La capanna dello zio Tom/Capo XIX

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XIX. Ancora delle esperienze ed opinioni di miss Ofelia

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XIX. Ancora delle esperienze ed opinioni di miss Ofelia
Capo XVIII Capo XX

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CAPO XIX.


Ancòra delle esperienze ed opinioni di miss Ofelia.


— «Tom, tralasciate di attaccare i cavalli: non voglio uscire» disse Evangelina.

— «Ma perchè, miss Eva?»

— «Coteste sciagure mi scendono al cuore, Tom — disse Evangelina. — Mi scendono al cuore — ripetè con forza... Io non voglio uscire.» Ciò detto s’allontanò, e rientrò in casa.

Alcuni dì appresso un’altra donna venne in luogo della vecchia Prue a portare i biscotti. Miss Ofelia si trovava in cucina.

— «O Dio — esclamò Dina — che avvenne di Prue?»

— «Prue non ritornerà più» disse la donna con aria di mistero.

— «Non tornerà più? — disse Dina. — E perchè? È morta ella forse?»

— «Noi nol sappiamo bene: ella è giù, nella cantina» disse la donna dando un’occhiata a miss Ofelia.

Poichè miss Ofelia ebbe preso i biscotti, Dina accompagnò la donna fino alla porta.

— «Che è dunque della zia Prue? Via, ditemelo.»

Parea che la donna desiderasse di parlare; nondimeno esitava. Finalmente con voce commossa e misteriosa rispose:

— «Voi non ne farete parola ad alcuno. Prue si ubbriacò di nuovo. La chiusero nella cantina, e ve la tennero il giorno intero. Io gli ho intesi a dire, che le mosche le si erano appiccate addosso, e che n’era morta.»

Dina alzò le mani al cielo; e volgendosi s’avvide che le stava a fianco Evangelina, i cui grandi occhi, che teneano del misterioso, erano spalancati per l’orrore, e le guance e le labbra erano smorte e sbiancate.

— «Iddio ci aiuti! miss Eva sviene! Perchè mai le si lasciano udir cose tanto orribili?»

— «Non è vero ch’io svenga — disse con ferma voce la fanciulla: — e perchè non dovrei io udir queste cose? sarà certo a me più lieve l’udirle, che non fu alla povera Prue il sostenerle.»

[p. 222 modifica]     — «Dio buono! non conviene che si odano dalle dolci e delicate giovanette, come voi, questi atroci racconti; c’è da morirne.»

Evangelina diè in un profondo sospiro, e s’avviò su per la scala con lento e malinconico passo.

Miss Ofelia chiese ansiosamente de’ casi di Prue. Dina ne disse quanto seppe usando d’una garrulità estrema: e Tom aggiunse quanto di più ne aveva inteso egli stesso.

— «Un fatto abbominevole! estremamente orribile!» esclamò miss Ofelia entrando nella stanza ove Saint-Clare stava leggendo il giornale.

— «Di grazia, di che iniquità si tratta?»

— «Oh! hanno bastonata la Prue sì spietatamente che ne è morta!» rispose miss Ofelia; e raccontò per disteso tutto l’accaduto, amplificandone le circostanze che facean più ribrezzo.

— «Me l’aspettava già da qualche tempo che finirebbe così» disse Saint-Clare ripigliando il giornale.

— «Ve l’aspettavate! e non avete fatto nulla per impedire tanta iniquità? Non v’è qui magistrato alcuno, non v’hanno autorità che possano prevenire delitti così detestabili?»

— «Si crede comunemente che l’interesse della proprietà basti a prevenirli. Se v’ha alcuno che voglia ruinare ciò ch’ei possiede, non so che mezzo possa trovarsi per vietarglielo. La povera vecchia avea, per quanto si dice, il vizio di ubbriacarsi e rubare: ella non ecciterà quindi gran compassione.»

— «Ma queste cose sono orribili, sono mostruose, Agostino! esse trarranno certamente sul capo di voi tutti la vendetta del cielo.»

— «Mia cara cugina, nè io ho commesso il delitto, nè ho potuto impedirlo. Se v’hanno uomini brutali che s’abbandonano a’ loro istinti feroci, che c’entro io? Essi hanno un’autorità assoluta; sono despoti che non hanno a rispondere delle loro azioni ad alcuno. Come interporsi, quando non v’e legge positiva che vi sostenga? Non possiamo fare nulla di meglio, che chiuder gli occhi e le orecchie, e risparmiarci le brighe che riuscirebbero a vuoto.»

— «Ma potete voi chiuder gli occhi e le orecchie?»

— «Cara mia, che potete mai aspettarvi da noi? Una classe avvilita, non educata, indolente, irritante giace in piena balia dei bianchi che sono più assai numerosi, che non hanno alcun freno, nè alcuna autorità che loro sovrasti, che non sono nemmeno abbastanza avveduti intorno a’ proprii interessi. In cosiffatte condizioni sociali che resta ad un uomo d’onore se non chiuder gli occhi e indurare il suo cuore? Certo io non posso comperare tutti gl’infelici ch’io veggo: non posso farmi cavaliere errante e imprendere a raddrizzare ogni torto. Il più ch’io possa fare egli è il tenermi in disparte.»

[p. 223 modifica]         Il sereno aspetto di Saint-Clare divenne fosco e pensoso per qualche istante: pareva vinto da un’idea penosa. Ma ripigliando indi a poco il suo usato sorriso, disse: «Orsù, cugina, smettete cotesto contegno di Fata in corruccio. Non avete rimosso fin ora che una parte del velo: ma se vi prendesse vaghezza di esplorare tutti i misteri della scena del mondo, avreste a schifo ogni cosa. Sarebbe lo stesso che esaminare la cucina di Dina.»

Saint-Clare si stese sopra un sofà, e ripigliò la lettura del suo giornale. Miss Ofelia prese a lavorar di maglia con un moto quasi convulsivo. Lavorò, lavorò; serbò lungamente il silenzio, e intanto i suoi pensieri aggiungevano esca al fuoco che le ardeva in cuore. Finalmente la fiamma si sprigionò vincendo ogni ritegno.

— «Oh! bisogna ch’io ve lo dica francamente, Agostino: io non posso trattar siffatte iniquità con quella leggerezza con che le trattate; no non posso. E un’abbominazione vera che osiate difendere cotesto sistema. Eccovi ciò ch’io ne penso.»

— «Che? — disse Saint-Clare alzando la testa — siamo da capo?»

— «Vi ripeto che il difendere cotesto sistema è cosa mostruosa» ripiglìò miss Ofelia con ardore più vivo.

— «Cara mia, lo difendo io forse? Chi v’ha detto ch’io lo difenda!»

— «Forsechè nol difendono tutti gli abitanti del Sud? Se ciò non fosse, terreste schiavi?»

— «Siete voi semplice a segno che pensiate non farsi in questo mondo se non ciò che si crede conforme alla giustizia? Non fate voi giammai, o non avete mai fatto cosa alcuna che non vi paresse affatto giusta?»

— «Se io ebbi tale debolezza, me ne pento» soggiunse miss Ofelia, agitando frettolosamente i suoi aghi.

— «E fo così anch’io — disse Saint-Clare sbucciando una melarancia. — Io me ne pento sempre di tutto cuore.»

— «Ma perchè dunque tenete lo stesso costume?»

— «Non v’intervenne mai, cara cugina, di tenere lo stesso costume, o almeno di ricadere dopochè vi siate pentita?»

— «Sì, ma allora soltanto ch’io era fortemente tentata.»

— «Or bene, io sono stato fortemente tentato: ecco appunto la difficoltà che mi si attraversa.»

— «Ma risolvetti sempre di svezzarmi dai mali abiti.»

— «Ed io pure, da dieci anni, rinnovo tutto dì la stessa risoluzione; ma finora non riuscii nell’intento. Siete voi riuscita, cugina, a non cadere in alcun errore?»

— «Agostino — rispose gravemente miss Ofelia ponendo da un lato la sua maglia — io merito che mi rimproveriate i miei errori, nè [p. 224 modifica]pretendo scolparmene: corre tuttavia tra me e voi una differenza. La mia condotta non s’accorda sempre a’ miei principii, nol nego; ma parmi ch’io mi troncherei la mano destra anzi che proseguire oltre ogni dì in una via che mi paresse malvagia. E quando le mie azioni fossero all’atto disformi da’ miei principii, non mi maraviglierei certo che me ne faceste rimprovero?»

— «Cara mia — ripigliò Saint-Clare sedendosi a terra a’ piedi di sua cugina — non prendete, di grazia, un contegno così grave.»

— «Voi avete un bel scherzare, Agostino; la materia è grave.»

— «Sì, grave, dolorosa e tale da non essere trattata nelle ore di caldo. Può l’uomo innalzare la sua mente a sublimi contemplazioni, quando il suo corpo è tormentato dalla vampa del sole e dalle punture degl’insetti? Allorchè il corso degli avvenimenti richiede che esso tenga una o due dozzine di negri, è mestieri adattarsi alla pubblica opinione, e...»

— «Non m’accorgo che il vostro discorso si faccia punto più serio» disse miss Ofelia.

— «Eccomi qual mi volete — disse Saint-Clare, di cui il volto ad un tratto s’atteggiava a gravità — Non può esservi che una sola opinione intorno alla questione astratta della schiavitù. I piantatori che se ne giovano, i preti che vogliono andare a’ versi de’ piantatori, i politici che cercano dominare potranno snaturare la morale, sfatare la natura, falsare il vangelo; ma non faranno gabbo ad alcuno. La schiavitù viene dal demonio, che instituendola, ha dato un saggio di quanto sia capace di fare.»

Miss Ofelia rimase istupidita; e Saint-Clare, che pareva godesse dello stupore di lei, continuò:

— «Che cosa è quest’istituzione, maledetta dall’uomo e da Dio? Spogliatela del suo orpello, esaminatela in ogni sua parte, e ditemi che cos’è? Perchè il mio fratello nero è debole ed ignorante, mentre io sono robusto e intelligente, gli toglierò quanto possiede, lasciandogli solo ciò che a me piace! Le durezze, le sudicerie, le cose sgradevoli le imporrò allo schiavo! Perchè io sono un fuggi-fatica, egli lavorerà! Perchè il sole m’abbrucia, egli si farà abbrustolire dal sole! Lo schiavo guadagnerà l’oro, ed io lo sciuperò! Lo schiavo si stenderà col corpo nelle pozzanghere, affinchè io possa sul corpo suo passarle asciutto! Lo schiavo in tutta la sua mortale carriera farà la mia volontà e non la sua, e non avrà altri mezzi per salire al cielo, fuorchè quelli che a me piacerà di accordargli! Tutte queste ingiustizie sono corollarii di tale instituzione. Io sfido chicchessia a leggere il nostro codice nero, e di tirarne altre conseguenze. Si parla degli abusi della schiavitù, ma la schiavitù istessa non è un enorme abuso? Se questa non scompare, come Sodoma e Gomorra, dalla faccia della terra, si è perchè non si applica in tutta la sua estensione. Per [p. 225 modifica]compassione, per pudore, perchè siamo nati di donna e di belve, non facciamo uso di tutta la forza, che le leggi pongono nelle nostre mani. I più insensibili, i più barbari non eccedono i limiti della legalità!» Che sudiceria è questa? chiese miss Ofelia, mostrando un vasetto pieno di pomata. Capo XVIII.

Saint-Clare erasi alzato in piedi, e, come era solito nei momenti di agitazione, misurava la camera con passi accelerati. La sua bella figura classica, simile a quella d’una statua greca, raggiava di nobile fuoco; i suoi grandi occhi azzurri scintillavano; ed egli involontariamente facea [p. 226 modifica]gesti concitati. Miss Ofelia, che mai non l’avea visto in tale stato, conservava un profondo silenzio.

— «Vi protesto — riprese egli, piantandosi dirimpetto alla cugina — che se per cessare finalmente tanta ingiustizia e miseria questo paese si sprofondasse nelle viscere della terra, consentirci di essere con quello inghiottito. Allorquando ne’ miei viaggi io m’abbatteva a certi infami poltroni investiti di autorità legale su uomini, donne e fanciulli, che sovente avevano comprati con denaro rubato, cento volte fui sul punto di imprecare alla mia patria, di maledire la razza umana!»

— «Agostino, Agostino, quest’è troppo! — gridò miss Ofelia; — nulla ho mai udito di simile, anche nei paesi del nord.»

— «Nei paesi del nord! — disse Saint-Clare, che per una metamorfosi improvvisa avea ripresa la sua abituale spensieratezza. — Bah! voi abitanti del nord siete freddi; non sapete, come noi, aprire il labbro ad imprecare, a maledire.»

— «Ma il modo sta nel sapere....»

— «Sì, nel sapere come io mi sia acconciato a tale iniquità.... Mi è facile la risposta: io l’ho avuta in retaggio. I miei schiavi appartenevano al mio padre ed alla mia madre; ed ora appartengono a me con tutta la loro posterità, che non è poco aumento. Mio padre, voi il sapete, era originario della Nuova-Inghilterra; uomo che era il rovescio della medaglia del vostro, un vecchio romano, altiero, energico, dotato di ferrea volontà. Il vostro padre pose la sua dimora nella Nuova-Inghilterra per regnare su scogli e pietre, e rendere fertile il suolo; il mio, invece, venne ad abitare nella Luigiana per governare uomini e donne. Mia madre — a tali parole Saint-Clare alzò con venerazione gli occhi ad un ritratto appeso al muro, — mia madre era un angelo!... non v’offenda questa parola, giacchè voi sapete ciò che voglio dire, certamente ella era mortale; ma per quanto io possa giudicarne, non v’era in lei traccia degli errori e delle debolezze umane. Tutti coloro che l’hanno conosciuta, liberi o schiavi, parenti od amici, sono meco d’accordo in tale asserzione. La mia madre non mi lasciò essere del tutto incredulo: in lei era incarnato il nuovo Testamento, ella era la moralità personificata, un’emancipazione dell’eterna verità. Oh mia madre! Oh mia madre....»

Saint-Clare giunse le mani con trasporto; quindi calmandosi, s’assise sopra di un’ottomana.

— «Mio fratello ed io eravamo gemelli — riprese; — si dice, voi il sapete, che i gemelli si rassomigliano; e nondimeno noi due eravamo una antitesi perfetta. Egli aveva occhi neri, capelli neri, color bruno, un profilo romano notabilmente marcato; i miei occhi invece erano azzurri, bionda la capigliatura, il colore bianco e il profilo greco. Egli era attivo, [p. 227 modifica]io pensoso. Egli era generoso cogli amici e cogli eguali, ma altiero ed arrogante coi soggetti, inesorabile cogli avversarii. Noi ci amavamo scambievolmente, come fanciulli, talora più talora meno. Io era il beniamino della madre, egli lo era del padre. Io era dotato d’una sensibilità malaticcia che egli ed il mio padre non potevano comprendere, ma che non mi lasciava venir meno la simpatia della madre. Quand’io bisticciava con Alfredo, e mio padre mi guardava con occhio severo, tosto mi rifuggiava sotto l’egida della madre. Io la veggo ancora con quelle guance pallide, con quello sguardo dolce e profondo, con quella sua veste bianca. Mia madre vestiva sempre di bianco; e ciò mi faceva pensare ai santi, di cui le sacre carte descrivono gli abiti ed il portamento. Ella aveva molte e rare doti: coltivava con maestria la musica; e spesso sul suo organo faceva sentire le antiche e sublimi ispirazioni della chiesa cattolica, cantando con una voce simile a quella degli angeli; allora io posava il capo su’ suoi ginocchi, piangeva, farneticava, in preda a sensazioni che umano linguaggio non può esprimere.

«A tal’epoca la questione della schiavitù non era stata ancora posta in campo; niuno vi aveva pensato.

«Mio padre era un aristocratico puro sangue. Forse in una vita anteriore egli aveva occupato un qualche alto posto, e avea seco portato l’arroganza di quelle antiche corti, quantunque sia nato da una famiglia povera e popolana. Mio fratello ne era una copia genuina.

«Un aristocratico, si sa, non ha simpatie per coloro che vivono fuori d’una certa classe di persone. La linea di demarcazione varia secondo i paesi, ma non si oltrepassa mai, ed agli occhi di mio padre questa era segnata dal colore della carnagione. Giusto e generoso coi bianchi, riguardava i negri, di qualunque gradazione o tinta essi fossero, come anello tra l’uomo ed il bruto, e fondava su tale ipotesi tutte le sue idee di equità. Se a caso qualcuno gli avesse chiesto se i negri avevano un’anima, forse avrebbe risposto affermativamente, ma non volea saperne di spiritualismo. Privo di religiosi sentimenti, egli riconosceva un Dio, ma solo come capo della classe privilegiata.

«Mio padre possedeva cinquecento schiavi incirca; inflessibile, esigente, puntiglioso negli affari, voleva che ogni cosa procedesse colla regolarità d’un orologio. Se riflettete che i suoi negri erano uomini bugiardi, fiacchi, snervati, comprenderete di leggieri che nelle piantagioni di mio padre avvenivano spesso cose che davano martello ad un cuore sensitivo come il mio.

«Il soprintendente del luogo era un omaccione di aspetto sinistro, di polsi robusti; un figlio rinnegato dello stato di Vermont, che aveva molto studiato alla scuola della brutalità, dandone illustri saggi prima di esserne [p. 228 modifica]ammesso alla pratica. Mia madre ed io non lo potevamo tollerare; ma egli aveva acquistato sul padre mio una compiuta influenza, e regnava da despota assoluto.

«In allora io era ben giovane; ma sentiva molta inclinazione a studiare l’umanità. Solea spesso aggirarmi tra le capanne degli schiavi e i campi di canne; porgea orecchio ad ogni lamento, e ne riferiva a mia madre, perchè avevamo composto di noi due una specie di comitato per far ragione di ogni offesa. Eravamo riusciti a reprimere molti atti di crudeltà, e ci rallegravamo con noi stessi di aver fatto qualche bene; ma, come spesso avviene, lo zelo soverchio guastò l’opera. Stubbs dichiarò a mio padre che non potea più oltre comandare agli schiavi, e perciò dovea dimettersi dalle sue funzioni. Mio padre era marito affettuoso, indulgente, ma uomo che non rifuggiva mai da una cosa che credesse necessaria; e quindi si frappose, come roccia, inesorabile tra noi e li schiavi. Parlò a mia madre, in linguaggio rispettoso e con deferenza, ma con energia al tempo stesso, che essa avea intera padronanza sugli schiavi di casa, ma che non dovea punto immischiarsi in quelli della campagna. La riveriva, la rispettava sopra tutte le donne: ma avrebbe detto le stesse cose perfino a Maria Vergine, se questa si fosse attraversata al suo sistema.

«Udìa spesso mia madre discuter con lui per muoverlo a compassione dei negri; ed egli solea rispondere colla gentilezza più fredda, più scoraggiante, alle preghiere più commoventi. Il punto della questione è questo — diceva egli; — debbo congedare Stubbs o ritenerlo? Stubbs è la puntualità, l’onestà, l'attività in persona, espertissimo delle faccende ed umano quanto è possibile; non dobbiamo cercare il bello ideale; se lo tengo al mio servizio, debbo, nel complesso, sostenere la sua amministrazione, quando anche si potesse appuntare in qualche accessorio. Ogni governo contiene necessariamente qualche difetto; le regole generali soprastanno ai casi particolari. Questa suprema massima scusava, agli occhi di mio padre, gli atti di crudeltà meno plausibili. Dopo averla emessa, si adagiava sopra un sofà, come un uomo che ha deciso e si mettea a fumare od a leggere un giornale.

«Mio padre dimostrava le qualità necessarie ad uomo di Stato. Avrebbe smembrata la Polonia come si divide un arancio, ed oppressa l’Irlanda colla maggiore imperturbabilità che si possa immaginare. Alla fine mia madre disperò poter compiere i suoi disegni. Nessuno saprà mai, sino a conto definitivo, quanto abbian sofferto nature nobili, sensitive come quelle di mia madre, gettate in un abisso di ingiustizia, di crudeltà che esse sole san misurare. V’ha per esse una lunga stagione di dolori, in questa dimora poco dissimile dall’inferno. Che le rimaneva se non ispirare ne’suoi [p. 229 modifica]figli li stessi pensieri e sentimenti? Ma, checchè dir si possa sull’efficacia dell’educazione, i fanciulli rimangono, in sostanza, come la natura li ha fatti. Alfredo, fin dalla culla, avea tendenze aristocratiche; e, a mano a mano che cresceva, queste tendenze si svilupparono collo stesso indirizzo, nè i consigli della madre giovaron punto. Quanto a me, li chiusi profondamente in cuore. Ella non contraddicea mai, apertamente, ciò che mio padre diceva, nè parea che differisse di opinione; ma seppe imprimere a caratteri di fuoco, nel profondo dell’anima mia, un’alta idea della dignità, del valore, che avea ogni creatura umana, tuttochè infima nei gradi sociali. Io la contemplava in volto con solenne venerazione, quando ella, additandomi le stelle della sera, mi diceva: — Guarda lassù, Augusto! le anime dei mortali più derelitti vivranno ancora, quando quelle stelle saranno dileguate per sempre, vivranno immortali come Dio! —

— «Avea alcuni bei quadri antichi, quello specialmente d’un Cristo che risana un cieco. Eran bellissimi, e mi producean nell’anima una profonda commozione. — Vedi, Augusto — mi diceva essa; — questo cieco era un mendico, un tapino; e perciò Cristo non volle guarirlo da lontano. Lo chiamò a sè e gli pose la mano sopra! Ricordatene, figliuol mio! Se io fossi cresciuto sotto la sua direzione, mi avrebbe ispirato, ben me ne accorgo, un grande entusiasmo per la virtù; sarei stato un santo, un riformatore, un martire — ma oimè! io fui diviso da lei in età di soli tredici anni, nè mi fu dato di rivederla mai più!»

Saint-Clare rimase col capo appoggiato sulla mano, e stette silenzioso per alcuni minuti.

— «Che è mai — diss’egli poco dopo — ciò che chiamasi virtù umana! Affare, il più delle volte, di latitudine, di longitudine, di posizione geografica, che si confonde col temperamento naturale. Il più non è che accidente! Vostro padre, per esempio, dimora a Vermont, città dove tutti, in sostanza, sono liberi ed eguali; divien diacono in una chiesa, entra in una società Abolizionista, e ci riguarda peggio che pagani. Vidi le mille volte trapelare in lui la stessa indole prepotente, soverchiatrice. Voi sapete quanto sia difficile persuadere agli abitanti del vostro villaggio che Saint-Clare non si reputi più da loro. Il fatto è che quantunque egli sia caduto in condizioni democratiche ed abbia abbracciato dottrine democratiche, è aristocratico di cuore, quanto era mio padre, che comandava a cinquecento o seicento schiavi.»

Miss Ofelia si sentìa il ghiribizzo di rispondere acremente, e già metteva da banda i suoi aghi da calza; ma Saint-Clare riprese subito:

— «So parola per parola ciò che volete rispondere. Non voglio dire che fossero in tutto simili. Uno di essi si trovò in condizione dove ogni cosa contrastava alle sue tendenze naturali; e l’altro invece, ove tutto [p. 230 modifica]consuonava al suo modo di sentire. Quindi il primo divenne un democratico rabbioso, prepotente; il secondo, un despota intollerante. Se amendue avessero avuto le loro piantagioni in Luigiana, sarebbero stati eguali come due palle fuse nella stessa forma.»

— «Mostrate ben poco rispetto verso i vostri maggiori!» disse miss Ofelia.

— «Non credo mancar loro di rispetto — riprese Saint-Clare; — tuttochè l’essere riverente non sia, come saprete, la mia virtù principale. Ma torniamo al mio racconto.»

«Mio padre, morendo, lasciò ogni suo avere ai due suoi figli, perchè se lo dividessero di buon accordo. Nessun uomo al mondo fu più nobile, più generoso d’Alfredo verso i suoi eguali; e noi procedemmo perfettamente unanimi nello scompartirci il retaggio paterno. Ci accordammo di coltivare insieme la stessa piantagione; ed Alfredo, che avea attitudine ed energia il doppio di me, divenne un piantatore entusiasta e riuscì a maraviglia nella sua impresa.

«Ma due anni di prova mi persuasero che io non era uomo di poterlo coadiuvare. Dovea governare settecento schiavi che io non conosceva, e verso i quali non sentiva interesse personale; farli dormire, mangiare, lavorare con precisione militare; condurli come gregge — fissar loro l’orario del riposo e del passatempo; dovea ricorrere agli ispettori, agli aguzzini, e adottar sempre, per ultimo argomento, la frusta: — tutto ciò mi riuscia insopportabile; e mi sentìa quasi atterrito quando pensava alla stima che facea mia madre di ogni creatura umana, per quanto fosse meschina!

«Non mi si parli dei godimenti che possono aver li schiavi. Abborro i discorsi di alcuni odierni filosofi del Nord, i quali nel loro zelo vorrebbero giustificarci. Conosco abbastanza queste cose. Come mai può esser lieto un uomo, costretto a lavorare da mane a sera sotto l’occhio d’un padrone, il quale non ha altro limite al suo potere che quello del suo volere; costretto, ripeto, a coltivare lo stesso terreno arido, monotono; senza altra riconoscenza che un paio di brache e un paio di scarpe all’anno; nutrito quanto basta per aver forza di lavorare, ricoverato appena dalle intemperie? Chiunque crede possa un uomo viver contento di questo stato, vorrei venisse subito messo a prova. Comprerei io quel cane e vorrei farlo lavorar di proposito!»

— «Supposi sempre — disse miss Ofelia, — che voi e i vostri pari non solo approvassero queste cose, ma ben anche le credessero giuste — secondo la scrittura.»

— «Bazzecole! non siamo ancora a questo punto. Alfredo, che è un despota determinato, non crede doversi attenere a questo sistema di difesa; no, invoca, a viso aperto, quell’antico e rispettabil principio, il diritto del [p. 231 modifica]più forte; e dice, nè credo mal si apponga, che il piantatore americano non fa, sotto altra forma, che ciò che fanno verso le classi inferiori i nobili e i banchieri inglesi; cioè appropriarseli, anima e corpo, adoperarli come meglio torna loro. Difende l’uni e l’altri, e credo con buone ragioni. Dico che non può esistere società ben incivilita senza la schiavitù delle masse, sia nominale, sia reale. Vi debbe essere in conseguenza una classe inferiore, condannata ad un lavoro materiale, ad una esistenza puramente animale; ed una superiore, fornita di beni di fortuna, per attendere a’ lavori intellettuali e governare li altri. Egli ragiona così perchè, come poc’anzi vi diceva, è nato aristocratico, ed io penso tutto il contrario, perchè son nato democratico.»

— «Io credo — riprese miss Ofelia — che non si possa istituir paragone tra l’Inghilterra e l’America. L’operaio inglese non è venduto, trafficato, strappato alla sua famiglia, battuto.»

— «È a discrezione di chi lo adopera, come se questi lo avesse comperato. Il piantatore può battere lo schiavo renitente a segno da farlo morire — il capitalista può privarlo di pane sino al punto di farlo morire di fame. Quanto alla sicurezza domestica, è difficile poter dire chi stia peggio — l’uno si vede vendere i figliuoli, l’altro se li vede morir di fame in casa propria.»

— «Ma non si giustifica la schiavitù col dimostrare che vi sono altre cose egualmente cattive.»

— «Io non pretendo giustificarla; dico solo che noi osiam rompere, in modo più evidente, i diritti dell’uomo. Qui si compra un uomo come un cavallo; gli si esaminano i denti, gli si fanno scricchiolare le articolazioni, si prova a farlo camminare e poi si paga. Abbiamo speculatori, educatori, usurai che trafficano anima e corpo. — Quindi il male si presenta agli occhi del mondo incivilito sotto una forma più palpabile, sebbene la cosa, in ultima analisi, riesca allo stesso risultamento; quello cioè di appropriarsi una parte dell’uman genere, e farla servire, senza riguardo alcuno, a vantaggio dell’altra parte.»

— «Non ho mai esaminata la cosa sotto questo punto di vista» disse miss Ofelia.

— «Viaggiai in Inghilterra, e raccolsi buon numero di documenti circa la condizione delle classi inferiori; e credo veramente che Alfredo abbia ragione quando afferma che i suoi schiavi sono trattati assai meglio che non sia gran parte della popolazione in Inghilterra. Dunque, come vedete, non possiamo dedurre che Alfredo sia un padrone crudele. È dispotico, inesorabile contro i riottosi; ucciderebbe un negro ribelle colla stessa facilità con cui ammazzerebbe un daino; ma in generale si reca a vanto che i suoi schiavi siano ben pasciuti e ben alloggiati.

[p. 232 modifica]         «Quando era con lui, insistei più volte perchè facesse compartir loro una qualche istruzione; ed egli, per compiacermi, procacciò loro un cappellano, che ogni domenica solea ammaestrarli sul catechismo; ma forse internamente opinava sarebbe stato lo stesso far predicare a’ suoi cani, o a’ snoi cavalli. Difatti, un uomo istupidito, imbestialito fin dalla nascita, condannato per un’intera settimana ad un lavoro materiale, non può trarre gran profitto da poche ore di istruzione nella domenica. I direttori delle scuole domenicali nella popolazione manifatturiera dell’Inghilterra, e tra li schiavi nelle nostre piantagioni, potrebbero attestare che raccolgono li stessi frutti qua e . Tuttavia si osservano tra noi delle eccezioni maravigliose, perchè il negro è, più del bianco, accessibile ai sentimenti religiosi.«

— «Ebbene — disse miss Ofelia — come vi siete ritirato dalla vita di piantatore?»

— «A poco andare, Alfredo ben si avvide che io non era acconcio a tali operazioni. Dopo che avea introdotto, per compiacermi, molte riforme e miglioramenti, gli seppe male che io non fossi ancora contento. Ma io, in sostanza, detestava la schiavitù, quel traffico di donne e di uomini, quel sistema d’ignoranza perpetua, di brutalità, di vizio — coll’unico scopo di far danaro! D’altronde, essendo io pure uno de’ mortali più infingardi, era molto indulgente verso l’infingardaggine altrui. Quando i poveri negri celavano pietre in fondo ai loro canestri di cotone per renderli più pesanti, o riempian di polvere i lor sacchi, con un po’ di cotone alla superficie, sentiva che, al loro posto, avrei fatto altrettanto; quindi non avea cuore di farli battere. Insomma, non vi era più disciplina nella piantagione; contrastava continuamente con Alfredo, come, alcuni anni prima, avea contrastato con mio padre. Mi disse, che io aveva un sentimentalismo da donna, che non sapeva maneggiar li affari; mi consigliò di togliermi, per mia parte, la casa e li stabili che possedevamo a Nuova-Orleans, scriver poesie, e cedere a lui il governo della fattoria. Così ci dividemmo, ed io venni a stabilirmi qui.»

— «Ma perchè non avete emancipati i vostri schiavi?»

— «Non ne ebbi il coraggio; mi ripugnava servirmi di essi, quasi strumento, a far denari, e credei meglio consumar fra loro il mio patrimonio. D’altronde, alcuni di questi negri erano antichi famigliari di nostra casa, ed io li amava; li altri erano troppo giovani per esser venduti; tutti furono contenti del proprio stato.»

Qui fece pausa, e cominciò a passeggiare, pensieroso, su e giù nella camera.

— «Vi fu un’epoca della mia vita — riprese Saint-Clare, — in cui sperava far qualche cosa di meglio che lasciarmi dominare dall’ozio. Ebbi [p. 233 modifica]un’ispirazione vaga, indistinta, di diventare una specie di emancipatore, — di lavar la mia patria da questa macchia. Tutti i giovani, suppongo io, vanno soggetti a questi accessi febbrili, almeno una volta; — ma....

— «Perchè nol faceste? — disse miss Ofelia. — Bisognava dar di piglio risolutamente all’aratro, e non guardarsi alle spalle.»

— «Tutto mi andava a rovescio; ed io, come Salomone, presi in uggia la vita. Credo che, tanto in lui, quanto in me, ciò fosse effetto di sapienza. Ma, ad ogni modo, invece di farmi attore, rigeneratore della società, divenni una specie di legno galleggiante, che ubbidisce all’impulso della corrente. Alfredo mi rampogna sempre; ed egli è migliore di me, lo confesso, perchè realmente qualche cosa fa. La sua vita è l’espressione logica delle sue opinioni; la mia è un dispregevole non sequitur

— «Mio caro cugino, potete voi esser pago di questo vivere ozioso?»

— «Pago? Non vi dicea forse che lo detesto?.... Ma per ritornare al nostro discorso, al punto della liberazione, questi pensieri intorno alla schiavitù non mi erano esclusivi. Conobbi molti, che nel loro cuore pensano come io perfettamente. La terra ne geme; è un flagello tanto per gli schiavi, quanto per i padroni, doloroso per tutti questo spettacolo di una gran parte de’ nostri simili, viziosi, imprevidenti, abbrutiti, infelici. Il capitalista e il nobile inglese non possono sentire ciò che sentiamo noi; essi non usano punto colle classi che degradano. I negri crescono nelle nostre case; si fanno compagni de’ nostri figli, de’ quali formano lo spirito assai prima di noi, avvegnacchè essi appartengono ad una razza colla quale i fanciulli si affanno volentieri; e quando Eva non avesse delle qualità molto distinte, ella sarebbe tosto perduta. Tanto dunque sarebbe lasciar che il vaiuolo prendesse i nostri schiavi, confidando che i nostri figli ne andassero esenti, quanto il lasciarli senza istruzione, colla lusinga che i nostri ragazzi non ne avessero a subire la contagiosa influenza. Ciò nulla meno le nostre leggi disdicono assolutamente che venga organizzato per gli schiavi un general sistema di educazione; e ciò è bene, dappoichè una sola generazione di costoro cresciuta a civiltà basterebbe per far crollare il faticoso edificio del lor servaggio; emanciperebbonsi da sè, dove noi tardassimo a farli liberi.»

— «E qual sarà dunque, al parer vostro, la fine di tutto ciò?» dimandò miss Ofelia.

— «Io nol so; ma quello che certo si è, che oggi le plebi si travagliano in cerca del meglio in ogni nazione, e che tosto o tardi un dies iræ verrà a consolarli del loro lungo patire. I sintomi di questa agitazione si veggono in Europa, in Inghilterra, in Francia, come nel nostro paese. Mia madre soleva dirmi, che noi ci avviciniamo ad un’epoca millenare, in cui il regno di Cristo incomincierebbe, e gli uomini sarebbero [p. 234 modifica]tutti liberi ed eguali; ed allorchè io era fanciullo, essa mi faceva ripetere: Signore venga il vostro regno. Ora questo regno si avvicina senza dubbio, ma chi può dirne l’ora precisa della venuta?»

— «Agostino — disse miss Ofelia riguardando fissa suo cugino; — io credo in verità, che voi non siate molto lontano dal regno di Dio.»

— «Vi ringrazio della buona opinione; ma son capace di voli e di cadute. Di voli sino alla porta del paradiso, quando si tratta di teoria; di cadute fino alla polvere della terra quando si viene alla pratica. Ma suona il campanello, che ci invita a prendere il thè; andiamo. Non potrete più dire che io non abbia mai parlato da senno una sola volta in mia vita.»

A tavola Maria fece allusione all’incidente di Prue.

— «Suppongo — diss’ella — cugina mia, che ci crederete tutti barbari.»

— «Credo — rispose miss Ofelia — che sia un atto barbaro; ma non per questo vi credo tutti barbari.»

— «Comprendo veramente — rispose Maria — che certe creature sono insoffribili, perverse al punto, che non son degne di vivere. Io non sento per costoro la menoma compassione. Se sapessero comportarsi meglio, queste cose non accadrebbero.»

— «Ma, mamma — disse Eva — quella povera creatura era infelice: ecco perchè si ubbriacava.»

— «Eh, capperi! non è questa una scusa! Talvolta io sono infelicissima. Credo — proseguì con aria meditabonda — d’aver sofferto assai più di lei. Sono infelici perchè malvagi. Ve n’ha di taluni, che non potete domarli a verun costo. Mi ricordo che mio padre avea uno schiavo così infingardo, che, per non lavorare, fuggiva tra i paduli, vivea di rapina e commetteva orrende cose. Fu preso, frustato più volte, ma non se ne raccolse mai alcun frutto; fuggì di bel nuovo, si strascinò tra i paduli, ed ivi finalmente morì. Non avea ragione di fuggire, perchè mio padre trattava sempre bene i suoi schiavi.»

— «Riuscii talvolta a ridurre a partito un negro, che tutti gli aguzzini, tutti i padroni non avean potuto domare.»

— «Voi? — chiese Maria; — sarei lieta di sapere come avete fatto.»

— «Davvero; era un negro robusto, gigantesco, nato in Africa; parea che avesse un istinto invincibile di libertà; vero leone africano. Si chiamava Scipione. Nessuno potea domarlo. Era passato di aguzzino in aguzzino, finchè Alfredo, sperando poterne far qualche cosa, lo comperò. Ebbene; un bel giorno getta a terra con uno schiaffo il custode, e se ne fugge tra i paduli. Noi avevamo diviso allora il nostro patrimonio, ed io m’era recato a visitar mio fratello nella sua piantagione. Alfredo era [p. 235 modifica]arrabbiato quanto mai, ma io gli dissi che la colpa era sua, e feci promessa che avrei ridotto a partito quell’uomo. Si convenne, che qualora fosse preso, avrei tentata la prova. Ci mettemmo, sei o sette compagni, in cerca di lui, con fucili e cani da caccia. Sapete che questa specie di gente, per poco che vi sia avvezza, si mette a cacciare un uomo coll’entusiasmo stesso che se avesse a cacciare un daino; ed era animato un tantino anch’io, benchè mi fossi messo nella partita coll’intenzione di far la parte di mediatore, qualora lo schiavo fosse ripreso.

«I cani abbaiavano, ululavano; noi perlustrammo la campagna; finalmente cogliemmo il negro nel suo nascondiglio. Si slanciò fuori, agile come un cervo, e, per buon tratto fuggendo ci precedette; ma stretto finalmente in un canneto impenetrabile, fece testa; e vi assicuro che seppe lottare da eroe contro i nostri mastini. Li respinge a sinistra, a destra; ne uccide tre con un colpo di pugno; finchè, colto da una palla dei nostri fucili, ferito, sanguinoso mi cade ai piedi. Il povero negro mi guardava coll’espressioue del coraggio infelice e disperato. Io tenni discosto i cani e i cacciatori che gli si volevano slanciare addosso, e lo reclamai come mio prigioniero. Nell’impeto della vittoria avrebbero voluto ammazzarlo, ma io insistetti per salvarlo; ed Alfredo me lo vendette. Ebbene; io me ne incaricai, e di lì a quindici giorni l’avea reso sottomesso e trattabile quanto potreste desiderare.»

— «E a che metodo vi appigliaste?» chiese Maria.

— «Metodo semplicissimo. Lo feci trasportare nella mia camera, dove gli avea fatto preparare un buon letto; gli medicai le ferite, e lo assistetti io stesso finchè egli fu in grado di levarsi. In quest’intervallo di tempo gli avea apparecchiato un atto di emancipazione, e gli dichiarai che potea andarsene dove meglio gli talentava.»

— «E se ne andò?» chiese miss Ofelia.

— «No. Quel pazzarello stracciò in due pezzi la carta, e ricusò assolutamente di abbandonarmi. Io non ebbi mai un negro più valente, più onesto, più sincero; sicuro come una punta di acciaio. Abbracciò quindi il cristianesimo, e divenne mansueto come un fanciullo. Io gli affidai la custodia della mia casa sul lago; uffizio che disimpegnò a meraviglia. Lo perdetti nella prima invasione del cholera. Infatti egli diede la sua vita per salvar la mia. Io era moribondo; tutti colti da timor panico, mi abbandonarono: Scipione mi fu intorno colla più viva sollecitudine, e mi richiamò a vita. Ma, povero negro! subito dopo fu colto egli stesso dall’epidemia, nè vi fu modo da risanarlo. Io non feci mai perdita tanto amara!»

Eva, mentre il padre raccontava questi fatti, gli si era bel bello avvicinata. La sua bocca semiaperta, i suoi occhi spalancati, intenti, esprimevano un grande interessamento.

[p. 236 modifica]         Quando egli finì di parlare, la fanciulla gli avvolse improvvisamente le braccia al collo, e ruppe in lacrime ed in singhiozzi affannosi.

— «Eva, mia cara figliuola, perchè piangi? — chiese Saint-Clare, mentre il corpicciuolo della fanciulla tremava tutto per eccesso di commozione. — Questa ragazza — soggiunse egli — non dovrebbe sentir mai a parlare di tali cose. È di un sistema troppo nervoso.»

— «No, papà, non soffro di contrazioni — disse Eva, facendosi violenza con una risoluzione di animo ben singolare all’età sua. — Non soffro contrazioni, ma queste cose mi vanno al cuore.»

— «Che vuoi tu dire, Eva?»

— «Non saprei spiegarmi, papà. Ho un gran tumulto di pensieri. Forse un giorno saprò esprimerteli.»

— «Ebbene, quando vorrai, figliuola mia; purchè tu non pianga e non affligga papà — disse Saint-Clare. — Guarda la bella pesca che ti ho portata.»

Eva la prese, sorrise, tuttochè un tremito convulsivo agitasse ancora li angoli della sua bocca.

— «Andiamo a vedere i pesci rossi» disse Saint-Clare, prendendola per la mano, e conducendola sulla verenda. Di lì a pochi momenti allegre risa scoppiarono dietro seriche cortine; Eva e Saint-Clare si lanciavan rose l’uno all’altro e si correan dietro nei viali del cortile.




V’ha pericolo di dimenticare il povero nostro amico Tom, per narrar fatti di persone più distinte in società; ma i nostri lettori potranno facilmente averne notizia, ove vogliano seguirci al disopra delle scuderie. Qui si apriva una pulita cameretta, con dentro essa un letto, una sedia, un tavolino di quercia, su cui posava la Bibbia e il libro degli inni di Tom. Egli vi stava assiso, colla sua ardesia innanzi, intento a cosa che parea gli costasse gran fatica di mente.

Gli affetti di Tom per la sua famiglia gli si erano talmente svegliati in cuore, che egli avea chiesto ad Evangelina un foglio di carta da lettere. Raccogliendo tutta la sua scienza letteraria, che avea imparata da Giorgio Shelby, gli era venuto in capo di scrivere una lettera, ed ora ne faceva il primo abbozzo sopra l’ardesia. Si trovava molto impacciato, perchè aveva dimenticato affatto la forma di parecchie lettere, nè sapeva come delineare esattamente quelle di cui si ricordava. Mentre stava lavorando e respirava appena, Eva agile come un uccellino, gli giunse dietro la scranna, e stette ad osservarlo al disopra della spalla.

[p. 237 modifica]         — «O Zio Tom. che bei geroglifici state voi facendo!»

— «Mi provava di scrivere alla mia vecchia moglie, Eva, e ai miei poveri figliuoletti — disse Tom, asciugandosi gli occhi col rovescio della mano; — ma temo di non riuscirvi.»

— «Vorrei aiutarvi, Tom! ho imparato un pochino a scrivere. L’anno scorso sapea formare tutte le lettere, ma temo di averle dimenticate.»

Eva avvicinò la sua testolina bionda a quella del negro, e cominciarono amendue una grave ed ansiosa discussione, pieni amendue egualmente di buon volere e d’ignoranza; dopo aver meditato per ciascuna parola, cominciarono una composizione, che, con somma loro compiacenza, somigliava alcun poco ad una scrittura.

— «Sì, zio Tom, comincia realmente ad andar bene — disse Eva, tutta contenta nel riguardarla. — Oh quanto la vostra moglie e i vostri poveri figliuoli ne saranno lieti! Oh l’è una vera vergogna l’avervene separato! Voglio pregar papà di lasciarvi tornare a casa.»

— «La padrona mi ha promesso di mandarmi danaro, non sì tosto ne avesse, per riscattarmi — disse Tom. — Io conto sulla sua parola. Il padroncino Giorgio mi ha detto che sarebbe venuto a prendermi, e mi diede in pegno questo dollaro.»

E Tom si trasse di sotto il corpetto il prezioso dollaro.

— «Oh, dunque verrà certamente — disse Eva; — me ne rallegro.»

— «Voglio mandar loro, come vedete, una lettera acciò sappiano ciò che io fo, e per dire alla buona Cloe che sto bene, perchè, povera donna! deve essere grandemente addolorata.»

— «Tom!» disse la voce di Saint-Clarc, che, in quel momento, comparve all’uscio della camera.

Tom ed Eva trabalzarono dalla sorpresa.

— «Che fate?» chiese Saint-Clare, avanzandosi e gettando uno sguardo sull’ardesia.

— «È una lettera per Tom. Lo aiutava a scrivere — disse Eva; — non va bene?»

— «Non voglio scoraggiarvi nè l’un, nè l’altro; ma voi, Tom, avreste fatto assai meglio a dirigervi a me per questa lettera. La scriverò appena tornato dalla cavalcata.»

— «Importa molto ch’egli scriva — disse Eva — perchè la sua antica padrona deve mandar denaro per riscattarlo; glielo ha promesso.»

Saint-Clare credette internamente che fosse una di quelle promesse con cui i padroni benevoli vogliono alleviare ai loro schiavi il dolore d’essere venduti, senza aver per nulla l’intenzione di tener parola. Ma non si espresse apertamente; ordinò solo a Tom che mettesse in pronto i cavalli per la passeggiata.

[p. 238 modifica]        La lettera per Tom fu scritta in debita forma ed impostata gelosamente quella stessa sera.

Miss Ofelia continuava indefessamente nel dar sesto alle facende domestiche. Tutti i famigli, cominciando da Dina sino al negrotto più giovane, concordavano in dire che miss Ofelia era veramente curiosa — epiteto con cui gli schiavi del Sud vogliono far comprendere che non sono contenti dei loro padroni.

I domestici poi d’alto bordo, come sarebbero Adolfo, Giovanna e Rosa, convenivano in dire che ella non era una signora; le signore non lavorano come essa; non ha piglio signorile; e si maravigliavano che ella fosse parente di Saint-Clare. Maria stessa diceva aperto che le era cosa intollerabile vedere sua cugina Ofelia in continue faccende. E difatti l’operosità di miss Ofelia era tale, che potea dar luogo a qualche lagnanza. Cuciva, raccomodava da mane a sera, colla sollecitudine di persona che è spinta da neccessità urgente; fatta notte, ripiegato il lavoro, dava di mano a’ suoi aghi da calzetta, e si rimettea all’opera più alacremente che mai. Era proprio una fatica il vederla.