La Sovrana del Campo d'Oro/XIX

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XIX - La prateria in fiamme

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CAPITOLO XIX


La prateria in fiamme


I cow-boys, aiutati dai soldati della scorta, prepararono l’accampamento, costruendo con rami di querce nere una specie di tettoia, per riparare i viaggiatori, non abituati a dormire all’aria libera, dall’umidità della notte. Vi collocarono intorno i bagagli e le selle dei cavalli, che dovevano servire da guanciali.

Stesero poi sull’erba le gualdrappe, che erano di grossa lana e assai larghe, allestirono le poche provviste, tolte dal cassetto della diligenza, prima che affondasse nel fango, e che erano assai scarse, anzi appena sufficienti a calmare la fame di quegli uomini robusti.

Avevano appena terminata la magra cena e disposte le sentinelle, specialmente verso il fiume, perchè solo da quella parte poteva giungere qualche sorpresa, quando il sole scomparve.

Quasi subito, verso oriente, gli accampati scorsero il cielo tingersi di riflessi rossastri, come se apparissero i primi bagliori di un’aurora boreale.

— L’incendio avanza rapido, — disse Buffalo Bill, che era uscito dalla tettoia insieme con Harris e Blunt. — Divorerà un bel tratto di prateria e probabilmente non risparmierà nemmeno le piante che coprono la riva opposta.

— Dove saranno gl’indiani? — chiese lo scrivano.

— Dietro l’incendio, e vi deve essere un’altra banda dinanzi, che ci muove incontro. Volevano prenderci fra il fuoco ed i tomahawks.

— Che si siano già accorti che noi siamo riusciti a fuggire al grave pericolo?

— Erano ancora troppo lontani per poterci scorgere. Essi ci credono indubbiamente ancora nella prateria.

— Avremo nulla da temere, noi? — chiese Harris.

— Un’invasione d’animali, — rispose Buffalo Bill. — Tutti quelli che si troveranno fra il fuoco e gl’indiani, si rovesceranno da [p. 138 modifica]questa parte. Guardate! Ecco i primi che giungono e si preparano ad attraversare il fiume.

Una famiglia d’orsi neri, con due orsacchiotti, era comparsa sulla riva opposta, arrestandosi presso i cespugli che bagnavano le loro radici nell’acqua.

Il maschio era un bell’animale, lungo quasi due metri, col muso più aguzzo degli orsi europei, di forme massicce e col pelame ispido d’un nero lucidissimo, leggermente fulvo solamente intorno alla bocca; la femmina era un po’ piccola ed i due orsacchiotti, alti già come cani di Terranova, avevano il pelame ancora giallognolo.

— Dei muskwa, — disse Buffalo Bill.

— Che vengano ad assalirci? — chiese Blunt, che si preparava ad armare la carabina.

— Non sono aggressivi quando li si lascia tranquilli, e poi pensano troppo a salvarsi per badare a noi.

Il maschio, vedendo passare rasente la riva il tronco d’un grosso albero, con un salto lo raggiunse, seguito subito dalla femmina e dai due piccini.

— Buon viaggio! — gridò loro Buffalo Bill. — Quelli almeno, non si arrostiranno.

Poco dopo giungeva sulla riva, a corsa sfrenata, una banda di coyote, seguite a breve distanza da un branco di daini e da sette od otto bisonti colossali, che avevano il muso coperto di schiuma per la lunga ed affannosa corsa.

Nessuno di quegli animali pensava ad assalire i viaggiatori: erano spaventati dall’incendio, che ormai illuminava tutto l’orizzonte di una luce intensa, e s’avanzava verso occidente, preceduto da turbini di scintille, che salivano altissime, portate dal vento.

— Peccato non poter far fuoco, — disse Blunt.

— Ve lo proibisco severamente, — disse Buffalo Bill. — Non dobbiamo far capire agl’indiani che siamo qui.

— E se ci assalissero?

— Passeranno senza inquietarci. Ripieghiamo verso l’accampamento, per proteggere miss Annie. I bisonti quando sono spaventati corrono all’impazzata e travolgono ogni cosa.

Si preparavano a ritirarsi, quando udirono in lontananza, sulla riva opposta, alcune grida che non sembravano le urla di guerra degli indiani.

Buffalo Bill si era fermato, facendo un gesto di sorpresa.

— Vi sono dei bianchi alle prese col fuoco! — esclamò.

— Che siano invece Pelli Rosse? — chiese Blunt.

— No, non m’inganno io. Conosco troppo bene le grida del Navajoes... [p. 139 modifica]

— Colonnello, li lasceremo perire senza portare loro alcun soccorso? — chiese Harris.

— Non potremo fare nulla contro il fuoco, — rispose lo scorridore, il quale sembrava tuttavia un po’ commosso.

— Attraversiamo il fiume e segnaliamo la nostra presenza con qualche colpo di fucile. Forse quei disgraziati ignorano che qui possono trovare un asilo sicuro.

— Ammiro la vostra generosità, signore, ma non vi nascondo che potremmo pentircene. Le bande di animali ingrossano e non bisogna fidarsi troppo di loro. Vi possono essere degli orsi grigi là in mezzo.

Alcuni spari rimbombarono in quel momento, seguiti da nuove grida.

— Non devono essere a più d’un’chilometro, — disse Bill. — Siete pronti a seguirmi?

— Sì, colonnello, — risposero ad una voce i due giovani.

— Koltar!...

Il gigante, che sonnecchiava fra i cavalli, si alzò rapidamente.

— Vieni con noi, corriere, — disse Bill, — e tu, Buck, — aggiunse, rivolgendosi al suo sotto-capo, che era pure giunto, attratto dagli spari, — veglia sull’accampamento.

Se gli animali passano il fiume e si rovesciano qui, accendi pure dei fuochi per spaventarli.

— Sì, colonnello, — rispose il cow-boy.

— Conduci qui quattro cavalli, i migliori.

Un minuto dopo, Bill, il corriere, Harris e Blunt, tutti armati di carabine e di rivoltelle, attraversavano il fiume sul dorso dei quattro più robusti mustani.

Buffalo Bill, vedendo, la riva ingombra di coyote, scaricò contro di loro la sua rivoltella, facendole fuggire precipitosamente, quindi spinse al galoppo il suo mustano, inoltrandosi sotto le piante seguito dagli altri.

Avevano quasi oltrepassata la zona boscosa, quando udirono a breve distanza delle voci umane ed il galoppo furioso di parecchi cavalli.

Harris, che era innanzi a tutti, superò gli ultimi cespugli e vide passare, fra una nuvola di fumo e di scintille, otto o dieci cavalieri, che galoppavano ventre a terra.

— Qui c’è il fiume!... — gridò. — Siamo amici!...

Uno di quei cavalieri si fermò un momento, facendo fare al mustano che montava, uno scarto improvviso, poi continuò la corsa urlando: — Sprona!...

— Siamo amici!... — gridarono Buffalo Bill, Koltar e Blunt, che erano pure usciti dal bosco. [p. 140 modifica]

Il vento portò ai loro orecchi una bestemmia e videro i cavalieri scomparire verso l’ovest, rasentando la zona alberata.

— Stupidi! — gridò, dietro di loro, Blunt.

— Che ci abbiano scambiati per indiani? — chiese Harris al colonnello, che pareva un po’ impensierito.

— L’incendio proietta una luce sufficiente per non ingannarsi, — rispose Bill, dopo qualche istante di silenzio. — Quegli uomini ci hanno veduti perfettamente bene.

— Erano cow-boys?

— Mi parvero invece vaqueros messicani.

Vaqueros!... — esclamarono ad una voce Harris e Blunt, nei cui cervelli era balenato contemporaneamente il medesimo sospetto.

— Anche a me parvero tali, — disse il corriere.

— Che cosa avete, signori? — chiese Buffalo Bill, vedendo i due giovani guardarsi fissi.

— Colonnello, — disse Harris, con voce un po’ alterata. — Avete potuto vedere in viso quegli uomini?

— Uno solo ho potuto osservare per un istante, quello che ha gridato «sprona».

— Era un negro?

— No, un bianco.

— Ci dovevano essere degli africani fra quei vaqueros.

— Ah!... Quel tal Simone di cui mi avete parlato. Possibile che fossero quei bricconi? Non sarebbe questo il momento buono per averli alle spalle assieme con gli indiani.

— Sospetto che quei vaqueros siano gli stessi che hanno cercato di assalire il treno.

— Anch’io, — disse Blunt.

Il colonnello fece schioccare la lingua, poi, battendo con la destra la canna del suo fucile ad ago, disse:

— Avranno da fare con questo, quei signori, e la prima palla sarà per quel buffone che si fa chiamare il Re dei Granchi. Torniamo all’accampamento, quantunque vi siano là i miei uomini. Qui non abbiamo più nulla da fare.

Volsero un ultimo sguardo alla prateria, dove il fuoco fiammeggiava terribilmente, lanciando in aria immense colonne di fumo e di scintille, e minacciava ormai le piante lungo il fiume, poi s’avviarono verso, la riva.

Stavano passando in mezzo a quei folti macchioni, quando Blunt, che seguiva il colonnello, vide improvvisamente alzarsi una massa enorme che si lasciò cadere di peso addosso al cavallo, mandando un sordo grugnito.

L’assalto era stato così improvviso, che il povero scrivano capi[p. 141 modifica]tombolò a terra, mentre il mustano faceva uno scarto fulmineo, a rischio di spaccargli la testa con un colpo di zoccolo.

Buffalo Bill si era subito voltato, mentre Koltar gridava con l’accento del terrore: — Il vecchio ephraim!... Fuggite!...

Un animale gigantesco, che rassomigliava nelle forme ad un orso bruno, alto due metti e mezzo per lo meno, col pelame villoso ed arruffato, si era lanciato fuori dal cespuglio, mentre dietro di lui appariva un’altra testa.

Era un orso grigio, uno dei più terribili animali che esistano, più formidabili ancora dei leoni e delle tigri, perchè posseggono un tale vigore da fracassare facilmente le costole al cacciatore, con una sola stretta, e perchè resistono anche a parecchi colpi di fucile senza sedere.

Si era alzato sulle zampe posteriori, e sembrava così ancora più mostruoso: mostrava i suoi terribili unghioni, ma esitava quasi fosse indeciso sulla scelta della vittima.

I quattro mustani, spaventati, si erario impennati, poi avevano dato indietro lasciando solo Blunt, il quale, mezzo stordito per la caduta e atterrito, non aveva ancora osato alzarsi.

— A terra!... — gridò Buffalo Bill, staccando rapidamente dall’arcione la carabina. — Lasciate andare i cavalli!...

Con un volteggio fulmineo l’intrepido scorridore delle praterie si trovò in piedi, a soli cinque passi dal bestione.

— Fuggite, signore! — gridò a Blunt, vedendo che l’orso fissava sullo scrivano i suoi occhi ardenti.

Il giovane, che non aveva perduta interamente la testa e non mancava di coraggio, con uno scatto degno d’un atleta si alzò, gettandosi dietro al tronco d’un albero.

Nel frattempo anche il corriere ed Harris si erano gettati di sella, perchè i cavalli che continuavano a spiccare salti indiavolati, non consentivano di far fuoco con qualche probabilità di successo.

L’orso, vedendo il colonnello a così breve distanza, gli mosse incontro, grugnendo minacciosamente e mostrando i suoi lunghi denti giallastri, mentre un altro, probabilmente una femmina, a sua volta si slanciava fuori dei cespugli, facendo fronte a Koltar ed all’ingegnere.

— Mirate giusto! — gridò Buffalo Bill.

Il vecchio ephraim, come gli americani chiamano scherzando quelle terribili fiere, con un balzo improvviso, di cui non si sarebbe mai creduta capace una belva di forme così massicce, piombò su Buffalo Bill, ma lo scorridore conosceva troppo bene quegli avversari per lasciarsi cogliere.

Con un salto di fianco evitò l’urto, poi, appoggiata rapidamente la carabina sul petto dell’orso, la scaricò a bruciapelo. [p. 142 modifica]

Il vecchio ephraim, toccato in un organo vitale, mandò un urlo spaventevole, e si lasciò cadere sulle quattro zampe, dimenando forsennatamente la testa villosa, poi tentò vanamente di addentare l’intrepido cacciatore.

Mentre il maschio riceveva un’altra palla, questa volta nel cranio, la femmina si era gettata furiosamente sul cordiere e su Harris, cercando di afferrarli insieme e di soffocarli con una sola stretta.

L’ingegnere, più agile, le scaricò sul muso la carabina, fracassandole la mascella destra, poi si gettò da parte; Koltar invece si trovò fra le zampe della belva, prima di aver potuto far uso del proprio fucile.

Il gigante, al pari del colonnello, non era alle sue prime armi e aveva combattute quelle fiere fra le Montagne Rocciose, quando guidava la corriera di California.

Invece di cercare di svincolarsi o di opporre qualche resistenza, lasciò andare la carabina, che pel momento non era di nessuna utilità; estrasse rapidamente dalla cintura uno di quei lunghi coltelli americani chiamati bowie knives, dalla lama larga e solida, e appoggiò la punta contro il petto dell’orsa.

Quando la belva tentò di serrarlo nel suo formidabile abbraccio, la lama entrò tutta fino al manico, squarciandole il ventre.

Pazza di dolore, allargò le zampe lasciando libero il gigante.

— Non accostatevi, signori, — gridò Koltar, vedendo Blunt e Harris che accorrevano coi coltelli in pugno. — Lasciate fare a me.

Aveva raccolta la carabina che si trovava dinanzi all’orsa: gliela scaricò sotto la gola, poi, impugnata la canna, si mise a menare colpi disperati.

Il colosso aveva buon giuoco, con la sua forza straordinaria. Picchiava tremendamente col calcio ferrato dell’arma, fracassando il muso della povera bestia, che grondava sangue in abbondanza.

— Ne hai abbastanza? — urlava il gigante, raddoppiando i colpi.

Parve che l’orsa ne avesse anche troppo, poichè ad un tratto retrocesse verso i cespugli, volse le spalle e s’inoltrò nel bosco mandando urla terribili.

Nel medesimo istante, il maschio stramazzava al suolo, agitando disperatamente le zampe. Aveva ricevuto cinque palle e l’ultima in direzione del cuore.

— Ehi, corriere, — disse il colonnello, volgendosi verso il gigante, — vi sono qui due prosciutti da prendere, che non saranno meno gustosi di quelli dei maiali. Giacchè hai un bowie knife, usalo.

— Non sono così sciocco da lasciare gli zamponi del vecchio ephraim alle coyote, colonnello, — rispose Koltar.

— Ti ha rotto nulla la femmina?

— Ho le ossa dure e non avrebbero certo ceduto. [p. 143 modifica]

— Spicciati, corriere.

Il gigante pulì il calcio della carabina, che era lordo di sangue fino al grilletto, poi impugnò il coltellaccio, e si mise a tagliare le zampe posteriori dell’orso, mentre Blunt e Harris riconducevano i cavalli, che non erano fuggiti molto lontano.

— Colonnello, — disse l’ingegnere, — i miei complimenti. Che cacciatore terribile!

— Oh!... Ci conosciamo con queste bestie, — rispose Buffalo Bill, sorridendo. — E’ il quattordicesimo che abbatto.

— Che ritorni la femmina? — chiese Blunt.

— Mi pare che fosse abbastanza malconcia per rinunciare al desiderio di tentare una rivincita.

— Che bestioni, colonnello! Non credevo che gli orsi grigi avessero tali dimensioni.

— Nelle Montagne Rocciose ne ho uccisi due che erano più alti e più grossi di questi. Hai finito, corriere?

— Sì, colonnello.

— Appendi gli zamponi all’arcione e partiamo subito. Al campo saranno inquieti dopo questi colpi di fucile.

Abbandonarono il cadavere dell’orso e, risaliti in sella, si diressero verso il fiume.

Sulla riva opposta scorsero subito Buck Taylor con Annie e due cow-boys. — Colonnello!... — gridò il giovane. — Affrettatevi. Non possiamo più resistere.

— Che cosa accade, Buck? — chiese Buffalo Bill.

— Bisonti, coyote, lupi grigi e orsi minacciano di travolgerci. Ne continuano a giungere da tutte le parti.

— Preparate i cavalli e leveremo il campo, — rispose il colonnello. — Lo avevo preveduto che non ci avrebbero lasciati tranquilli. In acqua, signori.

Cinquanta passi più sopra un branco di bisonti guadava il fiume, spaventata dall’avvicinarsi dell’incendio. In mezzo a quei colossali ruminanti si scorgevano perfino alcuni orsi giallastri e qualche antilope.

— E’ una vera invasione, — disse Buffalo Bill, che per precauzione aveva armata la carabina.

Attraversarono rapidamente il corso d’acqua, giungendo felicemente sulla riva opposta.

— Harris, — disse Annie, — contro chi avete fatto fuoco? Ci sono gl’indiani alle spalle?

— No, non preoccupatevi, — rispose l’ingegnere. — Per ora nessun pericolo ci minaccia. E’ vero, colonnello?

— Oh no, — disse lo scorridore, il quale aveva compreso che [p. 144 modifica]l’ingegnere non voleva allarmare la fanciulla. — Noi giungeremo al Gran Cañon senza fastidi, miss.

Quando giunsero all’accampamento s’avvidero che i cow-boys non avevano torto di essere un po’ inquieti.

Torme di animali avevano invaso i dintorni e, quantunque pel momento si mantenessero tranquilli, ancora impressionati dall’immenso incendio che divorava la prateria, tuttavia non vi era troppo da fidarsi.

Fra i bisonti, le antilopi, le coyote, i raccoon, vi erano anche lupi grigi, carcajon, puma o leoni americani, e parecchi orsi neri, che da un momento all’altro potevano diventare feroci e gettarsi furiosamente*sugli accampati.

Già i mustani sentivano il pericolo e scalpitavano, s’impennavano, sbuffavano, cercando di spezzare i legami che li trattenevano.

— Finiranno per divorarci, — disse Blunt. — Colonnello, preferisco andarmene. Guardate che brutte occhiate ci lanciano quei lupa. Sarebbero ben lieti di banchettare con le nostre gambe.

— O meglio con quelle dei nostri mustani, — rispose Buffalo Bill. — Quelle bestie sono più pericolose dei coguari, e faremo bene a sgombrare in fretta. Miss Annie, salite in sella. Più oltre troveremo un accampamento sicuro, dove potremo riposarci tranquillamente.

Liberarono i mustani, salirono gli uni dietro agli altri e si slanciarono verso il settentrione.

Una quindicina di lupi grigi, alti come cani di Terranova, che forse avevano contato di sfamarsi colle carni dei cavalli, si slanciò dietro ai cow-boys, ululando spaventosamente, ma una scarica di carabine, che gettò a terra i più audaci, tolse loro la voglia di continuare la caccia.

— Sempre al nord, — disse Buffalo Bill. — Non dobbiamo essere lontani dal Gran Cañon.

— Ci arriveremo prima dell’alba? — chiese Harris.

— Molto prima, signore: un rifugio ci è necessario, e sui margini di quell’enorme spaccatura non mancano.

— Un rifugio? Per che farne? Gl’indiani non si scorgono più, colonnello.

— Non vi sembra che l’aria sia diventata soffocante?

— Forse è il calore mandato dalla prateria in fiamme.

— No, ingegnere. La pianura brucia alle nostre spalle, mentre il vento soffia dal settentrione.

Non vedete che luce hanno le stelle? Avremo un uragano, sono sicuro di non sbagliarmi, e qui, quando scoppiano, sono veramente formidabili. I fulmini cadono in quantità prodigiosa e non è piacevole trovarsi in queste pianure aperte. Animo, signori, spronate finchè i cavalli resistono, avanti sempre. Si riposeranno domani. [p. 145 modifica]

I poveri mustani facevano sforzi ammirabili per non cedere. Quantunque non avessero riposato che un paio d’ore, quegli impareggiabili animali resistevano tenacemente, conservando un galoppo allungato che faceva guadagnare ai viaggiatori miglia su miglia.

Forse, al pari del colonnello, sentivano ravvicinarsi di un uragano, e quindi affrettavano la corsa, certi che i loro padroni li avrebbero condotti in un rifugio. Di quando in quando mandavano dei nitriti soffocati e voltavano la testa verso i cow-boys.

Buffalo Bill, che era alla testa del drappello, guardava con inquietudine il cielo. Le stelle a poco a poco scomparivano sotto una densa nebbia, che invadeva tutta la volta celeste, e raffiche poderose rompevano bruscamente la calma che regnava su quelle immense pianure, piegando le alte graminacee.

Verso le due del mattino, nel momento in cui pareva che i cavalli stessero per cedere, Buffalo Bill mostrò ad Annie una linea scura che spiccava nettamente verso il nord.

— Il margine del Gran Cañon, — le disse. — Se i mustani resistono fin là, noi siamo al sicuro.

— Quanto dovremo percorrere ancora? — chiese la giovane.

— Qualche miglio.

Un lampo livido balenò in quel momento fra la nebbia che si era addensata, seguito da un brontolio lontano, che si propagò lungamente nelle profondità del cielo.

— Ecco l’uragano, — disse il colonnello. — Non risparmiate le speronate.

Per dieci minuti ancora, i poveri animali, che respiravano affannosamente, si spinsero innanzi, poi s’arrestarono bruscamente, piegando la testa fino a terra. Dinanzi a loro si stendeva una zona alberata, dove crescevano aceri e grossi alberi del cotone.

— Il Gran Cañon, — disse il colonnello. — Non è che a cento passi da noi. Scendete e conducete i cavalli per le briglie.