Italia - 3 gennaio 1925, Discorso sul delitto Matteotti

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Benito Mussolini

1925 D Generale Discorso alla Camera dei Deputati
sul delitto Matteotti Intestazione 5 luglio 2013 75% Generale

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Discorso alla Camera dei Deputati
sul delitto Matteotti
1925
L’anno 1925 s’inizia con questo discorso che segna una data fondamentale nella storia del Fascismo. Fra il novembre e gli inizî del dicembre del 1924 — come si è visto nel volume precedente — le opposizioni erano sgominate, l’Aventino cadeva nel ridicolo. A questo punto — e precisamente nella seconda metà del dicembre 1924 — l’Aventino tentò un ultimo sforo disperato. I liberali, che al congresso di Livorno si erano dichiarati ostili al Regime riuscirono a rimorchiare anche quei liberali di destra che erano entrati a far parte della maggioranza parlamentare. Salandra, leader di questo esiguo gruppo, parve unirsi a Orlando e a Giolitti per tentare di rovesciare il Governo Fascista. Nel tempo stesso si scatenava una violentissima campagna di stampa, capeggiata dal «Corriere della Sera» di Milano, organo del sen. Albertini, e dal «Mondo» di Roma, organo dell’on. Amendola. I giornali d’opposizione cercarono un colpo di scena che doveva sembrare sensazionale: pubblicarono un calunnioso memoriale, scritto da un ex-fascista incarcerato per l’affare Matteotti.
Lo sciagurato autore del memoriale, Cesare Rossi, cercava un alibi alle proprie colpe sollevando una presunta «questione morale» contro il Capo del Governo.
In questa atmosfera si chiuse l’anno 1924, e poiché il Duce aveva convocato per il 31 dicembre il Consiglio dei Ministri si sparse ad arte la voce che il Governo dovesse presentarsi dimissionario alla Camera: già si parlava d’un Ministero Salandra-Giolitti, già qualche pennaiolo si preparava il terreno per ingraziarsi il nuovo Governo — mentre nelle vie, nelle piazze delle città d’Italia, l’anima popolare fremeva e i fascisti erano pronti a una reazione che sarebbe stata violentissima e inesorabile.
Ma le speranze dell’Aventino furono deluse in ventiquattro ore. Il Consiglio dei Ministri prese severissime disposizioni contro la stampa; il Duce strinse disciplinatamente ed energicamente le file del Partito; e forte del consenso popolare — che si dimostrava in continue manifestazioni in ogni parte d’Italia — si presentò alla Camera (ove la secessione della destra non era riuscita che a diminuir di poco la maggioranza) e pronunciò — nella tornata del 3 gennaio 1925 — questo discorso che rivelò all’opinione pubblica l’ignominia delle manovre antifasciste e la forza severa del Governo, del Regime e del partito Fascista:


Signori!

Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere a rigore di termini classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure traverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre e può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L’articolo 47 dello Statuto dice: «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all’Alta corte di giustizia.» Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si voglia valere dell’articolo 47.

Il mio discorso sarà quindi chiarissimo, e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire.

Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso.

Si è detto che io avrei fondato una Ceka.

Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo. Veramente c’è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato senza processo, dalle 150.000 alle 160.000 persone, secondo attestano le statistiche quasi ufficiali. C’è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutte le classi borghesi e sui membri singoli della borghesia, una Ceka che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione. Ma la Ceka italiana non è mai esistita.

Nessuno mi ha mai negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio ed un sovrano disprezzo del vile denaro.

Se io avessi fondato una Ceka, l’avrei fondata seguendo i criterî che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza per essere risolutiva deve essere chirurgica, intelligente e cavalleresca. Ora le gesta di questa sedicente Ceka sono state sempre inintelligenti, incomposte e stupide.

Ma potete proprio pensare che io potessi ordinare nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, potete pensare che io potessi ordinare un’aggressione alle dieci del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato durante il mio governo?

Risparmiatemi signori, di pensarmi così cretino. Ed io avrei ordito con la stessa inintelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il mio discorso del 7 giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche quando in quest’aula minoranza e maggioranza si scontravano quotidianamente, tanto che qualcuno disperava di riuscire a ristabilire i termini necessarî di quella convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera. Era un incrociarsi di discorsi violenti da una parte e dall’altra. Finalmente il 6 giugno l’onorevole Delcroix squarcia, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l’atmosfera carica, temporalesca.

All’indomani, io pronunciai un discorso che rischiarò totalmente l’atmosfera. Io dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il Fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.

Ricordo e ho ancora ai miei occhî la visione di questa parte della Camera, ove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita ed avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta. Come potevo, dopo un successo — lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie — dopo un successo così clamoroso che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si riaperse il mercoledì successivo in un’atmosfera idilliaca, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell’avversario che io stimavo perché aveva una certa «crânerie», un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?

Che cosa dovevo fare?

Sono cervellini di grillo quelli che pretendevano da me in quell’occasione gesti di cinismo che io non sentivo di fare, perché ripugnano al più profondo della mia coscienza, oppure dei gesti di forza.

Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo? Quando io penso a questi signori, mi ricordo di quegli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo la trincea, facevano la strategia con gli spillini sulle carte geografiche. Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità, si vedono allora le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso. Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi.

Io ho liquidato in 12 ore una rivolta di guardie regie. In pochi giorni ho liquidato una insidiosa sedizione, in 48 ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù. Questi gesti di energia — e quest’ultimo stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica — stanno a dimostrare che non è l’energia che fa difetto al mio spirito.

Pena di morte? Ma qui si scherza, signori! Prima di tutto la pena di morte bisognerà introdurla nel Codice penale e poi comunque la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo.

Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino! Fu alla fine di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: Voglio che ci sia la pace per il popolo italiano, e volevo stabilire la normalità della vita politica.

Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto con la secessione dell’Aventino, secessione anticostituzionale e nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali. C’era veramente un accesso di necrofilia.

Si facevano inquisizioni anche su quello che succedeva sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva lo stesso! Io sono stato sempre tranquillo e calmo in mezzo a questa bufera che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. C’è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno volle vendicare l’ucciso e sparò su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione o di normalità. Reprimo gli illegalismi. Non è menzogna quando dico che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti.

Non è menzogna il ricordo che io ho riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissa e si sono discussi, non meno regolarmente, quasi tutti i bilanci.

Non è menzogna il giuramento della Milizia e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di zona.

Finalmente venne dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda dell’autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell’on. Giunta. La Camera scatta. Io comprendo il senso di questa rivolta e pure dopo 48 ore io piego ancora una volta giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa assemblea riottosa e riluttante, e dico: «siano accettate le dimissioni» e le dimissioni sono accettate.

Ma non basta ancora: compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale. A tutto questo come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna e si grida: «Il Fascismo è un’orda di barbari accampati nella Nazione ed un movimento di banditi e di predoni» e s’inscena, o signori, la questione morale! Noi conosciamo la triste istoria delle questioni morali in Italia.

Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi.

In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandano: c’è un Governo? Questi uomini hanno una dignità come uomini? Ne hanno una anche come Governo? Sono stato io che ho voluto che le cose giungessero a questo determinato punto estremo. È ricca la mia esperienza di vita di questi sei mesi. Io ho saggiato il Partito. Come per sentire la tempra di certi metalli bisogna batterli con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini. Ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento quando il vento è infido, scantonano per la tangente. Ho saggiato me stesso. E guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della Nazione. Un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere. Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, ed il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: basta! La misura è colma!

Ed era colma perché? Perché la sedizione dell’Aventino ha sfondo repubblicano.

Questa sedizione dell’Aventino ha avuto delle conseguenze perché in Italia oggi chi è fascista rischia ancora la vita! Nei soli mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, dei quali uno ha avuto la testa schiacciata fino ad essere ridotta un’ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio settantatreenne, è stato ucciso e gettato da un muraglione. Poi tre incendî si son avuti in un mese, tre incendî misteriosi nelle Ferrovie: uno a Roma, l’altro a Parma ed un terzo a Firenze. Quindi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento perché è necessario documentare attraverso i giornali di ieri e di oggi:


Un caposquadra della Milizia ferito gravemente dai sovversivi.

Un conflitto fra carabinieri e sovversivi a Genzano.

Un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia.

Un fascista ferito da sovversivi a Verona.

Un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona.

Fascisti feriti da sovversivi a Forlì.

Imboscata comunista a S. Giorgio di Pesaro.

Sovversivi che cantano «Bandiera rossa» e aggrediscono i fascisti a Monzambano.

Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Valombra: cinquanta sovversivi, armati di fucili, scorrazzano il paese cantando «Bandiera rossa» e fanno esplodere petardi; a Venezia il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista ferito; a Crespano la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate, un capo manipolo aggredito e gettato in acqua; a Favara di Venezia fascisti aggrediti da sovversivi; a Mestre, a Padova, altri fascisti feriti da sovversivi.

Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché è un sintomo: il diretto 192 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri.

a Moduno di Livenza, un capo manipolo assalito e percosso.


Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell’Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Ed allora viene il momento in cui si dice: basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è nella forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ci sarà mai.

Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il Fascismo, Governo e Partito, è in piena efficienza. Signori, vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il Fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che il Partito fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Se io la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora…

Ma non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno e definitivamente la sedizione dell’Aventino.

L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario. Voi state certi che nelle 48 ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area, come dicono. E tutti sappiamo che non è capriccio di persona, che non è libidine di governo, che non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria.


Dopo queso discorso decisivo, l’Aventino si trovò in una posizione anche peggiore di prima: assente dalla vita pubblica e coperto dal disprezzo della coscienza nazionale. Alla Camera la lotta continuò, concentrandosi sul disegno di legge sulla riforma elettorale, presentato dal Governo e difeso — nella tornata del 17 gennaio 1925 — da un vigoroso discorso di S. E. Luigi Federzoni, Ministro degli Interni.
Alla fine della discussione il governo pose la questione di fiducia sul seguente ordine del giorno dell’On. Roberto Farinacci: «La Camera approva i principî informatori del disegno di legge sulla riforma elettorale e passa alla discussione degli articoli», L’ordine del giorno fu approvato dal Senato, nella tornata del 14 febbraio 1925, con 214 voti favorevoli e 58 contrari, con 272 votanti.