La Regaldina/VI

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V VII

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VI.

Tutte queste esistenze così modeste ed oscure, il cui rumore pareva non dovesse oltrepassare le due sponde della roggia sulla quale si svolgevano, avevano invece un’eco nel borgo. Gli atti, i gesti, le parole tutto era osservato e commentato da una schiera di oziosi maldicenti che passavano metà della loro giornata a occuparsi del prossimo.

Centro e focolare di tali combriccole era l’osteria dei Tre Mori, dove troneggiava la signora Ernesta fiancheggiata dal signor Giacomo Rossetti e da Don Pietro Pacchia.

C’era stato un ballonzolo la sera prima in casa Regaldi; Rodolfo aveva fatto venire un organetto; due o tre de’ suoi amici vennero insieme, col [p. 66 modifica]sigaro in bocca, palpando il cappello che non sapevano bene se tenere in testa o dove, vergognosi di doversi presentare a due signorine — essi abituati colle serve e colle donne del contado a una famigliarità triviale.

Quei giovani poi sudati ed ansanti, s’erano riversati nell’osteria portando alimento alla insaziabile curiosità della signora Ernesta che, adagiata nella sua grascia quarantenne, gongolava e tripudiava a qualsiasi cosa le stuzzicasse, attraverso la densità dell’epidermide, il senso grossolano di materia viva che teneva in lei il posto di pensiero.

La sua faccia dalla fronte depressa, sviluppata enormemente nelle mascelle come è proprio delle razze inferiori, si sporgeva in avanti, ridendo di un riso denso e sonoro che si comunicava alla pingue persona discendendo, agitandole i fianchi, per morire in uno spasimo voluttuoso di carne soddisfatta.

— E lei? E lui? La teneva stretta eh? la conduceva negli angoli bui? Chi sa cosa avranno fatto! Ditemi tutto, ditemi tutto. Si sono baciati?

Queste interrogazioni incalzanti la signora Ernesta le frammezzava con queste altre, pronunciate in tono diverso, con un sentimento d’orrore [p. 67 modifica]sovrapposto a una intima compiacenza del frutto proibito.

— Davvero? e sono ragazze! Ma che vergogna! Dove hanno il pudore?

— Eh! andate là signora Ernesta — saltò su il prete Pacchia, che, tolto il mangiare, non si occupava d’altro al mondo e a cui questi discorsi seccavano — anche voi i vostri undici figliuoli li avete ben fatti in onta al pudore.

— So bene che mi canzona, io sono maritata! E’ un altro paio di maniche; c’è il sacramento di mezzo.

— E a quelli là ce lo metteremo il sacramento, ecco tutto.

Il signor Giacomo Rossetti si chinò all’orecchio dell’ostessa e disse qualche cosa; qualche cosa di piccante che solleticando lo strano pudore della signora Ernesta le produsse la sensazione beata di chi sente a parlare di freddo stando avvolto in una tiepida pelliccia.

— Oh! via, via, la finisca — esclamò premendosi sul petto le mani grassoccio, lanciandogli una occhiata cupida, lucente d’una leggera lagrima di piacere, e scuotendo la grossa testa d’animale domestico — Che cosa! che cose! che cose!

Il signor Giacomo Rossetti era un beatone molto timorato e timoroso, che guai a mangiar di gras[p. 68 modifica]so in venerdì o a perdere messa in domenica; fabbriciere, amico di tutti i preti, provveditore d’ogni lampadino che valesse a togliergli qualche anno di purgatorio; amico della sua pelle anzitutto e poi dell’anima — poichè questa faccenda dell’anima eterna lo infastidiva molto e se fosse stato incaricato lui di regolare il mordo ma basta; questo chiodo dell’anima da salvare essendoci ad ogni modo egli si teneva lontano dai peccati; ma dai peccati veri, completi, da quelli per cui c’è l’eterna dannazione; agli altri si trova sempre il modo di rimediare. Egli si affrettava a far dire una messa, quando alla sera aveva bevuto troppo, indugiandosi accanto alla sottane della signora Ernesta.

Non avrebbe per tutto l’oro del mondo attentato al nono comandamento, ma gli girava intorno, annusando, accontentandosi delle briciole che cadevano, facendo il sornione per prenderne di più.

E là, nell’ampia cucina dell’osteria, nell’atmosfera chiusa, rotta a ondate dagli odori delle casseruole, davanti ai tavoli imbevuti delle emanazioni grasse di tanti desinari, davanti ai piatti ed ai bicchieri schierati come un richiamo perpetuo alle gioie del ventre, sotto i lumi fumosi del petrolio, nell’eco rinnovata di tutti gli scandali del [p. 69 modifica]paese, nei bisbigli sommessi delle alcove spiate, nei misteri violati dei giovani amori; in quell’ambiente caldo, lascivo, tentante, bestiale, quell’uomo e quella donna si intendevano perfettamente, tuffandosi nell’orgia dei peccati altrui per impinguare il desiderio di un peccato che non osavano commettere.

— E quella santocchia, quella Daria, che pare fatta di nuvole — continuò la signora Ernesta — ballava col rosso?

— Poco — rispose uno dei giovinetti. — Il rosso è un cattivo ballerino; essi se ne stavano più volentieri in un cantuccio della corte... non so poi cosa facessero.

— Lo si può immaginare! — esclamò l’ostessa, che in simili argomenti aveva l’immaginazione molto viva.

— E cosa volete mai che facessero — bisbigliò rôcamente il signor Giacomo Rossetti — un merluzzo e una sardella!

L’ostessa questa volta si teneva i fianchi; per verità il paragone era buffo, ma oltre ogni dire rassomigliante. Non poteva frenare il riso pensando a quel duetto e il riso le si arricchiva di una dose strabocchevole di felicità contemplando le proprie forme esuberanti, tese sotto il casacchino lucente d’Orleans nero. [p. 70 modifica]

— E noi che non ci troviamo mai al buio! — riprese il signor Giacomo dandole di sotto al banco una forte ginocchiata.

Ma subito fu preso dagli scrupoli vedendosi davanti la faccia rasa e lucente del prete Pacchia e per amicarselo si rivolse a lui:

— Sa, don Pietro, che io conosco una maniera stupenda di fare l’arrosto?

— Sì? — fece il Pacchia che, ingenuo e senza malizia, credeva subito tutto ciò che gli si diceva, e lo credeva tanto più facilmente se la cosa detta tornava a beneficio del suo ventre.

— Arrosto di vitello?

— No; arrosto di un granello di pepe.

— Oh! non scherzate; sapete che io non sono uomo di scherzi.

— Ma non ischerzo affatto. Mi dia ascolto. Si prende un granello di pepe, lo si introduce in una bacca di ginepro e questa in una bella oliva matura; poi si introduce l’oliva in un beccafico e il beccafico in un tordo, e il tordo in una pernice, e la pernice in una pollanca grassa, e la pollanca grassa ih un porchetto di latte; il quale ravvolto in una leggiera reticella di maiale con erbe odorose e sale a dovizia si infilza sullo spiedo. E’ semplicissimo e squisito.

Al prete parve troppo complicato. Aveva ascol[p. 71 modifica]tato attentamente, cogli occhi luccicanti, colle labbra semiaperte, concentrando le deboli forze del suo cervello nel seguire la ridda fantastica di tutti quegli animali, passando dal sapore della pernice al sapore del porchette, confondendosi col tordo e colla pollanca, inquietate un poco dall’oliva, che à lui non piaceva affatto. Il signor Giacomo e la signora Ernesta lo guardavano, godendosi la sua sorpresa, finche egli punte nell’amor proprio di gastronomo volle pigliare una rivincita.

— Ecco — disse — sentite un po’ queste e andatevi a nascondere con tutte le vostre diavolerie. Si prende una quaglia, la si fa cuocere, le si levano le ossa, si pesta nel mortaio; poi si prende un tartufo bianco, lo si scava col coltello, lo si riempie colla quaglia, si tura il buco e lo si mette al forno. Leccatevi i guanti se ne avete!

— Bravo! Bene! Viva don Pacchia!

— Già — disse il signor Giacomo rivolto all’ostessa — i preti in tutto e per tutto ne sanno sempre più di noi.

— Causa il latino — saltò su un giovinotto.

— E’ proprio una vecchia rimbambita quella Tatta — disse l’ostessa, seguendo il filo dei suoi pensieri — a lasciarsi venire per i piedi il rosso; un mobile! Già quando non si ha cuore nemmeno per sua madre.... lo sapete tutti come fu in[p. 72 modifica]sensibile alla morte della madre? E’ un egoista, che per non avere nemmeno il peso della sorella lo riversa sui vicini, salvo poi ad approfittare dell’occasione per accomodarsi anche lui le uova nel paniere.

— Là, là — interruppe don Pacchia infastidito che il discorso ricascasse nei soliti pettegolezzi — è proprio vero, che si tura la bocca ai sacchi, ma non alle male lingue.

— Però — di ripicco la signora Ernesta — quando c’è fumo, c’è fuoco, reverendo. E non per nulla si vedono delle ombre a mezzanotte nel giardino.

— In che giardino? — chiese il signor Giacomo, intanto che don Pietro, visto che la serata tendeva al noioso, brancicava dietro alle panche il suo tricorno.

— Nel giardino della casa bianca, in fondo, presso alla roggia che confina coi Regaldi.

— Eh! — borbottò don Pietro avviandosi fuori dell’uscio — c’è là un albero di pere burraie che sono le migliori del paese; ecco spiegate le ombre.

La signora Ernesta crollò le spalle facendo un attaccio di sprezzo per la dabbenaggine del prete e si rituffò nella maldicenza salace, che trovava un’eco simpatica in tutti gli uomini che le sta[p. 73 modifica]vano dattorno, che punzecchiava i loro istinti brutali colle voluttà dell’ignoto. Riparlò del rosso e di Daria, compiacendosi del profumo insolito che quelle due giovani figure portavano in mezzo alle interpretazioni oscene del loro affetto, come il somaro gode talvolta a ruzzolarsi nell’erba fresca e nei fiori del prato.

Il crocchio dei suoi avventori rozzi, ignoranti, maligni, oziosi, la stava ad ascoltare senza che uno solo provasse un movimento di sdegno e di rivolta.

Si divertivano. Comodamente sdraiati sulle panche o inquartati negli ampi seggioloni di cuoio unto, con un buon litro davanti, digerendo lo stufato del desinare, quelle ciarle leggiere, piccanti, tenevano le veci di spettacolo comico.

Odiavano tutti Ippolito per istinto, e si trovavano vigliaccamente soddisfatti nel sentirne dir male. Tratto tratto qualcuno buttava là un frizzo grossolano, audace, accolto sempre con uno scoppio di risa grasse fra cui dominava lo squillo convulso della signora Ernesta.

Il signor Giacomo Rossetti, col capo ciondoloni sul petto, e le gambe larghe, sonnecchiava, scuotendosi ad ogni mezz’ora per tirare un lungo respiro, beato in quel tepore di stalla umana misto di aliti e di odor di vino. [p. 74 modifica]

Ma già era prossima mezzanotte. La signora Ernesta si stirò un poco sbadigliando; sotto le sue palpebre dense che si abbassavano nel desiderio del riposo, la pupilla umettata di sensualità sembrava riflettere tutte le emozioni della serata trascorsa; le trasudava dalla obesa persona, come da spugna lungamente imbevuta, lo stimolo carnale solleticato in tutti i modi.

— Oh! buona notte, dunque — esclamò puntellandosi al tavolo per rizzarsi in piedi.

E accendendo un lume tornò a stirarsi, stanca, provando dei leggieri brividi nelle spalle.

— Dov’è mio marito? — chiese al ragazzo che lavava i bicchieri e li poneva a scolare sul vassoio di stagno.

— È già andato a letto.

— Bene.

E s’avviò anche lei, passando davanti ai lettucci dei suoi undici figliuoli, disposta ad accogliere il dodicesimo se mai venisse.