La casa del poeta/Semi

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Semi

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La morte della tortora La Roma nostra

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SEMI

Tutti gli anni, di questi tempi, mi piace cogliere personalmente, nel nostro giardino, i semi dei piselli.

Qualcuno mi dice:

— Ma va là, è un modo ridicolo di perdere il tempo. Nella stagione prossima, con una lira se ne compra un cartoccio da seminarne un campo.

— È vero; ma tu credi proprio, amico mio, che io voglio risparmiare la lira per i miei futuri nipoti?

La risposta non viene, anche perché la mia domanda è rivolta, senza parole, al seme del pisello che io guardo, nel cavo della mia mano, come il grano di una collana che mi si è staccata dal petto e, rotta, giace dispersa intorno a me.

Bisogna raccoglierli uno per uno, i suoi grani, e pazientemente rinfilzarli col refe doppio della volontà e della speranza.

Così, riprendo in mano il tralcio secco [p. 256 modifica]della pianta del pisello, e ne cerco, tra le foglie leggere dorate che si sfarinano come farfalle morte, i radi baccelli, secchi pur essi e diafani, che basta premere lievemente fra due dita per trarne i semi maturi.

A volte il tralcio ne tira un altro, e questo altri dieci: accomunati tutti nella loro fine dolorosa, — dopo tanta frescura, tanti fiori, tanta dolcezza ricevuta dalla primavera e data alle minestre e alle frittate familiari, — pare che non si vogliano più separare; anzi, alcuni hanno trascinato con loro anche la frasca spinosa che li sorreggeva, attorcigliati ancora con quell’amore che è più forte della morte.

Il guaio è che un brutto momento mi ci trovo sommersa: più tiro, più alta e densa si fa la nuvola dorata ma anche polverosa e pungente dei tralci ribelli: ho l’impressione che siano essi ad assalirmi, con una rivolta di vendetta. Dice il loro fruscìo:

— Fa’ il piacere, non occuparti più di noi. Dopo tutta la gioia che ti abbiamo procurato, ed anche l’utile e il dolce, non smetti di tormentarci, e ci separi, e ci stronchi, e ci torturi anche dopo morti.

— È vero anche questo, amici miei, ma è per [p. 257 modifica]farvi rivivere, un’altra primavera, più folti, numerosi e fecondi.

Così rispondo, ma non sono convinta: mi alzo quindi, mi libero dei miei assalitori, anzi li debello ai miei piedi: e, annoiata, sto per chiamare la serva perché porti via l’ingombro.

Poiché le cose ormai è tempo di guardarle nella loro pratica realtà. Se vi sono le macchine per sgranare in un attimo migliaia di semi di piselli, e con una lira si può comprarne, nella stagione della semina, un cartoccio da fecondare un campo, è ridicolo davvero perdere il tempo e sciuparsi le unghie e il vestito a raccoglierne un pugno.

Ma, allora, tutto ciò di cui si parlava prima, la collana dei giorni della vita, che ogni tanto si rompe e si deve riallacciare, non esiste più?

Riprendo timidamente in mano il seme del pisello e gli parlo sottovoce.

— No, amico mio, non è per te che io compio tutti gli anni questa piccola fatica; poco mi importa che tu abbia a rigermogliare, a rivivere, a godere e far godere, a morire ancora. Ci sono gli ortolani che questa funzione la sanno fare molto meglio di me. È l’altra versione che mi [p. 258 modifica]preme: quella cioè d’illudermi, o di credere sul serio, che un’altra primavera debba risorgere anche per me, e mi trovi ferma al mio posto, nella mia nuvola di sogni e di poesia.

Poi, chiuso il pugno, lo accosto al mio orecchio, come una conchiglia con dentro la perla e il murmure del mare. Brontola questo murmure:

— Tu hai ragione, ma bisogna vedere se ti danno ragione gli altri. Siamo in tempi in cui tutto si scompone e si ricompone chimicamente. Persino il mare, la perla, i fiori.

— Anche i fiori?

— Anche i fiori. Leggi il giornale che è lì accanto a te sulla panchina, e vedrai.

Apro il giornale, e proprio nella seconda pagina, che ha ancora un odore forte di tipografia, trovo il fatto mio.

«Diversi colori (dei fiori) sono originati dalla stessa sostanza, a seconda della natura del succo cellulare della pianta. Il rosso delle rose, il blu dei fiordalisi, sono dovuti ad un unico corpo: la cianina, la quale, se il succo è alcalino, è azzurra, se il succo è acido diventa rosa, e se il succo è neutro, viola.

Naturalmente, intravisto il meccanismo di una simile metamorfosi delle sostanze odoranti in coloranti, e la trasformazione di queste, si è tentato di far avvenire in laboratorio, e con pieno successo, ciò che avviene in natura». [p. 259 modifica]

Convinta della parola della scienza, sollevo gli occhi, guardo intorno a me i cespugli quasi tropicali delle altee, slanciati, alti come alberi, ricchi di grandi foglie e di fiori che sembrano coppe di Murano; e tento di scomporre pure io l’illusione che avevo di trovarmi ancora nel giardino della mia fanciullezza, col cuore tutto d’oro, l’anima innocente, la fantasia pronta a bere il filtro magico della gioia di vivere dalle coppe colorate delle "rose di Spagna".

Quelle che nel mio paese si chiamavano rose di Spagna, poiché tutte le cose belle e fantastiche la tradizione popolare le faceva venire dalle terre di Castiglia e di Granata, in termine botanico si chiamano altee, o meglio althaea officinalis: pianta della famiglia delle malvacee, dalla cui radice si estrae un ottimo emolliente.

E non solo dalle radici, ma anche dalle foglie e dai fiori si estraggono essenze medicinali. Forse una di queste essenze è buona per i miei malanni fisici. Ben venga dunque l’aiutante dello speziale, strappi le mie rose di Spagna, fiore per fiore, foglia per foglia, e infine le sradichi e se le porti via.

Ma quando mi sembra di vedere il terreno desolato [p. 260 modifica]dell’aiuola smosso come un angolo di cimitero dove da poco è stato sepolto un morto povero, è naturale che mi venga voglia di piangere. Che m’importa dei miei malanni fisici, se l’anima è sana e vigile e potentissima ancora?

Ed anche il cuore è sano, e pronto risponde all’usignuolo che, in ultimo, gli dice: «Ti sbagli, antico cuore, se credi che io canti per il piacere tuo; canto solo per avvertire la mia femmina, attenta alla nostra covata nel giardino attiguo, che io sono qui, dove c’è buona caccia di moscerini».

— Va bene, valente usignuolo; però sono io che voglio parlare per ultimo; io che so benissimo di essere un semplice muscolo, cardine della porta di casa di una breve esistenza umana. Quando questa porta si chiuderà per sempre, poco mi curo di sapere come le cose andranno; ma finché si apre e si chiude per accogliere e rimandare amici e nemici, permetti che io veda in essi ancora le antiche immagini quali li vedevano gli uomini che, ignorando le leggi della natura, tutto spiegavano con una sola parola: Dio. E, dopo tutto, giovane usignuolo, il tuo canto è canto d’amore; e il tuo succo, o alta rosa di Spagna, è contro il dolore dell’uomo. [p. 261 modifica]

— E tu, — aggiungo io, — tu, seme di pisello, che mi sei scappato dal pugno per nasconderti in una ruga della terra, anche se io non ti seminerò né raccoglierò mai più, contieni il germoglio di altre mille e mille primavere, che i miei discendenti, e il mio seme con loro, ci godremo sino alla fine dei secoli. [p. 262 modifica]