L'arte popolare in Romania/Introduzione

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Introduzione

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Prefazione Capitolo I
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INTRODUZIONE

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LE ORIGINI DELL’ARTE POPOLARE ROMENA

Comunicazione fatta al Congresso Storico di Bruxelles


I.

Prima di determinare le linee caratteristiche dell’arte popolare romena nei vari campi che la compongono, una questione s’impone, particolarmente interessante per quest’arte, date le condizioni speciali del suo sviluppo: quale è la definizione dell’arte popolare?

In una casa rustica — poiché quasi ogni arte popolare è arte di contadini — si vedono delle colonne di legno sostenere il tetto, e queste colonne hanno dei capitelli scolpiti; l’intonaco che copre il muro della facciata porta l’impronta di stampi di legno con rappresentazioni di foglie, fiori, uccelli, linee intrecciate. Le donne che escono dalla porta contornata da questa decorazione, hanno vestiti d’un gusto finissimo, talvolta squisito, nel cui tessuto il rosso e l’oro si mischiano in una trionfante policromia; un lungo velo copre loro la testa ricadendo sulle spalle.

Tutto questo è opera dell’agricoltore proprietario della casa, è opera di sua moglie, che impiega le lunghe veglie invernali a quei delicati lavori, destinati a passare da una generazione all’altra, per formare la gloria delle feste sacre, delle gaie riunioni di famiglia.

Si può dire che è un’arte popolare, o meglio: un’arte completamente popolare? [p. 12 modifica]Chiunque conosca il passato dei Romeni, chiunque abbia traversato il loro paese per studiare ed ammirare le centinaia di chiese che ne sono l’ornamento principale, veri musei di un’arte piena d’originalità, si rende conto che quei capitelli di legno imitano nelle loro sculture i bei capitelli di pietra che caratterizzano le chiese valacche della fine del XVII e di gran parte del XVIII secolo; quelle impronte sull’intonaco fresco tendono a riprodurre umilmente le sculture che ornano le facciate delle stesse chiese e che formano una cornice graziosa a tutte le finestre laterali. Il confronto, facile a farsi per il gran numero di modelli, è concludente. E anzi, siccome un poco prima e un poco dopo il 1700 invalse l’uso, importato da Costantinopoli e dall’Oriente musulmano, turco e persiano, di dare ai muri interni dei palazzi principeschi, delle case dei boiari, e ai muri esterni di qualche chiesa, come a Fundenii Doamnei presso Bucarest, una decorazione di rami, di fiori, di rose aperte, di tulipani, di lampade sospese, di pavoni affrontati, impressi sullo stucco, quest’esempio fu seguito dalle imitazioni fatte in campagna.

I costumi femminili caratterizzati dallo splendore del rosso e dalla pompa abbondante degli ori, appartengono a una sola regione, quella del distretto valacco montuoso di Argeș e delle vicine vallate del Muscel. Ora ivi appunto per quasi un secolo ebbe la sua capitale quella dinastia che mescolò per il suo prestigio i ricordi bizantini agli influssi occidentali e della quale si sono trovate recentemente le tombe, in cui, attaccati ai corpi, restavano lembi di porpora e gioielli d’oro. Bisogna ammettere che i contadini si siano ispirati a quel lusso che si spiegava sotto i loro occhi e che ne abbiano attinti alcuni caratteri. Ho constatato da poco che nel piccolo villaggio di Valea Danului, a monte d’Argeș, le donne portano ancora, ai due lati della testa, delle strisce di fine tela bianca che coprono gli orecchi e corrispondono a quelle che si osservano nella Chiesa principesca di Argeș e in qual [p. 13 modifica] che ritratto di principesse appartenenti al XV secolo e al principio del XVI.

Noi qui ci troviamo di fronte a un’arte popolarizzata, ridotta alle proporzioni che possono darle le masse rurali, ottenuta coi semplici mezzi di cui dispongono: arte interessantissima, e che merita di essere studiata. È’ già stato pubblicato un album contenente le case della regione di Salisburgo e del Voralberg, si annuncia in Polonia una raccolta di incisioni popolari che presentano espressioni, atteggiamenti, e talora combinazioni originali, corrispondenti all’anima popolare, ma che sono opera di contadini che avevano in mente o davanti agli occhi dei quadri sacri della città o dalla città importati. Ma quello che merita una speciale attenzione sono le manifestazioni di quest’anima popolare: le manifestazioni primitive, originali, non influenzate, dalle quali spesso deriva l’arte elaborata, che spesso hanno influito su di essa, che per secoli hanno resistito alla concorrenza dei prodotti di una tecnica superiore. Poiché, astrazion fatta dal loro fascino originale, solo queste manifestazioni possono darci informazioni preziose sulle origini nazionali e sui rapporti più antichi fra le varie civiltà popolari. Esse, quindi, possono servire a risolvere i più ardui problemi delle epoche più oscure: grandi capitoli di storia ignota altrimenti, o appena rischiarata da ipotesi etnografiche, divengono intelligibili in queste ingenue formule artistiche. [p. 14 modifica]

II.

I Romeni, senza distinzione di provincia, ma soprattutto quelli della riva sinistra del Danubio, in quello che si chiama il Regno Antico (Moldavia e Valacchia), come pure in Transilvania, nel Banato, nelle regioni verso il Tibisco (Theiss), nella Bucovina e nella Bessarabia, parti staccate dall’antica Moldavia integrale, ed anche nella Dobrugia, fra il basso Danubio e il Mar Nero, presentano la loro arte popolare, la loro antica arte popolare, arcaica, iniziale, originale, nei campi seguenti:

Nel vestiario, specie in quello femminile: camicie ricamate, grembiuli formati da più strisce policrome, ornati di vari disegni a rilievo, giacchette di cuoio con ornamenti cuciti (per uomini e per donne), larghe cinture di cuoio, decorate nello stesso modo, asciugamani, tessuti destinati a sostenere e a circondare le sacre immagini, lenzuola coi bordi guarniti, fazzoletti da portare alla cintola e che le fanciulle danno al giovane prediletto;

(Nel viaggio fatto attraverso la Moldavia verso la fine del XVI secolo da Francois Pavie, barone di Fourquevaulx (1), se ne parla a proposito del costume femminile; delle tavole disegnate in Transilvania nel XVII secolo lo presentano per questa provincia; un viaggiatore straniero del principio del XIX secolo, l’ungherese Karaczay, ne dà degli esempi per la Moldavia montagnosa. Albums come quelli delle signore Minerva Cosma, Cornescu e Brătianu, del signor Comșa per i tessuti e i ricami — ne abbiamo un altro dello stesso Comșa per le sculture in legno — ne danno molte riproduzioni, e recentemente G. Oprescu ha cercato di fissarne le categorie). [p. 15 modifica]Nei pizzi, che richiedono ancora un attento studio dei motivi e dei procedimenti;

Nei tappeti, tanto in quelli che si tengono in terra quanto in quelli attaccati al muro;

Nella decorazione delle uova di Pasqua, sulle quali mani esperte ed agilissime disegnano rapidamente con un pennello intinto nella cera fusa delle figure che poi, quando l’uovo sarà tinto di rosso, di turchino, di verde, di viola, di giallo, saranno messe in luce togliendo quella copertura provvisoria;

Nelle proporzioni delle case coi tetti di assicelle, con le balaustrate di legno, con le scale oblique;

Nella scultura delle croci nelle strade, dei portoni, delle porte, delle colonne della veranda, delle barriere e dei recinti, delle sedie, dei cucchiai, degli scaffali per il vasellame, delle rocche, dei vincastri, delle forme per il burro;

(Manca la scultura in pietra; per le chiese (colonne, incorniciatura delle porte e delle finestre, scale) ci si valeva talora di stranieri, Cechi del XV secolo, Dalmati forse del XVI, maestri transilvani e balcanici si trovano nel XVIII secolo accanto agli indigeni. Quanto al lavoro dei metalli, si ricorse ai Sassoni della Transilvania, quando ebbe fine la grande scuola monacale in Moldavia; non sarà inutile ricordare che, mille anni prima, la Vita di S. Severino ci indica nel Norico, dove i Romani non erano ammessi a esercitare quel mestiere, degli aurifices barbari che lavoravano per i re germanici dei dintorni);

Nella ceramica popolare, invasa ben presto, specie in Transilvania, dallo stile occidentale.

In tutti questi campi, per le due prime categorie non si ha sempre lo stesso cromatismo. Accanto alla regione del rosso e degli ori, si trova nel distretto di Vâlcea e in quello di Sibiu in Transilvania il bianco e il nero, più lungi verso occidente si hanno colori misti a macchioline e a punti, e il Banato, sotto l’influenza dei Turchi d’Orșova e della vicina Serbia, [p. 16 modifica] ritorna alla profusione dell’oro sui grembiuli che sotto la ricca striscia della vita hanno delle lunghe frange rosse ricadenti sul bianco della sottana, o, primitivamente, della camicia. I distretti dell’Oriente valacco mettono della discrezione nei colori vivi; e anche nelle parti montuose della Moldavia si osserva lo stesso carattere di misura nella tonalità. I tappeti, invece del rosso dell'Oltenia, o del distretto di Argeș, presentano dei gialli chiari, dei verdi smorti, un po’ di rosa sbiadito in Moldavia, e nella Bucovina e in Bessarabia il nero mette una nota cupa e risalta il turchino, d’una tonalità bassa e severa.

Varia anche la scelta delle cose rappresentate di preferenza. In alcuni gruppi di vallate si ha solo la foglia o il fiore, sopra tutto certe foglie, certi fiori; la spiga di un distretto si contrappone agli aghi di pino di un altro; solo in alcune province appare l’uccello, l’animale o la stessa figura umana, talora coi capricci della moda, resi in maniera assai curiosa.

Aggiungiamo ancora che il grembiule sfrangiato del Banato, la corta sottana rotonda e pieghettata del distretto di Mehedinți, i due grembiuli, uno davanti e l’altro dietro, della Valacchia, il grembiule unico che fascia strettamente il corpo in Moldavia, rappresentano pure forme diverse del vestiario.

Ma in tutti questi prodotti dell’arte popolare c’è qualcosa che li unifica, ossia, nella decorazione, la riduzione a costruzioni lineari, a notazioni astratte di tutto quanto tali figure schematiche pretendono rappresentare. Triangoli, rombi, linee oblique parallele, croci, servono a riprodurre tutto quello che si presenta allo sguardo dell’ingenuo artista.

Queste forme, massime per le donne che tessono o che ornano le uova, hanno nomi poetici, che riconducono la figura all’oggetto tipo della natura vegetale o all’esemplare della vita animale coi quali sembra avere maggior somiglianza. La signorina Miller-Verghi, nella sua «Collezione di disegni ancestrali» (molto misti e talora colorati erroneamente), G. [p. - modifica]


Costumi valacchi dei distretti di Argeș e Muscel

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Casa moldava della Bessarabia

[p. - modifica]. [p. 17 modifica] Oprescu, nel suo libro, destinato all’iniziazione nel vasto campo dell’arte popolare, in cui tenta stabilire delle divisioni e delle caratteristiche, o nell’opera recente, pubblicata in inglese dalla rivista di arte The Studio, possono dare informazioni in proposito. Si trovano: la croce, la via smarrita, la foglia di ciliegio, i chiodi di garofano, le ghiande, le stelle, la libellula, che per il Romeno è «il cavallo del diavolo» (Miller-Verghi, p. 41 e sgg.), il ferro dell’aratro, la ranocchia, le zampe dell’oca, le chiocciole, la scala del gatto, l’ala dell’avvoltoio, il braccio dello stroppio, il pastorale, la cintura del pastore, la lampadina, la bisaccia del pastore, l’amo, la slitta, l’altalena, etc.

III.

Se questo stile unico, che arriva a riprodurre con la stessa combinazione di quadrati e di rombi un uccello, un cane, un cavallo, un boiaro del XVII secolo, col suo lungo abito alla turca, una donna moderna col parasole, si paragona con altri stili popolari, si può certo giungere a constatare delle somiglianze, reali o immaginarie, con la maniera con cui i Caraibi, i Polinesi, certi Africani, ornano i loro vestiti e i loro utensili’. Dirò anzi che qualche tessuto trovato negli ipogei egiziani o nelle tombe che racchiudono le bizzarre mummie del Messico antico, somiglia sotto certi aspetti, visibilissimi a colpo d’occhio, ai prodotti analoghi dell’arte popolare romena. Ma naturalmente non si tratta che del caso delle creazioni spontanee.

Però la somiglianza è sorprendente quando si considera l’arte dei villaggi nei paesi vicini al territorio romeno. Il costume del Banato si ritrova nell’antica raià turca della Serbia; il grembiule di Mehedinți si spinge oltre il Danubio ben avanti [p. 18 modifica] nel regno vicino, e si ricollega con quello dell’Albania e della Macedonia; non tenendo conto delle raffinatezze del gusto, che talvolta mancano oltre il Danubio, è difficile distinguere un costume della pianura valacca da quello della Bulgaria fino ai Balcani. Anche le Grecia, che ha gli stessi sandali, la stessa camicia svolazzante, e nel fez una variante di panno rosso del berretto di pelo bianco, grigio o nero dei paesi slavi, albanesi e romeni, non è estranea a quest’arte.

D’altra parte, il contadino sziculo della Transilvania si veste come il suo vicino romeno, e in parte come gli stessi Balcanici; il vestito del «Sassone», venuto da una «Fiandra» che è sulla Mosella, ha alcuni elementi di ugual carattere. Le Ungheresi delle colonie stabilite nelle montagne moldave hanno conservato il costume dai lunghi veli, disposti sopra una impalcatura speciale, che le Romene hanno abbandonato, e che si ritrova pure presso le Rutene della Bucovina e delle prossime regioni ucraine.

La decorazione, nelle sue linee essenziali, si conserva la stessa dall’una all’altra delle regioni suddette. Lo studio comparativo del tappeto è specialmente istruttivo; salvo il cromatismo e alcuni dettagli che permettono di riconoscere la provincia, è lo stesso in Romania, in Ucraina — la commissione austriaca funzionante in Bucovina potè appena fare delle distinzioni basate sul grado di gusto di cui facessero prova le due nazioni; e lo stesso dicasi della Bessarabia, ove prima della guerra fu pubblicato un album corrispondente — ; uguale è il carattere dei disegni: schematizzato, lineare, geometrico, astratto.

Quale conclusione può trarsene?

Ecco quella che s’impone: uno stato d’animo identico in un gruppo di popolazioni appartenenti alla stessa razza potè creare il tipo che i secoli non son valsi a cambiare nè le frontiere a differenziare essenzialmente.

Ora, questa razza è ben conosciuta. [p. 19 modifica]Molto anteriore alle infiltrazioni slave o magiare, ed anche alla colonizzazione e alla signoria romana, essa dominò dal fondo dei Carpazi fin nelle vallate dell'Anatolia e nelle gole del Caucaso.

Sono i Traco-Illiri, e soprattutto i Traci, più numerosi, più capaci di resistere, meglio dotati per produrre e sviluppare una civiltà.

Il loro carattere si riconosce fin da un’epoca lontanissima dell’antichità. Gli Eraclidi della leggenda, i Dori dei filologi e degli archeologi, provenienti dal nord, dovettero partecipare almeno alle influenze di questa razza, se anche non si vuol confonderli, nelle origini, con essa. Al loro arrivo, una civiltà artistica di libera esecuzione, di gaia imitazione di tutta la natura nell’infinità delle sue linee e nello splendore dei suoi colori, quella civiltà di Creta, di un «modernismo» così espressivo, che era passata dallo smalto dei palazzi alla terra cotta dei vasi, è sostituita momentaneamente, e su quei dati territori, da formule astratte, da riduzioni lineari, quali si vedono sui vasi del cimitero ateniese di Dipylon. Metterle a riscontro con l’arte popolare di cui abbiamo dato uno schizzo significa far vedere la loro unità d’ispirazione, la loro comune origine dalla psicologia popolare. Quando l’arte greca ebbe oltrepassato questo stadio, qualcosa ne rimase per mettere un freno all’antica immaginazione largamente creatrice (2).

Ma lo scopo di questa comunicazione ha qui un termine, con questa ipotesi che non ha cercato i fatti per farsene un sostegno, ma che, per quanto ardita possa sembrare, non è che il riflesso naturale di fatti debitamente osservati e ravvicinati perchè trovino in se stessi la loro spiegazione. [p. 20 modifica]

Note

  1. V. il nostro Acte și fragmente. I, p. 34 e sgg.
  2. Certi elementi della stessa arte si vedono all’Est fino ai monumenti ittiti dell’Anatolia, all’Ovest fino al froro portoghese.