La fine di un Regno (1909)/Parte I/Capitolo XIII

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Capitolo XIII

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CAPITOLO XIII

Sommario: Lo scritto di Antonio Scialoja — Impressione profonda a Napoli e in Corte — Il re n’è particolarmente irritato — Scialoja non disse tutto circa i soprusi delta polizia — Il re impotente a porvi riparo — Volle far confutare lo scritto — I sette campioni — Agostino Magliani e Nicola Rocco — Come entrò l’opuscolo nel Regno — La spedizione di Sapri — Un recente libro — Pisacane e Falcone si suicidarono? — Polemiche postume e accuse atroci — Spedizione voluta da Mazzini — Un’opinione ingiustificata — Alcuni particolari del processo — I titoli cavallereschi — L’ordine del Bagno e i varii ordini equestri — Un epigramma — Gli ordini preferiti del re — I cavalieri nelle province.



A rompere il silenzio, anzi a sciogliere addirittura le lingue, venne lo scritto di Antonio Scialoja sui bilanci napoletani e sardi. Lo Scialoja non sì limitò a confrontare meccanicamente le entrate e le uscite, quali apparivano dai bilanci dei due paesi, ma le sottopose ad una critica acuta e spietata, la quale, riducendo le cifre al loro giusto valore, rendeva eloquenti i confronti, mostrando la superiorità dello Stato sardo sul napoletano. Esaminate le entrate, egli le paragonava con le spese, e suddistinguendo queste, secondo, i varii rami della pubblica amministrazione, ne traeva argomento a considerazioni e rivelazioni gravi, le quali, prese insieme, illustravano tutta la vita economica e politica dei due Stati.

Fu un nuovo e inaspettato fulmine per Ferdinando II, e un risveglio per i sudditi. L’opuscolo, scritto con chiarezza e vivacità, come lo Soialoja soleva, si legge anche oggi con interesse. [p. 276 modifica]Non ingiurie, nè tirate rettoriche, ma un sottile e fine umorismo brilla in quelle pagine. Il dispotismo cieco di Ferdinando II, nonchè dai confronti e dall’eloquenza delle cifre, è flagellato dall’ironia dello stile. Non mancano gli aneddoti. Parlando dell’andata di Ferdinando IV al congresso di Laybach, Scialoja ricordava che un belìo spirito presente alla cerimonia, in cui Ferdinando giurò la Costituzione in San Lorenzo, ricavò dall’iscrizione dell’altare, che diceva altare privilegiatum, questo anagramma: mal giura patti re vile. Ventisette anni dopo, il 24 febbraio 1848, Ferdinando II compì la stessa funzione in San Francesco di Paola. Vi assisteva Ibrahim Pascià, il quale, uscendo di ohiess, feoe dire dal suo interpetre ad una persona ragguardevole, che gli era stata presentata: "Prendete le vostre precauzioni; il re non manterrà il giuramento„. Richiesto del motivo di questa sua profezia, rispose d’aver notato che il re teneva un anello in un dito della mano destra, da lui spiegata sopra il Vangelo, e gli orientali credono che chi giura, tenendo in dito un anello, diventa spergiuro.

Riconoscendo lo Scialoja che nel Napoletano i tributi, ragguagliati alla popolazione, davano una quota di ventuna lira per abitante, e nel Piemonte di lire 26,60, faceva un trionfale e quasi ispirato confronto fra l’alta posizione morale e politica del Piemonte, e il grado d’inferiorità in cui era il regno di Napoli. Scialoja dichiarava di prescindere dalle taglie arbitrarie, che gli ufficiali e gli agenti della polizia potevano, per via di fatto, imporre e riscuotere a lor talento: strani tributi, che furono la caratteristica del Reame negli ultimi anni, e che il governo consentiva o tollerava. Erano in molti casi più molesti delle imposte, ma bisognava pagarli a propria difesa. Il re, ch’era onesto personalmente e parsimoniosa, come si è veduto, la famiglia sua, più che non convenisse al suo grado, avrebbe desiderato che l’amministrazione dello Stato fosse rigida, ma la corruttela regnava intorno a lui ed egli lasciava correre, vendicandosi coi motteggi, e dei proprii istinti morali facendosi un titolo di superiorità agli occhi dei sudditi e dei governi stranieri. Egli veramente non si sentiva la forza di frenare la degenerata corruzione di alcuni pubblici uffici; nè forse era possibile, con una polizia irresponsabile e agenti reclutati negli infimi fondi sociali; con le tendenze dei sudditi, educati alla massima che col danaro si riesce a tutto, e in paese dove tutto è [p. 277 modifica]eccessivo, dove manca la cosoienza del diritto, dove si avvicendano le più nobili aspirazioni del viver libero coi raffinamenti e le goffaggini della servitù, e dove mancavano coraggiosi cittadini, perchè mancavano le condizioni adatte a formarli.


Fra le amministrazioni più corrotte e corruttibili, primeggiavano, oltre la polizia, le amministrazioni provinciali, i cui infimi impiegati requisivano nei comuni sempre a titolo gratuito ogni sorta di commestibili, fin il sale; le dogane, gli uffici delle contribuzioni dirette, dei ponti e strade, delle acque e foreste. Ai funzionarii di queste amministrazioni, quando si presentavano nei comuni per ispezioni o verifiche, si era soliti regalare collettivamente un così detto caffè, cioè qualche diecina di ducati, per evitare angherie e soprusi, o per ottenere che ad angherie e soprusi si mettesse fine, o per crearne altri a danno dei nemici.

Ferdinando II poteva decretare che si gettasse un velo sulle nudità delle statue nei musei, e che le ballerine in teatro fossero coperte di maglie lunghe e dai colori meno atti ad eccitare i sensi, ma non impedire che gli eccessi del suo governo divenissero fonte inesauribile d’illeciti guadagni, rappresentanti un sistema tributario non contemplato dalle leggi. Innumerevoli sarebbero gli aneddoti a tal riguardo. Passaporti, licenze e permessi in genere, attendibili e studenti: ecco la materia imponibile. Udite questa, ch’è caratteristica. Gli studenti di Calabria e di Basilicata prendevano la ferrovia a Nocera, nella cui stazione, andando a Napoli, i viaggiatori dovevano passare per una porta, innanzi alla quale era piantato un feroce, che, sapendo appena sillabare, doveva far l’esame dei passaporti. Chi era avvezzo a simili controlli, insieme al passaporto metteva cinque grana o un carlino nelle mani del birro, il quale, senza aprire la carta, dichiarava tutto in regola. Ma chi non conosceva l’uso, andava soggetto a un comicissimo e implacabile sindacato. Il birro fingeva di leggere, ma squadrava con aria indagatrice lo studente e poi, puntando l’indice della mano destra sul passaporto, gli diceva: “questo non è il vostro naso„; e poi: "questi non sono i vostri occhi„, e così continuava minacciando, finchè quello, comprendendo il latino, non lasciava scivolare la mancia nelle mani del feroce che, ripiegato il passaporto, lo rimetteva al titolare con le parole: "passate, tutto [p. 278 modifica]è in regola„. I brigadieri di gendarmeria erano nei comuni veri tirannelli, e se il loro zelo non veniva temperato dalla onestà del giudice regio, ai soprusi non c’era freno, o si liquidavano a suon di pecunia, con la nota formula di far accettare un caffè, o con offerte di caoiccavalli e di altri frutti di dispensa, come erano chiamati in genere i prodotti del caseificio.


Scialoja non aveva detto tutto, perchè di questi e di altri aneddoti sulle industrie arcane della polizia, non vi è quasi motto nel suo scritto; ma quel che disse parve così grave al re e al governo paurosi di ogni pubblicità, da costringerli a far scendere in campo nove campioni a confutarlo, nonostante che il Canofari consigliasse di lasciar cadere in oblio il libello, com’egli lo chiamava, e assicurando che il governo piemontese non aveva avuto mano alla pubblicazione di esso, ma pur notando che non gli era dispiaciuto. Ma Ferdinando II, natura puntigliosa, e che aveva per lo Scialoja una marcata antipatia per i fatti del 1843, volle le confutazioni, le quali vennero scritte da funzionari pubblici. Monsignor Salzano, che rispose per la parte ecclesiastica, era consultore di Stato; Federico del Re, consigliere alla Corte del conti; Agostino Magliani era stato promosso nel maggio di quell’anno, da capo di sezione nella tesoreria a ufficiale di ripartimento nel ministero delle finanze, e promosso nello stesso mese Niccola Rocco a sostituto procuratore generale della Gran Corte civile. Il Del Re fu ministro dell’interno e polizia nel primo ministero costituzionale di Francesco II, dal 25 giugno al 15 luglio, e il Magliani ministro delle finanze per una diecina d’anni, dopo il non glorioso avvento del partito di sinistra al governo d’Italia, Questi furono i principali polemisti. Gli altri cinque avevano uffici più umili, anzi l’avvocato Francesco Barelli non ne aveva alcuno. Don Girolamo Scalamandrè era ufficiale di carico alle finanze ed aveva studio privato di giurisprudenza; Ciro Scotti e Alfonso Maria de Niquesa, piccoli impiegati, e don Pasquale Caruso era l’inviso rettore del collegio medico, la cui scolaresca gli si sollevò contro, come vedremo, nel 1859. Scesero in campo, armati dì rettorioa, di cavilli e di contumelie, accusando lo Scialoja di denigratore della propria patria e di malafede, e chiamandolo ignorante e ribelle, e assalendo con ingiurie il governo sardo, ritenuto [p. 279 modifica]complice dello scritto. La più calma delle risposte fu quella di Del Re; la più abile la scrisse il Magliani; la più serena, ma la più comica nella forma, Niccola Rocco; le più ingiuriose furono le risposte dei due ecclesiastici; insignificanti le altre.

L’argomento principe di tutte le confutazioni consisteva in ciò, che essendo minime le imposte, la prosperità economica del Regno era grandissima, deducendola dall’alto tasso della rendita pubblica, dalle manifatture di Sarno, di Sora e di San Leucio, dai minuscoli tronchi di ferrovia, e dalla sicurezza che godeva il Regno, dopo che Ferdinando II aveva domata la rivoluzione, rimesso in onore il culto, allargati i privilegi del clero, ed associata la religione ad ogni progresso civile. Don Niccola Rocco, che più si tenne lontano dalla politica, scriveva nel suo speciale idioma: “i commerci (sic), li interni e l’esterni, e le arti e le manifatture, le speculazioni industriali e mercantili d’ogni guisa si posero tutte quante in movimento„, e conchiudeva che sarebbe stata gloria incontrastabile di Ferdinando II d’aver “con fermezza d’animo equale (sic) alla civil sapienza ricongiunte queste due cose, che in tempi più oscuri si credeano dissociabili, cioè la prosperità delle finanze e il benessere del civil convitto„. Caruso ripubblicò nella Rondinella tutte queste risposte, ma lo scritto di Scialoja lasciò un gran segno e andò a ruba, anzi se ne fece un’edizione a Napoli, in tutto simile, da non distinguersi, a quella di Torino. La polizia operò perquisizioni nelle stamperie e nelle librerie, ma non riuscì a scoprir nulla. Le prime copie dello scritto entrarono a Napoli per mezzo della legazione sarda. Gropello con la consueta diplomatica abilità trovò modo di diffonderle. Egli era personalmente amico di Scialoja, e tramite fra loro era Giuseppe Fiorelli. I primi a leggere quello scritto furono gli amici del conte di Siracusa, lui compreso. Altre copie entrarono per mezzo del consolato di Francia, perchè i signori Achard, suoceri e cognati dello Scialoja, avevano conservata la cittadinanza francese, e mercè quel consolato corrispondevano con lui. Per queste circostanze affatto speciali, lo Scialoja era quello fra gli emigrati di maggior conto, che conservava i maggiori contatti con la parte più eletta dei liberali di Napoli.


La spedizione di Sapri turbò forse meno i sonni del re. Gli effetti dei due avvenimenti nello stesso anno furono ben diversi, [p. 280 modifica]e quelli della spedizione assai men duraturi. Il Cagliari, partito la sera del 25 giugno 1857, da Genova, giunse nella rada di Ponza il 27; la sera del 28 avvenne lo sbarco a Sapri; il 30, la banda era a Padula, e il mattino del 2 luglio succedeva l’eccidio di Sanza, nel quale cadeva il Pisacane, che si diè volontariamente la morte, secondo afferma il Bilotti, quando, ferito gravemente, vide che non vi era più scampo per lui1. Si sarebbe suicidato anche il povero Falcone, per non cadere nelle mani delle guardie urbane, divenute bestie inferocite. Uno dei protagonisti della sanguinosa repressione fu il maggiore di gendarmeria De Liguoro, che godeva particolare fiducia di Ferdinando II, fino a sprezzare apertamente l’autorità dell’intendente Ajossa. Nella repressione gli urbani fecero man bassa sull’oro, sulle armi e sugli oggetti che caddero sotto le loro mani, spogliandone tutti i caduti, nonchè i prigionieri. Il governo, nonostante gli ordini e i richiami, non venne in possesso che di poche armi di nessun conto. In meno dì una settimana la tragedia fu compiuta, e compiuto il processo in sei mesi. Questo cominciò alla fine del gennaio 1858 a Salerno, e per il numero degli imputati, le sedute si tennero nel locale di San Domenico. Presidente della Corte fu Domenico Dalia, che si mostrò mite; procuratore generale, il Pacifico, zelantissimo, anzi fanatico che, dopo l’interrogatorio dei principali arrestati, si recò a Gaeta, chiamatovi dal re. Ogni mattina gli imputati erano tradotti dalle carceri alla Corte, in mezzo a grande apparato di forza. Qualunque segno di pietà verso di loro sarebbe stato delitto. A Filippo Moscati che, giovanissimo, assisteva alle sedute, un ufficiale dei cacciatori proibì di ricomparirvi, perchè fu visto dare qualche moneta ai detenuti più poveri.

Al dibattimento assistettero i consoli d’Austria, di Francia, del Piemonte e dell’Inghilterra, anzi quest’ultimo fece dichiarare fuori causa, per difetto di mente, due inglesi implicati nel processo, i quali ebbero per difensore il giovane avvocato Diego Tajani. Gli altri difensori furono Francesco La Francesca, Raffaele Carelli, Edoardo Petreìli, La difesa più coraggiosa la fece il La Francesca, il quale dicendo ad un punto, “il massacro di Sapri, che, per ischerno, dicesi conflitto„, fu interrotto dal [p. 281 modifica]tenente colonnello del 6° cacciatori, Ghio, il quale ad alta voce esclamò: “Mo le farria zumpà a capa pe l’aria a stu f....„2 — Il processo si chiuse con sette condanne a morte e nove all’ergastolo. Tra i condannati a morte fu il Nicotera.

Pochi giorni prima dello sbarco di Sapri, il comitato liberale, che poi si chiamò dell’ordine, voleva organizzare una piccola dimostrazione in piazza San Ferdinando, vicino alla reggia. Alla rianione in casa di Gennaro de Filippo intervenne anche Giuseppe Fanelli, mazziniano e capo dei pochi mazziniani di Napoli; vi fu ammesso per insistenza di Giuseppe Lazzaro, cognato suo. Si trovò presente anche Teodoro Pateras, il quale era stato a Venezia nel 1848, e tornato a Napoli, aveva aperto un piccolo negozio di abiti manifatturati, tra il vico D’Afflitto e il vico Conte di Mola, a Toledo. Era anch’egli mazziniano. Il Fanelli pregò, scongiurò di non tentar nulla prima di altri cinque o sei giorni, perchè stava per compiersi un fatto rivoluzionario dalla maggior gravità, senz’accennar quale. Egli era a conoscenza di tutto e amicissimo di Carlo Pisacane, che esponendosi a gravi pericoli, era andato, com’è noto, a Napoli, dimostrandosi deciso a compiere l’impresa a qualunque costo. Sembra che a Napoli nè il Fanelli, nè il Pateras, nè gli altri amici lo sconsigliassero, anzi avrebbero dichiarato di aiutarlo così in provincia di Salerno, come in Basilicata.

Di vivaci e violenti polemiche, e di atroci accuse di tradimento e di codardia fu cagione questo infelice tentativo di Sapri, dopo che il Nicotera e i suoi compagni di spedizione, fatti prigionieri a Sanza, e condannati a gravi pene, uscirono dalle galere. Il Fanelli e il Pateras furono fatti segno delle maggiori accuse, come quelli che, avvenuto lo sbarco, nulla fecero di quanto avrebbero promesso al Pisacane. Invece dai documenti, pubblicati dal Bilotti nel suo recente lavoro, risulta che il Fanelli fece per iscritto, dopo che il Pisacane fu partito da Napoli, quanto era in poter suo per distoglierlo; ma il Pisacane e il Mazzini non vollero sentir ragione e la spedizione fu decisa. Doveva farne parte Rosolino Pilo con altri audaci, ma, per un fatale contrattempo, il loro imbarco non potè avvenire. Le cause dell’insuccesso sono rivelate ampiamente [p. 282 modifica]dal Bilotti, che studiò sulle carte esistenti nell’archivio di Salerno, e ha pubblicato documenti interessanti e copiosi, onde è più manifesta l’impreparazione e tutta la serie di equivoci e di contraddizioni, di pentimenti e di rimorsi, di quella tragica impresa. Però qualche giudizio di lui non ha base di verità, per non dirlo gratuitamente odioso. Mentre i mazziniani di Genova e di Napoli, di Basilicata e di Salerno si ballottavano a vicenda di essere stati la cagione dell’eccidio, e si coprivano di contumelie, il Bilotti trova partigiano l’onesto libro di Giacomo Racioppi sull’argomento, e attribuisce l’insuccesso del Pisacane... ai moderati, sui quali ricade, dice, la maggiore responsabilità delle vittime del 1857! Pare dimentichi quanto egli stesso ha scritto; dimentica che quella fu impresa schiettamente mazziniana, ideata e attuata contro la nuova fede di quasi tutto il partito liberale d’Italia, che raccoglieva le sue speranze nel Piemonte e nella monarchia di Savoia. Di quei casi scrisse con copia di documenti e onestà di storico, otto anni dopo, il Racioppi, e poi il Lacava, l’Albini e altri, mentre i fogli dei tempo sì limitarono a riprodurre le monche notizie del Giornale Ufficiale, che non pubblicò neppure i nomi dei capi dell’impresa, solo constatando, con volgare soddifazione, che 30 morti eran restati sul terreno a Sanza, fra i quali il loro capo e attribuendo il merito della repressione alle guardie urbane e ad una parte del 14° cacciatori, che avevano mandato in fumo l’abominevole tentativo, diretto a disturbare la quiete di popolazioni pacifiche, devote ed amanti del nostro adorato Sovrano. Affermava che “dappertutto si benedica la mano saggia, ferma, energica e paterna del Re N. S.„.

Delle condanne di morte nessuna fu eseguita e la storia, severa con Ferdinando II, deve registrarlo; ma il re fu largo di pensioni, di croci, di premi a "quella scalza e miserabile genia di Sanza, alla quale fu detto che gli sbarcati di Sapri avevano le tasche pesanti di oro, e che, nemici del re, questi avrebbe pagato ogni capo quant’oro pesasse. Prova e ricordo il teschio reciso di Costabile Carducci!„ Sono parole sdegnose del Racioppi. L’intendente Ajossa ebbe un’alta decorazione, e furono anche decorati quasi tutti gl’impiegati dell’Intendenza, fra i quali Alfonso della Corte, che fu poi maestro di ballo nel convitto nazionale di Salerno. Oltre che a Sanza, le elargizioni reali si estesero ad altri comuni dei circondarli di Sala, Vallo [p. 283 modifica]e Campagna. Tutti ignobilmente chiedevano! Ai militari soltanto furono concesse, fra insegne cavalleresche, medaglie d’oro e d’argento, ben censessanta onorificenze; e chi volesse saperne di più e conoscere tutti i beneficii concessi dal re, comprese le piccole largizioni quasi elemosine, e i nomi dei beneficati, che mettevano innanzi una specie di diritto, legga la cronaca di monsignor Del Pozzo, o la voluminosa cronistoria della rivoluzione in Basilicata di Michele Lacava.3 Questi è severissimo col Pateras, al quale attribuisce principalmente la causa del disastro; e il Bilotti, di accordo col Lacava, afferma, che se non si hanno prove per chiamarlo traditore, egli "non può sottrarsi a quella di vigliaccheria, o per lo meno all’altra di mancato sentimento di solidarietà verso gli amici„. Ritengo ben esagerato questo giudizio. La non eseguita missione del Pateras non fu che un altro degli effetti della impreparazione dell’impresa, la quale iniziata a Genova, fra le impazienze e le imprudenze dei mazziniani, e le illusioni del Pisacane, si compì tragicamente a Padula e a Sanza, lasciando l’esempio di una delle più eroiche follie umane. Pisacane parti votato alla morte, e il Nicotera e il Falcone con lui: i tre soli della spedizione, che avessero una fede e un ideale politico. Enrico Cosenz non volle saperne, pur essendo amicissimo del Pisacane, nè altri emigrati od uomini d’arme di qualche notorietà vollero far parte della impresa. Nicotera aveva ventinove anni, e Falcone ventitrè. Gli altri, che partirono sul Cagliari, erano animati da spirito di avventura, più che da un ideale politico; il grosso della banda si formò a Ponza, con la liberazione dei prigionieri politici e comuni, e questi in maggior numero A Genova era notorio che Pisacane si sarebbe impadronito del vapore lungo il tragitto, e sarebbe sbarcato a Sapri; notorie le varie fasi dell’impresa, e molte le spie, onde il console di Napoli Garrou, zelantissimo, ne informava il suo governo, e il Bilotti dà il sunto di molti di quei dispacci, ma per errata trascrizione battezza il Garrou per Garrone. A Genova era preveduto l’insuccesso; preveduto dallo stesso Mazzini, che li spinse al sacrificio, come aveva spinto, tredici anni prima, i Bandiera e i loro compagni! Ma Sapri e Sanza oscurarono la fama di Pizzo. Mezzo secolo di [p. 284 modifica]maggior imbestiamento morale non poteva non produrre i suoi frutti gloriosi! A Padula e a Sanza il macello fu maggiore...


Il Regno contava cinque ordini cavallereschi. Avrebbe dovuto tenere il primo posto l’Ordine di San Gennaro, istituito da Carlo III nel 1738, ma, fin dall’aprile del 1800, tornato Ferdinando I dal primo esilio, fondò l’Ordine di San Ferdinando del Merito, che divenne l’onorificenza tenuta in maggior pregio e che più raramente si concedesse. Gli altri tre Ordini erano: il Costantiniano, antichissimo e quelli di San Giorgio della Riunione e di Francesco I, istituiti dopo la seconda restaurazione, quando si volle cancellare ogni traccia di quel decennio francese, il quale, se fosse durato, avrebbe fatta la fortuna del Regno. All’unico Ordine delle Due Sicilie, istituito da Murat, se ne vollero sostituire due: uno per il merito militare e fu quello di San Giorgo, l’altro per i meriti civili e fu quello di Francesco I. Gli ordini cavallereschi dipendevano dalla presidenza del Consiglio dei ministri, che inviava ai nuovi cavalieri i diplomi, le cedole e i rescritti, e aveva pure un deposito di decorazioni. Il cortese don Gaetano Piccioli, uffiziale di ripartimento, era addetto a questo servizio. Per mezzo della presidenza si concedevano gli exequatur per l’uso delle decorazioni straniere, si otteneva il conferimento, l’affitto e l’amministrazione delle commende Costantiniane e le pensioni nell’ordine di San .Giorgio. Però la nomina cavalleresca dipendeva solo dal Re; l’ufficio del presidente del Consiglio ai limitava a proporre, e non in tutti i casi, i nomi de’ meritevoli. E il re non era punto largo nelle nomine, anzi vi fu sempre da parte sua tanta parsimonia nel conferirle, quanta è ridicola, per non dir peggio, la prodigalità di oggi. Non si poteva aspirare nella gerarchia burocratica ad una croce di cavaliere, se non s’era pervenuti almeno al posto di ufficiale di ripartimento o di intendente; raro il caso che si decorasse un sottintendente. Oggi non vi è capodivisione o prefetto, che non sia due volte commendatore, e vi ha funzionarii, anche minuscoli, il cui petto sembra trasformato in una vetrina di chincagliere, nei balli di Corte e nei ricevimenti ufficiali.

Ferdinando II teneva in gran pregio i suoi Ordini, e nel conferirli badava anche a certe apparenze esteriori. Gli fu proposto di concedere la croce di San Gennaro al marchese [p. 285 modifica]Onorato Caracciolo di Santeramo, un nobile signore e un brav’uomo che aveva la passione dei cavalli, per i quali spendeva molto e passava buona parte del giorno nelle scuderie. Vestiva dimesso, anzi affermavano i maligni, che la nettezza della persona non fosse la cura principale di lui. Proposta la nomina al re, questi riconobbe che il marchese aveva i titoli per ottenerla, “ma sapete, aggiunse ridendo, quale sarebbe la decorazione più adatta per lui? L’ordine del Bagno, ma io non l’ho e non posso darglielo„ Altro che bagno occorrerebbe oggi per tanti nuovi decorati, i cui maggiori titoli sono le trappolerie elettorali! Vuolsi però che il marchese non avesse la croce, perchè mancò alla consuetudine di partecipare la morte del padre suo, Carlo, al re e chiedere, come capo della famiglia, la medesima decorazione.4


Per il merito civile e letterario c’era l’ordine di Francesco I; quello di San Gennaro non serviva, di regola, che per riconoscere i gradi più alti della nobiltà; era quasi ereditario nelle grandi famiglie e veniva anche conferito ai presidenti del Consiglio dei ministri, solo essendosi fatta eccezione per i ministeri costituzionali. Gli altri tre Ordini erano affatto militari, ma, alle volte, in ricompensa di lunghi o di speciali servigi prestati nelle amministrazioni dello Stato, un alto funzionario poteva essere insignito anche della croce Costantiniana, ma Agostino Magliani, promosso nel 1857 ufficiale di ripartimento, o capodivisione, non ebbe ìa croce di Francesco I, neppure dopo la risposta fatta a Scialoja e molto se ne afflisse. Il re decorava sempre di mala voglia i suoi impiegati. Alla morte di un cavaliere di San Gennaro, il figlio primogenito restituiva le insegne, e nello stesso tempo faceva chiedere al re che l’onorificenza venisse a lui concessa. Il re quasi sempre vi consentiva, Nel 1849 mori il vecchio barone Barracco, e il figlio primogenito Alfonso, uomo di spiriti liberali, come tutti di sua famiglia, restituì le insegne del padre e non le chiese per sè. Altrettanto aveva fatto, qualche anno prima, il marchese della [p. 286 modifica]Sambuca, quando morì il vecchio principe di Camporeale, suo padre e avo del presente principe.

L’origine dell’ordine Costantiniano, il più antico di tutti, si faceva risalire all’imperatore Costantino. Ferdinando II, nel riordinarlo, commise un errore dì araldica, poichè, invece dì porre come distintivo dei cavalieri grancroce nella placca che portavano sul petto, una croce rossa in campo bianco, vi pose una croce rossa in campo d’oro. Si disse lo facesse per distinguerli dai cavalieri semplici, che portavano, come essi, la placca, ma d’argento. La verità è che i grancroce desideravano la placca in brillanti e furono assai dolenti della risoluzione del sovrano, sia perchè esteticamente sembrava più bella a placca d’argento, sia perchè credettero ferito il loro orgoglio, modificandosi quel segno, che loro ricordava la origine dalle crociate. 1 principali doveri dei decorati in ciascun Ordine erano la fedeltà e l’obbedienza al re e la difesa della religione cattolica. Per appartenere agli ordini di San Gennaro e di San Ferdinando si richiedevano quattro quarti di nobiltà, a meno che il favore del re non supplisse al difetto del quarto o del mezzo quarto. Per gli altri occorrevano benemerenze civili o militari, secondo i casi. L’ordine di San Gennaro era l’unico, che avesse solo il grado di cavaliere.

Erano cavalieri dì San Gennaro i tre primi figli del re e i suoi fratelli, e fra i grandi signori dell’aristocrazia, il principe di Bisignano, il duca d’Ascoli, il principe di Satriano, il principe di Campofranco, il duca di Bovino, il principe di Cassaro, il principe di Torella, il principe d’Ischitella, il Cardinal arcivescovo Riario Sforza, il principe di Castelcicala e pochi altri: insomma il fior fiore del patriziato. I signori napoletani tenevano molto alla fascia di San Gennaro. A quest’Ordine e a quello di San Ferdinando era congiunto ordinariamente l’ufficio di maggiordomo o gentiluomo di camera. Essere maggiordomi o gentiluomini di camera con esercizio, significava stare dappresso al re e alla regina, nella reggia e dovunque. I gentiluomini servivano la persona del re, i maggiordomi la persona della regina. Ogni giorno un gentiluomo e un maggiordomo, in mezza tenuta e per turno, erano nell’anticamera del sovrano per i ricevimenti o gli accompagnamenti; al teatro il gentiluomo portava l’occhialino del re, il maggiordomo l’occhialino e il [p. 287 modifica]letto della regina: l’uno e l’altro stavano nel palco reale, in piedi, dietro i sovrani. Benché negli ultimi dieci anni la famiglia reale vivesse quasi di continuo tra Caserta e Gaeta, i gentiluomini e i maggiordomi crebbero anche di numero.


Fuori del Regno erano insigniti dell’ordine di San Gennaro l’imperatore d’Austria e l’imperatore del Brasile, i re di Spagna, di Danimarca, di Prussia, del Belgio, di Baviera e il granduca di Toscana. Vittorio Emanuele non l’aveva, ma l’avevano in Piemonte il marchese Seyssel d’Aix, il conte Filiberto di Collobiano, il conte Solaro della Margherita e il conte Ermolao Asinari di San Marzano. L’ordine di San Ferdinando e del Merito aveva il minor numero d’insigniti, sebbene si distinguesse in cavalieri grancroce, commendatori e cavalieri. Grancroci nel Regno erano pochissimi; ricordo i principi di Campofranco e di Cassaro, il marchese di Pietracatella e Carlo Filangieri, al quale il re mandò le sue stesse insegne nell’ottobre 1848, appena ricevuto il dispaccio che gli annunziava la presa di Messina, con le famose parole: Messina ai piedi del suo re. Erano commendatori il marchese Del Carretto, il principe d’Ischitella, il maresciallo Lecca e pochi altri; e figuravano tra i cavalieri, fin dal 1850, Ferdinando Bosco, allora capitano; il maggiore Ghio, che si sbandò nel 1860 in Calabria; i marescialli di campo Vial e De Sauget; i colonnelli Pianell e Afan de Rivera, ì quali ultimi anzi ebbero la croce di cavalieri nel 1818. Della grancroce di San Ferdinando erano insigniti imperatori, re e principi di case regnanti e uomini politici celebri: ricordo Vittorio Emanuele e l’imperatore Napoleone, tra i primi; il cardinale Antonelli, Thiers, Guizot e Metternich, tra i secondi; Napoleone III l’aveva in gran pregio, e quando indossava la divisa militare, era ben difficile che fra le sue tante decorazioni estere non figurasse la fascia di San Ferdinando.

Nell’ordine Costantiniano si distinguevano i grancroci, i cavalieri di giustizia, che dovevano essere nobili per quattro quarti; i cavalieri donatori, che al momento dell’ammissione donavano all’Ordine parte dei loro beni; i cavalieri di grazia, per i quali la nobiltà era supplita dal merito; i cappellani onorarii e gli scudieri. Un gran priore e un vice gran priore presedevano alle chiese dell’Ordine e alla direzione spirituale dei cavalieri, Era gran priore monsignor Naselli; presidente della [p. 288 modifica]deputazione, il marchese di Pescara; notaio dell’Ordine, lo scudiere Ruo. Si contava un inquisitore Costantiniano per ognuna delle provincie. Nel Principato Ulteriore erano inquisitori don Crescenzo Capozzi, padre di Michele, già deputato di Atripalda, e don Guglielmo de Cesare, abate di Montevergine; a Bari, don Giustino Assenzio; a Lecce, don Pasquale Romano; a Lucera, don Ferdinando Nocelli, e in Abruzzo, il barone Panfilo de Riseis, lo stesso che fu concessionario della ferrovia degli Abruzzi, e padre di Luigi e di Giuseppe. Erano grancroci i più alti patrizi del Regno, e due diplomatici, il principe di Petrulla e il conte Luigi Grifeo; e destò acerbe critiche la nomina del marchese Del Carretto, la cui antica nobiltà non pareva dimostrabile. Ma l’esattezza storica vuole si dica, che questi Del Carretto provengono dalla nobile casa, che fin dal secolo decimo era feudataira di terre nel Genovesato e in Piemonte. Il ramo di Napoli venne di Spagna ai tempi di Carlo III. Però il maresciallo quasi sdegnava di ricordare l’origine della sua stirpe, avendo l’ambizione di credersene lui il fondatore, onde non è maraviglia se, quando ebbe la croce costantiniana, i rigoristi, come ho detto, brontolassero non credendo abbastanza dimostrata l’antica nobiltà di lui. Il barone Ciccarelìi era cavaliere di giustizia, e cavalieri di grazia, Giuseppe Scrugli, monsignor Celestino Code e quel Giulio Gondon, che aveva risposto a Gladstone.


Nell’ordine di San Giorgio della Riunione si distinguevano anche gli stessi gradi. Gran Conestabile n’era il duca di Calabria; gran maresciallo, il generai Selvaggi; segretario, il brigadiere Francesco Ferrari; aiutante del segretario, Giacomo Plunkett, uffiziale del ministero della guerra. Le liste dei cavalieri di diritto e di grazia erano più lunghe che negli altri Ordini, ma non raggiungevano la lunghezza di quelle di Francesco I, che era l’Ordine più numeroso con tre soli gradi: grancroci, commendatori e cavalieri. Ne era presidente il retrammiraglio Sozi Carafa; segretario ed archivista, don Raffaele Mozzillo. Quest’Ordine teneva l’ultimo posto, ma tuttavia non ne erano facili le concessioni, e se qualcuna non garbava, piovevano gli epigrammi, Ancora si ricorda l’epigramma, cui diè luogo l’onorificenza di cavaliere concessa a un Persico, la cui famiglia aveva il maggior negozio di biancheria che fosse allora a Napoli. Non [p. 289 modifica]tega, ma negozio a un primo piano di via Toledo; negozio, al quale il neo cavaliere era estraneo, perchè conduceva vita affatto mondana. Ai suoi pranzi, rinomati per lo sfarzo e la squisitezza dei cibi, erano invitati personaggi di alto rango. Smaniava di essere cavaliere, e tanto si adoperarono i suoi amici, che gli ottennero la croce dì Francesco I che diè a don Michele d’Urso l’occasione di uno dei suoi più fortunati epigrammi:

La croce han data a Persico,
Perchè ciascun discopra
Che il re, nel dare i titoli,
La mezza canna adopra.


A nessuno verrebbe oggi in mente di ridere e far ridere sugli abusi degli ordini cavallereschi, divenuti spicciola moneta elettorale, tanto questo abuso è degenerato in ignobile profanazione. Vittorio Emanuele diceva che una croce di cavaliere e un sigaro non si negano mai a nessuno, ma era ben lontano dall’immaginare che in pochi anni, lui morto, si sarebbe persa ogni misura, Ferdinando II era più logico e meno scettico, però con lui era più facile che una croce fosse data a qualunque ignoto, che non a uomini di vero merito; anzi qui si rivelava la sua indomata avversione per i pennaruli. Negli elenchi dei cavalieri di Francesco I abbondano i funzionari civili, nè scarseggiano vescovi e parroci; ma è ben raro il caso di incontrarvi uomini di scienza e dì lettere, o artisti di fama. Durante il breve periodo costituzionale del 1848 ebbero la croce di Francesco I Mercadante e Tito Angelini; l’ebbe nel 1853 il celebre incisore messinese Aloysio Iuvara, e se Michele Tenore, Vincenzo Flauti e pochi altri valorosi erano appena cavalieri, la loro nomina rimontava al 1829, cioè all’ultimo anno di regno di Francesco I, o a prima del 1848. Nelle ultime liste abbondano invece i nomi di ricchi proprietari di provincia, la cui devozione alla persona di Ferdinando II si credeva a tutta prova.5 Invano si cercherebbero nelle liste dei cinque Ordini nomi di [p. 290 modifica]uomini illustri nelle scienze o nelle lettere. Carlo Troja non fu insignito mai di alcun Ordine, ma suo fratello Ferdinando Troya ne aveva due. Nel 1850 il re diè la croce di Francesco I al pittore Smargiassi e al poeta Bisazza, e nel 1858 a Pietro Ramaglia e a Ferdinando Rocco.

Se i cavalieri nelle gale e nelle feste di Corte avessero continuato ad indossare anche nel secolo XIX le ricchissime divise de’ varii Ordini, la Corte napoletana sarebbe stata la più splendida del mondo. I cavalieri di San Gennaro, vestiti di drappo d’argento con bottoni d’oro, con cappello nero a piume rosse, calze bianche con fiori d’oro e scarpe nere, un manto color porpora con gigli d’oro e una collana d’oro al collo; i cavalieri di San Ferdinando, vestiti di drappo d’oro, con calze bianche e fiori d’oro, cappello orlato d’oro e manto azzurro a ricami d’oro; i cavalieri Costantiniani, in seta bianca e celeste, con calze bianche e scarpe anche bianche con lacci celesti, e cappello di velluto rosso, sul quale spiccava una croce col motto: in hoc signo vinces, e sopra l’abito un manto di raso celeste, avrebbero formato tale un insieme di pompa e di splendore attorno alla famiglia reale, da far credere ad una resurrezione della corte Spagnola ai tempi di Carlo V. Ma da molti anni la divisa era stata smessa, ed usavano solo una placca o una fascia, secondo i gradi. Ferdinando II nelle grandi occasioni portava il Toson d’oro, la fascia di San Ferdinando e al lato sinistro del petto le placche dei suoi cinque Ordini. Ordinariamente sull’uniforme portava il crachat di San Ferdinando, che visibilmente preferiva alle altre onorificenze sue. Egli stesso, a rendere ancora più rigorosa la concessione degli ordini cavallereschi di San Gennaro e San Ferdinando, aveva istitnita e poi riordinata la reai commissione dei titoli di nobiltà, nominandone presidente il marchese Imperiale di Francavilla; vice-presidente il principe di Luperano, che aveva per moglie la figlia del maresciallo Iourdan, donna d’ingegno e colta; e consiglieri ordinarli, fra gli altri, i principi di Sant’Antimo, di Belmonte, di Ottajano e di Scaletta, il duca di Cajaneiio e il conte di Montesantangelo; e fra i consiglieri supplenti, il duca della Regina e il duca di Cassano. A questa commissione erano deferiti tutti i oasi, nei quali si trattasse di passaggio o di trasmissione dei titoli nobiliari; essa aveva il diritto di ricercare la legittima [p. 291 modifica]investitura dei titoli, di cui alcuno facesse uso, e nessuno poteva usare titolo di sorta, se prima la commissione non ne avesse dichiarata la legittimità, e il re non avesse dato il sovrano beneplacito. Questa commissione riusciva ad impedire la ciarlatanesca pompa di titoli nobiliari fittizi, che oggi fa degno riscontro col triste abuso dei titoli cavallereschi.




Note

  1. La Spedizione di Sapri — da Genova a Sanza. — Salerno, Jovane, 1907.
  2. Ora gli farei saltare la testa in aria a questo f....
  3. Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, pel dott. Michele Lacava. — Napoli, Morano editore, 1895.
  4. Ciò afferma suo figlio, il principe Marino Caracciolo, marchese di Santeramo, in una lettera del 5 febbraio 1904, pubblicata nel Corriere di Napoli, dicendo che per questo, e non per altro, suo padre non ebbe l’alta onorificenza.
  5. Ricordo il marchese Gianoangelo Spaventa e il barone De Felice di Abruzzo; Aquìlecchia Rapolia e Materi di Basilicata; Camporota, Pancaro, Passalacqua e Loschiavo di Calabria; Balsamo, Perrone, De Martino e Lepore di Puglia, e don Costanzo Norante del Molise, morto senatore del regno d’Italia, come il Losahiavo.