La fine di un Regno (1909)/Parte III/Documenti vol. I/XVI

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Guglielmo Tocci

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Documento XVI, volume I, cap. X.


Lettera di Guglielmo Tocci relativamente all’attentato.

Cosenza, li 24 agosto 1907.

Caro amico De Cesare,

In continuazione della mia precedente, ti mando per pacco postale due fascicoli contenenti le ritrattazioni dei due militari, [p. 52 modifica]arrestati con noi altri per l’attentato di Milano. Da quella massa di spropositi e sgrammaticature di due soldatacci senza coltura potrai cavar qualche cosa di vero; ma perchè tu possa farti la precisa idea dei fatti e delle persone, che figurano autori di questi scritti, aggiungo un breve commento, cui fo seguire una breve notizia di noi altri, ai quali si riferivano le accuse di quei due, accuse che ritrattarono dopo due anni cogli scritti che ti mando. Le due memorie sono conservate nel loro originale dagli eredi e figli del fu Domenico Francalanza, medico di Rossano, nostro compagno di carcere; l’anno scorso mi feci fare questa copia per conservarla fra le tante memorie che ho della mia prigionia. Dei due militari, Giuseppe Mendicini era Albanese di S. Giorgio, che stette anche in educazione qualche anno nel Collegio ove si educò Milano, e conosceva il Milano fin da quel tempo. Non completò la sua istruzione e andò a servire nella milizia, perchè gli toccò nella leva del suo paese il numero che lo chiamava. Non era imbevuto di sentimenti liberali, perchè se nei piccoli paesi si potesse dire che esistono partiti politici, il padre di lui era notoriamente contato fra i borbonici. Il Tangor, l’altro autore della memoria, era di Basilicata, Compagno di caserma del Mendicini, fu in intimi rapporti con lui, come si legge negli scritti di entrambi. Ma dopo, per opera del commissario dì polizia De Spagnolis, che nel nostro processo era inquisitore, furono messi in opposizioni l’uno dell’altro per poter più facilmente strappar da essi delle confessioni.

Il Mendicini era stato a qualche riunione, dove intervenivano Agesilao, Nociti, Battista Falcone e giovani di altre provincie, che coltivavano le idee di libertà, e si riscaldò per poco anche lui. Un mese prima dell’attentato, tornando io dalla villa dei baroni Compagna in S. Iorio, dove avevo dovuto trovare asilo a Vincenzo Sprovieri, che veniva di Calabria travestito da frate per imbarcarsi per l’Estero, mi incontrai a Toledo con Mendicini, il quale al vedermi, mi festeggiò e mi disse: abbiamo parlato tanto di te in una riunione che tenemmo in casa di Nociti, dove intervennero Agesilao e tanti altri ed abbiamo trattato di cose politiche. Io domandai: e lo spirito della truppa come è? Mi rispose: ottimo; e non mi spinsi oltre, non avendo molta fiducia nella sua serietà. Avvenuto l’attentato, furono arrestati Mendicini e il Tangor. Il commissario De Spagnolis credette trovare in essi degli strumenti dei quali avrebbe potuto servirsi, intimidendoli, per strappare loro confessioni di segreti e di congiure. E perciò furono tenuti sempre segregati da noi altri calabresi ed albanesi. Potemmo per mezzo dei custodi comunicare con Mendicini nostro paesano e rimproverarlo delle deposizioni fatte che sapevamo essere contrarie a noi ed anche alla verità. Fu per questo, che pentiti, scrissero le dichiarazioni che ti mando. Il Mendicini la diresse [p. 53 modifica]al generale Lecca, albanese, cui egli si era presentato iu questa qualità, e ne aveva avute benevole accoglienze, come l’aveva avuta il Milano e quanti soldati albanesi si presentarono a lui. Si disse che dopo l’attentato il Lecca si fece presentare il Milano, e tra l’altro, gli disse: Ma perchè volesti assumere la figura di un assassino così empio di attentare alla persona sacra del Re?; e ne ebbe, si disse, risposta fiera e dignitosa.

Gli altri arrestati, immediatamente dopo l’attentato, furono:

I fratelli Alfonso ed Isidoro Gentile di Paola, morti entrambi, Alfonso col grado di prefetto in ritiro, Furono arrestati a Cosenza, dove erano studenti e dove avevano fatto amicizia con Agesilao Milano. Da Cosenza furono tradotti nelle carceri di S. Maria Apparente in Napoli, dove eravamo noi altri, ed arrestato anche mio cugino Vincenzo Marchese, giovinetto di quindici anni, e già alunno del collegio italo-greco. Mio fratello Donato trovò scampo con la fuga.

Francesco Mosci, Albanese, dimorante in Napoli, ove era domiciliato.

Raffaele Trioli, morto giudice di tribunale, arrestato in Calabria e tradotto come i Gentile a Napoli.

Temistocle Conforti e suo cugino Eugenio Conforti di S. Benedetto Ullano, arrestati nel paese nativo, e tradotti a Napoli.

Raffaele Aiello, un ex impiegato carcerario di Cosenza, anche esso tradotto con gli altri a Napoli.

Lelio Gatti medico a Cosenza, di una notissima famiglia di liberali tenuta d’occhio dalla polizia. Aveva conosciuto Agesilao Milano nel tempo che egli faceva lo scritturale al fornitore delle carceri Carlo de Angelis.

Carlo de Angelis, testè citato, che aveva fatto di Agesilao una specie di segretario.

Pietro Antonio Basile di S. Giorgio Albanese, arrestato in Calabria e tradotto nelle carceri di S. Maria Apparente con noi altri, Giuseppe Marchianò, Orazio Rinaldi, Domenico Francalanza, Domenico de Stefano, Igino Mirarchi ed io arrestati tutti a Napoli dove studiavamo.

Attanasio Dramis, il più stretto amico di Milano che era nelle maggiori sue confidenze, e che si trovava anch’egli addetto al servizio militare nella gendarmeia a Salerno.

Nella prima furia delle persecuzioni furono arrestati alla cieca tutti gli albanesi che si trovavano a Napoli salvo eccezioni, nonchè don Antonio Gradilone, don Lorenzo Zaccaro e don Stanislao Marchianò, albanesi il Gradilone e il Marchianò, il vecchio padre del Rinaldi ed il fratello di lui Francesco; ma dopo pochi giorni, alcuni furono rimandati liberi e ritenuti solamente noi altri, sui quali cadevano sospetti di [p. 54 modifica]complicità o scienza almeno dell’attentato; ed in ogni caso per i nostri principi eravamo creduti meritevoli di esser tenuti al sicuro da una polizia, che per mezzo del commissario De Spagnolis, mandato in provincia di Cosenza, d’ordine dal re, aveva scrutinato la vita e gli antecedenti di tutti noi altri. Onde il De Spagnolis potè persino ricordare a me in un interrogatorio, avanti la commissione che ci giudicava, non solo la morte incontrata dal mio fratello maggiore Francesco Saverio a Campotenese nel 1848, perchè si rifiutò di gridare viva il Re, come gli fu imposto, ma mi rimproverava per sino alcune frasi di mie lettere giovanili dirette a compagni miei, che egli aveva avuto l’abilità di rintracciare e mettere in processo, e l’uccisione di mio nonno per mano dei sanfedisti nel 1809. E rimanemmo senza giudizio per quattro anni, ad arbitrio del re, che ogni sera si faceva trasmettere gli interrogatori nostri; rimanemmo fino al luglio del 1860. Fummo liberati non come gli altri prigionieri politici, ma in seguito a una grande dimostrazione popolare, la quale chiese la liberazione dei carcerati calabresi, come eravamo distinti noi altri detenuti in S. Maria Apparente: liberazione che Francesco II non voleva concedere, perchè a don Liborio Romano, che gliene faceva premura, rispose che noi non eravamo imputati politici, ma di regicidio. E dopo la scarcerazione, ci aspettava una carica di fucilate e di baionette al largo Carolino, da un picchetto di soldati comandati da un tal Potenza, il quale quando vide un torrente di persone scendere dal Grottone, e che eravamo noi carcerati di S. Maria Apparente, i quali con gli amici di Napoli e parenti che ci accompagnavano, formavamo una vera fiumana di gente, credendo che sì volesse assalire il palazzo reale, ordinò il fuoco e la carica alla baionetta. Io, che ero in prima fila, mi salvai, buttandomi a terra facendo il morto; fu ferito mortalmente il mio compagno a fianco Peppino Marchianò, che poi divenne segretario generale del R. Economato dei Benefici vacanti. Si salvò per vero miracolo, avendo riportato due ferite di baionetta che lo tennero per più mesi all’ospedale dei Pellegrini tra la vita e la morte. Cadde estinto un povero fruttivendolo.

Per debito di lealtà, come ho dichiarato innanzi al magistrato nel processo fatto a carico del comandante Potenza, devo dire che non giudicai premeditato l’attacco, ma invece effetto di equivoco e di paura. In quel giorno stesso fu dato fuoco dai popolani agli uffici di polizia nei bassi quartieri, e gli animi erano esaltati. . . .

Ti stringo la mano

Tuo aff.mo
G. Tocci.