La burla retrocessa nel contraccambio/Nota storica

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Nota storica

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Appendice
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NOTA STORICA

Dopo l’esito felicissimo della trilogia d’Arlecchino e Camilla sulle scene della Comédie-Italienne, il Goldoni ricordando i trionfi a Venezia della servetta Maddalena Marliani (Corallina), pensò di cavare un canovaccio dalla vecchia Locandiera e lo intitolò Camille aubergiste. Già pronto fin dal principio di febbraio del 1764 (v. Lettere di C. Goldoni per cura di E. Masi, Bologna, 1880, p. 237), fu recitato dall’attrice Camilla Veronese soltanto il primo maggio, ma senza fortuna (D’Origny, Annales du Théâtre Italien, Paris, 1788; e Grimm, Correspondance littéraire, etc, ed. Tourneux, t. VI, 1878, pp. 7-8). Dieci giorni dopo, l’autore si rivendicava, come dice Grimm nella sua famosa Corrispondenza, "en donnant un canevas plein de gaieté et de finesse, intitulé la Dupe vengée" (L’inganno vendicato, commedia in tre atti: v. Catalogue des pièces in fine delle Memorie di C. Goldoni per cura di G. Mazzoni, Firenze, 1907, II, p. 350. - V. anche D’Origny. I. c, 11 maggio 1764: "...Mais le succès d’Arlequin, dupe vengée, dut consoler l’Auteur de cette disgrace").

Questa era la tela: "M. Arlequin, nouvellement marié et vivant d’un petit commerce, est d’humeur peu libérale. Un jour il envoie sa femme diner chez sa mere, disant qu’il était engagé, lui, à diner chez son perruquier. Ses amis, qui lui avaient demandé a diner ce jour-là, et qu’il avait refusés, trouvent le secret de se faire regaler chez lui, en son absence et à ses dépens. De retour au logis avec sa femme, il voit arriver le traiteur et le limonadier, qui veulent être payés. Il ne conçoit rien à leurs prétentions et, pour comble de malheur, sa femme s’imagine qu’il ne l’a envoyée diner dehors que pour faire chez lui une partie fine avec une rivale inconnue. Tout cela produit un embrouillement très comique. Arlequin, après avoir éclairci le fait, non sans beaucoup de peine, trouve le secret, non seulement de faire payer a ses amis le diner qu’ils ont fait chez lui à son insu, mais aussi de leur donner à souper à leur dépens. Tout l’intrigue roule sur le changement d’une clef qu’on escamote dès le premier acte et qui sert à la duperie et à la revanche" (Grimm, I. c, pp. 8-9). Un vero e proprio riassunto del canovaccio goldoniano, desunto dall’Art de la Comédie di M. de Cailhava, abbiamo riprodotto nell’Appendice (pp. 369-370).

Ma è bene leggere anche le considerazioni che l’amico di Diderot aggiungeva subito dopo, per quanto possano sembrare stravaganti: "Cet auteur a une grande fécondité et un art surprenant à tirer parti des incidents qu’il imagine et qui sont d’un naturel qui charme. C’est dommage que, dans ses pièces imprimées, les discours, pour être trop vrais, soient presque toujours plats. Ce defaut ne se fait pas sentir dans ses canevas, où les discours sont abandonnés à la vivacité et au génie des acteurs qui improvisent; aussi ses pieces font-elles un grand plaisir au théâtre. Il aurait bien mieux fait pour sa réputation de n’en faire imprimer que les canevas; on y aurait mieux remarqués les ressources de génie infinies dont elles sont remplies" (Grimm, p. 9; citato anche da Rabany, C. Goldoni, Paris, 1896, p. 381, ma inesattamente e incompiutamente).

Molto prima che si recitasse a Parigi la Dupe vengée, fin dal marzo del [p. 372 modifica]’64, il Goldoni stava preparando due farsette per il marchese Francesco Albergati Capacelli, promesse nel dicembre precedente (Spinelli, Fogli sparsi del Goldoni, Milano, 1885, p. 60), anzi nell’ottobre del ’62 (Masi, Lettere cit., p. 186), da recitare, come già il Cavaliere di spirito e come l’Apatista, nella solita villeggiatura di Zola, presso Bologna (Lettere, p. 243). Per la seconda farsetta il nostro autore si giovò dello scenario compiuto allora e ne formò, come pure fece per l’Amor paterno, per il Matrimonio per concorso, per la trilogia di Zelinda e Lindoro, per il Ventaglio, una commediola di carattere giocoso e comico. "Sarà in cinque atti" scriveva sulla metà d’aprile al Marchese, "ma non le faccia specie la quantità degli atti, perchè sono sì piccioli, che la commedia durerà poco più di un’ora, e la divisione è necessaria per non far scene vuote. La prevengo solamente, che vi sarà bisogno di due camere, cioè basterà alzar un tendone, ossia prospetto, per passare da una camera all’altra. Se questa cosa non si potesse fare, o l’incomodasse assai, si potrebbe calare il sipario alla fine di un atto, cosa che si accostuma in Francia, anche nelle Tragedie, ma in Italia non si usa; però si potrebbe tollerare in un divertimento particolare. La ragione di questo cambiamento si è, perchè si deve vedere un pranzo al dessert per non tediare con un pranzo intiero: ella troverà il modo facile per supplire a questa picciola difficoltà" (I. c., 247).

La farsetta che si intitolava La burla retrocessa nel contraccambio, in pochi giorni era bell’e finita, e il Goldoni l’ultimo di aprile ne faceva la spedizione in Italia, aggiungendo questi altri avvertimenti all’amico bolognese, amante del teatro e della recitazione fin dalla prima giovinezza: "Questa non è commedia di carattere, com’ella vedrà, ma è commedia giocosa; della condotta e della verisimiglianza mi pare di esser contento. Le parti principali sono Gottardo, Agapito e Placida. Questi due personaggi maschi non mi paiono buoni per Lei. Roberto, che è l’amoroso, è poca cosa. Sa ella che parte io darei a S. E. il S.r Senatore Albergati? La parte dell’Oste. Un oste al primo amoroso della Compagnia? Majani, Falchi non lo farebbero. Ma il primo amoroso della Compagnia di Zola, può essere lo farà. Ella lo conosce questo primo amoroso, glielo dica, e lo persuada, poichè l’oste mi pare il personaggio più comico della commedia, e son sicuro, che solamente alla prima uscita l’oste farà ridere assolutamente. Credo che otto personaggi non siano troppi. Non conto un vero personaggio, che è un garzone di caffè" (I. c., 251).

Se la Burla piacesse all’Albergati, se piacesse allo scelto pubblico bolognese che assisteva alle rappresentazioni di Zola, non si apprende dallo scarso epistolario goldoniano: tanto più che il Goldoni, affaccendato per i teatri di Parigi, di Venezia e di Lisbona, lasciò correre due mesi e mezzo, dalla fine del maggio alla metà d’agosto, senza più scrivere al suo amico e protettore; e delle lettere del Marchese nulla ci resta.

Solo sappiamo che dentro l’anno, per compiere il numero delle sei composizioni promesse a S. E. Vendramin per il teatro di S. Luca, il Goldoni riprendeva fra le mani lo scenario della Dupe Vengée e su quell’umile ordito ritesseva una lunga e lieta commedia in dialetto veneziano col titolo I Chiassetti del carneval o sia Chi la fa l’aspetta; e la mandò all’amico Sciugliaga, che del felice arrivo dava notizia al Vendramin ai 3 gennaio 1765 (Mantovani, C. Goldoni e il Teatro di S. Luca, Milano, 1885, p. 230). [p. 373 modifica]

La Burla retrocessa fu nota ai lettori veneziani solamente nel 1789, quando uscì a stampa nel t. VIII della edizione Zatta. Poco dopo, ai 23 gennaio del ’90, la Gazzetta Urbana Veneta annunciava: "Vedremo in questo Carnovale rappresentata a S. Luca una nuova Commedia venuta da Parigi, del Sig. Goldoni. Ci sembra dovere prevenire il Pubblico giusto estimatore della vasta fantasia, e dell’arte teatrale di questo inarrivabile Autore". Questa nuova commedia era la Burla retrocessa "mai più rappresentata", come diceva un altro avviso, dei 3 febbraio. Ma nel numero 11, dei 6 febbraio, si legge questo miserando racconto; "Stupite d’un avvenimento contrario. Si espose a S. Luca, a tenor dell’invito, la nuova Commedia del Goldoni, La Burla ritrocessa. Com’è breve, così fu preceduta da una Farsa originale italiana mai più rappresentata. Questa annoiò l’udienza, e la preparò ad un irritamento tumultuoso. Le prime scene della predetta Commedia del Riformatore dell’Italiano Teatro riuscirono fredde e lunghe, e fecero sospettar molti uditori che non fosse composizione d’un sì celebre Autore, ma che i Comici usato avessero del suo nome per ingannare il Pubblico. Si sparse questa opinione da cui nacque lo sdegno e il disprezzo, e l’impazienza divenne generale, si udirono de’ sbadigliamenti e de’ fischi, si dilatò il romore, non si volle più ascoltare la recita, e furono i Comici obbligati a calar il sipario. Uno di essi uscì ad annunziare un’altra Farsa che si sostituì prontamente alla Commedia, e nell’invito usò delle espressioni che condannate furono da alcuni, e da alcuni approvate. Riferite diversamente da certuni che dicon d’averle udite, giudicar io non posso se la dignità del Pubblico sia o no stata offesa". - Non valse tutta l’arte della compagnia Perelli, dove recitavano Laura Checcati e la giovinetta Pellandi, e un Petronio Zanerini. Il pubblico voleva godersi in pace La distruzione del Regno delle Amazzoni, applauditissima in quella stagione. La Gazzetta, ancora dolente dell’accaduto, nel numero successivo, del 10 febbraio, così ammoniva i signori Veneziani: "Da persone che lessero la non ascoltata Commedia del Goldoni La Burla retrocessa, siamo assicurati esservi dell’interessante e del buono nel terzo e secondo atto della medesima, e che offerta in altro tempo opportuno potrà piacere, e far vergognare chi non ebbe la pazienza d’udirla".

La commedia tornò infatti sul palcoscenico, ma le sue tracce si confondono con quelle della sua gemella veneziana, Chi la fa l’aspetta. Però accontentiamoci prudentemente di ricordare le recite a Torino, della compagnia Reale Sarda, nel 1823 (col titolo L’astuzia reciproca) e nel 1836 (v. Costetti, La Comp. Reale Sarda ecc., Milano, 1893, pp. 34 e 110); e a Bologna, della Compagnia Taddei, nel 1835 (Cosentino, L’Arena del Sole, Bologna, 1903, P. 63).

Dal Messaggiere Torinese di Angelo Brofferio (Alessandria, 1839, vol. II, p. 338 - Teatri di Torino) riferiamo questa sensata e arguta "Lettera del Centauro del Teatro D’Angennes alla Pantera del Teatro Regio" in data 13 gennaio 1838: "...Fui testimonio, son pochi giorni, della nuova recita di un’antica commedia: La burla retrocessa nel contraccambio. Che razza di titolo! Perchè non dire La burla contraccambiata? Nè migliore del titolo è poi la commedia; essa non è che una burla di quelle per cui si fa talvolta conoscenza col bargello. Si tratta di un galantuomo che ordina di nascosto un pranzo sontuoso in casa di un altro galantuomo, il quale per contraccambio [p. 374 modifica]s’introduce di contrabbando in casa del primo, vi ruba un orologio, lo vende e paga il pranzo ordinato. Tal è questa commedia uscita non so come dalla penna di Goldoni; ma, zitto, che se voi avrete l’imprudenza di confidare ad alcuno queste mie parole, potrebbe venirmi addosso un diluvio di rimproveri. Tutta volta io penso che gli uomini sommi sono uomini anch’essi, e Goldoni, quantunque sia il gran maestro che è, ha scritto anch’esso più d’una dozzina di commedie che non vorrebbero aver composte gli autori del Cholera Morbus e di Dante in Ravenna. Il pubblico ascoltò la commedia con indulgenza, grazie agli attori che la rappresentarono a maraviglia. E le attrici?... Oh! le attrici erano la brava Antonietta Robotti e la gentile Adelaide Ristori giovani entrambe come voi, belle come voi e non pantere come voi...".

Questa farsetta, come la chiamava l’autore nel 764, composta per il passatempo d’un teatrino di villeggiatura, non aveva la forza di resistere sul teatro pubblico: il Goldoni tentò di sbozzarvi qualche carattere, come quelli di Gottardo e di Placida, i due novelli sposi in continuo litigio, l’uno avaro e ostinato, puntigliosa e sospettosa l’altra; o come quello del chiacchierone e importuno Agapito: ma è vero che le prime scene stancano, e quando l’azione corre un poco, la commedia abbandona i caratteri e si regge sull’intreccio. Commedia d’intrigo la dice pure Alamanno Morelli, ma ha il torto di ricordarla accanto al Ventaglio come "saggio imperituro" del genere e di rievocare le grandi ombre di Molière, di Regnard, di Beaumarchais (Note sull’arte drammatica rappresentativa, Milano, 1862, p. 96). Niente fusione, niente vivacità, niente novità. L’unico profilo che ci resta nella memoria è proprio l’oste "cerimonioso" della Fortuna, ma lo ritroveremo nella commedia veneziana che fin d’ora ci attende.

G. O.






La Burla retrocessa fu stampata la prima volta nei t. VIII della ed. Zatta di Venezia, nel 1789; e fu poi riprodotta nelle edizioni di Lucca (Bonsignori, t. VIII. 1789), Livorno (Masi, t. XIV, 1790), Bologna (Stamp. di S. Tommaso d’Aquino, 1791), e di nuovo a Venezia (Garbo, t. VIII, 1795). - La presente ristampa segue con fedeltà il testo dell’ed. Zatta, esemplato sul manoscritto dell’autore, da cui tutte le altre ristampe procedono.