La capanna dello zio Tom/Capo XLV

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XLV. Conclusione

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XLV. Conclusione
Capo XLIV Indice

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CAPO XLV.


Conclusione.


A chi scrisse questo racconto fu chiesto più volte, e a voce e per lettere, da diverse parti, se quanto ha narrato fosse vero, o non più che una finzione.

L’autrice risponde ora generalmente a coteste varie dimande.

Gl’incidenti diversi onde è composta questa narrazione sono della più assoluta autenticità. Di alcuni fummo testimonii oculari; d’altri dobbiamo la conoscenza ad amici personali degni di tutta fede. I caratteri introdotti nel racconto sono tratti dal vero; molti dei dialoghi che abbiam recato, furono trascritti parola per parola come vennero uditi da noi, o come ci si riferirono.

Rispetto al fisico e rispetto al morale, Elisa è un vero ritratto. La incorruttibile fedeltà, la pietà, l’onestà dello zio Tom s’incontrano in più d’una persona che noi conosciamo personalmente. Alcuni degli avvenimenti più romantici e più tragici, alcuni dei più terribili rispondono pure alla realtà: quello d’una madre che traversa il fiume Ohio sul ghiaccio è assai conosciuto e attestato. La storia della vecchia Prue (Cap. XIX) è un fatto che accadde sotto gli occhi di un fratello dell’autrice, il quale era allora ricevitore in una ricca casa di commercio della Nuova-Orleans.

Dalla stessa sorgente ella trasse il carattere del piantatore Legrée. Intorno a costui ecco quanto le scriveva il fratello, raccontandole una visita che gli avea fatto in un suo viaggio.... Cotest’uomo mi fece toccare il suo pugno, sì duro che pare un martello di fucina o una barra di ferro; e mi disse essersi così incallito a furia di percuotere a terra i negri. Allorchè io lasciai la piantagione, respirai con gran forza. Mi parea d’essere sfuggito dalla caverna d’un orso.

Che altresì della tragica morte di Tom siano frequenti gli esempi si conferma per le attestazioni di molti testimoni oculari. Si richiami alla mente che in tutti gli Stati del Sud v’ha questo principio di giurisprudenza, che [p. 437 modifica]nessun negro possa essere amesso a deporre in giudizio contro un bianco, e si riconoscerà di leggieri che orrori simili a quelli che narrammo possono rinnovarsi là dove s’incontri un uomo furibondo e collerico, nel cui animo l’ira prevalga all’interesse, e che abbia a fare con uno schiavo dotato di principii assai fermi, e di bastante coraggio per resistergli. Non v’ha cosa alcuna che protegga la vita dello schiavo, fuorchè il carattere del padrone. Talvolta giungono a conoscenza del pubblico atroci fatti sui quali il pensiero non osa arrestarsi, e i commenti che ne nascono sono più rivoltanti che i fatti stessi. Si dice: Può darsi che simili casi avvengano di tempo in tempo, sono eccezioni alla pratica generale.

Se le leggi della Nuova-Inghilterra concedessero ad un padrone, ch’egli potesse di tempo in tempo torturare a morte il suo domestico impunemente, si dimostrerebbe la stessa indifferenza? Si direbbe forse: questi casi sono rari, sono eccezioni alla pratica generale? — Questa ingiustizia è inerente al sistema della schiavitù, ne è il fondamento.

La vendita pubblica e scandalosa delle belle mulatte e quarterone divenne notoria per gl’incidenti che tennero dietro alla cattura dello schooner La Perla. Togliamo il brano seguente da un discorso dell’onorevole Orazio Mann, uno degli avvocati che parlarono intorno al soggetto:

«Fra le sessantasei persone che nel 1848 tentarono di fuggire dal distretto di Colombia sullo schooner La Perla, i cui uffiziali io difesi davanti ai tribunali; erano molte belle ragazze dotate di quelle particolari attrattive di forma e di lineamenti che sono avute in gran pregio dai conoscitori. Una di quelle era Elisabetta Russel. Ella cadde in potere di un mercante di schiavi, il quale stabilì di recarla sul mercato della Nuova-Orleans. Quanti videro quella sventurata ne furono profondamente commossi. Offersero per riscatto di lei la somma di ottocento dollari; e tra coloro che faceano quella generosa offerta davan taluni quasi tutto ciò che possiedevano; ma quel demonio d’un trafficante fu inesorabile. Fu costretta a partire per la Nuova-Orleans, quando a mezzo il viaggio, Iddio ebbe pietà di lei, e permise ch’ella morisse. L’accompagnavano due giovanette, chiamate Edmundson. Mentre stavano per partire alla volta dello stesso mercato, la loro sorella maggiore si recò a supplicare l’abbominevole trafficante che n’era il proprietario, che volesse per amor di Dio risparmiare quelle povere vittime. Costui se ne rise, e le rispose, ch’esse avrebbero bei mobili e vesti eleganti. — Sì, rispose quella, ciò sta bene per la vita presente: ma che sarà mai di loro nell’altra? — Esse furono mandate alla Nuova-Orleans; ma furono riscattate dipoi a prezzo enorme.»

Or non è egli evidente che la storia di Emmelina e di Cassy non è imaginaria?

La giustizia richiede che si dica altresì, che il nobile e generoso [p. 438 modifica]carattere attribuito a Saint-Clare non è puramente ideale. Ne sia in prova il fatto seguente:

Or sono pochi anni che un giovine gentiluomo del Sud si trovava a Cincinnati con uno schiavo favorito, che lo serviva personalmente dalla infanzia.

Lo schiavo trovandosi in uno Stato libero, colse l’occasione favorevole, fuggì per riacquistare la sua libertà, e si pose sotto la protezione di un quacchero, il quale era assai noto per aver tenuto mano a tentativi di questa sorta, il padrone s’irritò fuor misura. Egli avea sempre trattato il suo schiavo con somma indulgenza, e la fiducia e l’affetto che gli aveva era tale, ch’egli tenne per fermo che quella fuga fosse l’effetto di malvagie suggestioni. Sdegnato oltremodo, si recò alla casa del quacchero; ma dotato, come egli era, di nobili sensi e di singolare candore, si lasciò vincere facilmente alle ragioni e rimostranze, e promise al quacchero che ove lo schiavo gli avesse manifestato di presenza il desiderio di ottenere la libertà, gliela avrebbe concessa immediatamente. L’abboccamento ebbe luogo, e il giovine padrone chiese a Natan, chè così avea nome lo schiavo, s’egli avesse forse qualche ragione di lagnarsi.

— «No, padrone, — rispose Natan; — voi m’avete sempre trattato con tutta amorevolezza.»

— «Ma perchè dunque hai tu voluto abbandonarmi?»

— «Il mio padrone potrebbe morire.... e allora che sarebbe di me? Mi è più caro esser libero.»

Il giovine padrone riflettè un istante, indi soggiunse:

— «Natan, se io fossi nella tua condizione, la penserei come te. Tu sei libero.»

E senza frappor tempo in mezzo, scrisse l’atto di emancipazione. Rimise poi al quacchero una somma con la quale si potesse provvedere ai primi bisogni della nuova condizione di Natan, e scrisse a costui una lettera piena di affetto e di eccellenti consigli. Cotesta lettera fu per qualche tempo fra le nostre mani.

Or ci pare d’aver reso il debito omaggio alla generosità, alla grandezza d’animo, all’umanità per cui si distinguono molti tra gli abitanti del Sud: le loro eccellenti qualità fanno sì, che non possiamo disperare della specie umana. Ma, di grazia, indoli siffatte si trovano poi di frequente?

Colei che scrisse questo libro evitò per lo spazio di varii anni ogni lettura ed ogni discussione che s’attenesse alla questione della schiavitù. Le pareva che riuscisse troppo doloroso l’addentrare il pensiero in tale soggetto; oltrechè ella aveva speranza che il progresso della civiltà distruggerebbe tra breve una sì iniqua istituzione. Ma dopo l’atto legislativo del 1850, quand’ella vide con estremo dolore un popolo cristiano inculcare [p. 439 modifica]siccome dovere d’ogni buon cittadino l’adoperarsi acciocchè gli schiavi fuggitivi ritornassero alle loro catene; quand’ella udì che uomini onorevoli, buoni, dotati d’ottime qualità, negli Stati liberi del nord discutevano e deliberavano quali fossero i doveri d’un cristiano in siffatte circostanze, ella ha dovuto dire: «Questi uomini, questi cristiani ignorano affatto che cosa sia la schiavitù: se lo sapessero non potrebbero aprire una discussione sovra un simile tema.» Allora ella entrò in pensiero di mostrare gli effetti di quella orribile istituzione mercè un dramma reale e vivente. S’ebbe cura d’essere imparziale: si mostrò la schiavitù sotto l’aspetto più favorevole, quindi sotto il più schifoso. Quando si trattò di porgere il più favorevole, il tentativo forse non riuscì vano: ma quanto all’altro, chi potrebbe mai dire quante atrocità, quante abbominazioni sieno chiuse tuttavia nell’ombra del mistero? A voi me ne appello, generosi abitanti del Nord, la cui nobiltà e grandezza d’animo tanto sono più commendevoli, quanto sono maggiori gli ostacoli che vi stanno a fronte. Nel secreto de’ vostri cuori, nelle conversazioni intime, non avete voi sentito e detto giammai, che cotesto maledetto sistema è un abisso di dolori e di sciagure di gran lunga maggiori di quelle che abbiamo dipinto, e che potrebbero cadere in pensiero? Nè la cosa potrebbe essere altrimenti. Forsechè d’uomo è tale che gli si possa affidare senza pericolo un potere assoluto? E allorchè si respinge affatto ogni testimonianza d’uno schiavo innanzi ai tribunali, non si riesce con ciò a fare d’ogni proprietario un despota che non ha a rispondere delle sue azioni? Può esservi alcuno sì cieco che non veda quali pratiche conseguenze derivino da siffatto sistema?

Senza dubbio, le opinioni dell’autrice sono anche in parte le vostre, o uomini generosi, giusti, onorati. Ma non v’ha forse un’altra specie di pubblica opinione tra gli scellerati, i vili, i crudeli? E agli scellerati, ai vili, ai crudeli, non concedono forse le leggi di possedere tanti schiavi, quanti ne hanno tra voi i migliori e i più generosi? V’è alcun angolo del mondo ove gli uomini onorevoli, giusti, compassionevoli formino il maggior numero?

Le leggi americane considerano al presente come un atto di pirateria la tratta dei negri. Ma una tratta organizzata non meno regolarmente di quella che già si faceva, sulle coste dell’Africa, è una vera conseguenza della schiavitù agli Stati-Uniti. Non è adunque che un cenno, che una pittura assai languida dei dolori che in questo stesso momento straziano migliaia di creature umane, che recano la desolazione in migliaia di famiglie, che spingono alla disperazione una razza sensitiva ed oppressa. V’hanno tra noi alcuni che conobbero madri le quali, a cagione di questo maledetto traffico, giunsero perfino ad uccidere i loro figliuoli, e cercarono quindi nella morte uno scampo da sventure che parevano loro più [p. 440 modifica]orribili della morte. Nulla si può scrivere, nè dire, nè immaginare di così tragico che agguagli la spaventosa realtà delle scene che succedono tuttodì sotto il nostro cielo, all’ombra delle leggi americane, all’ombra della croce di Cristo.

Ed ora, uomini e donne dell’America, parvi che una tale questione debba esser trattata con leggerezza, trovar difensori, o esser passata sotto silenzio? E voi, possidenti del Massachusetts, del New-Hampshire, di Vermont, del Connecticut, che leggete questo libro accanto al fuoco nelle sere d’inverno, — voi generosi armatori e marinai del Maine, potrete incoraggiare e proteggere tale istituzione? Nobili e generosi abitanti dello Stato di Nuova-York, voi possidenti del ricco ed ameno Stato d’Ohio, voi abitatori degli Stati occidentali potete sostenerla? E voi, madri americane, che presso alla culla de’ vostri bamboletti imparaste ad amare l’umanità, a provare un senso di pietà per tutti coloro che soffrono; deh! pel santo nome di madre, per le vostre gioie materne, per quell’amorosa e trepida cura con la quale dirigete i primi passi de’ vostri figliuoletti nel sentiero della vita, pei vostri segreti timori allorchè pensate del loro avvenire, abbiate pietà, ve ne scongiuro, di quelle povere madri che hanno pure un tenero cuore come il vostro, ma non hanno il diritto legale di educare e proteggere il frutto delle loro viscere. Io ve ne scongiuro, madri americane, per l’ora crudele dell’agonia del vostro figlio, pe’ suoi sguardi morenti, che non potrete dimenticare giammai, per quegli ultimi gemiti che vi straziarono sì dolorosamente allorchè non potevate nè salvarlo nè recargli soccorso, per quella culla vuota e cagione a voi di tanto strazio: deh! ve ne scongiuro abbiate pietà delle madri a cui il traffico degli schiavi toglie in questo paese i loro figli! E ditemi, o madri americane, la schiavitù è ella un’istituzione che debba difendersi e tollerarsi?

Mi rispondente forse che in ciò non han colpa veruna gli abitanti degli Stati liberi, e che non possono recarvi alcun rimedio? Oh! piacesse al cielo che le vostre parole fossero vere! Ma non è così. I cittadini degli Stati liberi hanno partecipato a cotesta istituzione, l’hanno difesa e incoraggiata; e sono i più colpevoli innanzi a Dio, perciò che non possono allegare in loro difesa, come quelli del Sud, l’educazione e il costume.

Se un tempo le madri degli Stati liberi avessero avuto i sentimenti che avrebbero dovuto avere, i figli degli Stati liberi non avrebbero cooperato a mantenere in America la schiavitù; i figli degli Stati liberi non sarebbero passati in proverbio come padroni oltre modo crudeli; i figli degli Stati liberi non avrebbero accettato, nelle loro transazioni commerciali, corpi ed anime d’uomini in cambio di danaro. Vi è al presente un gran numero di schiavi che sono posseduti da trafficanti del Nord; e che vengono poi rivenduti da loro. Il delitto dee dunque ricadere tutto su quelli del Sud?

[p. 441 modifica]Gli uomini del Nord. le madri del Nord, i cristiani del Nord, hanno a far ben altro che a declamare contro i loro fratelli del Sud: essi hanno da esaminare il male che è tra loro.

Ma che potrebbe mai fare un individuo? Ciascuno può consultare in ciò la propria coscienza. V’ha tal cosa che non supera il potere di alcuno: egli può sentire direttamente. Un’atmosfera d’influenza simpatica circonda ogni essere umano: e colui che ha un’opinione giusta, nobile, profonda intorno ai grandi interessi dell’umanità, egli è sempre un gran benefattore del genere umano. Considerate pertanto quali sieno le vostre simpatie intorno a questo proposito. Son esse in armonia coi precetti di Cristo? o son elleno traviate e guaste dai sofismi della politica del mondo?

Cristiani del Nord! voi avete un altro potere anche maggiore; voi potete pregare! Credete voi alla preghiera, o non la considerate voi se non come una indistinta tradizione apostolica? Voi pregate pei pagani de’ paesi lontani: deh! pregate altresì per quei pagani che sono tra voi. Pregate per quegli sventurati cristiani, la cui educazione religiosa dipende da una fortuita combinazione commerciale, e che sono quasi sempre in tali condizioni che ad essi è impossibile serbarsi fedeli alla morale del Vangelo, salvo se Iddio non conceda loro il coraggio e la grazia del martirio.

Nè questo è tutto. Spesse volte ai nostri Stati liberi giungono alcuni poveri fuggitivi, avanzi di famiglie disperse, sfuggiti miracolosamente alle loro catene. Essi, il più delle volte corrotti da un sistema che distrugge tutte le nozioni del giusto e dell’ingiusto, vengono a cercare tra noi un asilo, e l’educazione, l’istruzione, il cristianesimo.

Che fate voi, o cristiani, a pro di cotesti infelici? Ogni cristiano americano non deve alla razza africana qualche sforzo almeno per riparare alle crudeltà, ai mali di cui gli Americani l’hanno oppressa? Le porte delle vostre chiese e delle vostre scuole saran loro chiuse? E sorgeranno gli Stati per cacciarli? La Chiesa del Cristo vedrà ella senza levar la voce gli oltraggi a’ tanti miseri che non hanno soccorso? respingerà le mani tremanti che sono stese a lei supplicando? Autorizzerà, tacendo, la barbarie di coloro che vorrebbero cacciarli dai nostri Stati? Oh! se ciò fosse, la nostra patria dovrebbe tremare, pensando che la sorte delle nazioni è in mano d’un Dio vendicatore. Voi dite: «Noi non abbiamo più bisogno di loro: partano per l’Africa.»

Che la provvidenza divina abbia serbato a loro un rifugio nell’Africa, è un grande e notevole fatto: ma non è già questa una legittima ragione perchè la Chiesa del Cristo neghi a que’ poveri proscritti un soccorso di cui è loro tenuta.

Se la repubblica di Liberia venisse popolata d’una razza ignorante, senza esperienza, mezzo barbara, sfuggita pur ora alle catene della schiavitù, [p. 442 modifica]non si farebbe altro che prolungare per lunghi anni quel periodo di dure fatiche e di conflitti che non si scompagnano giammai dal cominciamento d’ogni nuova impresa. La Chiesa del Nord accolga cotesti infelici collo spirito di Cristo: li accolga per ammetterli a parte dei beneficii d’una società repubblicana e cristiana, gli educhi, finchè abbiano raggiunto un certo grado di maturità intellettuale e morale, ed allora somministrerà loro i mezzi per recarsi a quella contrada ove potranno mettere in pratica le lezioni che avranno ricevute in America. Alcuni abitanti del Nord hanno tenuto questo metodo, e ne avvenne che si videro taluni, i quali prima erano schiavi, acquistar rapidamente istruzione, una qualche fortuna e riputazione: si svilupparono talenti, i quali debbono parere veramente notevoli, ove si faccia ragione delle circostanze: e per tratti egregi di onestà, di tenerezza, per sacrificii eroici a favore di fratelli ed amici rimasti in ischiavitù, essi si resero commendevoli ad ogni grado, che, tenuto conto dell’influenza tra cui nacquero e furono educati, dee cagionare un’alta meraviglia. Chi scrive queste pagine abitò per molti anni presso agli Stati ove è ammessa la schiavitù, ed ebbe occasione di osservare molti di coloro ch’erano sfuggiti alle loro catene. Ella ne ricevette alcuni nella propria casa in qualità di domestici, e li facea istruire a quelle stesse scuole a cui mandava i suoi figli. La testimonianza di missionarii, che nel Canadà raccolgono i fuggitivi concorda con le sue esperienze; ed ebbe prove sorprendenti dell’intelligenza di cui sono dotati i negri.

Il primo desiderio dello schiavo emancipato suol essere generalmente quello di venir istruito. Sono pronti a sostenere qualunque sacrificio acciocchè i loro figli siano educati. Le osservazioni dell’autrice e le testimonianze degl’istitutori provano che i neri imparano facilmente, ch’essi hanno una intelligenza assai penetrante. Questo giudizio si conforta pure per mezzo dei risultati ottenuti nelle scuole fondate a Cincinnati da alcuni uomini generosi.

Ecce una nota che ci trasmise il professore C. E. Stowe, già professore nel seminario di Lane (nello Stato d’Ohio) intorno agli schiavi emancipati, or residenti a Cincinnati. Questa nota dimostrerà a che possa giungere la razza negra, anche allora ch’essa è priva d’una particolare assistenza e di incoraggiamento.

Daremo soltanto le iniziali dei nomi:

«B., ebanista, abita in quella città da vent’anni; si ricomperò per la somma di diecimila dollari, frutto della sua industria; è anabattista.

«C., affatto negro, tolto sulla costa d’Africa, fu venduto alla Nuova-Orleans; si riscattò per seicento dollari. È domiciliato a Cincinnati da quindici anni; coltivatore; possiede varie fattorie negli Stati d’Indiana; è presbiteriano. Possiede ora da quindici a ventimila dollari.

[p. 443 modifica]«K., affatto negro, possiede trentamila dollari, è in età di quarant’anni, è libero da sei anni; pagò ottocento dollari per riscattare la sua famiglia; è anabattista; ebbe dal suo padrone un legato, ch’egli pose a frutto ed aumentò considerevolmente.

«G., affatto negro, mercante di carbone; ha trent’anni, possiede diciottomila dollari; si ebbe a riscattare due volte; essendo stato ingannato la prima, per seicento dollari; ha guadagnato con la sua industria tutto ciò che possiede; quando egli era schiavo consacrava al lavoro, mediante una mercede convenuta col suo padrone, quel poco di riposo che gli era concesso dal lavoro; è un bell’uomo, ed ha maniere gentili.

«W., negro per tre quarti, parrucchiere; libero da diciannove anni; ricomperò se stesso e la sua famiglia per tremila dollari; possiede ventimila dollari ch’egli guadagnò mercè la sua industria; è diacono della chiesa degli anabattisti.

«G. D., negro per tre quarti, lavandaio, originario del Kentucky; ricomperò sè e la sua famiglia per mille e cinquecento dollari; è morto recentemente in eta di sessant’anni; possedeva seimila dollari.»

Il professore Stowe aggiunge: «Conosco di persona tutti i detti individui, ad eccezione di G.»

L’autrice ha memoria di una vecchia mulatta impiegata in casa di suo padre in qualità di lavandaia. La figlia di cotesta donna avea sposato uno schiavo. Quest’ultima era attivissima; mercè una stretta economia, la perseveranza, le privazioni e l’industria, ella pote guadagnare novecento dollari, per ottenere con questi l’emancipazione del marito; non mancava più che un centinaio di dollari a compir la somma stabilita, allorchè il suo marito morì, ma i danari le furono restituiti.

Si potrebbero, a’ fatti accennati, aggiungere migliaia di anedoti che fanno testimonianza della pazienza, della probità, dell’energia, dispiegate dallo schiavo allorchè è posto in libertà.

E si rifletta che tutti costoro che accennammo giunsero ad assicurarsi una onesta agiatezza e una posizione sociale nelle circostanze più sfavorevoli. Secondo le leggi dello Stato di Ohio, l’uomo negro o di colore non può essere elettore, e solo da cinque anni gli fu concesso il diritto di deporre innanzi ai tribunali contro un bianco.

Nè gli esempi che abbiamo citati s’incontrano soltanto negli Stati d’Ohio. In tutti quelli dell’Unione s’incontrano individui, poc’anzi immersi nelle tenebre della schiavitù, che attendono per se stessi alla propria educazione con una energia veramente ammirabile, e giunger così ad ottenere nella società un grado onorevole. Pennington, fra gli ecclesiastici, Duglas e War tra gli editori ci offrono esempi assai noti.

Se cotesta razza, ancorchè oppressa, riuscì a trionfare di tanti ostacoli, [p. 444 modifica]che non farebbe ella ove fosse posta sotto il patrocinio d’una chiesa che operasse secondo il vero spirito di Cristo?

Siamo in un secolo in cui le nazioni tremano e s’agitano con moto convulsivo: una secreta potenza scuote il mondo. L’America e fors’ella sicura? Ogni nazione che tollera nel suo seno grandi iniquità, porta in se stessa gli elementi dell’ultima convulsione.

Perchè mai questa influenza potente e misteriosa si fa sentire in tutte le nazioni, in tutte le lingue? Ond’è che s’alzano per tutto aspirazioni e gemiti verso le libertà e l’eguaglianza?

O Chiesa di Cristo, deh! comprendi finalmente i segni del tempo! Questa influenza non è ella lo spirito di Colui il cui regno dee ancora venire, e la cui volontà sarà fatta sì in terra che in cielo?

Ma chi potrebbe mai impedirne l’adempimento? «Però che il dì del Signore arderà come fornace, e il Cristo apparirà per deporre contro a coloro che tolgono al povero la dovuta mercede, che opprimono la vedova e l’orfano, che tolgono allo straniero i suoi diritti, e farà in pezzi l’oppressore.» Queste parole non sono esse tremende per una nazione che ha nel suo seno un’orribile ingiustizia? Cristiani, tutte le volte che pregate che il regno di Dio giunga, dimenticate voi che i profeti, con terribile ravvicinamento, associano al giorno della redenzione quello della vendetta? Un breve tempo di grazia ci è concesso ancora: il Nord e il Sud furono colpevoli innanzi a Dio, e la Chiesa cristiana avrà a renderne un conto severo. Non è già col riunirsi a proteggere l’iniquità, col creare un capitale comune di barbarie, che gli Stati-Uniti possono salvarsi; ma bensì per mezzo del pentimento, della giustizia, della misericordia.

La legge fisica per cui una pietra scende in seno all’Oceano non è più certa di quella immutabil legge per cui la crudeltà e l’ingiustizia attirano sulle nazioni la collera di Dio onnipotente.



FINE