L'Italia alla Conferenza per la pace

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Tommaso Tittoni

1918 I L'Italia alla Conferenza per la pace Intestazione 30 novembre 2015 25% Da definire

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L’ ITALIA alla CONFERENZA

PER LA PACE





D1SCORSO

Del

Senatore TOMMASO TITTONI

PRONUNZIATO

IN OCCASIONE DELLA DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PER L’ESERCIZIO PROVVISORIO

nella seduta del 14 dicembre 1918



ROMA

TIPOGRAFIA DEL SENATO


1918


SENATO DEL REGNO




TITTONI TOMMASO. {Segni di attenzione).

Onorevoli colleghi, prendendo la parola io mi propongo di fare un esame imparziale e sereno della situazione nostra, esame che cercherò di costringere per quanto è possibile in formule sobrie, chiare e precise, senza frange e senza orpelli.

Il Senato rese già il meritato omaggio al valore dell’ Esercito e della Marina e alla perseveranza e fermezza del paese, che ci condussero alla vittoria. Ora Esercito e Paese attendono che il premio della vittoria, corrisponda ai sacrifizi fatti e all' efficace e decisivo concorso che noi abbiamo portato alla causa degli alleati. Non dobbiamo però dissimularci che questa attesa non è senza ansie nè senza incertezze.

Uno degli oratori che ha parlato in questa discussione con alta eloquenza, ha accennato ad una distinzione tra le varie politiche e specialmente ad una distinzione tra la politica economica e la politica estera. Io dichiaro francamente che tale distinzione non la comprendo. La politica economica e la politica estera, a mio avviso, si com penetrano, si completano e si integrano talmente che una politica inter- nazionale che fosse priva di contenuto economico, io la considererei ai tempi nostri corno un anacronismo.

Anche prima che cominciasse la discussione dell’esercizio provvisorio, il ministro del tesoro, rispondendo ad una interrogazione del collega Pellerano, ha indicato le linee generali della sua politica-economico finanziaria; linee sobrie, serie, severe, quali dovevamo attenderci dalla sua mente organica e dal suo temperamento fattivo di uomo d’azione. Pare a me che esse meritino tutto il nostro plauso e ciò indipendentemente da questioni di dettaglio, come quella dei monopoli, circa la quale però io non mi sento disposto in alcuna guisa ad associarmi alle critiche autorevoli clic sono state mosse. Sfiorando appena la questione, e senza addentrarmi in essa, io dico che i monopoli, escogitati per fronteggiare una situazione straordinaria e anormale, non debbono essere giudicati con i criteri ordinari e normali. In condizioni normali io non sarei ad essi favorevole, ma in un momento in cui le stringenti necessità dell* erario obbligano ad elevare l’aliquota di tutte le imposte ad altezze fantastiche ed a ricorrere a tutti i mezzi possibili di tassazione, anche a quelli che certamente non troverebbero posto in nessun trattato di scienza della finanza, io credo che non si possa far addebito al ministro del tesoro,



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se, per rendere meno gravosa questa situa- zione e per non moltiplicare gli strumenti di tortura tassa trice, ha cercato di escogitare altri mezzi. E ciò tanto più perchè io penso che nella varietà dei mezzi si trova un compenso alla

inevitabile sperequazione delle singole imposte

« 

specialmente quando sono elevatissime. E quindi con stupore che io ho sentito enunciare il concetto di far pesare tutti i tributi sulla proprietà fondiaria, qualificata di pigra ed inerte a paragone di quella industriale. Ciò ha ridestato in me il ricordo del villico nella battaglia di Madori Io del Manzoni che vede il nembo scendere sul campi òhe non ha arato, e ini ha anche ricordato il pensiero di un uomo di Stato il quale soleva dire che è facile trovar consenso e plauso per qualunque forma d'imposta in quelli che non la pagano. E ciò è vero, maggiormente nelle moderne società la cui evoluzione purtroppo non tempera ma’ acuisco le rivalità e le invidie fra le, varie classi.

Ingiusta e superficiale mi sembra questa condanna in blocco della proprietà fondiaria, come azzardata ini sembra l’ a ller inazione che i monopoli escogitati dall'onorevole Nitti colpiscono l’attività industriale. Le materie che sono oggetto dei principali monopoli proposti non sono prodotte in Italia, sono prodotte alPestero, e quindi i monopoli stessi non colpiscono la produzione industriale italiana, ma sopprimono un commercio di mediatori o di intermediari. Lo Sdito che si sostituisce ad essi potrà al tempo


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stesso realizzare un guadagno apprezzabile e porre a disposizione del cliente italiano le materie soggette a monopolio ad un prezzo con- veniente? Olii dice di sì, chi dice di no. Io non mi pronunzio, ma conosco troppo lo spirito pratico del ministro del tesoro e la sua ripugnanza a qualsiasi concezione aprioristica per essere sicuro che quando nel fatto un monopolio non rispondesse ai fini che egli si è proposto, non v' insisterebbe. Però teniamo presenti le critiche aspre e vìvaci delle quali, fu oggetto, quando fu proposto, il monopolio delle assicurazioni; ebbene oggi l’Istituto delle assicurazioni rappresenta una delle forze vive dello Stato ita- liano che ha potentemente aiutato nell’ assolvere il debito sacro verso ì valorosi combattenti.

Le preoccupazioni per la situazione finanziaria clic lascia una guerra non sono una cosa nuova: esse hanno sempre prodotLo un senso di grande sgomento: non è la prima volta ohe uomini insigni hanno visto un abisso tra il passato ed il futuro cd hanno predetto disastri e catastrofi. Eppure, malgrado le inevitabili scosse, di un periodo di transizione, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, dopo la guerra, la prosperità pubblica ha preso un nuovo slancio, la finanza 6 stata ristorata, ingenti debili sono stati pagati.

lo credo che a voi, egregi colleghi, non dispiacerà che mi soffermi alquanto su questo punto, perchè da quanto io dico, non il Senato soltanto, ma la nazione intera dovrà trarre in



coraggiamento e conforto per procedere con incroi labile fiducia ed instancabile lena all’opera di ricostituzione economica e finanziaria del Paese.

In Inghilterra durante le grandi guerre dei secoli xvn e Xvm, diceva Macaulay che ogni aumento del debito pubblico era accolto dalla nazione con un grido di disperazione e di angoscia. La rovina ed il fallimento sembravano inevitabili; malgrado ciò il debito continuò ad aumentare, ma la rovina e il fallimento non vennero.

Dopo la pace di Utrecht il debito complessivo era di 50 milioni di sterline, che, data la popolazione e la ricchezza dell’ Inghilterra in quel tempo, può paragonarsi a quello della guerra odierna.

Ebbene non al volgo soltanto ma ai pensatori più acuti e profondi apparve un peso enorme, insopportabile, che doveva Schiaci are il paese.

Sopravvenne la guerra della successione austriaca; il debito pubblico venne raddoppiato, e scrittori storici e oratori, dissero che il caso era disperato e che pel paese non v'era più possibilità, di salvezza,

Nuove guerre triplicarono il debito, e David Hume, che fu uno degli economisti più profondi del suo tempo disse che la pazzia aveva raggiunto l’estremo limite e previde il finimondo.

La guerra dell’ indipendenza di America lasciò l’Inghilterra senza colonie col debito pub



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blico quintuplicato; e finalmente vennero le guerre napoleoniche nelle quali gli oneri finanziari sorpassarono quanto il mondo fino allora aveva veduto. E mi piace qui riferire lé parole stesse di Maeaulay: «Era in verità un debito gigantesco, favoloso, tale da giustificare il grido di terrore che sorse più angoscioso che in passato. Ebbene questo grido come i precedenti non era ragionevole. Dopo alcuni anni di esaurimento l’Inghilterra risorse. Non solo gli interessi del debito furono facilmente pagati, ma una somma che superava l'ammontare del debito stesso fu speso in opere pubbliche *. E Maeaulay termina con una frase profetica dicendo che nel secolo xx l' Inghilterra avrebbe facilmente sopportato un debito più che doppio di quello di tutte le guerre dei precedenti secoli prese insieme.

La Francia dopo la caduta di Napoleone I si trovava in terribili condizioni. Dice Ernesto Daudet: « la Francia aveva sempre riparato alle sue sventure ed un’èra di prosperità fiorente e duratura succedeva ai periodi nei quali si temeva che non avrebbe potuto più risorgere. Ma nel 1815 la speranza di risorgere sembrava pazza tale era L’abisso nel quale era caduto il paese stremato di uomini e di denaro». Eppure in pochi anni la Francia rimarginò le sue ferite.

E che dire della Francia dopo la guerra del 1870-71? Vi fu chi temette che restasse schiacciata sotto il peso della indennità di cinque miliardi e le sue industrie e i suoi com merci fossero colpiti a morte; eppure abbiamo assistito al risveglio meraviglioso di quella grande nazione,

E quale esempio più chiaro del nostro? Quali difficoltà finanziarie sono state più gravi di quelle che minacciarono l'Italia dopo le guerre per la sua unificazione?

Alla vigilia della guerra del 1865, Giovanni Lanza non scriveva forse a Michelangelo Castelli che la bancarotta era inevitabile?

Ebbene, mercè lo spirito di abnegazione e di sacrifizio del contribuente italiano; mercè il lavoro indefesso, che è la caratteristica della nostra razza, il paese superò ia dura prova, e noi, riandando col pensiero le vicende di quei tempi abbiamo diritto di manifestare il nostro legittimo e patriottico orgoglio. {Appt'O nazioni).

Gli esempi che ho citato e che sono caratteristici nella storia devono rassicurarci, devono infonderci viva fede^-nel l’avvenire, una fede non già mistica e sentimentale, ma una fede cosciente, ragionevole, basata praticamente sopra un elemento saldo e sicuro qual’è la meravigliosa potenza di lavoro del popolo italiano.

Fu il lavoro del popolo italiano che fece superare all’ Italia le strettezze finanziarie durante il periodo epico del nostro risorgimento, e sarà il lavoro del popolo italiano che farà vincere le difficoltà finanziarie nelle quali si trova a lottare la nuova Italia, ricostituita nei suoi naturali confini.

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Ma perchè questa forza possa esplicarsi, possa portare tutti i suoi frutti, è necessario che il trattato di pace assicuri al lavoro italiano la libera espansione in tutti i grandi mercati mondiali.

Quindi noi non potremmo considerare una pace soddisfacente quella che non ci desse la possibilità di equi trattati di commercio; che non ci assicurasse i rifornimenti ad eque condizioni delle materie primej'che non tutelasse la nostra emigrazione; che non assicurasse la nostra posizione nell'Adriatico e nel Mediterraneo; .che non ci desse gli elementi per far vivere le nostre colonie e promuoverne lo sviluppo

È indispensabile che questi postulati siano proclamati dalla tribuna parlamentare, e per dar forza al Governo che deve propugnarli nel convegno degli alleati, e per destare l' opinione pubblica italiana la quale si è troppo esclusivamente concentrata, cristallizzata, ipnotizzata nella questione delle terre irredente, come se altre questioni non esistessero ugualmente importanti e vitali, alle quali è connessa resi- stenza del paese. {Approvazioni).

Il ritorno all'Italia di tutte le terre di lingue italiana è semplicemente una questione di giustizia. Si è sempre ripetuto che gli alleati combattevano per il trionfo della giustizia e del diritto. Se ciò è vero è impossibile che non ci venga resa giustizia, e che i nostri sacri diritti sulle terre italiane non siano riconosciuti.


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li iene). Come la redenzione delle terre italiane è questione di giustìzia, cosi la preponderanza nell’ Adriatico è per noi una questione di sicurezza e di legittima difesa. Però io devo al riguardo richiamare l’ attenzione del Governo, del Parlamenta e del Paese su di un punto essenziale, che non deve essere dimenticato.

Il possesso di Fola, di VaUona e delle isole assicurerà la nostra posizione sull’ Adriatico, ma ad un patto, e cioò che noi siamo garantiti contro la possibilità di chiusura del canale d 0tranto; in caso diverso noi potremmo trovarci letteralmente imbottigliati nell Adriatico, il quale non sarebbe più per noi un mare, ina bensì un lago. Ora tale garanzia non potremo mai avere se non sarà neutralizzato il canale di Corfù, poiché é da quello splendido specchio d acqua, base navale di primo ordine, che si domina fi canale d’ Otranto. Si tenga ben presente che Corfù dista da Salita Marii di Letica, quanto Santa ilaria di Lcnca dista da Paranto.

L'atto di Londra del 14 novembre 1863 tra Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia per la cessione delle isole .Ionio alla Grecia ed il successivo trattato del 29 marzo 1864 che porta le Itnne della Gran Bretagna, della Francia, della Russia e della Grecia stabilivano la neutralità delle isole di Corlu, Puxos ed adiacenze. Però tale neutralità non poteva essere invocata dall* Italia che a quegli atti non aveva partecipato. Nel 1913 nella conferenza tenuta a Londra tra le potenze della Triplice Alleanza





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e le tre potenze dell' Intesa per le questioni balcaniche, fu concordata la neutralità del canale di Corfù e notificata nel febbraio 1914 alla Grecia che ne prese atto. Ma nessun trattato fu firmato. Occorro ora che la Conferenza della Pace faccia suoi, con regolari stipulazioni, gli accordi della Conferenza di Londra dei 1914. Nè panni a ciò possa muoversi obbiezione alcuna da chicchessia.

In quanto io ho detto non vi ha nessun pensiero ostile per la Grecia, poiché è ev Sdente che la neutralizzazione del canale di Corfù non è un onere, bensì una garanzia e una difesa per la Grecia stessa.

10 non posso essere sospettato di poca simpatia per la Grecia, poiché ricordo che nel 1M09 presi V iniziativa della proposta di riunione alla Grecia dell’ isola di Creta, e rimasi solo perchè in quel momento tutte le grandi Potenze erano occupate a disputarsi le buone grazie dei giovani turchi. Ed anche oggi credo che il uostro Governo dovrebbe stringere intimi rapporti col signor Venizelos, che io giudico veramente un uomo di prim’ ordine e che è sinceramente convinto che por la Grecia è essenziale coltivare l'amicizia dell’Italia.

Ed ora vengo alla questione del Mediterraneo, questione vitale poiché se le altre potenze hanno più di un mare, noi non ne abbiamo che uno solo.

11 Visconti- Venosta stipulò un accordo con la Francia e piu tardi noi facemmo la guerra


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di Libia por assicurare l’ equilibrio e la tutela dei nostri diritti sul Mediterraneo occidentale. Una delle ragioni fondamentali della nostra entrata in guerra nella primavera del 1915» fu secondo me anche quella di acquistare un titolo legittimo per partecipare con le potente belligeranti dell’ Intesa al nuovo assetto della Turchia. Nè si parli a questo proposito di imperialismo italiano. Noi non chiediamo altro che una posizione proporzionata a quella delle altre potenze. Se siamo imperialisti Ò solo in quanto lo sono -gli altri, ed in ogni caso in una misura inferiore agli altri, perchè chiediamo di meno. Per noi è questione di equilibrio e proporzionalità,, ed è bene che si sappia da tutti che l’opinione pubblica italiana è sensibilissima su questo punto. I nostri iuteresai noi Mediterraneo orientale sono di primissimo ordine; pertanto se altre potenze avranno in Asia Minore dei possessi territoriali, dobbiamo averli anche noi: se avranno soltanto zone di influenza e protettorati dohbiamo averli anche noi; se avranno vantaggi economici e commerciali, dobbiamo averli anche noi; se non avranno nulla, nemmeno noi chiederemo nulla.

Ora questi non possono chiamarsi criteri imperialistici; questi non sono altro che criteri di giustizia distributiva. Partecipammo largamente ai rischi e disagi della guerra, dobbiamo partecipare in equa misura ai vantaggi della pace. (Approvazioni).

Ilo parlato di vantaggi economici e commer


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ciali; a questo riguardo l’Asia Minore presenta per noi un interesse specialissimo poiché essa sola potrebbe fornirci le principali materie prime per le nostre industrie; carbone, petrolio e ferro. Sulla costa del Mar Nero a cento miglia da Costantinopoli esiste un bacino carbo- nifero di grandissima estensione, conosciuto sotto il nome di bacino Eraclea. Esso Ita una lunghezza di 150 km, lungo la costa ed è conosciuto verso l'interno per circa 10 km., ma è probabile che si estenda per più di un centinaio di chilometri.

La formazione carbonifera è rappresentata da ventitré strati dei quali piu di una metà proti cuamente sfruttala 1 i .

Il carbone 6 nn buon carbone Newcastle adatto per la produzione di gas e come combustibile per la produzione di vapore. La marina mercantile conosce favorevolmente questo carbone.

Il bacino carbonifero non è neanche tutto studiato nò geologicamente, ne minerariamente, ma su una estensione di trecento chilometri quadrati circa è lavorato da due Società importanti, una franco-italiana (Société d llei a- clée) e l'altra tedesca (Charbonnagcs de Bender Ereglì) 0 dii altre Società minori.

La produzione co mi plessi va prima della guerra era di circa un milione dì tonnellate e le miniere stavano sviluppandosi rapidamente per una produzione doppia. Non c’ è dubbio che tale bacino carbonifero possa gradualmente es-


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sere sviluppato cosi da poter fornire in un tempo relativamente breve, tutto il carbone necessario all* Italia. Si può prevedere che entro pochi anni almeno cinque milioni di ton- nellate si potrebbero produrre e che raggiunta questa produzione essa potrebbe facilmente essere raddoppiata. L’Asia Minore è pure ricca in combustibili liquidi e sono abbastanza noti i giacimenti della regione di Mossoul {antica Nini ve) in mani tedesche e che rappresentano il prolungamento nell’Impero ottomano dei grandi giacimenti petroliferi della Persia meridionale sfruttati direttamente dal Governo inglese.

Ma vi & un'iftra regione in Asia Minore ab- bastanza importante per giacimenti di petrolio dio è _ stat a recentemente studiata, e fa centro a Van nell’,*! iti pniinj orientale delTAsì» Minore ^ stessa.

In questa regione non vi sono pozzi aperti ne concessioni attive. Sulla costa del Mar Nero esistono anche giacimenti dì minerali di ferro e sono notissimi quelli di Poti,

Quindi l'Italia potrebbe trarre dalle coste del Mar Nero una gran parte delle materie prime che le occorrono per le sue industrie, sia trasportandole direttamente in Italia, sia sottoponendole colà ad uikj. rudimentale lavorazione. Ora è mai possibile clic la concessione di queste ricchezze minerarie sia assicurata a potenze che hanno già esuberanza di combu- stibili fossili e di minerali di ferro e che quindi se ne varrebbero unicamente per rivenderli a


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noi, che siamo i più vicini all’Asia Minore, ad un prezzo elevato? Non sarebbe equo che almeno una parte notevole di quelle ricchezze fosse assicurata all’Italia che ne è priva, per toglierla all' attuale stato di dipendenza economica, già grave prima della guerra, ma che la guerra ha dimostrato essere assolutamente intollerabile? È mai possibile che la Francia e l’Inghilterra le quali chiamarono a partecipare alla sistemazione del Mediterraneo occidentale l’ Italia, quando faceva parte della Triplice Alleanza, vogliano escluderla dalla .sistemazione del Mediterraneo orientale ora che è divenuta loro alleata? Io non lo credo, e per tanto quanti vogliono sinceramente come me che l'alleanza fra le nazioni latine ed anglo sassone duri non degli anni ma dei secoli, devono insistere perchè sia posta sulla base ara nitiea dell’èquo soddisfacimento degli interessi di tutti, {Approvazioni).

Ciò che ho detto per l'Asia Minore vale anche per l’ Estremo Oriente e per le nostre Colonie Africane. Nell’ Estremo Oriente, nel momento in cui si accentua sempre più l'influenza politica del Giappone, degli Stati Uniti d’ America e nella Cina, e nel momento in cui la Francia e l’Inghilterra si assicurano una grande posizione economica, io non vedo come si esplichi l’azione politica ed economica dell’Italia; e non lo vedo anche perchè mi ha grandemente colpito una frase che un ministro giapponese ha pronunziato davanti al suo Parlamento dicendo :



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« Non ho nulla a dire dell 'Italia, perchè questa Nazione si è mantenuta estranea alle questioni dell'Estremo Oriente».

Quanto alle Colonie, non crede il Presidente del Consiglio che avendo noi lasciate insolute, al momento dèlia nostra entrata in guerra, quelle questioni coloniali nelle quali da tempo i nostri interessi non coincidono pienamente con quelli della Francia e dell’Inghilterra, debbano queste venir composte o prima della pace o nel trattato di pace stesso per impedire che in avvenire, anche per piccolissimi incidenti, possa essere anche lievemente turbata quell'amicìzia intima, strettissima, che deve regnare sempre tra l'Italia ed i suoi alleati? Il giorno in cui ciò avvenisse, l'Italia si troverebbe isolata nella situazione internazionale.

Diversamente procedettero lord Lansdowne e Delcassé, quando nel 1903 si accinsero a costruire il grandioso e solido edifìcio dell’entente cordiale tra la Francia e l’ Inghilterra. Prima composero tutte le divergenze possibili, non soltanto attuali, ma anche quelle che avrebbero potuto sorgere in avvenire fra la Francia e l'Inghilterra in tutte le parti del mondo, e solo quando il loro accordo fu completo su tutte le questioni possibili, quando furono ben sicuri che in avvenire elementi di dissenso non sa- rebbero potuti sorgere, solo allora proclama- rono I ’ enterite cordiale tra la Francia e l’Inghilterra.

Ma oltre a questo, noi dobbiamo provvedere,

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prima che sia firmato il trattato di pace, anche alla tutela della nostra emigrazione. Noi dob biamo concludere i trattati di lavoro, per Ì quali furono già gittate lo basi. In alcuni miei scritti io ho avuto occasione di discutere a lungo questo argoménto e quindi ora sorvolerò, perchè non amo ripetere quello che altra volta Ito già detto. Non ricorderò come questo trattato di lavoro con la Francia fosse nel 191ti già quasi pronto per essere firmato, come sulle sue clausole si trovassero unanimi in un convegno fraterno gli uomini politici italiani e quelli francesi, che fanno parte del comitato paria- mentore interalleato; e come una grande Commissione nominato dal Governo francese e presieduto da quel grande amico dell’ Italia, che è Leon Bourgeois, affermasse che l’operaio ita- liano in Francia devo avere lo stesso (rat lamento dell’operaio francese, come l’operaio francese in Italia deve avere lo stesso trattamento dell’operaio italiano Nel febbraio tulli, parlando al Consiglio comunale di Nizza, come ambasciatore d'Italia, io mi esprimevo così:

« Voi avete parlato, signor sindaco, dell’ accoglienza affettuosa che i lavoratori italiani trovano qui, tonto da parte delle autorità quanto da parte dei cittadini, lo ve ne ringrazio sentitamente. Io non so se voi vi rendiate conto di aver toccato le fibre più sensibili dell anima italiana. Il popolo italiano segue con amorosa cura i suoi lavoratori che recano in terre straniere il tesoro della loro attività e sobrietà.


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Essi sono il suo sangue più puro. Coloro che li accoglieranno e tratteranno come fratelli saranno certi di conquistare le simpatie e la riconoscenza del popolo italiano. Un trattato di lavoro esiste già tra la Francia e l'Italia, ed io ascrivo ad onore che il mio nome vi figuri insieme a quello dell'on. Luzzatti. Mi auguro che un altro trattato lo completerà stabilendo la completa reciprocanza ed uguaglianza tra i lavoratori italiani e francesi, in Francia ed in Italia, nell' assistenza e nella protezione sociale ».

Ebbene l’eco più simpatica a queste mie parole la troverete nella recente relazione della commissione francese. Il relatore deputato Lai- rollc, anch’egli nostro grande amico, conclu- deva tra Ì1 platino del suoi colici»* <*»« parola che io voglio ripetere, e per associarmi ad esse con tutto ['animo, e perchè soli cerio che riscuoteranno anche il plauso del Senato perchè sono un magnifico programma per l' avvenire dei popoli liberi. Ha scritto dunque il deputato Lairolle: « La comunanza d’interessi tra gli alleati deve durare sopratutto dopo la guerra poiché senza la persistenza di tale unione noi, con una stupefacente aberrazione, rènderemmo sterile il più spaventoso sperpero di vite umane e di ricchezze che mai si è visto al mondo. È in questo senso che bisogna stabilire il fondamento di quella società delle Nazioni che fino ad ora non è che una vana formula. Società vuol dire eguaglianza d’ interessi e di diritti. E la prima


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uguaglianza da stabilire è quella dei modesti lavoratori che ben l’hanno conquistata col loro eroismo sui campi di battaglia. E special mente la Francia e L'Italia hanno interesse di favorire la reciproca simpatica penetrazione della loro classe operaia. Offriamo dunque ai lavoratori della nazione sorella la partecipazione ai benefici della nostra legislazione sociale ».

Come mai questo nobilissimo appello non ha ancora avuto risposta ?

Pertanto io dirà al Governo coi Poèta : Dunque che è? Pecchi >, perchè ristai?

E dall’emigrazione passo ai rapporti commerciali ed alle colonie. Quanto ai primi non c’è da far altro che dare pratica attuazione alla clausola della conferenza economica di Parigi colla quale gli alleati si sono scambievolmente promessi di aprirsi i rispettivi mercati e di facilitare le vie di comunicazione terrestri e marittime. Eccitamento e sprone ai governi per procedere sollecitamente e risolutamente in questa via sono i voti manifestati u minima- mente da eminenti parlameli turi francesi, in glesi, italiani e delie altre nazioni alleate in due convegni, in quello del Comitato parla- mentare interalleato ed in quello del Comitato interparlamentare alleato pel commercio.

Quanto alla Tunisìa, io credo che le giuste aspirazioni della colonia italiana sarebbero appagate se il Governo francese consentisse ad applicare per gli infortuni del lavoro e le scuole italiane in Tunisia, le precise clausole del no-

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atro recente accordo pel Marocco ed in generale a me parrebbe grandemente desiderabile che il nuovo trattato di lavoro che dovrà essere concluso tra Francia c Italia fosse ap- plicato con perfetta reciprocanza non solo nei loro territori nazionali ma eziandio in quelli coloniali.

E quanto alle nostre colonie lascio da parte le singole questioni sulle quali son certo che il ministro Colosimo ha particolarmente richiamata l'attenzione del Presidente del Consiglio. Partendo dal principio che i risultati acquisiti singolarmente dagli alleati durante la guerra in un punto determinato devono considerarsi come j^rioultato degli sforzi di tutti su di un unico fronte, parmi evidente c-h** ***» JTwniiiirvtTr’ ghilterra conserveranno in tutto o in parte le colonie conquistate alla Germania in Affrica dovranno tener conto della importanza della cooperazione italiana ed offriranno a noi congrui compensi, specialmente assicurando un con- veniente ingrandimento alle nostre colonie della Libia, della Somalia e dell’ Eritrea, in guisa che abbiano ad acquistare per noi un reale valore economico. Dovranno inoltre garantirci che esso non restino isolate dalle attuali e future vie di grande comunicazione alle quali dovrebbero essere col legate affinché abbiano la loro parte nello sviluppo dei commerci nell’ in le resse generale della civiltà ed in quello speciale della saldezza dell’alleanza tra i nostri paesi.

Per l'Affrica è anche da tener presente il



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sommo interesse che l’ Inghilterra, la 1 rancia e 1* Italia hanno di essere solidali e di adottare sempre una politica uniforme verso le popolazioni indìgene, in modo che mai possa avvenire die malcontenti o ribelli verso una delle potenze alleate possano sperare debolezze o tolleranza da parte deile altre.

Ho così enunciato in linee generali quali dovrebbero essere per noi i termini del trattato di pace. Ilo fiducia che il Governo saprà propugnarli e conseguirli. Col mio discorso non solo non ho inteso creargli imbarazzi, ma anzi mi sono proposto di portargli un aiuto ed un contributo, sia pure modestissimo, nella storica missione, che stri per compiere. Ho inteso altresì, pur parlando esclusivamente in nome mio personale e senza sapere se e quale assenso avrebbero potuto trovare le mìe parole, di adempiere ad un dovere verso il mio paese che io desidero esca dalla guerra non soltanto col momentaneo entusiasmo per la vittoria, ma con una piena, ragionata e duratura soddisfazione per la parte presa nella guerra stessa a lato degli alleati p ciò non solo per aver contribuito al trionfo delia causa della libertà dei popoli e della giustizia internazionale, ma per avere assicurato dovunque ed in modo completo e permamente la tutela degli interessi italiani in guisa che possano svolgersi armonicamente a quelli degli alleati, dando all'allèanza, oltre al profumo sentimentale, un contenuto réalista che sfidi, per quanto 6 possibile alle cose umano, lo insidie, le vicissìtu-


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clini e l’azione corroditrice del tempo. {Benissimo) .

Onorevoli colleghi. Io terminerò ricordando die lo stesso Wilson, il quale passerà alla sto- ria come campione dei grandi ideali di liberi*'», di umanità e di giustizia, ha proclamato che il componimento e la tutela degli interessi di tutti deve essere la base deTaccordo tra i po- poli. Nel messaggio che nel dicembre 1915 egli inviò al Congresso pan-americano, riunito a Washington, .nel quale tutti gli Stati dell'Aino- rfea centralo c meridionale erano rappresentati, si espresse cosi: «Il pan-americanismo ò una associazione di interessi e di affari fatta di van- taggi yycinro d in vista del rimaneggiamento economico al quale, il .Juuuclo -*U*YV n^sfKterP, quando la pace avrò prodotto il suo effetto salutare ».

Ebbene, io dico ai nostri negoziatori della pace: Unitevi a Wilson per far trionfare i quattordici storici punti del suo messaggio al Parlamento americano e per tradurre in atto i criteri pratici dei suo messaggio al Congresso pan-americano e voi tutelerete insieme la causa dell’umanità, i diritti della giustizia e gli interessi d’ Italia. ( Vivissime approvazioni, applausi . Molte congratulazioni).