tutte del regno, tra il Faro ed i confini dello Stato Pontificio, potè assidersi altero sui mietuti allori. E per tal modo il disfacimento di varii piccoli stati che in allora, a detta dello storico Grimaldi, costituivano una popolazione di diciannove milioni, o secondo il Galanti di circa dieci, diede luogo alla splendida monarchia delle due Sicilie, Ma consolidata in queste regioni la potenza di Ruggiero, Benevento, capitale della Longobarda minore, ebbe a perdere la sua signoria e indipendenza durata per il corso di 506 anni, cioè dal 571 sino al 1077, poiché Ruggiero la dichiarò semplice feudo della monarchia.

[p. 86 modifica]Al celebre Ruggiero, terrore dei Saraceni, e dei greci, e fondatore di una prospera e potente monarchia, successe Guglielmo detto il Malo, che fu il solo superstite de’ suoi cinque figli. Questo sovrano, asceso ai trono nel 1151, disfece col suo duro e istabile governo l’opera del suo gran genitore; e dopo che si ebbe attirato in varii modi l’odio di non poca parte de’ suoi baroni, crucciato contro il pontefice Adriano IV, che con una sua lettera apostolica lo aveva chiamato signore e non re, invase gli Stati pontificii, incendiò Ceprano, e, devastata la campagna romana, cinse alla fine d’assedio Benevento, ove il papa erasi ricoverato coi baroni a lui ribelli e ne devastò il territorio.

Ma andando per le lunghe l’assedio, Guglielmo il Malo propose un modo di accordo ad Adriano, che vi aderì volentieri, e le cose allora mutarono in meglio. Guglielmo, sciolto dall’anatema, ricevette la investitura del reame, e la solenne incoronazione seguì in Benevento nella chiesa di San Marciano, ora distrutta, ma di cui vedesi ancora un avanzo; ed egli per un tale atto accettò di compensare il pontefice col tributo di 600 schifati annui per la Sicilia, il Ducato di Puglia, e i principati di Capita e di Napoli, e 400 per la Marsia teatina, e mise al bando del regno tutti i baroni ribelli. Da questo punto potè ritenersi stabilita durevolmente la signoria dei sommi pontefici sulla città e territorio di Benevento.