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Istorie dello Stato di Urbino/Libro Terzo/Trattato Primo/Capitolo XVI

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Capitolo XVI

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CAPITOLO XVI.

Come Francesco Maria Duca d’Urbino assaltò Corinalto: mà dal valor de’ suoi Defensori più volte rigettato, levò l’assedio.


V
edendo gli Corinaltesi, che da gl'inimici d'ogni intorno stavano assediati, i quali passando al numero di ventitre miglia combattenti, tutti li Colli, che spondeggiano Corinaldo dalla parte di Ponente coprivano. Per questo non si sgomentarono punto; anzi pigliando più ardire, di tempo in tempo uscivano fuori, con aguati molti nelle scaramuccie, uccidendo. Il Duca fatto havendo livellare della Terra il sito, & l'altezza delle sue muraglie, la qual benche smisurata ritrovasse, e quasi de gli assalti incapace; tutta fiata facendo con l'arte alla natura sforzo, commandò, che si fabricassero gran numero di scale di altezza corrispondenti alla stessa misura: & il terzo giorno dell'assedio volle, che rotti col maggior empito possibile, i ripari, in grosso numero i più valorosi dell'Essercio le fosse entrassero, con dar la scalata; e conquistata la Piazza, quella si dovesse saccheggiar, ed'ardere: giudicando che sicuro fossero i disegni per riuscirgli, come nella presa dell'altre Terre, e Città contumaci della Marca: mà ritrovossi ingannato; perche gli Difensori arditamente resistendo, con dishonore, e danno à dietro gli ributtarono. Da si gagliarda resistenza il Duca restò maravigliato molto; sapendo certo, che dentro non trovavansi altri forastieri, che li ducento Corsi: Onde per opprimere con la moltitudine i pochi, facendo scielta de' più veterani, e periti: Mà havendo eglino ritrovato più aspero gagliardo e'l precedente giorno con poca lode della di lor bravura astretti furono di abbandonar l'impresa, non con minor disturbo de' Capitani, e di tutto l'Essercito, che del Duca istesso; il quale di furore acceso, ordinò che tosto si piantassero l'artiglierie, ne mai dalle battarie si mancasse, finche non si vedessero in buona parte le mura nemiche, dirocate, rovinate à terra, e che à tutti restasse libero, e spianato il passo: mà li colpi di quelle giungendo stracchi, [p. 69 modifica]ne i primi ripari, e terrapieni, non potero battendo, da esse pur un mattone staccare: dove all'incontro gli assediati bombardando il campo, vi facenano danni considerabili. Accorgendosi perciò il Duca, che niun progresso facevano i suoi pezzi, attribuendo alla lontananza il difetto, gli fece in altro posto più vicino, e di maggior vantaggio trasportare, per esser in diametro alle mura opposto: mà col luogo non mutò fortuna; perche essendo le mura di Corinalto dalla parte di Borea, di dove potrebbero ricevere qualche danno dalle battarie, dal picciol Colle di San Francesco Riparate, & questo effetto, insieme col istesso Convento anche terrapienate gli colpi dell'altigliarie à morivano in quel terreno, ò sopra la Terra passando non facevano altro danno, che col fischio tener i difensori svegliati. Avvedendosi gli Corinaltesi de i sinistri eventi de gli aversarij, non meno quelli, che se fossero state Donne armate, ò piccioli fanciulli sprezzavano, atti più à scherzar, ch'al combattere. Et havendo per mezo d'una spia fedele penetrato, che dall tende erano trecento Soldati à Cavallo partiti per far scorrerie in quella parte del Territorio, la qual con Senigaglia confina, alle rive del Misa; subito da Corinalto ducento animosi giovani uscirono, & alla nascosta trà le biade quasi mature caminando, si spinsero al fondo della valle delle Nottole, poco più d'un miglio dalle mura distante; & ivi imboscati, al ritorno con tanta violenza gli assalirono, che non solo ritolsero loro la preda; mà ne pur uno lasciarono in vita, che al campo la novella della sconfitta portasse: onde vittoriosi in ordinanza con liete voci celebrando la vittoria, per la via publica tornarono alla Terra; per lo che sendo stati dal grosso del nemic Essercito scoperti, nel Borgo del Mercato, avanti la Chiesa di Sant'Anna incontrati furono, e fieramente combattuti: mà eglino coragiosamente difendendosi, non solo salvarono le persone loro, mà insieme la preda entro la Terra posero in sicuro; Eccetto alcuni animali grossi, che per l'impeto hostile furono forzati à lasciar indietro; E quelli (dopò havergli tagliate le gambe) corsi alle mura con gli altri vollero difendere: però che à forza di moschettate, fatto ritirare l'Essercito, corsero à ripigliarli, e tosto divisili in pezzi, in cima delle picche gli posero, con le quali poscia le mura girando, ad essi nemici con fischi, e voci di scherno, la loro viltà rimproveravano. Il Duca vedendosi in tal guisa beffato, e gli suori Soldati scherniti, sdegnato contro la sua iniqua fortuna, congregò consiglio secreto, ove con militare prudenza lungamente si discorse del modo, che tenersi doveva per conquistar questo luogo, e col ferr, e col fuoco castigare l'orgoglio de gl'insolenti, e temerarij assediati, che per quel fatto dell'imboscata loro felicemente riuscito, havevono preso tanta baldanza, che ardivan schernire l'invincibile valore di quel felicissimo Essercito, che solo il nome di lui ad ogni luogo di quella Provincia [p. 70 modifica]rendevasi formidabile. Dopò varij discorsi finalmente si risolvè, che una mattina innanzi l'Alba stancati nel precedente giorno con leggieri scaramuccie gli assediati si dovesse con sommo silentio, e prestezza, scalare all'improviso la Terra, e da ogni parte darle un general'assalto; imperò che trovati i Difensori sprovisti, infallibilmente restarebbe sorpresa; e determinarono il giorno. Mà li Corinaltesi havendo questi disegni, per mezzo della solita spia penetrati; nel medesimo tempo tutti alla diffesa delle mura si ritrovorno armati ad aspettargli, con silentio tale, che gli inimici persuaderonsi, che anco le Sentinelle ordinarie dormissero. Onde senza timore appoggiarono ratto alle mura le scale, cominciandovi à salire; & essendo tutte piene, si diede alle bombarde, & all'artigliarie il fuoco, lequali furono di sassi, catene, ferri, chiodi, ed'altra simile materia caricate à questo effetto per guardia delle cortine dentro le cannoniere de i Torrioni, e guardie aggiustate. E nell'istesso tempo si gettarono anco al fosso, con infinito danno de gli invasori, molte pignatte di fuoco artificiato: onde vedendo gli altri, che stavano più adietro, la strage de i primi, furno astretti abbandonare l'impresa, e ne gli alloggiamenti à ritirarsi; dove li Corinaltesi vollero anche andare per accendervi il fuoco: mà giudicandsi temerario atto, che pochi contra si gran moltitudine presumessero tanto, fù vietato loro dal Magistrato, di tal pensiero l'essecutione. Essendosi gl'inimici, à gli alloggiamenti quasi sconfitti (come s'è detto) retirati, subito i Corinaltesi spedirono al Legato, ch'era il Cardinale di Santa Maria in Portico, il quale si ritrovava in Pesaro, un Messo, e gli significarono quanto à lor favore successo era, e lo pregarono che uscito con le sue genti, dovesse tosto venirsene per assaltar l'inimico, il quale sgomentato essendo per la rotta havuta; poca resistenza fatto haverebbe; E colto in mezo senza dubbio fora stato in un punto levato dall'assedio, & affatto estinto, e da flagello si aspro lo Stato Ecclesiastico liberato. Mà l'Essercito Pontificio essendo debole, non volle moversi; & assai temendo l'hoste, non hebbe ardire d'approssimarseli: Onde il Legato significò alli Corinaltesi, di presente non poter accettare la proposta loro; mà che ingrossato con sei millia Svizzeri l'Essercito, iquali s'aspettavan in breve, senza fallo verrebbe à soccorrerli, e che trà tanto co'l solito valore si mantenessero in fede: Et per maggiromente inanimarli, mandò ad essi una lettera parentale assai favorevole, data in Pesaro lì 17. Giugno 1517. che anch'essa, con le altre nel suo originale si trova. Non si perdè d'animo per queste nuove disaventure il Duca; mà tenendosi per sicuro, che presto dovesse la monitione alli Difensori mancare, sperava finalmente di pigliar la Piazza, Onde con maggior strettezza, che prima, da tutte le parti circondolla. Avvedendosi gli assediati, che per havere nell'ultima diffesa consumata gran quantità di polvere, salnitro, ed'ogn'altra sorte di [p. 71 modifica]monitione; quando l’inimico tornasse à nuovi assalti, difficilmente haverebbero potuto resisterli, cascarono tutti in gran confusione, e timore. Sapendosi quanto il Duca fosse contro di loro sdegnato, ciascheduno della propria salute paventava. Sentendo questi discorsi il vecchio, che fù l’Autore della difesa, subito cercò rimediarsi, col mostrare à tutti, che se bene mancava loro la monitione del fuoco, nondimeno potevano co'l ferro agevolmente difendersi, stante l’artificiosa positura delle mura. Tutta via per non mancare alla diligenza dovuta, fece tosto pubblicare à suon di Tromba, col consenso del Magistrato, che bastando l’animo ad alcuno del popolo di passar trà gl'inimici, & andar à Senigaglia à pigliar quattro somme di polvere da' munitione, haverebbe proveduto di Muli, e di Cavalli, e dato lettere al Governatore di quella Città, il quale suo intrinseco essendo, e di natura cortese, non saria mancato in questa calamità presente à sovenirli. E per premio della fatica, e pericolo, à cui sarebbe esposto la propria casa gli offerse (ch'è quella, che sin'à questo giorno si conserva intiera dalla banda d’Ostro, con la Chiesa di San Spirito congionta, o ver di essa il prezzo, pur che il Commune col denaro publico sadisfar, non voglia. Un certo Religioso Heremitano della famiglia de’ Godicini, huomo in lettere valoroso, havendo questo gran bisogno de’ suoi Compatriotti saputo, s’offerse voler tentar l’impresa; stimolato più tosto dalla pietà, che dalla speranza del premio : Onde la sera del medesimo giorno partì dalla Terra per Senigaglia; e la mattina all'Aurora trovossi di ritorno in Corinalto, con li Muli di polvere carichi, e d’altra munitione più necessaria, il che à tutti fù di grande stupore, non tanto per la celerità vel viaggio, che in una breve notte dell'Estival Solstitio, andando, e ritornando, havesse camintato venti lunghi miglia ; quanto ch'esso passato essendo con gli animali à gl'inimici in mezzo, non fosse da quelli veduto, & impedito. Da che gran sospetto nacque nel popolo, ch'egli ciò fatto havesse per arte di Magia Diabolica. Alla cui opinione io non consento; mà più tosto mi risolvo à credere, che questo buon Religioso, in viaggio di tanta conseguenza fosse guidato dall'Angelo Custode della Patria (si come infiniti simili essempi nel Vecchio, e Nuovo Testamento si leggono) e tanto più, che questo Popolo dall'intercessione di S. ANNA viene molto favorito appresso Dio; si come in ogni sua maggior tribulatione se ne vedon gli effetti, i quali sono à gli habitatori assai ben noti. Entrata in Corinalto questa desiata munitione, fecero i Difensori gran segni d'allegrezza: e per mostrar à gl'inimici che abbandonati erano, da più parti delle fosse uscendo, con loro venivano à scaramuccie archibuggiando, e bombardavano il campo. Et essendo al Duca una mattina (mentre pransava) stata una palla portata, che dalla Terra venuta, era di rimbalzo negli alloggiamenti entrata; disse, che per la sonnolenza de' [p. 72 modifica]suoi Soldati, quella Piazza era stata soccorsa: siche d'intorno à lei accorgendosi non potervi far altro progresso, non volle perder più tempo: Onde ordinò che tosto si disponessero (come fecero) alla partenza, & ad abbandonar quelle mura, sotto le quali dopò esser stato ventitrè giorni, prese il viaggio verso il suo Stato d'Urbino, come dice nell'Historie d'Italia il Guicciardini, al libro terzodecimo, per fare spalle à i Popoli suoi, che facessero le raccolte. Vedendosi gli assediati per la partita de gli avversarij, liberi, fecero dalla Rocca Contrada la parte debole del Popolo ritornare, e tutti insieme riconoscendo solo da Dio, e dall'intercessione de' Santi, (specialmente di S. ANNA loro Avvocata in Cielo) questa sì illustre, e segnalata vittoria, non celebrarono (come si suol fare in si prosperi eventi) superbo Trionfo: mà de' loro peccati contriti, con humiltà profonda, coperti di sacco, processionalmente circondarono più giorni la Terra, cantando con solenni riti, Hinni, e Salmi in ringratiamento à Dio di questo memorabile beneficio. Era di gran credito Corinalto in Italia per la sua candida sede verso Chiesa Santa, & per li generosi fatti de gli suoi Cittadini, dimostrati per ogni tempo al Mondo nelle loro honorate imprese: massimamente quando settant'Anni à dietro cacciarono il Tiranno Cattabriga, dalla sua crudel servitù liberandosi (come si disse,) mà tanto s'avanzò per questa heroica difesa, che venne glorioso per tutt'Europa, si come d'ogni natione d'Europa furono quelli che l'assediarono, esperimentando in loro istessi la virtù de gli suoi Difensori. Onde gl'Historici di quel tempo raccontando questi successi, ne scrivono sì altamente, che pare ne parlino per eccesso, particolarmente Francesco Guicciardino nel citato luogo delle sue Historie, che non sà ritrovare mezo per scusar quest'Essercito, che alla mura Corinaltesi non habbia scemato alquanto il credito, che con tanto terrore di quei popoli, nel conquisto della Marca acquistato si haveva; di cui le proprie parole, in libertà di chi legge si lascia di vederle in fonte. Non tralasciarò però di riferire quanto ne scrisse al Libro de gli Annali Corinaltesi Lodovico Ciaffone, che in quei giorni (essendo Cancelliere di quel Publico trovossi trà gli assediati presente, in questo modo: Permanentibus peditibus Sanctae Romanae Ecclesiae, videlicet D. Capitaneo Michaele Corso ad defensam, & tutelam Magnificae Terrae Corinalti, persistentis in devotione Sanctae Matris Ecclesiae, & praelibati sui Pastoris, contra Franciscum Maria de Rovere obsidentem dictam Terram per dies viginti tres continuos, licet tandem potius abire coactus fuit cum eius Exercitu, quam ad fui devotionem, & desiderium ipsam Terram Corinalti trahere valeret; co'l quale concorda Monsignor Rodulfi, dicendo: sub Leone Decimo cum hostes innasissent Picenam Regionem, nec minis, nec precibus, aut praetio à sua fidelitate [p. 73 modifica]unquam develli potuit, obsidionem 23. dies, & noctes equo animo perpessum. Ibi sempre floruerunt viri armis, ac litteris prestantes, & nunc florent &c. Anzi Filippo Giraldi nella manuscritta Cronica, che in Lodi scrisse del sudetto Duca, la quale hoggi nella Terra di Mondolfo conservasi, ragionando di quest'assedio, non potè far di meno à non dire, che havendo egli tutto lo Stato suo ripreso, ad onta di Leone Decimo (eccetto Pesaro, Santo Leo, & Senigaglia) e tutta conquistata la Marca (fuor ch'Ascoli, e Corinalto.) Finalmente questo dopò haver strettamente assediato, & accorgendosi non profittarvi, volle (per non perdere più il tempo à lui d'intorno) levar l'assedio, con disegno d'indrizzarsi, partendosi con l'Essercito suo verso l'Imperiale di Pesaro. E Giovan Battista Leoni, circa la vita di questo medesimo Prencipe (per non diminuire il concetto della di lui fortuna) di questo assedio favellar dovendo, lo passò col silentio; chiamando il tempo, che ivi consumò, trattenimento, in queste parole: Accettò il Duca l'offerta, e mandò alcuni Essattori per riceverli, fermandosi in tanto trà Iesi, e Corinalto. Mà meglio d'ogni altro tutto questo notificò l'istesso Pontefice Leone Decimo in un Breve, ch'egli spedì à favore di Corinaltesi, ove celebra sopramodo la fede, e fortezza loro, perticolarmente in questa difesa, come in esso vedere potrassi, che quì à basso copiato si stende. Quindi è, che informato di sì gloriose prove Francesco Panfili, nel libro primo del suo Piceno, con heroici essametri, e pentametri celebrò sino alle Stelle la militar virtù di questa Patria, cosi scrivendone:

Atque ideo, clava munito corpore , saltas,
Et galeae assiduo pondere pressa come est.
Sepius hos hostem pelli Corynephoros agro
Miles ad ingentes; undique currit opes.

Oltre l'autorità de gli allegati Scrittori circa gli accidenti di questa guerra, vi è anco la commune voce, con la traditione de' vecchi: Anzi che anch'io medesimo, con questa distintione, e chiarezza in cui gli hò scritti, holli intesi raccontare da quelli, che presenti vi si trovarono, e con gl'altri s'oprarono alla difesa.