L'anno 3000/Capitolo Secondo

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Capitolo Secondo

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Capitolo Secondo.


Da Spezia alle antiche Piramidi d’Egitto. — Dalle Piramidi all’Isola degli Esperimenti. — Paese dell’Eguaglianza. — Tirannopoli. — Turazia o la Repubblica socialista. — Logopoli. — Altri governi e altri organismi sociali.


[p. 23 modifica]Paolo e Maria, spiegando il loro volo, dalla Spezia giunsero ben presto al disopra della Sicilia, dove mandarono dall’alto un saluto all’Etna, che da parecchi secoli era spento del tutto.

Il dì seguente erano in Egitto e con un buon cannocchiale vedevano le Piramidi, sempre ferme al loro posto dopo una così lunga corsa di storia. Eran rimaste incrollabili nella loro granitica impassibilità, ma ai loro piedi si infrangevano le onde di un nuovo mare venuto per opera gigantesca di uomini a prendere il posto di tutti i deserti africani. L’acqua aveva preso il luogo della sabbia, e per questo solo fatto il clima dell’Europa si era rinfrescato di molti gradi, senza che perciò fosse [p. 24 modifica]ritornata una nuova epoca glaciale. Nell’anno 3000 gli uomini maneggiavano con tale artifizio le forze della natura, che bastava dirigere una forte corrente di aria calda verso i poli per sciogliere gli immensi ghiacci, che un tempo occupavano gran parte della zona polare.

Maria mostrò il desiderio di visitare le Piramidi, e Paolo la ubbidì subito, facendo discendere l’aerotaco in pochi minuti al piede di quei giganti di pietra.

Salirono sulle Piramidi e Paolo spiegava i motti e i nomi incisi nella pietra in lingue ormai morte da un pezzo da gente scomparsa da secoli.

Fecero colazione sulla spiaggia, e chiesta una reticella a un pescatore di quel luogo, vollero fare una partita di pesca.

In meno d’un’ora la loro barchetta era piena di pesci, dacchè la pesca era allora molto facile. La rete sottilissima, ma tenace ad ogni resistenza, si calava a semicerchio e nel centro dell’arco si celava una piccola lampada elettrica, che dava [p. 25 modifica]nel profondo del mare una luce vivissima, richiamando a sè da lungi i grandi e i piccoli abitatori dell’acque. Dopo una mezz’ora si chiudeva la rete, rinserrando in sè come in una borsa tutti i curiosi della luce e si ritirava nella barca la facile preda.

Paolo, scegliendo soltanto dalla gran massa alcuni tra i pesci più squisiti, restituiva gli altri al mare.

Pranzarono sulla spiaggia col pesce ghermito e colle loro provviste tolte all’aerotaco e passarono la notte sdraiati sulla morbida arena, contemplando la luna e ricordando gli antichi Egizii e i Turchi e gli Italiani, che si erano succeduti nel dominio di quella terra un tempo deserta; oggi fertilissima.

Maria aveva preso tanto gusto nella gita sul mare, che con un profondo sospiro, disse a Paolo:

— Perchè non continueremo noi domani il nostro viaggio per mare?

— E perchè no? — soggiunse Paolo; — per l’appunto questa sera passerà di qui [p. 26 modifica]il Cosmos, nave postale, che da Londra va alle Indie, toccando Ceilan. Il viaggiare per l’aria non priva l’uomo del viaggiare per terra e per acqua e noi andremo a Ceilan nel postale inglese. Anche coll’aerotaco mi sarei fermato in quell’isola curiosa, dove come in un museo si conservano tutte le forme dei governi passati. È perciò che vien chiamata anche l’Isola degli esperimenti. —

Alla sera il Cosmos gettava l’ancora ai piedi delle Piramidi, sbarcando molti passaggeri che volevano visitarle.

Il Cosmos è ben diverso dagli antichi piroscafi. È piccolissimo in confronto delle antiche navi, perchè la sua macchina non è mossa dal vapore, ma dall’elettricità, e l’acqua del mare è decomposta da una pila economica e semplicissima, per fornire l’idrogeno, il nuovo combustibile, e poi distillarla onde avere l’acqua potabile. Non c’è più bisogno di un immenso spazio per portarsi seco il carbone, che si bruciava un tempo negli antichi piroscafi.

[p. 27 modifica]La nave è costruita in un bronzo speciale di alluminio e di iridìo, metallo leggerissimo e tenace più del ferro. Nessun fumo, nessun cattivo odore, e una grande velocità nei movimenti; per cui, toccando terra ogni giorno, i passaggeri hanno sempre viveri freschissimi.

Abolito del tutto il mal di mare, perchè appena le onde infuriano, dalla prua esce un getto a spruzzo di una sostanza oleosa che si spande sull’acqua e calma come per incanto il tumulto della procella.

Del resto sul Cosmos tutti i comodi e gli svaghi di una grande e ricca città.

Non più cabine strette e asfissianti con tutti gli odori più disgustosi della cucina, della macchina a vapore e della imperfetta ventilazione.

Camere ampie e ben mobigliate, perchè non si accolgono che pochi passaggeri. Musica e fiori da per tutto e una cucina, che appresta ad ognuno e a tutte le ore ciò che più desidera. Una ricca biblioteca, giuochi d’ogni genere. Il servizio [p. 28 modifica]invisibile, perchè tutti possono con semplici bottoni manifestare i proprii desiderii e i proprii bisogni. Il capitano, amico di tutti, più che comandante, e padrone di lunghe ore di svago e di conversazione.

Ogni sera un piccolo teatro, dove si alternano le rappresentazioni drammatiche colle musicali, e dove i passaggeri, facendo da dilettanti, si divertono e divertono.

L’immobilità quasi assoluta della nave permette anche il ballo e perfino il giuoco del bigliardo, che con artificiosa combinazione fa sì che le leggere oscillazioni della nave non turbino punto il movimento delle biglie, diverse anch’esse dalle nostre.

Dalle Piramidi a Ceilan i nostri viaggiatori non impiegarono che due giorni, e poche ore prima dell’arrivo l’isola deliziosa annunziava già la sua vicinanza con un intenso profumo di rose, che imbalsamava l’aria e innamorava le anime.

Sbarcarono al porto dell’Eguaglianza, una delle città di Ceilan e la più moderna.

L’avevano fondata gli Egualitarii, gente [p. 29 modifica]che credeva di aver risolto il problema dell’umana felicità, eguagliando tutti gli uomini nei diritti e nei doveri; nella ricchezza, nel vestito, in ogni cosa.

Paolo e Maria, appena scesi a terra, trovarono una folla di curiosi, che aspettavano l’arrivo del postale inglese. Eran tutti vestiti alla stessa foggia, di seta bianchissima, tutti quanti senza barba; per cui non si poteva neppure distinguere il sesso. Anche le donne portavano i capelli corti e tagliati alla stessa maniera come gli uomini. Solo parlando loro, la voce diversa distingueva il sesso. Anche l’età era difficile a scoprirsi, perchè i vecchi si tingevano di nero i capelli; tutto e sempre in omaggio dell’eguaglianza universale.

Il porto si apriva sopra una gran piazza tutta cinta da case della stessa altezza e dello stesso colore e a cui mettevan capo dodici grandi vie, disposte a guisa di ventaglio. Le vie diritte e anch’esse con case della stessa altezza e dello stesso colore.

Paolo e Maria presero a caso una delle [p. 30 modifica]vie, guardando a destra e a sinistra per scoprire qualcosa di diverso, che li distraesse da quella monotonia fredda e noiosa.

Gli abitanti camminavano tutti dello stesso passo, nè lento nè affrettato; e parevano esprimere la stessa cosa, cioè una noia immensa, una indifferenza per tutto e per tutti. Pareva perfino che avessero tutti la stessa fisonomia.

Sperando che quelli egualitarii intendessero la lingua cosmica, Paolo diresse ad un viandante una domanda:

— Dove potremmo noi trovare alloggio per un giorno, e chi è il capo di questa città?

— Potete bussare a qualunque casa e tutti vi daranno l’ospitalità e nello stesso modo. Quanto al capo, lo troverete nella via 6.ª al numero 1000, dacchè le nostre case non si distinguono che per cifre: così come noi tutti non abbiamo nome, ma al nascere riceviamo un numero, che ci distingue da tutti gli altri e che portiamo [p. 31 modifica]fino alla tomba. Quando uno di noi viene a morire, il primo che nasce prende il suo numero, onde la serie non sia interrotta, il numero più alto è quello dell’ultimo nato e rappresenta anche la cifra esatta della popolazione, che oggi è di 10 000.

Quanto al capo della città, si chiama il Diverso di quest’oggi, perchè ogni giorno per turno ognuno di noi, che abbia più di vent’anni, uomo o donna non importa, diventa capo per un giorno solo, e al numero 1000 scioglie i problemi d’ordine che possono offrirsi; amministra la giustizia e fa insomma tutto ciò che nell’Andropoli fanno centinaia d’impiegati.

Del resto il governo dell’Eguaglianza è facilissimo, perchè nella casa del Diverso di quest’oggi sta esposto a tutti il codice, che stabilisce e regola la vita di ciascuno.

Noi abbiamo in orrore la diversità, perchè offende la giustizia, che è la nostra Dea; e ognuno di noi denunzia subito al Diverso d’un giorno chi nel vestire, nel [p. 32 modifica]mangiare o in qualsiasi cosa si comporti diversamente dagli altri. —

Maria non potè frenar le risa a questo discorso dell’egualitario, ma questi non ebbe tempo di accorgersene, perchè, salutati i viaggiatori, aveva già ripreso il suo passo cadenzato e monotono.

— Ma, Paolo mio, noi siamo venuti in una gabbia di matti! Andiamo via e presto.

— Ma no, Mariuccia mia! Questo regno dell’Eguaglianza mi par curioso assai e vorrei studiarlo più da vicino. Son più di mille e cento anni che i francesi fecero una terribile e sanguinosa rivoluzione per conquistar fra le altre cose l’eguaglianza. Si tagliarono colla ghigliottina migliaia di teste innocenti, ma gli uomini continuarono a nascere gli uni diversi dagli altri e le gerarchie sociali si adagiarono nella società in cui oggi viviamo e dove la giustizia concede non più le stesse cose a tutti, ma bensì ciò che ognuno si merita. Ma ecco qui che nell’Isola degli [p. 33 modifica]esperimenti troviamo dopo undici secoli rinnovellato lo stesso sogno del 1789.

— Meno male che qui non vedo la ghigliottina e questi matti di egualitarii si sono liberamente raccolti per attuare il loro sogno.

— Ma io, dolce compagna mia, mi sento un grande appetito e vorrei picchiare alla prima porta, che incontriamo per chiedere l’ospitalità. —

E così fecero i nostri viaggiatori.

Al numero 365 della via numero 6 entrarono in una casa dell’Eguaglianza, che aveva spalancate le sue porte, come tutte le altre.

Nel vestibolo trovarono una creatura bianco-vestita. Sarà un uomo o una donna?

Era molto difficile il dirlo; ma quando aprì la bocca per salutarli, si accorsero che era una donna e che parlava come tutti gli altri la lingua cosmica.

— Perdoni, signora, ci hanno detto che in questa città non vi sono alberghi, e che ogni casa offre l’ospitalità ai viaggiatori. [p. 34 modifica]E perciò vorremmo pregarla a darci da colazione.

— Entrino e si mettano a sedere. Mi duole però doverle dire, che l’ora della colazione è passata e converrà che aspettino l’ora del pranzo, che è alle diciassette.

— Scusi, signora; ma abbiamo molto appetito e ci basterebbe il più modesto spuntino: due uova e un po’ di pane.

— Non potrei trasgredire la legge dell’Eguaglianza. Da bravi viaggiatori avrete con voi qualche piccola provvista, che vi permetterà di aspettare l’ora del pranzo, che si farà in comune. Intanto eccovi aperta la camera degli ospiti, che è per l’appunto libera. —

Paolo e Maria avevano sempre nella loro borsetta da viaggio degli albuminoidi condensati e degli alimenti nervosi, per cui chiedendo mille scuse all’egualitario si raccolsero nella camera degli ospiti, ridendo come due pazzi della singolarità dei costumi di quel paese.

Venuta l’ora del pranzo, sentirono [p. 35 modifica]suonare un campanello elettrico, che lo annunziava, e nello stesso tempo suonavano tutti i campanelli della città.

Introdotti nella sala da pranzo, videro sedute a mensa cinque persone, il babbo, la mamma e tre figliuoli. Nessun cameriere, nessuna serva. Per turno si alzava ora il padre, ora la madre, ora uno dei tre figli e da uno sportello aperto nel muro prendevano le vivande, preparate da essi in cucina con piccola fatica personale e congegni ingegnosissimi di meccanica e di chimica.

Il padrone di casa, poco diverso dalla padrona nella fisonomia, e in tutto eguale ad essa nel vestito, era ilare e cogli ospiti gentilissimo. Si informava del loro viaggio, dava notizie preziose sulla città dell’Eguaglianza e sugli altri Stati dell’isola, ma sopratutto ci teneva a portare a cielo la perfezione sociale del governo sotto cui viveva.

— Vedete, che mirabile cosa è questo sistema, tutto ordine e simetria! A questa stessa ora nella nostra città tutti [p. 36 modifica]pranzano e tutti mangiano la stessa cosa, e in molte mense siede anche lo stesso numero di persone, dacchè il celibato è proibito; come è proibito avere più di tre figli. Soltanto nel caso in cui la sventura ce ne involi uno, possiamo sostituirlo con un quarto.

Il primo d’ogni mese tutti i capi di famiglia mandano alla casa del Diverso d’un giorno la proposta dei cibi, che si dovrebbero mangiare a colazione, a pranzo e a cena, e la maggioranza delle proposte divien legge per tutti. Così si variano le vivande e le ore dei pasti a seconda delle stagioni e della pubblica salute. Non vi par questo l’ideale d’una società? Nessuno primo, nessuno secondo; ma tutti eguali. Nessuna ambizione, nessuna lotta per il potere, che abbiamo tutti quanti per un giorno; nessuna invidia. Che ve ne pare? —

Paolo non voleva umiliare un uomo così gentile, nè disingannarlo nella beatitudine sicura delle sue convinzioni. Si accontentò di dire:

[p. 37 modifica]— Di certo, il vostro organismo sociale è molto curioso, molto originale....

— Oh, caro signore, non è soltanto curioso e originale; ma è la perfezione, l’ideale di tutti i governi umani.

— Ma come riuscite a far trovar piacevoli a tutti le stesse cose? Gli uomini nascono tanto diversi gli uni dagli altri....

— Può darsi, ma l’abitudine delle stesse cose li rende sempre più eguali e noi speriamo col tempo di farli nascere tutti eguali, tutti della stessa robustezza, della stessa intelligenza, degli stessi gusti. Una legge votata nello stesso anno impone a tutti di fecondare la propria moglie soltanto il primo di maggio. Quanto all’amore, lo facciamo tutti alla stessa ora, ogni mattina, quando suona una campana speciale dalla casa del Governo. Non vi par bello, poetico il pensare che voi mangiate, che voi dormite, che voi passeggiate alla stessa ora di tutti i vostri concittadini? —

Qui Paolo, frenando a stento il sorriso, non potè a meno di dire:

[p. 38 modifica]— Caro signore, fino dal 1600 i Gesuiti del Paraguay avevano pensato la stessa cosa, e una certa campana suonata al mattino, ingiungeva ai cittadini di porgere il loro tributo a Venere feconda....

— Non so chi fossero questi Gesuiti, dei quali mi parlate, ma trovo che un’idea, che rimane dopo tanti secoli, deve avere un serio fondamento nei bisogni della natura umana....

— Io credo invece, — soggiunse Paolo, — che la natura umana è cosi elastica, è così proteiforme, che ci permette di ripetere a lunghi intervalli le stesse esperienze, e di ritentare le stesse strane utopie, come credo che sia questa vostra repubblica egualitaria. —



Il giorno dopo i nostri viaggiatori partirono dall’Eguaglianza e si diressero a Tirannopoli, piccolo stato, dove il popolo viveva sotto il regime dispotico d’un [p. 39 modifica]piccolo tirannetto, Niccolò III, che portava il titolo di czar in memoria degli imperatori di Russia, che avevano governato molti secoli prima gran parte dell’Europa orientale e dell’Asia occidentale.

Non si fermarono che un giorno indignati della pecoraggine di quella gente, che ubbidiva a un uomo solo, che non aveva altro merito che quello di essere nato da Niccolò II, che alla sua volta aveva ereditato il trono di Niccolò I, fondatore della dinastia.

Tirannopoli formicolava di soldati, che non avevano a difendere la patria, che non aveva nemici; ma che facevano la parte di carabinieri e di guardie di pubblica sicurezza, riferendo ogni giorno al Capo della polizia ciò che avevano veduto e udito nel loro spionaggio quotidiano.

Una parola sola poco riverente pronunciata contro lo czar era punita col carcere e ogni tentativo di ribellione si meritava la pena di morte, che veniva eseguita collo strangolamento.

[p. 40 modifica]Niccolò era non solo re assoluto, ma anche capo della religione. Questa era semplicissima: adorazione di un Dio solo e dei suoi santi, che erano tutti tiranni celebri nella storia del passato. Augusto, Tiberio, Nerone, Ezzelino da Romano, Luigi XI, Luigi XIV, Enrico VIII d’Inghilterra, Napoleone I, Re Bomba di Napoli, Pietro il Grande e tanti altri erano altrettanti santi, che avevano il loro tempio e il loro culto.

Intorno al trono vi era una doppia aristocrazia, la civile e la religiosa, strette entrambe da vincoli di parentela e di una comune solidarietà. Portavano titoli diversi secondo la gerarchia a cui appartenevano e in cambio dei servigi, che rendevano al trono, erano pagati lautamente; senza far altro che difendere il trono e l’altare.

Tirannopoli era circondata da Stati liberi e qualche cittadino era riuscito a fuggire dalla tirannia di Niccolò III per recarsi all’Eguaglianza, alla Metropoli del [p. 41 modifica]socialismo, allo Stato parlamentare; ma l’emigrazione era rara e difficile, essendo punita colla morte, se si poteva ghermire il colpevole. In caso diverso era punita nelle persone dei congiunti più vicini al colpevole.

Del resto l’emigrazione era rarissima per un’altra ragione. Gli abitanti di Tirannopoli, nati da due generazioni di schiavi, nascevano già rassegnati e pazienti della schiavitù e ubbidivano alle leggi più assurde e tiranniche.

I più intelligenti e i più fieri speravano in un Messia, che aveva di là a venire, che avrebbe ucciso il tiranno e distrutta l’aristocrazia dominante, dando a tutti la luce della libertà.

Quando Paolo e Maria, inorriditi dal triste spettacolo di quella società di schiavi, stavano per uscire dalla frontiera di quel paese, s’incontrarono con un giovane signore, che Paolo aveva conosciuto a Roma, quando vi faceva i suoi studi e che poi si era recato per diporto ad Andropoli. Fin [p. 42 modifica]da fanciullo aveva istinti tirannici e divenuto uomo, in pubbliche conferenze e in articoli di giornali, predicava la necessità di rinforzare il Governo degli Stati Uniti d’Europa con leggi restrittive. Ora il tribunale supremo di Andropoli gli aveva imposto di recarsi per un mese nell’Isola di Ceilan e vedere cogli occhi suoi, che bella e buona cosa fosse uno Stato governato coll’antica tirannide.

Fu egli stesso che narrò ai due sposi lo scopo del suo viaggio, e Paolo, ridendo, gli disse:

— Vai, vai a Tirannopoli e un mese sarà soverchio tempo, perchè tu possa guarire dalle tue idee autoritarie. —



Continuando il loro viaggio di esplorazione Paolo e Maria giunsero a Turazia, capitale d’un piccolo Stato governato dal Socialismo collettivo.

Le cose si rassomigliavano assai a quelle [p. 43 modifica]vedute da essi nella città dell’Eguaglianza e non erano meno curiose e ridicole.

Incontratisi in un giovinetto che passeggiava per la via, gli chiesero l’indirizzo di un albergo e mentre egli li accompagnava entrarono in conversazione con lui, chiedendogli di chi fosse figlio:

— Non lo so, come non lo sa alcuno degli abitanti di questo paese. Non conosco che mia madre, ma siccome essa ebbe molti amanti, parecchi pretendono di avermi data la vita. Qui il nostro cognome è quello della mamma, perchè l’amore è libero e non esiste il matrimonio. I figli son tutti dello Stato, che è il gran padre di tutti. —

Maria chiese ancora a quel giovinetto socialista, perchè la loro città si chiamasse Turazia.

— È in onore d’un certo Turati, che visse in Italia verso la fine del secolo XIX e che fu uno dei più onesti e ragionevoli socialisti di quel tempo e che colla penna e colla parola preparò l’avvento della gran [p. 44 modifica]Repubblica socialista, che governò più tardi l’Europa. —

Maria s’interessò vivamente allo studio di Turazia e Paolo in poche parole le fece la storia della grande e generosa utopia del socialismo, ch’egli definiva un’arcadica tenerezza del cuore accompagnata dalla più profonda ignoranza della natura umana.

— Vedi, Maria, fin dal 1895 l’Europa contava socialisti di diverse specie, e un certo Bianchini, arguto e profondo scrittore di quel tempo, ne trovava tre diverse categorie.

In prima fila vi erano i socialisti della scienza, una scienza nella sostanza non sempre purissima, ma che nell’esteriorità curava gelosamente il proprio incedere grave, sistematico, dignitoso.

Questi socialisti dicevano giorno, ora e minuto della prossima trasformazione sociale e del relativo fallimento borghese. Le loro trovate non peccavano di eccessiva varietà. Si lavorasse troppo o non si lavorasse affatto, vi fosse ingombro o deficienza, piovesse o tempestasse, essi non [p. 45 modifica]vedevano al mondo che l’infame capitale in basso e Dio Marx in alto, un grande precursore del Turati.

Vi erano poi i socialisti della letteratura: qualche uomo di talento, alcuni mediocri, e dietro il gregge infinito degli autori traditi dalla sorte, cui l’avvento del socialismo sorrideva come una rivendicazione della propria genialità incompresa, ad una santa opera nella quale la tirannia del capitale più non tarperebbe le ali ai voli sconfinati del pensiero.

Essi sognavano il giorno felice, in cui la sordida avarizia degli editori più non contrasterebbe l’ineffabile dolcezza di far gemere i torchi, e quel sogno li esaltava, faceva vibrare le parti più sensibili e più accese del loro cuore.

Il socialista letterato era un animale entusiasta, espansivo, convinto fino all’assurdo delle proprie idee, ma personalmente molto innocuo.

Il Bianchini distingueva per ultimo i socialisti della cattedra, e trovava al suo [p. 46 modifica]tempo, che erano pochi, ma singolarmente cocciuti.

Erano uomini spaventosamente eruditi, che si erano tuffati col più eroico dei coraggi nel mare magno delle leggi e degli istituti giuridici per ricavarne l’infallibile ricetta, che doveva cancellare dal dizionario umano la triste parola di dolore. Il loro lavoro speculativo li aveva inconsciamente separati dal mondo dei viventi per portarli in un ambiente, in cui non si riconosceva che una divinità, la legge: che era tutto, doveva tutto, poteva tutto. Non vi era esigenza fisiologica o naturale, che si degnassero considerare nell’uomo, ma colla massima disinvoltura essi la perfezionavano, volgevano e capovolgevano così come domandavano i bisogni del loro sistema prestabilito. E accanto ai maestri, lavoratori sobrii, illusi in buona fede, sorgevano i discepoli leggeri, superficiali, che si pavoneggiavano nella loro veste pretensiosa di essere superiori a buon mercato.

Studiando la storia del socialismo però, [p. 47 modifica]cara Maria, io credo che alle tre specie di socialisti magistralmente definiti dal Bianchini sulla fine del secolo XIX se ne debba aggiungere una quarta, che era fors’anche la più numerosa ed è quella dei socialisti per pietà. A questi appartenne Edmondo De Amicis, un celebre scrittore italiano del secolo XIX.

E questi sono per l’appunto quelli che, dopo undici secoli, hanno voluto ritentare l’antica prova, fondando qui nell’isola di Ceilan lo Stato di Turazia.

Il dolore fisico non esiste più, ma esistono ancora molte e molte forme di dolore morale, ad onta che si cerchi di sopprimere dalla nascita i delinquenti nati e tutti i mostri e tutti gli organismi consacrati a morire immaturamente e di malattie ereditarie. Qualche volta i biologi periti sbagliano e lasciano vivere uomini, che per la loro costituzione son condannati a soffrire o a far soffrire gli altri, se non fisicamente, moralmente; dacchè la pietà altruistica è un acerbo dolore.

[p. 48 modifica]Aggiungi a questo la lotta delle individualità forse troppo libere nei loro movimenti e che fanno nascere spesso contrasti, contraddizioni, disuguaglianze.

Da quel poco che ho veduto qui in Turazia mi pare che l’esperimento, che non dura che da cinque anni, non avrà lunga vita. La gran massa del popolo socialista è costituita da ignoranti e da gente di carattere debolissimo, venuta qui, sperando di trovarvi una panacea ai loro mali. Alla testa ho veduto uomini d’ingegno, ma con più cuore che testa, e che si affannano a risolvere questa specie di quadratura del circolo; cioè di dare a tutti quel che spetta a ciascuno, misurando con equa bilancia il valore del lavoro, che è così diverso nei diversi organismi umani.

Lo Stato è divenuto una specie di tumore gigantesco, che assorbe tutto colla santa intenzione di distribuire a tutti un egual quantità di sangue e di vita; ma questa distribuzione è fatta da uomini, che per quanto intelligenti e buoni, son pur [p. 49 modifica]sempre uomini ed hanno le loro simpatie, le loro passioni; e di qui altrettante cause di errore e di malcontenti.

Nota poi, che la impossibilità di accumulare il frutto del lavoro per lasciarlo ai figliuoli toglie ogni nerbo all’energia individuale e una grande apatia regna sovrana nell’atmosfera di questo Stato, dove se non vi sono nè oppressori, nè oppressi, mancano però le sante e poderose lotte del primato e le più belle e nobili energie abortiscono, perchè è a loro negato il lavoro.

Ieri, mentre tu dormivi, ho avuto una lunga conversazione con uno dei capi principali di Turazia, ma trovai in lui un grande poeta, invece di un sapiente uomo di Stato.

Egli era entusiasta del nuovo esperimento e mi diceva che la Repubblica socialista ha un grande avvenire ed è destinata poco per volta ad assorbire tutte le società planetarie. Alla mia obbiezione che essi avevan soppresso Dio e la famiglia, cioè il tempio in cui si crede o si [p. 50 modifica]spera e il nido in cui si ama, egli, crollando il capo in aria di compassione e colla voce ispirata e calda di un apostolo e di un profeta mi rispondeva:

“Sì, è vero, abbiamo soppresso Dio, perchè è una menzogna. Abbiamo soppressa la famiglia egoistica e animalesca; ma l’abbiamo allargata, portandone i confini a ben più largo giro. Qui siamo tutti fratelli e i giovani son figli dei vecchi. La parentela non è soltanto del sangue, ma del cervello, del cuore, di tutti i nervi che fanno vibrare la natura umana ai sussulti della gioia e del dolore. La gioia di un solo è gioia di tutti; il dolore di un solo è dolore di tutti.

“L’individuo, che voi altri planetarii, avete fatto un Dio, qui da noi non è che la molecola, l’atomo sociale, un membro del grande organismo, che è lo Stato. Noi non sentiamo il bisogno di maggior libertà, nè di maggiore agiatezza, perchè lo Stato pensa per noi e a tutti distribuisce ciò che gli spetta. Noi abbiam copiato ciò che fa [p. 51 modifica]la natura, quando plasma gli organismi del mondo vegetale e del mondo animale.

“Forse che il braccio o un dito del piede o uno dei tanti nostri visceri si lamenta del lavoro che gli spetta nel grande travaglio della vita? No di certo: ognuno dei nostri organi lavora per sè e per gli altri e vive nello stesso tempo della vita propria e della vita collettiva. Voi altri, individualizzatori fanatici, potete salire in alto finchè volete; potete sentirvi potenti, ricchissimi; ma siete sempre unità. Io invece, vedete, sento fremere in me la vita di tutti i 30 000 fratelli, che per ora costituiscono la Repubblica sociale di Turazia, come se la coscienza del mio Io fosse grande come quella di tutti i miei concittadini.„

Molte altre e belle cose disse quel socialista, e anche a lui non ebbi il coraggio di gettare in faccia una sola delle tante obbiezioni, che mi venivano al labbro.

Mi accontentai di stringergli forte la mano, dicendogli:

“Vi ammiro e vi invidio, benchè sia di [p. 52 modifica]opposto parere sulla forma di governo sociale che vi siete data. Ogni entusiasmo, ogni fede ardente è sempre un fenomeno del pensiero, che sorprende e che per di più fa felice chi ne è capace.„ —



Da Turazia i nostri pellegrini, viaggiando nell’interno dell’Isola, si recarono a Logopoli, o città della parola; una nuova ricostruzione di un antico Stato parlamentare.

Vi trovarono poco di nuovo e di interessante. Logopoli è una copia perfetta dell’antica Inghilterra, quando era uno Stato indipendente retto da un governo parlamentare. Di diverso non c’è che questo; che il Re non è un capo ereditario, ma elettivo.

Ogni cinque anni Camera e Senato si riuniscono in una sola assemblea per dare il loro voto nell’elezione del Re.

Questo Capo dello Stato è però un Re [p. 53 modifica]travicello, che non fa che firmare i decreti e a cui hanno tolto anche il diritto di grazia. Ha un ricco appannaggio e porta intorno la maestà e gli orpelli del suo alto posto.

Del resto ministri, deputati e senatori, come negli antichi Stati a regime parlamentare. Gli stessi intrighi, le stesse corruzioni per essere eletti membri dell’una o dell’altra Camera, essendo a Logopoli elettivi anche i senatori. Pagati gli uni e gli altri profumatamente, ma esclusi da ogni impiego. Così pure esclusi tutti gli avvocati e quelli che abbiano interessi comuni colle imprese dello Stato.

La rappresentanza del popolo però è divenuta un po’ più sincera e seria; dacchè ad ogni votazione importante, ad ogni atto politico di grande gravità, sia pur di un ministro, di un deputato o di un senatore, gli elettori del Collegio hanno diritto di riunirsi in comizio straordinario e di dare un voto di disapprovazione al loro rappresentante. Questi cessa da quel [p. 54 modifica]momento di essere membro del Parlamento o del Gabinetto e dev’essere sostituito per via di una nuova elezione.

Questa ed altre riforme di minor conto hanno migliorato in Logopoli l’antica forma parlamentare, ma vi rimangono sempre queste due infermità organiche:...

Quella di fabbricar le leggi con una commissione di troppi individui, facendole mutevoli ad ogni accidente od incidente di persone o di cose.

E l’altra di mutar sempre al capriccio vagabondo degli elettori coloro che devono dettar le leggi e reggere il timone dello Stato.



I nostri compagni non visitarono tutti gli Stati dell’Isola degli esperimenti, ma soltanto i principali.

Oltre gli egualitarii, oltre Tirannopoli, Turazia e Logopoli, vi sono altre genti e altri paesi governati diversamente. [p. 55 modifica]Basta che un centinaio di uomini pensino un’utopia sociale nuova o ne ripensino una antica già sepolta da secoli, ed essi sanno che nell’Isola di Ceilan si trova sempre un piccolo o grande territorio vergine, dove possono fondare la nuova Repubblica o la nuova Teocrazia.

E così si fanno e rifanno gli esperimenti: così sorgono e muoiono città e falansteri e organismi nuovi e bizzarri; che servono poi di svago ed anche di scuola agli uomini politici degli Stati Uniti planetarii.

Paolo e Maria seppero infatti, che Ceilan possiede oltre gli Stati da essi visitati:

Poligama, staterello a governo semidispotico, dove ogni uomo ha molte mogli.

Poliandra, altro Stato, dove invece ogni donna ha molti mariti.

Cenobia, una immensa città ieratica, da cui sono escluse le donne e gli uomini vivono in un ascetismo continuo.

Monachia, piccola città tutta di monache date al culto di Saffo.

Peruvia, uno Stato comunista, dove si [p. 56 modifica]ricopia l’antico regime socialista dell’Impero degli Incas; e dove la proprietà, essendo tutta dello Stato, si presta a ciascuno secondo i suoi bisogni, allargandone la frontiera secondo il numero dei figli. Così pure il lavoro, vien distribuito nei diversi giorni della settimana per sè, per i poveri e i malati, per il re e i principi e per le spese del culto.