Istoria delle guerre gottiche/Libro secondo/Capo XVIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../Capo XVII

../Capo XIX IncludiIntestazione 2 aprile 2013 25% Da definire

Libro secondo - Capo XVII Libro secondo - Capo XIX


[p. 213 modifica]

C A P O XVIII.

Ildigero prende il campo da’ Gotti. Narsete e Belisario discordi tra loro. — aringhe d’entrambi. Giustiniano Augusto conferma per lettera Belisario nel supremo comando della guerra.

I. Ildigero e le sue truppe essendo stati i primi ad entrare negli accampamenti nemici fanno prigionieri i Gotti rimasivi per malattia, e raccolgono le suppellettili abbandonate dai fuggitivi. Al mezzogiorno arriva Belisario con tutto l’esercito, e veduto Giovanni ed i compagni di lui pallidi e di squallore coperti riprendendo il primo della imprudente audacia dissegli che andasse obbligato di sua salvezza ad Ildigero. Non ad Ildigero, quegli rispondea, mi terrò obbligato, ma a Narsete prefetto dell’erario imperiale: colle quali parole, a mio avviso, volea indicare che Belisario ad istigazione di Narsete e non di sua volontà fosse accorso a liberarlo, e da quinci in poi entrambi miravansi in cagnesco. Il perché gli amici sollecitavano Narsete a non militare sotto di lui in quella guerra, mostrandogli ben turpe che un personaggio a parte degli imperiali segreti dovessevi non comandare, ma obbedire ad altro condottiero, il quale mai più di sua elezione avrebbelo fatto partecipe del sapremo potere. Che ov’egli fosse disposto a capitanare il romano esercito genti a frotta correrebbero sotto le sue bandiere e con esse i più valenti duci : conciosiachè gli Eruli ed i costoro seguaci, vogliam dire le schiere di Giustino, di Giovanni, di [p. 214 modifica]Arazio e di Narsete, fratello dell’ultimo, pari in numero per lo meno a diecimila e tutti coraggiosissimi e pieni di marziale valore, bramerebbero che la gloria della riconquistata Italia non tornasse per intiero a merito di Belisario, ma eziandio a quello di Narsete. Né sembrar loro conveniente ch’egli partitosi dal famigliare consorzio di Augusto debba con suo pericolo assodare l’altrui gloria e non accrescere meritamente la fama, già per ogni dove chiarissima, delle sapienti e nobili sue imprese. Aggiungevano che senza di lui Belisario nel tratto successivo non imprenderebbe cosa di rilievo, sprovveduto essendosi della massima parte dell’esercito per guernirne le città conquistate, e numeravanle tutte ordinatamente dalla Sicilia fino al Piceno.

II. Narsete compiaciutosi al sommo di questa esortazione più non potea rattemperare il suo animo e tenerlo ne’dovuti limiti: il perché di sovente volendo Belisario accingersi a qualche impresa, egli distornandonelo ora sotto l’una coverta, or sotto l’altra, riusciva ad invanirne i divisamenti. Alla fin fine il comandante supremo accortosene, ragunati i duci, pigliò ad aringarli di tale conformità. « Parmi, o duci, pensarla io guisa ben contraria da voi sulla presente guerra, poiché vi osservo non curanti del nemico, quasi lo aveste già del tutto vinto. Mi è forza quindi paventare non questa vostra presunzione ci esponga ad un pericolo manifesto; e di vero ho dovuto ben conoscere che i barbari v’hanno ceduto il campo non da pusillanimità o scarsezza di gente stretti, ma con senno ed [p. 215 modifica]antiveggenza; e’ con meditata frode allontanaronsi di qua fuggendo. Temo pertanto che dall’avvenuto indotti in errore non precipitiate e voi stessi e le romane faccende. Conciossiachè l’uomo cui sembra avere in pugno la vittoria, imbaldanzitosi de’ suoi felici successi più agevolmente cade in rovina che non altri, il quale rimaso all’imprevista perdente appara ad essere più circospetto ed a meglio temere i suoi avversarii. Di tali pur troppo erano in ottima postura, quando vidersi dalla infingardaggine loro gittati a fondo; le assidue cautele invece pervennero a far risorgere molti infelici; essendoché la negligenza ove giunga a corromperci termina spessissimo coll’infievolire il poter nostro; un diligente operare al contrario ne apporta di frequente e forza e ricchezze. Rammentisi adunque ognuno di voi essere Vìtige in Ravenna e con seco gottiche miriadi non poche. Uraia signore di tutta la Liguria cingere d’assedio Milano; avervi in Aussimo copia di elettissime truppe, ed i molti altri luoghi sino ad Orbibento1 vicino a Roma venir guardati dai barbari con egualmente forti presidj, i quali possonci opporre ben valida resistenza. Ora, attorneati da nemici come da corona, le bisogne nostre aggiransi in pericolo maggiore di quanto fossero per lo innanzi. Né qui ridirò le voci sparse che nella Liguria gli stessi Franchi abbiano unito lor armi alle gottiche, pensiero da scuotere gravemente [p. 216 modifica]tutti i Romani e da colmarli di terrore. Laonde è mio intendimento che parte del nostro esercito calchi la via della Liguria e di Milano, ed il resto marci alla volta di Aussimo e del nemico ivi a stanza per eseguirvi quanto disporrà il Nume. Di poi darem mano alle altre guerresche imprese, occupandoci in preferenza di quelle, giusta il parer nostro, più utili ed opportune. » Al ragionamento di Belisario Narsete rispondea: « Non vi avrà chi negar possa, o maestro de’ soldati, l’assoluta verità di tutte le altre cose ora da te proferite; solo non veggo ragione del dividere non più che in due tutto questo esercito cesareo per valertene contro Aussimo e Milano. Tu affè mia conduci pure colà quanti Romani vuoi, nulla a tel vieta. Noi ricupereremo all’imperatore la provincia Emilia, che ne vien detto starsi maggiormente a cuore de’ Gotti, e ci renderemo a Ravenna molesti di guisa, che voi potrete compiere ogni vostro desiderio contro il nemico da quella banda certi di vedergli tolta ogni speranza d’aiuto. Che se preferisci condurci tutti sotto le mura d’Aussimo, temo non i barbari sortiti di Ravenna mettanci in mezzo, e chiusa ogni via all’acquisto della necessaria vittuaglia ne forzino ad incontrare la morte ; » così Narsete. Belisario allora trepidante non la divisione del romano esercito accagionasse danno all’imperatore, e tutto andasse, sconvolto l’ordine, sossopra, manifestò ai duci la scritta da Giustiniano Augusto nei termini qui espressi: « Non abbiamo spedito in Italia Narsete prefetto dell’erario coll’incarico di capitanare l’esercito, essendo [p. 217 modifica]nostro volere che il solo Belisario regga e valgasi di tutte le truppe siccome giudicherà della maggior convenienza. Voi tutti lo dovete seguire cooperando ai vantaggi dell’imperio nostro. » Tale si era il foglio di Augusto, e Narsete cogliendone le ultime parole si protestava sciolto dall’obbedienza agli ordini di Belisario, essendo che di presente costui manometteva gli imperiali vantaggi.

Note

  1. (1) Orvieto. Oropite, Cic.; Herbanum, Cat.; Urbs vetus, Plin.; Urbiventus, ecc.