La madre der condannato
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LA MADRE DER CONDANNATO.
Ma ddio mio! doppo un mese de spedale,
Che ssi ssarvò[1] la pelle fu una sorte,
Va e sse[2] vede serrà ttutte le porte,
Perché mmanco parlassi[3] ar cardinale!
Capisco che ssi aggnede[4] pe’ le corte
E ammazzò er codatario,[5] fesce male:
Chi lo nega? Ma adesso er tribbunale
Ha ffatto bbene a ccondannallo a mmorte?
Nun aveva da èsse accarcolato[6]
Er brutto aripentajjo de la fame
De quer povero fijjo disperato?
Eh! ssi potesse cqua vede[7] er zovrano![8]...
Je vorìa dì:[9] “Sso’ ste ggentacce infame
Che jj’hanno messo quer cortello in mano.„
5 aprile 1846.
Note
- ↑ Se salvò.
- ↑ Si.
- ↑ Nemmeno parlasse.
- ↑ Se andò.
- ↑ Caudatario.
- ↑ Esser calcolato.
- ↑ Eh, si potesse qua vedere: potesse vedersi ecc.
- ↑ [“Ora dirò cosache nell’anno 1845 parrà enorme, impossibile; chi non conosce Roma, la crederà una calunnia. Il capo dello Stato non ha giorno d’udienza pubblica, come hanno tutti i sovrani assoluti. Ma questo è nulla. Se un suddito dello Stato domanda di parlare al Papa, non gli viene concesso se non promette formalmente prima che non gli parlerà d’affari.„ D’Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna. — Cfr. anche il sonetto: L’udienze ecc., 13 mar. 34.]
- ↑ Gli vorrei dire.