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L'atto di morte di un cimelio millenario: il moto proprio pontificio che soppresse l'Annona romana

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Antonio Saltini

2002 Saggi L'atto di morte di un cimelio millenario: il moto proprio pontificio che soppresse l'Annona romana Intestazione 29 gennaio 2009 75% Saggi

Rivista di storia dell’agricoltura, anno XLII n.2, dic. 2002

ripreso da Rivista I tempi della terra


Elargizioni frumentarie e parrucche

“Ci sono a Roma vasti e immensi magazzini destinati al grano, e regolamenti ancora più vasti e più immensi dei granai… e tutto ciò si chiama l’Annona. (…) I granai e i regolamenti sono press’a poco gli stessi che si fecero ai tempi di Cesare, d’Augusto e di Tito. Questi signori a Roma non ci sono più; ma al loro posto ci sono dei Clementi, degli Innocenzi e dei Bonifaci, che non hanno altra somiglianza, che io sappia, con gli imperatori, che l’avversione irriducibile a portare una parrucca. (…) malgrado ciò, i granai e i regolamenti restano. Quelli di Augusto potevano essere buoni: non l’ho approfondito; lo voglio credere. Roma possedeva allora la Sicilia, l’Africa e l’Egitto. Un popolo immenso era sovrano: la sua collera era temibile; l’abbondanza e l’opulenza dovevano essere la giusta ricompensa e il frutto del suo valore: bisognava dunque che i paesi conquistati pagassero tutti il tributo del proprio frumento per nutrire con quel frumento questo popolo re. Roma non ha più oggi né la Sicilia, né l’Africa né l’Egitto. (…) Ci sono dei granai; la prima cura del governo è che il pane sia a basso prezzo, come se si dovessero temere le grida del circo e dell’anfiteatro, da un piccolo popolo tanto devoto, tanto sottomesso, che non si riunisce più che per fare processioni e guadagnare indulgenze dalle dita di sua Santità.”

Moto proprio di Papa Pio VII sul commercio dei grani


E’ con l’irridente comparazione della politica granaria dei Cesari e di quella dei successori di Pietro, e dell’indifferenza dei primi e dei secondi a nascondere la calvizie, che Ferdinando Galiani, il brillante abate che corona il sogno della vita con l’incarico di segretario dell’ambasciata napoletana a Parigi, apre i Dialogues sur le commerce des bleds che pubblica nel 1769 per imporre la propria conclusione, è convinto, al dibattito sulla libertà del commercio del grano che appassiona i philosophes della Ville Lumière ed i loro lettori. Pretesto letterario dell’intervento nella contesa, l’analisi delle cause della terribile carestia che ha infierito in Italia tra il 1764 e il 1766, che un viaggiatore italiano, il cavalier Zanobi, il personaggio in cui Galiani raffigura se medesimo, propone all’amico marchese di Roquemaure, dietro al quale si cela il barone di Lasson, cui l’italiano rende visita giunto a Parigi, e che gli chiede conferma delle terribili notizie giunte dall’Italia 1

La scelta dello Stato della Chiesa quale esempio di una politica frumentaria che, mancando di corrispondere ai canoni di expérience et raison, non può che provocare carestia e tumulti cittadini, è espressione del proposito di emulare il grande Voltaire, di cui Galiani ambisce ripetere il successo in quei salotti parigini che consacrano, nella seconda metà del Settecento, i fasti o l’eclisse di qualunque saggista economico e politico. La prosa dell’abate napoletano, irridente fino al sarcasmo, non potrebbe rivelare con maggiore eloquenza l’intento emulatorio, né la scelta del tema sottoposto ad analisi manca di fondamento: i pontefici di Roma non hanno mai mancato di proporre i propri provvedimenti annonari, ossessivamente ripetitivi e irrimediabilmente insufficienti, come replica della politica annonaria imperiale. Sul piano economico limitare, peraltro, l’analisi delle conseguenze della carestia a Roma propone un autentico falso storico: la carestia, che ha infierito in tutta Italia a ragione della sequenza di tre annate dall’andamento climatico disastroso, causa dell’esplodere di fitopatie di gravità senza precedenti, ha colpito con eguale crudezza, insieme agli altri principati e ducati, la Toscana, in cui Francesco II di Lorena ha emanato la prima legge sulla libertà del commercio granario, il provvedimento nel quale tutti i saggisti d’Europa hanno additato la manifestazione emblematica di un principe che incarna la nuova politica ispirata alle lumières della ragione.

Se il brillante paradosso della replica papale della politica annonaria imperiale coglie un elemento obiettivo della politica interna dello Stato pontificio, ignora, come tutti i paradossi, le circostanze contrarie: se a Roma i papi hanno continuato, per secoli, a ricalcare le orme imperiali, in regioni diverse dello Stato della Chiesa, le Marche, le legazioni di Romagna, Bologna e Ferrara, l’approvvigionamento granario delle città ha ripetuto gli schemi invalsi in tutti i principati italiani, e data la ricchezza agraria delle stesse regioni ha potuto vantare una sostanziale regolarità, conoscendo le medesime fratture che guerre o annate infauste hanno provocato nei rifornimenti annonari di tutti i ducati e principati della Penisola. Nel loro insieme, le regioni che la Chiesa governa sul versante adriatico sono piuttosto regioni di esubero che di carenza di frumento: l’antitesi perfetta dell’Urbe.

La città di Roma non ha costituito solo eccezione, cioè, nel contesto statale pontificio, ha rappresentato, insieme a Venezia e a Genova, un’eccezione nel quadro italiano: come Venezia e Genova, seppure senza essere potenza marittima, Roma ha sempre dovuto essere approvvigionata via mare e lungo il Tevere. Il primo mercato cerealicolo dell’Urbe è stato, per secoli, uno scalo navale, il mercato di Ripagrande. La ragione dell’eccezione, il dilatarsi, attorno alla capitale pontificia, di un deserto pascolativo più simile ad una steppa nordafricana che a una campagna italica, un deserto popolato di greggi migranti che all’Urbe non era in grado di assicurare che una frazione del frumento necessario a spianare il pane che costituiva l’alimento base di una popolazione che consumava quantità esigue di carne e ortaggi, alla quale una norma capitale della condotta dei governi dell’Ancien Régime imponeva di assicurare il pane quotidiano in formati di qualità e peso costante, venduti a prezzo fisso: il peso e il prezzo del calmiere. Cesare De Cupis, l’autore della storia più meticolosa della politica annonaria dei Papi, menziona come calmiere fondamentale, per un ampio arco secolare, quello costituito da pesi e prezzi fissati da Paolo V col moto proprio del 4 novembre 1606.

I valori monetari citati da De Cupis considerano una qualità di pane che viene ricavato nella proporzione di 500 libbre (kg 165,5) per rubbio di frumento (1 rubbio = lt 245,96, quindi circa 217 kg di grano), un pane, quindi, di fiore di farina che, seppure sottoposto al calmiere, dobbiamo considerare genere di lusso: fonti diverse mostrano che il parametro di conversione del frumento in pane di qualità inferiore impiegato dai magistrati pontifici era di 730 libbre per rubbio. Seppure, peraltro, i valori monetari proposti dallo storico romano siano privi di rilievo per un’analisi condotta sulle qualità di pane di consumo popolare, il procedimento di fissazione del prezzo che ci propone De Cupis è valido per ogni tipo di pane. Considerata la quantità di pane che può ricavarsi da un rubbio di grano, il pontefice stabiliva il peso della pagnotta che i forni destinati al consumo popolare dovevano offrire per un baiocco (L. 0,053), quando il frumento costasse 5 scudi al rubbio (L. 26,87), il peso della pagnotta che dovevano fornire, per lo stesso baiocco, quando il frumento costasse 10 scudi (L. 53,75). Per prezzi del frumento intermedi dovevano valere, evidentemente, pesi proporzionali 2.

Gli ufficiali dell’Annona, che provvedevano i fornai di frumento, dovevano vigilare che i panettieri rispettassero il rapporto di legge tra prezzo del pane e peso della pagnotta. Ove, peraltro, la materia prima fosse costata all’Annona tanto da imporre di abbassare eccessivamente il peso della pagnotta da un baiocco, la consuetudine prescriveva che essa fosse venduta ad un prezzo inferiore a quello che avrebbe imposto il prezzo del frumento, addebitandosi la perdita, a titolo di costo per la prevenzione di tumulti popolari, alla Camera pontificia, il Tesoro di Stato. Fissati da Paolo V, i rapporti di prezzo tra frumento e pane sarebbero rimasti sostanzialmente invariati durante una lunga serie di successori del pontefice il cui regno corrisponde sostanzialmente agli anni della punta massima dei prezzi del frumento nella loro fluttuazione secolare.

Tra principi e mercanti il pactum desolationis

Vergando la storia dell’Annona pontificia, e della parallela istituzione della Dogana del bestiame transumante, De Cupis ordina gli elementi cardinali della storia del deserto pascolativo che si distende, per oltre un millennio, attorno alla capitale della Cristianità. Di quella storia, ingenuamente proteso a evidenziare premura e lungimiranza dei provvedimenti papali per assicurare il pane alla plebe romana, manca di fornire la chiave, che il lettore attento può reperire, peraltro, nella dovizia dei documenti che menziona e illustra con lo scrupolo dell’archivista più diligente. Quella dovizia offre tutti gli elementi per tratteggiare una vicenda essenziale nella storia dell’agricoltura italiana. Letta in controluce, la storia narrata da De Cupis rivela con chiarezza la ragione della desolazione dell’Agro romano, le province papali del Patrimonio, Marittima e di Campagna. Quella ragione è la propensione della nobiltà romana, titolare di feudi consistenti in latifondi di 2.000, 5.000, 7.000 ettari attorno ad un casale o a un castellazzo, ad affittare l’intero feudo, terre e gestione delle prerogative baronali, corvées e riscossioni fiscali, ad uno, al massimo a due affittuari, i mercanti di campagna, la condizione per limitare i propri rapporti economici con una sola, al più due controparti, capaci di pagare affitti di centinaia di scudi d’oro, e disinteressarsi completamente delle proprie terre. E’ opzione identica a quella di un’altra nobiltà dai fasti corruschi, quella di principi e baroni palermitani, che affittano, anch’essi, i propri latifondi a grandi imprenditori, i gabellotti, che li liberano completamente, in cambio di sostanziose ricompense monetarie, di ogni preoccupazione agraria. Mentre, tuttavia, il gabellotto siciliano, come dimostrano Sidney Sonnino e Enea Cavalieri nel capolavoro sulle condizioni agrarie della Sicilia al momento dell’Unità 3, che pure è proprietario di mandrie cospicue, fonda lo sfruttamento del latifondo, mediante il subaffitto a affittuari e compartecipanti sfruttati con i metodi caratteristici dell’usura, sulla coltura del frumento, il mercante dell’Agro sfrutta il latifondo eminentemente col pascolo del bestiame vaccino e ovino.

La ragione della preferenza, la possibilità dei mercanti di godere delle sconfinate superfici di pascoli comunali sui quali i cittadini romani possono pascolare liberamente il bestiame, dove impongono il proprio predominio, fino dal basso Medioevo, pochi proprietari di grandi mandrie, i magnati dello status bobacteriorum, in grado, con le proprie squadre di butteri armati, di cacciare dai pascoli migliori i pastori di piccole greggi, titolari di diritti uguali, incapaci di difendere le proprie ragioni in un deserto dove vige, insindacabile, il diritto del più forte. Fondata la propria attività economica sull’allevamento brado, gli affittuari delle grandi proprietà nobiliari sono i protagonisti di un impegno secolare per contrarre gli spazi occupati da enfiteuti e livellari che coltivano le poche superfici arative attorno a casali e cittadelle, quei contadini che costituivano il fondamento della potenza di un signore medievale, padrone di terre ma soprattutto capo di uomini, che trasformandosi i feudatari romani in cortigiani papali non hanno alcun interesse a difendere.

Riscuotere censi e livelli da una pletora di contadini, sempre pronti a pietire dilazioni è onere dal costo superiore al guadagno: i feudatari dell’Agro lasciano libero l’affittuario di costringere, con lo sconfinamento delle bestie e la prepotenza dei butteri, i contadini a lasciare la terra, per inurbarsi e accrescere l’entità della plebe sfaccendata che sua Santità deve preoccuparsi di alimentare. Se i vassalli ricorrono alla giustizia, che è giustizia feudale, il vicario del principe romano si pronuncia a favore del grande affittuario, se una comunità contadina si appella, contro la sentenza feudale, al Cardinale vicario, sua Eminenza, che porta il nome di un casato legato ai padroni dell’Agro, evita di intervenire. La politica papale verso i baroni romani è, del resto, protesa a ricavare quanto sia possibile dalle circostanze di investitura, lasciando assolutamente liberi i feudatari di esercitare secondo il proprio arbitrio ogni potere di angheria.

Tra i principi romani ed i grandi imprenditori che ne affittano i latifondi sussiste, cioè, un secolare pactum desolationis, la ragione autentica dello spopolamento dell’Agro. A quel pactum i pontefici non mancano di prestare la propria adesione: tra le entrate della Camera Apostolica costituiscono voce ingente gli introiti della Dogana del bestiame che migra, stagionalmente, dall’Agro alle alpi dell’Abruzzo, dei Simburini, dei Sibillini. Sono centinaia di migliaia di capi che secondo la costituzione di Alessandro VI del 17 ottobre 1495 debbono pagare alla Dogana del Patrimonio 22 ducati d’oro ogni cento “bestie grosse”, bovini ed equini, 5,5 scudi ogni cento “bestie minute”, pecore, capre e suini. Nel 1577, durante il pontificato di Gregorio XIII, la tariffa per le “bestie grosse” sarebbe stata ridotta a 20 scudi, quella per le “bestie minute” a 5 scudi. Le tariffe della seconda Dogana, quella di Roma, erano lievemente differenti 4)4.

Appaltata ad affaristi capaci di misurarsi con il selvaggio mondo pastorale con le sole ragioni che quel mondo intende, la Dogana è autentica miniera d’oro, che i pontefici tutelano con le bolle che sanciscono il divieto dei proprietari limitrofi di restringere i tratturi o di confinarli tra siepi e fossati, la misura che consente ai pastori di spargere gli armenti migranti su tutte le proprietà adiacenti alle vie d’erba che uniscono la piana alle alpi appenniniche. Una particolare solerzia per la regolarità del moto periodico della transumanza, il moto che riversava montagne d’oro nei forzieri della Camera apostolica, avrebbero manifestato, secondo De Cupis, Paolo II, Sisto IV, Alessandro VI, Paolo III, Innocenzo VIII, Innocenzo X.

Brevi e costituzioni papali, decreti del Cardinale camerlengo stabiliscono che le eventuali denunce di danni siano esaminate e liquidate in forme rapide, tali da non ostacolare lo spostamento delle greggi: un mondo in cui vige una primordiale lotta per la sopravvivenza, quale quello pastorale, non può non approfittare con brutalità della facoltà di alimentare gli animali a spese di quanto sopravvive, nelle province attraversate, della coltivazione della terra.

I pontefici distruggono con una mano, così, quanto tentano di costruire con l’altra: De Cupis menziona con deferente ammirazione i provvedimenti con cui papi di particolare energia dispongono, dopo l’esito catastrofico, per le finanze vaticane, di qualche carestia, che qualsiasi coltivatore possa infiggere l’aratro tra le erbe delle tenute dell’ager publicus, delle proprietà feudali sulle quali esistessero antichi diritti civici, e persino delle terre che i proprietari non coltivassero, o decretano l’obbligo dei proprietari di sottoporre a coltivazione, alternativamente, un terzo della superficie delle proprie terre. Promossa la coltivazione dei campi, siccome la risposta baronale all’ingiunzione sovrana è la pretesa che i vassalli cedano il frumento prodotto, al prezzo più vile, ai signori terrieri, che lo rivendono sul mercato romano in condizioni di autentico oligopolio, gli stessi pontefici sono costretti a promulgare il divieto dell’incetta del grano, comminando le pene più severe ai proprietari feudali che accumulino cereali in misura maggiore alle necessità del consumo familiare.

La gravità delle pene, che per i chierici giungono alla sospensione a divinis, non paiono scoraggiare feudatari laici ed ecclesiastici, che dall’incetta traggono benefici ingenti, come provano le misure che è costretto ad assumere, appena assurto al soglio, Giulio III, il quale, obbligato a constatare, chiuso il conclave, che in città non esistono scorte che per quindici giorni, deve offrire a chi conduca grano a Roma il prezzo astronomico di 16 scudi il rubbio, il premio più generoso per gli incettatori che hanno atteso, per esitare il frumento, la vigilia della carestia 5).5

Grida sul prezzo del grano - tratto da Biblioteca Nuova terra antica


Contro l’uso baronale di accaparrare il frumento prodotto dai sudditi per rivenderlo solo dopo l’ascesa dei prezzi, il 13 settembre 1597 Clemente VIII emana una costituzione che ripete indignazione, propositi e minacce delle grida contro l’incetta del frumento bandite dai governatori spagnoli di Milano irrisi da Alessandro Manzoni 6. Come i governatori spagnoli della Lombardia, reiterando, dopo l’elezione, i bandi dei predecessori, i pontefici romani non fanno che attestarne, in forma inequivocabile, l’inefficacia. Si distinguono per la determinazione dei provvedimenti emanati a favore della coltivazione Sisto IV, Giulio II, Clemente VII, Pio V, Sisto V, Urbano VIII. Tra tutte si impongono per la lungimiranza le misure di Sisto V, che, con bolla del 30 aprile 1588, destina all’Annona 200 mila scudi che, oltre agli acquisti di frumento, dovranno essere impiegati per la concessione di prestiti ai piccoli agricoltori che mancassero dei fondi necessari per i lavori della semina, il primo provvedimento che lo storico dell’agricoltura deve registrare per l’istituzione del credito agevolato. La misura sarà reiterata da Paolo V col moto proprio del 19 ottobre 1611, da Benedetto XIII con il chirografo del 15 ottobre 1725 7).7)7

La resistenza, tanto attiva quanto passiva, dell’aristocrazia terriera pare essere stata invincibile. De Cupis riferisce che alla costituzione agraria di Clemente VII i proprietari feudali reagirono incaricando un noto giurista, Giambattista Casali, già legato pontificio in Inghilterra, di pubblicare un libello che, dopo avere smentito l’evidenza delle difficoltà dell’approvvigionamento annonario dell’Urbe con grano di importazione, proclamava che la libertà concessa dal pontefice a chiunque volesse coltivare la terra dei proprietari che la lasciavano incolta, costretti dalla legge a tollerare l’intrusione, avrebbe distrutto ogni ordine civile aprendo la strada, alle porte di Roma, al disordine luterano.8

Anche tra i pontefici più fieramente decisi a riportare la coltivazione nell’Agro, solo il terribile Pio V avrebbe ottenuto, con le severe misure sancite dalla costituzione del 9 settembre 1566, di far dispiegare qualche campo di grano nella desolazione della Campagna, e di procurare l’approvvigionamento di Roma con frumento mietuto nelle terre della Chiesa. La produzione sarebbe stata tanto abbondante che il pontefice sarebbe stato obbligato ad abrogare una delle regole cardinali dell’Annona romana, il divieto di esportazione del grano, consentendo la vendita fuori dello Stato di quello in eccesso rispetto al fabbisogno 9 i successori dovranno reintrodurre il divieto entro l’arco più breve di anni. Il trionfo del più fiero dei successori di Pietro sarebbe stato, cioè, successo effimero: su un piccolo coltivatore l’invasione dei seminati da parte di una mandria di feroci tori maremmani sospinti da butteri più selvaggi delle loro bestie esercita un potere di persuasione praticamente irresistibile.

Il rifornimento granario dell’Urbe da parte dell’Agro sarebbe stata circostanza felice di pochi anni. Sarebbe trascorso oltre un secolo, infatti, perché, dopo reiterati provvedimenti a favore della coltivazione, un’annata di abbondanza sconvolgesse l’ordine faticosamente mantenuto dall’Annona: nel 1718, felicemente regnante Innocenzo XIII, l’abbondanza del raccolto avrebbe reso impossibile ai coloni la vendita del grano e il pagamento degli affitti, tanto da consentire ai proprietari di sequestrare, a proprio vantaggio, i campi seminati, che, dopo il raccolto, non avrebbero seminato di nuovo 10. Ma è esito frequente, nel corso della storia, di un’annata troppo felice la rovina dei piccoli coltivatori, i quali, costretti a interrompere la coltivazione della superficie ordinariamente seminata, predispongono le condizioni di carestie che si ripeteranno, inevitabilmente, negli anni successivi. Stante la miseria dei coltivatori, incapaci di fronteggiare fluttuazioni troppo vistose dei corsi delle derrate, la produzione granaria si è fondata, per lunghi secoli, su equilibri oltremodo rigidi, che infranti da un’annata eccezionale, per penuria o per sovrabbondanza, solo un processo lungo e difficoltoso poteva ristabilire.

Riconoscendo l’inevitabilità degli acquisti all’estero pontefici diversi, De Cupis menziona Gregorio XIII e Paolo V, si sarebbero preoccupati di realizzare, nell’antica piazza delle terme di Diocleziano, magazzini di imponenza tale da emulare quelli dell’Annona imperiale 11, l’oggetto dell’irrisione di Galiani, il cui spirito faceto nega ogni capacità di rivolta alla plebe romana, della cui disposizione al tumulto, ove i forni fossero rimasti sprovvisti di pane, era, invece, più realisticamente consapevole il sacro concistoro. Costruiti i magazzini non mancarono i funzionari che impegnarono il proprio zelo per ricolmarli, uno zelo che non è inverosimile fosse premiato con magnanimità dai negozianti che si preoccupavano di dirigere a Roma frumento pugliese o polacco. Nel 1689 una commissione incaricata da Alessandro VIII di verificare il fondamento delle lagnanze dei mercanti di grano laziali, che lamentavano che l’entità delle scorte ostacolava la vendita del frumento locale, verificava che nei magazzini dell’Annona erano stivate 30.500 rubbia di frumento (65.100 quintali), una quantità sproporzionata alle necessità di integrare la produzione laziale. Col consenso di sua Santità, fu deciso di evacuarne 10.500 rubbia, che per evitare il crollo del mercato furono esportate via mare: De Cupis non precisa quale perdita l’operazione dovette comportare per la Camera apostolica, che non possiamo ritenere riuscisse a rivendere il frumento dei magazzini allo stesso prezzo per cui l’aveva acquistato. Il timore della carestia avrebbe indotto, negli anni successivi, i responsabili dell’Annona ad accrescere di nuovo le scorte, che Benedetto XIII doveva ordinare, con il chirografo del 15 ottobre 1725, di ridurre a 30.000 rubbia per soddisfare le istanze dei coltivatori dell’Agro, che lamentavano, di nuovo, che l’entità delle scorte dell’Annona impediva loro di vendere il frumento ai fornai 12.

Si deve rilevare, a sottolineare la macchinosità del sistema annonario, che seppure il frumento fosse fornito ai fornai a prezzo di calmiere, perché potessero vendere il pane alla plebe romana al prezzo prefissato dall’Annona, per la macinazione i medesimi fornai pagavano una tassa, che le loro lagnanze indussero qualche pontefice ad alleviare. De Cupis ricorda, ad esempio, il chirografo di Benedetto XIV che dispose, il 30 marzo 1747, l’attribuzione di un credito di 7.000 scudi ai fornari, vermicellari e ciambellari a sgravio della tassa, una disposizione di cui gli interessati, entusiasti della munificenza di papa Lambertini, si premurarono di invocare, con una devota supplica, la reiterazione l’anno successivo 13.

Vergari e mastini, bifolchi e buoi

Ribadisce le ragioni della preferenza dei mercanti dell’Agro per l’allevamento e del loro rifiuto dell’agricoltura Simonde De Sismondi nello studio sull’economia della Campagna romana che costituisce uno dei frutti minori del fecondo soggiorno fiorentino dell’eclettico studioso elvetico 14. La lucida argomentazione che sviluppa nell’ampio saggio si fonda su due computi analitici, eseguiti l’anno 1790 e confermati dalla verifica nel 1800, il primo sui risultati dell’investimento di 8.000 scudi nella coltura del grano, il secondo dell’investimento della medesima cifra nell’allevamento ovino. Con la cifra fissata è possibile, nell’Agro, sottoporre a coltura 100 rubbi di terra (1 rubbio romano = mq 18.484,38), oppure gestire un gregge di 2.500 pecore, cui si aggiungono solitamente 26 giumente.

Seppure controvoglia, gli affittuari dei latifondi dell’agro sono costretti dai contratti di affitto a sottoporre ogni anno una certa superficie all’aratro per la coltura del frumento, la condizione necessaria per fare rifiorire un pascolo ubertoso dove lunghi anni di sfruttamento abbiano peggiorato la composizione fioristica del prato, invaso, insieme, da rovi e ginestre. Per procedere alla coltivazione lo spopolamento dell’Agro li costringe ad ingaggiare squadre di operai che giungono da lontano, dall’Abruzzo, dalle Marche, dalla Sabina, dal Regno di Napoli. Gli operai di ciascuna provenienza sono addetti, secondo una divisione del lavoro rigorosa, ad un compito specifico: le squadre di aratori, di sarchiatori, di mietitori, di legatori di covoni sono formate da uomini della stessa origine, che operano secondo una tradizione consolidata nei decenni.

Nonostante la funzionalità della divisione del lavoro il prezzo della loro opera è sproporzionato al valore del raccolto: vengono da lontano, quelli impiegati nell’autunno e nell’inverno debbono affrontare freddo e pioggia senza alcun riparo, salvo il casale semidiroccato dove riparano di notte, quelli impiegati nella mietitura rischiano la malaria, tutti accettano il lavoro solo perché quel lavoro è relativamente ben pagato, e consente a ciascuno di riportare a casa, se potrà fare ritorno, qualche scudo d’oro. I mietitori riportano a casa, mediamente, cinque scudi sonanti: per il vitto, assicurato dal padrone, non hanno speso un solo baiocco 15. Cento rubbia di frumento richiedono l’impiego di centinaia di operai, De Simondi non precisa quanti, ma parla di “mille mietitori”: i loro salari erodono ogni margine della coltura, che gli affittuari effettuano soltanto per l’obbligo contrattuale, imposto dal proprietario in ossequio alle disposizioni pontificie.

La mandria di ovini che può essere gestita con l’investimento del medesimo capitale, 2.500 capi più le giumente, non richiede, invece, che l’opera di ventinove persone, il vergaro, i pastori e i garzoni, e di venti mastini, nelle trenta settimane in cui è mantenuta nell’Agro, quella di diciotto persone nelle ventidue settimane della monticazione sui monti della Sabina o dell’Umbria. Il salario dei pastori è relativamente modesto, dieci scudi, oltre al vitto, per la stagione invernale, dieci per quella estiva, seppure più breve, il totale delle spese per personale e attrezzi non supera, così, i 1.308 scudi, cui fanno riscontro entrate, per cacio, ricotta, agnelli e puledri, per 7.122 scudi, che, detratte le spese di affitto lasciano un margine di 1.972 scudi: un lucro ingente 16

Con grande lucidità, De Sismondi rileva la differenza delle due attività economiche in termini di economia generale: mentre nella coltivazione del grano l’investimento di 8.000 scudi si realizza su 100 rubbia di terra, circa 185 ettari, lo stesso investimento nella pastorizia richiede 700 rubbia di pascolo per l’inverno, 500 per l’estate, complessivamente 1.200 rubbia, dodici volte, quindi la superficie coltivata a grano 17 17). Se pure i mercanti di campagna sono imprenditori dalle ingenti capacità finanziarie, l’impiego dei loro capitali nello spazio si realizza con la più radicale diluizione: condannato alla più primitiva delle utilizzazioni, il territorio su cui quei capitali sono impiegati resta territorio selvaggio. Sorprende, perciò, l’enfatica ammirazione espressa da Braudel, sempre pronto a esprimere la propria venerazione per ogni segno precoce di capitalismo, per la divisione del lavoro tra i salariati dei mercanti romani, per lo storico francese espressione precorritrice del futuro 18

Assai più penetrante appare il giudizio di Giuseppe Medici, il grande economista che, presidente dell’Ente Maremma, procedette alla frantumazione del latifondo toscano e laziale, il quale vantava di avere infranto l’economia del latifondo dell’età di Virgilio, nel 1950, a dieci chilometri dal Campidoglio 19

A convegni e conferenze sul destino della montagna italiana, l’insigne economista amava ripetere che il ritorno della pecora sulle terre che avevano conosciuto l’aratro corrispondeva ad un’involuzione economica e sociale che doveva essere contrastata con energiche misure politiche.

Libellistica economica e costrizioni politiche

A metà del Settecento il tema del commercio dei cereali assurge a oggetto del primo dibattito tra i cultori di una scienza che in quel dibattito conosce la prima manifestazione collettiva, l’economia politica. Dopo il saggio precorritore dell’abate senese Sallustio Bandini, che verga nel 1737 il Discorso economico sulla Maremma di Siena, nel 1749 scrive sull’argomento pagine di singolare perspicacia, nel proprio trattato di filosofia politica, Della Pubblica Felicità oggetto dei buoni principi, il fondatore della storiografia italiana, l’abate Ludovico Antonio Muratori. Presta un contributo determinante a fare del tema il terreno del più appassionato confronto storico, economico, politico la più famosa delle voci dell’Encyclopédie di Diderot, il saggio in tema di Grains che il coordinatore del monumento del sapere settecentesco ha affidato al medico di corte di sua maestà Louis XV, François Quesnay, il quale si avvale dell’occasione per la prima enunciazione della propria dottrina economica, quella dottrina che additando nell’agricoltura, insieme alle miniere, l’unica fonte della ricchezza di una nazione, sarà definita, ricalcando la denominazione dell’accademia senese di cui è stato principe Bandini, Fisiocrazia.

Interviene nel confronto, successivamente, un altro collaboratore prestigioso dell’Encyclopédie, Henri Louis Duhamel du Monceau, che pubblicando, nel 1765, il Supplément au Traité sur la conservation des grains, propone, nell’Avant propos , un lucido saggio sull’economia della produzione cerealicola. Registriamo, quindi, la pubblicazione dei Dialogues di Galiani, che tenta di contendere a Duhamel il prestigio di primo scrittore francese di agricoltura, le lezioni di Agricoltura politica che Cesare Beccaria pronuncia dalla cattedra della Scuola Palatina di Milano e pubblica l’anno medesimo del saggio di Galiani. Due anni più tardi, nel 1771, enuncia una serie di brillanti idee sull’argomento Pietro Verri nella lettera con la quale accompagna il saggio di Galiani e l’opuscolo che uno scrittore anonimo ha vergato per demolirne le tesi, la Refutation de l’ouvrage qui a pour titre, Dialogues sur le commerce des bleds, inviandoli all’amico Pompeo Neri, l’eminente economista che trent’anni prima ha suggerito al plenipotenziario del governo austriaco a Firenze il primo provvedimento annonario ispirato alla dottrina di Bandini.

Contribuisce a ravvivare il contrappunto di tesi e ipotesi opposte, l’anno medesimo della lettera di Verri, una voce inglese, quella di Arthur Young, il futuro nume dell’agronomia europea, che, giovane libellista impegnato nella ricerca di fama e di proventi editoriali verga, tra le Lettere di un agricoltore al popolo inglese, la più appassionata apologia dei sussidi varati, nel 1689, dal Governo di sua Maestà, i sussidi di cui voci parlamentari chiedono l’abolizione non vedendovi che un grazioso regalo delle finanze pubbliche ai landlords, ai quali i sussidi all’esportazione permettono di rincarare gli affitti delle proprie tenute. Negli stessi landlords chi conosca le vicissitudini economiche di Young è indotto a intravvedere i munifici ispiratori del libello, che vanta, quindi, il titolo di espressione precoce di quelle lobbies che costituiscono la controparte costante dei poteri parlamentari nel mondo anglosassone.

Escludendo, come espressione di precipui interessi di parte, la posizione di Young, le tesi che si confrontano nel grande dibattito possono disporsi, in un’ideale catalogazione, tra gli assunti di incondizionato liberalismo di Beccaria, paladino tanto appassionato dell’assoluta libertà mercantile da cadere in palesi ingenuità, all’atteggiamento più circostanziato di Muratori, che considerando, sul fondamento di ineguagliate conoscenze storiche, le circostanze in cui ebbero a operare i governi dei comuni medievali e dei principati cinquecenteschi e seicenteschi, riconosce la funzionalità degli antichi ordinamenti annonari, e la razionalità dei vincoli che essi imponevano al commercio, ove fossero amministrati da responsabili dotati delle necessarie conoscenze del mercato, di autorevolezza adeguata al compito, dell’onestà senza la quale l’Annona si è sempre trasformata nella più ghiotta opportunità di arricchimento privato.

Una nota specifica richiedono i rilievi che al grande confronto apporta Verri, che irridendo il semplicismo di chi, sulle orme di Quesnay, ha additato nell’agricoltura la sola fonte di ricchezza pubblica, e nelle esportazioni di frumento la più luminosa delle sue manifestazioni, suggerisce all’amico Neri l’elenco dei paesi nei cui porti vengono caricati i vascelli che trasportano frumento ai grandi empori europei. Quei paesi, la Polonia, la Russia, la Sicilia e la Barberia, compongono un novero che impone di riconoscere nelle nazioni in cui gli entusiasmi fisiocratici additano paradisi di felicità collettiva le terre sulle quali un’avida, incolta nobiltà feudale fonda la propria ricchezza sulla produzione granaria ottenuta, con metodi primitivi, dalla più miserabile plebe rurale, costretta al lavoro dalle regole primordiali della servitù della gleba 20

Il dibattito tra i saggisti economici e politici orienta, lentamente, le scelte dei governanti. Se la prima misura assunta da un principe illuminato a rescindere i rigidi vincoli al commercio imposti dagli antichi ordinamenti annonari si registra, nel 1738, in Toscana, frutto dell’incontro personale che Pompeo Neri, allora giovanissimo funzionario, procura all’abate Bandini con i ministri del principe di Lorena 21, il governo pontificio non è più tardo degli altri governi europei ad affrontare la riforma degli antichi statuti: è il 29 giugno 1748 quando Benedetto XIV appone la propria firma, nel palazzo apostolico di Monte Cavallo, alla costituzione che sancisce la libertà di scambio dei cereali, dal 1° settembre al 31 maggio, tra tutte le province dello Stato della Chiesa, il primo passo verso la libertà di commercio, un provvedimento che assicura a papa Lambertini un posto tra i sovrani illuminati della metà del Settecento 22.

Seppure siano mezzo efficace per contendere a Voltaire il primato dell’anticlericalismo nei salotti di Parigi, gli aforismi dell’abate Galiani sull’arretratezza della legislazione ecclesiastica tradiscono l’alterazione della verità storica, un’alterazione tanto più grave siccome Galiani ha soggiornato lungamente nella Roma di Benedetto XIV, di cui ha conosciuto personalmente alcuni dei collaboratori più stretti, e non può ignorare l’importante misura liberalizzatrice.


Cronaca e storia di una carestia famosa

La carestia che suggerisce a Galiani i rilievi sarcastici sull’Annona pontificia, che colpisce l’Urbe durante il regno di Clemente XIII, è tra quelle di cui è più facile allo storico dell’agricoltura ricostruire la dinamica. La sciagura fu l’occasione, infatti, che indusse due dei maggiori naturalisti dell’epoca, Giovanni Targioni Tozzetti, toscano, direttore dell’Orto botanico fiorentino, e Felice Fontana, trentino, professore di storia naturale all’Ateneo di Pisa, a ricercare l’origine della malattia del frumento che ne aggravò disastrosamente le conseguenze, la ruggine del grano, che entrambi avrebbero individuato in un organismo microscopico fino ad allora ignoto, il micromicete che sarebbe stato chiamato Puccinia graminis.

Analizzando con precisione le condizioni agronomiche e climatiche nelle quali sarebbe insorta la fitopatia, i due scienziati ci offrono la testimonianza più penetrante della successione degli eventi che determinò la carestia. Il 1766 era il terzo anno in cui la cultura veniva contrastata dalle avversità più gravi: nell’autunno del 1763 il maltempo aveva ostacolato gravemente le semine, la primavera successiva non aveva favorito il recupero del vigore dei seminati, il raccolto era stato deficiente, gli agricoltori avevano risparmiato sulla quantità di semente affidata ai campi, ma l’inverno era stato di nuovo inclemente, la primavera avversa, anche il raccolto del 1765 fu negativo.

Le semine furono, di nuovo, scarse, e a ragione delle piogge autunnali furono eseguite in forma rudimentale, l’inverno freddo ostacolò la geminazione, i seminati parvero riprendersi nella primavera, che ebbe dapprima un andamento favorevole, ma il 25 maggio ebbe inizio la successione più crudele di giornate fredde ed umide e di giornate calde e luminose. Il 25 giugno all’alba la nebbia più densa ricopriva tutti i piani toscani, si levò, poi, improvviso, il sole, che diresse i raggi più vigorosi ai frumenti madidi di umidità: le condizioni ideali per lo sviluppo del patogeno, minaccia millenaria della coltura, cui le condizioni climatiche peculiari consentirono di esprimere tutta la propria virulenza su razze di grano selezionate, nei secoli, con una certa resistenza. Dai seminati male preparati e male sviluppatisi gli agricoltori non potevano attendere raccolti abbondanti, l’erompere della fitopatia trasformò la certezza della penuria nell’evidenza della catastrofe 23.

De Cupis ci fornisce il quadro della produzione granaria, nel 1764, dell’Agro romano, dove nell’autunno precedente non erano state seminate, secondo le denunce all’Annona, che 5.465 rubbia di terra, da cui non si ottennero che 63.600 rubbia di grano, che dedotte 15.816 rubbia destinate alla semina non lasciarono per il consumo di Roma che 47.784 rubbia, contro la necessità di 146.825, cioè 318.610 quintali, l’entità effettivamente consumata tra il raccolto del 1764 e quello dell’anno successivo. L’intera differenza dovette essere acquistata all’estero, l’esborso cui fu costretta la Camera pontificia fu di 900.000 scudi, 500.000 prelevati dal Tesoro, 400.000 dal Monte annonario 24

Lo studioso romano non ci informa del bilancio dell’approvvigionamento annonario nei due anni successivi: se anche in Lazio le due annate successive fossero state peggiori della prima annata di carestia, come Targioni Tozzetti e Fontana ci informano essere avvenuto in Toscana, è difficile immaginare come l’erario pontificio potesse acquistare il grano, palesemente rincarato anche sul mercato internazionale, necessario a sfamare la città e i contadini fuggiti, per la fame, dai borghi laziali per mendicare a Roma, una folla che secondo i cronisti citati da De Cupis avrebbe sommato 25.000 persone 25

Il coraggioso provvedimento con cui Benedetto XIV aveva sancito la libertà di commercio tra province e legazioni vaticane era palesemente incapace di contenere le conseguenze di eventi climatici, e della conseguente esplosione dell’infezione, che avevano colpito tutta l’Italia centrale. I pontefici si erano rivelati impotenti di fronte all’arbitrio baronale nell’Agro romano, incapaci di una politica che ripristinasse popolamento e agricoltura dove si era radicata la più primitiva economia pastorale, ma l’obiettivo di ottenere dall’Agro il frumento necessario al consumo dell’Urbe non era obiettivo remoto: i papi che, con maggiore energia, avevano favorito la dilatazione degli arativi, erano stati costretti a consentire l’esportazione del frumento, prodotto in esubero, oltre mare. Una politica determinata era sufficiente, quindi, a riportare l’equilibrio tra produzione e consumo.

Al di là delle amenità profferite da Galiani, Roma papale non era assimilabile alla Roma dei Cesari, il cui canone frumentario è stato stimato in 60 milioni di modii, 3,9 milioni di quintali 26.

Dai dati che ci fornisce De Cupis per il 1764 non è difficile desumere che se da 5.465 rubbia di terra si ottennero, in un’annata catastrofica, quanto poteva soddisfare un terzo del consumo, una superficie doppia sarebbe stata sufficiente, in un’annata normale, a sovvenire all’intero fabbisogno dell’Urbe. E 11.000 rubbia, poco più di 20.000 ettari, seminate a grano nell’immensità dell’Agro, che secondo le antiche misurazioni si estendeva per 211.000 ettari27, non costituivano superficie che un pontefice energico non potesse imporre, anche usando il macchinoso sistema dell’Annona, ai mercanti di campagna quantunque riottosi.


Sua Santità si converte al liberismo

“Le note sciagure, alle quali è stata sottoposta questa nostra Capitale, se sono state fatali a tutti i Rami della pubblica Amministrazione, hanno avuto in particolare la più funesta influenza sul primario, ed importantissimo oggetto della pubblica sussistenza, poiché cessato il concorso degli Uomini soliti ad accudire alla Coltivazione, diminuiti nel modo più sensibile per le straordinarie consumazioni, e per li trasporti di guerra gli animali in addietro impiegati al lavoro, e infine scoragiti gli Agricoltori dalla perdita delle proprie sostanze, e per conseguenza de’ mezzi, onde continuare nell’esercizio della loro utile industria, si è notabilmente diminuita la Coltura delle circonvicine Campagne, le quali pel loro stato particolare di spopolazione, hanno sempre richiesto sforzi, e spese non ordinarie per lavorarsi, e che pur troppo sono state sempre assai poco coltivate. (…) E Noi appena restituiti a questa Nostra Sede, Ci siamo avanti ogni altro oggetto occupati di recare agli Abitanti di questa nostra Capitale, e soprattutto alla Classe la più indigente il maggiore possibile sollievo in ordine al riferito interessantissimo oggetto della pubblica sussistenza. (…) In una così infelice situazione Noi vedemmo, che due soli mezzi potevano esservi per assicurare lo sfamo di questa nostra Capitale per il lungo spazio delli dieci mesi, che ancora rimangono alla futura raccolta, cioè di continuare come in passato a fare le occorrenti provviste per conto dell’Annona, ovvero di lasciare, che il Grano venga trasportato alla Capitale medesima per Commercio, come accade di tutti gli altri generi, che vi si recano in copia (…) E siccome il vuoto grande, in cui attese le passate infelicissime circostanze si ritrovano tutte le pubbliche Casse non ci poteva in alcun modo permettere di abbracciare il primo degl’indicati due espedienti, trovammo essere assolutamente indispensabile di ricorrere all’altro. Nel medesimo tempo però non potemmo non considerare, che questo stesso provvedimento, sebbene di sua natura efficacissimo, sarebbe riuscito del tutto infruttuoso se abolendo li vincolanti regolamenti della tuttora vigente Legislazione Annonaria non s’introducesse quella libertà nella Contrattazione, e nel prezzo dei Grani, che sola può animare li Possessori di tal genere, e soprattutto gli esteri Commercianti a recarne copia , e nella quantità, che si richiede al bisogno, con prescrivere contemporaneamente, che il saggio, o peso del Pane dovesse regolarsi, e variare a seconda, ed in proporzione delle variazioni del costo dei Grani (…)”

È con questa prosa accorata che il 3 settembre 1800, quattro mesi dopo il ritorno dall’esilio, all’alba del breve regno che interromperanno l’arresto e la prigionia, Pio VII motiva il moto proprio con cui dissolve l’apparato che ha retto per lunghi secoli l’approvvigionamento frumentario dell’Urbe 28

Le “note sciagure” sono, palesemente, l’imposizione, da parte francese, della Repubblica romana, l’espulsione, la guerra, le requisizioni che l’hanno accompagnata. La preoccupazione di spiegare la propria decisione induce il futuro prigioniero di Napoleone a riconoscere che la libertà del prezzo del pane è già stata sancita da tutti i governi della Penisola 29, ad ammettere, quindi, con candore, il ritardo della legislazione pontificia, che pure abbiamo veduto innovata precocemente da papa Lambertini. Il felice funzionamento dei meccanismi del mercato negli altri principati italiani induce papa Chiaramonti a formulare la speranza che essi possano consentire anche il regolare approvvigionamento di Roma, che pure sorge in quel deserto pascolativo di cui il pontefice riconosce la resistenza ai provvedimento con cui i predecessori hanno tentato di sospingere il progresso dell’agricoltura.

L’ampiezza del testo, venti pagine in folio di minuziose prescrizioni, mostra la preoccupazione dell’autore delle nuove norme per le reazioni che esse potranno indurre nella schiera degli agricoltori, dei grandi affittuari, dei mercanti di granaglie, dei panificatori, adusi, per consuetudine secolare, ai meccanismi dell’Annona, seppure tutti abbiano già sperimentato la libertà mercantile nel breve periodo della Repubblica. Preoccupato che gli operatori commerciali possano coalizzarsi per sfruttare a proprio arbitrio la nuova libertà, sua Santità dispone una serie di norme minuziose, innanzitutto, perché gli organi pubblici abbiano la costante percezione del prezzo del frumento. Siccome percepisce, peraltro, che i mercanti condurranno frumento a Roma solo attratti dai prezzi elevati, prevede, quindi, che il prezzo medio sarà elevato, stabilisce che il prezzo del pane resti sottoposto al controllo di una speciale Deputazione, che presiederà all’erogazione di una sovvenzione ai fornai che producano i tipi di pane destinati al consumo popolare. Per assicurare agli organismi amministrativi la conoscenza dei prezzi stabilisce l’obbligo di tutti i venditori di comunicare agli uffici sussistenti nei due mercati cerealicoli dell’Urbe, Campo dei fiori e Ripagrande, la quantità ed il prezzo di ogni transazione: la denuncia non sarà gravata da alcuna tassa, ma la sua omissione comporterà pene severe. Sulla base delle denunce ricevute durante la settimana, ogni lunedì la Deputazione delegata all’applicazione della legge pubblicherà il prezzo medio corrente del frumento, in proporzione al quale stabilirà, secondo i parametri tradizionali di conversione, il peso e il prezzo del pane 30.

Per favorire il consumo dei ceti meno abbienti la disposizione pontificia assicura ai fornai, qualora il prezzo settimanale del frumento abbia superato i 14 scudi per rubbio, una gratificazione di 3,5 scudi per ogni 730 libbre di pane di mistura, impastato di farine di frumento e di mais, di 2,5 scudi per il pane da peso, il pane nero che rappresenta la qualità migliore consumata dal popolo. Le gratificazioni dovranno essere ridotte, in misura proporzionale, al diminuire del prezzo, cessandone l’erogazione qualora il prezzo del frumento scenda al di sotto di 10,5 scudi. La misura della sovvenzione sarà fissata, settimana per settimana, sulla base dei prezzi rilevati ufficialmente 31

Le erogazioni effettuate dall’Erario in forma di sussidi dovranno essere compensate, prevede il testo, dalla gabella dovuta dai fornai alla macinazione, che, colpendo tutti i cereali, quindi anche quelli destinati al pane di lusso, il pane bianco che consumano patrizi e borghesi, potrà recuperare su una base imponibile più ampia quanto la Camera apostolica elargirà alla produzione dei pani di qualità inferiori.

Tra le misure complementari assunte dal pontefice, un significato storico particolare riveste la disposizione che sopprime l’antica confraternita dei panettieri, ai quali, per il timore che l’intesa conduca alla formazione di un indebito monopolio, viene severamente proibito di riunirsi, salvo che per le funzioni religiose nell’antica chiesa del sodalizio, e cui viene proibito di raccogliere qualsiasi contributo sociale: le elargizioni all’ospedale annesso alla chiesa dei panettieri dovranno essere, in futuro, assolutamente spontanee, non volendo il pontefice che la raccolta di fondi costituisca il pretesto di un accordo per rivalersi sugli acquirenti mediante un’autentica tassa corporativa 32.

Un documento di cospicuo interesse storico, il moto proprio di Pio VII, l’atto di morte della legislazione che ha disciplinato il soddisfacimento della prima delle esigenze umane, nelle società europee, lungo un arco di oltre cinque secoli, che non è privo di significato sia lo Stato della Chiesa, il baluardo che si oppone all’avanzata delle istanze liberali, ad abbandonare per ultimo, costretto dalle conseguenze della prevaricazione del paese che di quelle istanze si è fatto, invece, l’alfiere, la Francia rivoluzionaria. Un documento in cui può additare il trionfo dei lumi sull’oscurantismo chi si compiaccia di leggere la storia, come l’abate Galiani, come lo scontro della propria ragione contro l’altrui barbarie, che deve inserire in un quadro più complesso e poliedrico chi abbia compreso la lezione che Ludovico Antonio Muratori ripete, sul tema dell’Annona, con lucidità inimitabile, sottolineando i legami profondi tra le istituzioni e le condizioni economiche, sociali, politiche, quei legami ignorando i quali è vano esaltare o demolire leggi, istituti, regolamenti.


Note

  1. F. Galiani, Dialogues sur le commerce del bleds, in F. Diaz, L. Guerci, Opere di F. G., in La letteratura italiana. Storia e Testi, vol. 46, t. VI. R. Ricciardi, Napoli 1975, pp. 363-4
  2. C. de Cupis, Le vicende dell’agricoltura e delle pastorizia nell’Agro Romano. L’Annona di Roma giusta memorie, consuetudini e leggi, Tipografia nazionale G. Bertero, Roma 1911, p. 226. Per la fonte che fornisce un rapporto di panificazione diverso cfr. ultra, n.31
  3. L. Franchetti, S. Sonnino, La Sicilia nel 1876, t. l. I, Condizioni politiche e amministrative, t. II, I contadini in Sicilia, G. Barbera, Firenze 1877
  4. 4) C. de Cupis, Le vicende cit., p. 103 e p. 257
  5. 5) C. de Cupis, ivi, p. 142
  6. C. de Cupis, ivi, p. 212
  7. C. de Cupis, ivi., p. 206, p. 230 e pp. 301-3
  8. C. de Cupis, ivi, pp. 117-18
  9. C. de Cupis, ivi, pp. 152
  10. C. de Cupis, ivi, p. 297
  11. C. de Cupis, ivi, p. 188 e p. 230
  12. C. de Cupis, ivi, p. 289 e p. 300
  13. 13) C. de Cupis, ivi, p. 310-11
  14. J. C. L. Simonde de Sismondi, Condizioni degli agricoltori nell’Agro romano, in Biblioteca dell’economista. Seconda serie. Trattati speciali, t. II, Società L’Unione tipografico-editrice, Torino 1861, pp.703-736
  15. J. C. L. Simonde de Sismondi, ivi, p. 725
  16. J. C. L. Simonde de Sismondi, ivi, pp. 722-25
  17. 17) J. C. L. Simonde de Sismondi, ivi, pp. 722-723
  18. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo (sec. XV-XVIII), Einaudi, Torino, 1982, t. II, p 282
  19. A. Saltini, Vecchia e nuova Maremma. Dall’anofele ai campi di girasole, “Airone”, n° 126, ott. 1991, p. 152
  20. Per l’analisi dei testi in cui i protagonisti del confronto enucleano le proprie posizioni cfr. A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, t. II, I secoli della rivoluzione agraria, Edagricole, Bologna 1984, pp. 459-83, e A. Saltini, La “Pubblica Felicità“ manifesto degli studi di politica agraria, in Corte, buon governo e pubblica felicità. Politica e coscienza civile nel Muratori. Atti della III giornata di studi muratoriani, Olschki, Firenze 1996, pp. 171-174
  21. Neri Pompeo, in Enciclopedia Italiana, t. XXIV, Istituto Enciclopedia Italiana, Roma 1951, p.596
  22. C. de Cupis, Le vicende cit., p. 311
  23. Per la storia della carestia e della scoperta che essa determinò cfr. A. Saltini, I semi della civiltà. Frumento, riso e mais nella storia delle società umane, Avenue Media, Bologna 1996, pp. 106-111
  24. C. de Cupis, Le vicende cit., p. 320
  25. C. de Cupis, ivi, p. 319
  26. A. Oliva, La politica granaria di Roma antica dal 265 a C. al 410 d. C., Fed. It. Consorzi Agrari, Roma, 1930, p.148 e p. 231
  27. C. de Cupis, Le vicende dit., p. 160
  28. Moto proprio della Santità di Nostro Signore Papa Pio VII. In cui si prescrive un nuovo Sistema Annonario e di libero Commercio in materia di Grani, Stamperia Camera Apostolica, Roma 3 settembre 1800
  29. Moto proprio cit., p. 4
  30. 30) Moto proprio cit., pp.7-9
  31. Moto proprio cit., pp. 10-11
  32. Moto proprio cit., pp. 14-15