L'Argentina vista come è/Nelle campagne argentine : i «coloni»

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Nelle campagne argentine: i «coloni»

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Nelle campagne argentine: i «coloni»
Nelle campagne argentine «peoni» e «medieri» La tutela della Madre Patria

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NELLE CAMPAGNE ARGENTINE:

I “COLONI„.1

Nell’Argentina vi sono circa ottocentomila chilometri quadrati di terra coltivabile, dei quali appena quarantacinquemila sono lavorati. Questa è una grande seduzione per le masse che emigrano. La conquista sembra semplice; quella terra non aspetta che il lavoro per profondere i suoi tesori immensi, ecco le braccia, noi ne abbiamo.

Ma l’emigrante, il quale giunge laggiù attratto dal miraggio d’una prosperità che appare certa, il quale sogna di divenire proprietario — per il diritto che dà il lavoro — di una terra che ora è abbandonata, selvaggia e infruttifera, si accorge ben presto che la realtà è ben diversa dai bei sogni che hanno confortato il suo distacco dalla Patria.

Ecco ciò che egli trova:

Della grande superficie di terra disponibile soltanto una parte ben piccola è accessibile, ossia solo quelle terre i cui prodotti possono essere trasportati, o potranno essere trasportati in un futuro non eccessivamente remoto. A dieci leghe da una ferrovia o da un [p. 195 modifica]fiume navigabile il prezzo del trasporto assorbe il valore del prodotto; da lì incomincia la sterminata zona della terra inutile, sulla quale non è possibile che la vita selvaggia, senza contatti con l’umanità, vita che è inaccettabile se ad essa non si dà la speranza di un limite. Vi sono terre non attraversate presentemente da strade ferrate, ma che lo saranno probabilmente. Qui la vita selvaggia è affrontabile, perchè vi è la probabilità di uscirne presto. In fondo tutti questi calcoli di tempo non debbono sorpassare i limiti della vita umana; si ha un bel predire un fulgido, favoloso avvenire nelle età future; questo non ci commuove come la speranza della più modesta agiatezza balenataci nella mente quale compenso al nostro lavoro.

La terra aperta al fecondo lavoro dell’uomo si riduce dunque ad un tredicesimo circa di tutta la terra coltivabile, ad un quarantaduesimo della superficie totale della Repubblica. Orbene, questa terra in massima parte non è più libera, ed ha un costo che la speculazione ha reso esagerato.

Entriamo un poco nel meccanismo della compra-vendita dei terreni. Essi appartengono in grande parte a latifondisti argentini, che sono arrivati al possesso quasi sempre o per diritto di «denuncia» — per il quale si poteva una volta divenire proprietarî delle terre denunciate allo Stato come libere — o più spesso per favoritismi, per compensi di maneggi politici, per regalìa governativa, o magari per nessun diritto. All’epoca della sanguinosa conquista, quando le misere tribù indiane furono spazzate vie dalla Pampa, enormi lotti di terre vennero cedute ai capi dell’armata e agli amici del governo. Queste terre non avevano che un valore minimo, erano pascoli brulli e selvaggi. L’emigrazione nostra, introducendo l’agricoltura, diede loro un ben maggior valore, e la terra divenne in breve oggetto della più sfrenata speculazione, i cui lucrosi compensi pagava e paga il lavoro italiano. [p. 196 modifica]

Il coltivatore non ha altro sogno che quello di divenire proprietario. Sfruttare questa aspirazione legittima, ecco la base della speculazione, che è sempre proceduta e procede così: Il latifondista divide la sua proprietà in porzioni che affida, al momento opportuno, alle vendite al remate — specie di asta pubblica. Se la corrente immigratoria è forte, e se i terreni sono facilmente accessibili, egli trova subito degli speculatori delle Società di speculatori che comperano. Spesso quelle terre, magnificate da réclames veramente americane, passano da remate in remate aumentando straordinariamente il loro costo, senza che nessun lavoro abbia aumentato menomamente il loro valore. È il lavoro futuro che si va ipotecando. Finalmente, quando l’opportunità si presenta, la terra, divisa in piccoli lotti, passa ai coltivatori a condizioni disastrose.

Il prezzo è centuplicato, alle volte. Per esempio, leggo in una relazione pubblicata nel ’91, che la colonia Pilar, comperata da un agente tedesco di nome Lehman per seicento pesos boliviani, ripartita in concessioni e rivenduta, passata poi in mano dei coloni col patto di pagamenti rateali, dopo sette anni si trovò essere stata comperata per nove decimi da coloni italiani pel prezzo complessivo di cinquantamila pesos.

I coloni vengono allettati alla compera con ogni mezzo. Se i compratori non accorrono si cambia nome alla colonia in vendita; una colonia che sotto il nome spagnuolo non trovava acquirenti venne chiamata Nuova Torino, e si popolò di emigrati piemontesi, contenti di trovare almeno nel nome un dolce ricordo della Patria abbandonata. Due colonie vicine, situate in terreni paludosi, trovarono presto compratori italiani quando vennero battezzate coi nomi di Umberto e Margherita. Nei cartelli réclame di queste colonie erano disegnate due belle piazze, intorno alle quali dovevano sorgere le abitazioni. I poveri contadini recatisi sul posto trovarono che al posto delle piazze v’erano delle canadas[p. 197 modifica] piccole paludi. Domandarono la rescissione dei contratti, ma il venditore rimediò creando per le due colonie un centro solo al quale dette il nome di Nuova Roma, e tutti contenti.

I cartelli réclame poi sono capolavori del genere: la «pianta» delle colonie vi appare tutta verde, con belle strade bianche, divisa in quadri sui quali l’ingenua fantasia dei contadini miete messi abbondanti. Come resistere alla tentazione di comperare un pezzo di quella bella terra, quando si ha in tasca qualche migliaio di pesos, siano pure risparmiati Dio sa a costo di quanti sacrifici? Non occorre pagar subito: si paga a rate annuali. Si paga in cinque, sette, dieci anni.

Il colono viene a pagare così un prezzo enorme. Non sempre riesce a soddisfare ai suoi impegni, ed allora si vede ritolta la terra che egli ha fecondato, per la quale ha speso per anni ed anni ogni sua energia ed ogni suo pensiero, quella terra nella quale aveva riposto tutte le sue speranze. Deve abbandonarla, abbandonare la casa che bene spesso ha eretto con le sue mani, rese sapienti dalla necessità, abbandonare le messi, tutto. E si trova ricaduto nella miseria assoluta: tutto è da ricominciare.



Il colono non riceve il titolo di proprietà della terra comperata che quando ha compìto l’ultimo versamento; è questo che rende la sua posizione sempre incerta. Finchè i raccolti sono buoni egli può cavarsela, consacrando tutto il suo lavoro al pagamento delle rate. È una vita di sacrificio e di privazioni, ma è nei limiti del possibile; e in fondo ad essa egli vede la [p. 198 modifica] liberazione, il possesso incontrastato, il principio della prosperità tanto sognata. Ma i raccolti non sono sempre buoni; vi sono le cavallette, la tormenta, la siccità che arrivano con una periodicità spaventosa ed annientano di colpo le messi di un'annata; e tutto può essere perduto, perchè se anche egli non viene scacciato dalla terra, l'accumularsi dei pagamenti e le necessità di contrarre debiti lo rendono indefinitivamente schiavo del venditore. A meno che non venga l'annata d'oro, ben rara purtroppo. «Per il colono» — scriveva nel febbraio la Patria degli Italiani — «il lavoro è un giuoco nel quale contro nove probabilità di veder completamente frustrate le fatiche d'un anno, una sola gli permette qualche benefizio; ed anche questa abbandonata al capriccio della fortuna... Una volta tanto, quando meno ci si pensa, ecco che un flagello rovina il raccolto degli Stati Uniti e della Russia, il frumento, il lino diventano rari sui mercati di consumo, l'Europa è costretta a provvedersene a qualunque prezzo, e paga i cereali a peso d'oro; allora esce finalmente dalla ruota della lotteria il numero atteso dagli agricoltori, il ricavo del raccolto paga tutte le spese e tutte le usure.»

Come si vede, la situazione dei coloni, date le condizioni di vendita, che sono generali, è ben difficile. A tutto questo si aggiungono bene spesso gli inganni e le frodi nel contratto — che la Giustizia lascia impuniti — nei lacci dei quali cadono facilmente i nostri poveri contadini, che non meritano in verità, specialmente all'estero, la loro tradizionale fama di scaltri.

Avviene spesso che il contratto di vendita risulta nullo perchè il venditore non aveva alcun diritto di proprietà sulla terra venduta. Le cause per contestazione di proprietà sono comunissime nell'Argentina, anche a causa della mancanza d'un catasto completo e regolare, che rende spesso impossibile di constatare l'autenticità d'un titolo di proprietà. [p. 199 modifica]

La vendita al remate di terreni per parte di gente che non vi aveva alcun diritto prese all'epoca delle speculazioni uno sviluppo fantastico. Bastava un po' di réclame sui giornali, si stampavano piante immaginarie di terreni, divisi in lotti, e si rematava. I compratori pagavano una caparra per avere un titolo che naturalmente non valeva nulla. Con questo sistema vennero rematadi non pochi pantani della provincia di Buenos Aires — specialmente vicino alla Plata — passandoli per splendidi appezzamenti di terra. Si è rematado anche il letto del Paranà. Una Società per azioni, la «Colonizadora Popular», il cui gerente è fuggito a New York, una grande Società che possedeva persino dei piccoli vapori sul Rio della Plata e sul Paranà, vendette, senza mai sognarsi d'averne il diritto, una straordinaria quantità di terreni al nord, si può dire quasi tutto il Chaco Australe, frodando un tre milioni di pesos che, manco a dirlo, erano in gran parte italiani.

Ma anche ora che è passata la febbre dell'oro, pare che le vendite all'usanza della «Colonizadora Popular» non siano passate di moda, se si crede ad un articolo della Patria del 16 aprile, col quale s'invocano provvedimenti contro certi rematadores che mettono all'asta dei terreni, intascano la loro quota e lasciano ai compratori la soddisfazione di constatare, dopo qualche tempo, che l'asta non era regolare.

Si passano i limiti del verosimile. Una forma di frode abbastanza ripetuta è questa: un uomo influente, amico del Governo, compera un terreno nazionale da pagarsi in tempo determinato, ordinariamente dieci anni. Subito remata. La terra subisce il solito processo di rincarimento e in ultimo viene venduta ai coloni, i quali la coltivano, la fecondano del loro sudore e pagano le annualità pattuite. Ma l'amico del Governo, che ha intascato un bel capitale, dimentica di pagare la terra allo Stato. Passa il tempo stabilito e il contratto suo [p. 200 modifica] è nullo. Lo Stato torna padrone e sequestra la terra. I contratti dei coloni sono nulli; la terra è mal venduta; i loro bolletti provvisorî valgono un bel niente. Essi sono spodestati. La loro terra appartiene ad un altro concessionario, il quale li scaccia.

Qualche volta è successo — e non certo raramente — che il venditore accende un'ipoteca sui fondi venduti ai coloni, sapientemente profittando del fatto che i coloni hanno titolo di proprietà soltanto alla fine dei pagamenti. Ritira le quote annuali dai coloni e se ne va in pace. I poveri contadini si veggono ritolta la proprietà loro o debbono assoggettarsi a pagare l'ipoteca, ossia a ricominciare da capo.

Un argentino ricchissimo, che aveva mal comperato certi terreni in San Vicente, nella provincia di Santa Fè, pensò di rifarsi vendendoli a dei coloni italiani. Nell'affare figurò un agente, il quale cedette i lotti ai coloni a rate annuali e passò gl'incassi all'argentino ricchissimo — il fatto è ben noto in tutta la provincia. I veri proprietarî, dopo alcuni anni, fecero un processo ai coloni e ottennero di sloggiarli tutti quanti. Alcuni di quegli infelici preferirono pagare di nuovo, ma dovettero pagare il doppio, poichè il terreno, dopo sette anni del loro lavoro, aveva raddoppiato di prezzo. Essi così pagarono tre volte la terra. Cito questo caso, perchè l'argentino in questione ha occupato un'altissima posizione nel governo della provincia di Santa Fè ed è fra i più reputati uomini politici: lo chiamano l'honrado tirano — il tiranno onesto. Questo dimostra che fare di queste cose non è in fondo un gran male laggiù. È un po' di viveza.



È impossibile enumerare tutte le infamie di questo genere delle quali sono vittime i nostri coloni. Il male [p. 201 modifica] è che il cattivo esempio viene dall'alto. Cito fra molti un fatto — che posso documentare — avvenuto recentemente a Yeruà. Il Governo argentino ha venduto dei terreni a coloni italiani, pagamento rateale a dieci anni. Quando mancano gli ultimi pagamenti, gl'incaricati della riscossione si rifiutano di ricevere il denaro per poter così mantenere non definitivo e illegale il possesso. E sapete perchè? Per poter cedere una parte di quelle terre già pagate, sacrosantamente pagate, ad una Compagnia ferroviaria.

Tra errori e frodi, non è esagerato l'asserire che più del sessanta per cento dei contratti di vendita di terre è di validità non accertata. La colonia Cello, la colonia Josefina, la colonia Santarita, sono state pagate interamente due volte; anzi molto di più, perchè nel nuovo pagamento si è tenuto largamente conto dell'aumento del valore.

Non è facile immaginare quale sia questo aumento, talvolta. Il colono prende possesso d'una terra vergine, e la terra ha bisogno di lunghe, pazienti e faticose cure prima di schiudersi alla fecondità. Il colono deve circondarla di recinti, deve costruirvi la casa, scavare i pozzi, tracciare le strade, allevare gli animali da lavoro, dissodare la terra, a più riprese sconvolgerla tutta. Soltanto dopo varî anni egli raccoglie i frutti del suo assiduo lavoro. Nei primi anni le sementi si perdono; i cardi e gli sterpi sotterrati dall'aratro tornano a sollevare i loro steli tenaci fra le zolle, soffocando il frumento; bisogna schiacciarli di nuovo sotto i colpi degli attrezzi campestri, come serpentacci, fino a che si ritirano dai campi coltivati, vinti e dispersi. Ebbene, è proprio in questo momento, quando il colono sta per ritrarre i primi frutti del suo lavoro, che egli — nei casi troppo soventi di mala vendita — si vede scacciato. Egli deve abbandonare la terra «con tutto quanto vi è piantato, edificato e inchiodato» — come è detto nei contratti di vendita. E deve abbandonare [p. 202 modifica] anche il raccolto, perchè questa specie di sfratto laggiù compare, come una mala pianta, quando le messi maturano.



Ecco perchè anche il colono come il mediero — del quale il lettore conosce la triste esistenza — si trovano costretti a sfruttare ad oltranza la terra, ripetendo senza posa le colture che offrono prodotti di più facile smercio e di maggiore profitto, come il grano, il lino e il mais, senza mai concederle una rotazione che significherebbe perdita di tempo e di denaro, senza mai rinnovarle i sali sottratti dalla vegetazione, senza mai darle riposo.

La terra s'impoverisce rapidamente. La vita media d'una colonia non supera i venticinque anni. La crisi agricola, in molte delle più antiche colonie argentine, diviene endemica. Entre Rios e Santa Fè declinano. Si leggono nei giornali argentini delle descrizioni desolanti di miserie profonde. Se il colono fosse lasciato libero del suo campo, senza l'oppressione d'uno sfruttamento così grave, non basterebbero certo le cavallette del Chaco a rodere in due anni la prosperità della campagna argentina. È che i disastri agrarî trovano tanto la terra quanto i suoi lavoratori immiseriti, incapaci a resistere.

La Patria del 15 gennaio esponeva crudamente questa situazione. «Chi fa le spese è il lavoro» — scriveva. — «In definitiva, o i coloni debbono morir di fame per fare le spese ai proprietarî di terre e ai capitalisti, ovvero debbono rendersi insolvibili verso chi somministra loro le sussistenze; tutto il meccanismo [p. 203 modifica] dell’economia rurale non ha che uno scopo solo: impinguare la scarsella ai latifondisti ed alle imprese di colonizzazione.»

C’è di che far molto meditare gli organizzatori infaticabili dei nostri scioperi agrarî!



Ora il Governo argentino, per compensare la diminuzione costante della produzione agricola, intende di dare un nuovo grande impulso alla colonizzazione nel Sud. Ma nessuna prosperità durevole sarà possibile, se la terra non verrà distribuita direttamente ai coltivatori, evitando ogni intermediario. Ma, ahimè! l’affarismo e la speculazione già cominciano a stendere i loro tentacoli sitibondi lungo i tracciati delle nuove ferrovie del Sud...

Nell’Argentina vi sono sopra a duecentomila disoccupati, in parte coltivatori, che hanno disertato i campi resi infecondi. Con questa massa di lavoratori pratici del paese è possibile al Governo argentino di tentare un vastissimo esperimento di colonizzazione, prima di stimolare ciecamente nuova emigrazione italiana, che potrebbe ritrovare laggiù antichi dolori e disinganni.

È la minore garanzia che possiamo pretendere contro lo sfruttamento della nostra emigrazione lavoratrice.



Note

  1. Dal Corriere della Sera del 24 agosto 1902.