La mia vita, ricordi autobiografici/I

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Capitolo I. I parenti, i luoghi

../Prima di entrare in discorso ../II IncludiIntestazione 28 novembre 2017 100% Da definire

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I.

I parenti — I luoghi.

Per poco ch’io mi raccolga in qualche cheta stradicciuola della mia vecchia Firenze, in qualcuna di quelle stradine fiancheggiate da orti e da muri, quali con insuperabile colorito seppe descrivercele la dolce fantasia di Enrico Nencioni, io ricostruisco senza troppa fatica la piazzetta di San Niccolò a Prato e la casa dove nacque e visse, finchè, non andò sposa in casa Baccini, la mia mamma. Era una piazzetta silenziosa, piena di sole nell’estate, dal selciato corroso, irregolare, tra le cui commettiture si aprivano la via mille ciuffetti di erbe parassite: a destra, s’inalzava il R. Conservatorio di S. Niccolò, un bel fabbricato massiccio, dal portone giallognolo, sempre chiuso, portone misterioso, a cui, bambinuccia di quattro o cinqu’anni appena, chiedevo già il segreto delle educande ivi rinchiuse.... Che cosa facevano, dalla mattina alla sera, quelle bambine? Si divertivano, come me, a far le signore, a confidarsi le angustie finanziarie della famiglia, e a guardar fisse le nuvole, nelle belle sere d’estate, quando il tramonto dava loro l’aspetto di giganti alati, di pesci giganteschi, di angioli vestiti d’oro e di rosa? [p. 10 modifica]

Si divertivano, come me, a guardarsi lungamente alla spera, e a far le boccacce, delle boccacce orribili, che mi facevano poi rompere in un disperato pianto d’angoscia e di paura? La casa del mio nonno materno sorgeva in faccia al Conservatorio e vi si accedeva per mezzo di una scaletta esterna, di legno, imporrato dagli anni e dall’umidità. Non ho mai capito la povertà di quella casa, messa a confronto con i lauti guadagni del nonno.

Amministratore dei beni delle monache e fattore di tutti i poderi da esse recati in dote al monastero di San Niccolò, Ignazio Rinaldi poteva passare, senza timore di essere contradetto, per uno dei signorotti più facoltosi di Prato. La tavola ricca e squisita, i tributi in frutta, vini, latticini, pollame, caccia, carni d’ogni specie che gli venivano continuamente offerti dai numerosi contadini suoi dipendenti, lo spirito arguto e festevole del nonno, la sua vasta coltura classica, avevano resa la sua casa modesta un luogo di gradito ritrovo per tutto quanto d’intellettuale si trovasse allora in Prato o fosse di passaggio nella piccola industriosa città.

Frati, preti, predicatori, musicisti, ricchi agricoltori, si raccoglievano volentieri intorno alla grande tavola rettangolare della saletta del primo piano, ove dalla mia bellissima mamma e dalle sue sorelle, aiutate da qualche contadina, venivano servite delle vivande squisite, quantunque molto semplicemente presentate. A quei tempi, in Toscana, la chincaglieria nella cucina era un’arte press’a poco ignorata: e un bel pezzo di vitella in umido, fiancheggiato da rigaglie di pollo o da spinaci, pareva il nec-plus-ultra delle accortezze gastronomiche. [p. 11 modifica] Erano frequentatori di quella casa Don Gaetano Giunti, Pievano di Montemurlo, scrittore garbato ed elegante, (tenuto in molto conto da Massimo d’Azeglio che in casa di lui prese gli appunti occorrenti per gli ultimi capitoli del «Niccolò de’ Lapi») lo storico Atto Vannucci e Zanobi Bicchierai, fondatore della prima Scuola Normale maschile a Firenze.

Il nonno possedeva anche delle terre in proprio a Coiano, paesello distante qualche chilometro da Prato e celebre per aver dato i natali a Giovacchino Limberti nostro cugino, che fu poi arcivescovo di Firenze.

Ricordo, di Coiano, una grande strada maestra, piana, polverosa, bianca, e un podere vastissimo, a perdita di vista, attraversato per ogni senso da lunghi interminabili filari di viti, curve sotto il peso di enormi grappoli d’uva.

Ricordo un’aia spaziosa, una cucina immensa, tutta nera, dal cui soffitto scendevano innumerevoli ciocche di pomodori e rèste d’agli: e, ritta sul limitare, una vecchina arzilla, cognata del nonno, coi capelli grigio-rossastri pettinati alla Beauharnais che mi faceva vezzi e moine dicendomi:

Ida! Ida! Ma che razza di nome t’hanno messo quegli eretici fiorentini? Non sei neppure nel lunario! S’è mai sentito di peggio?

Nel 1855, nella Toscana granducale, quando l’andare in vapore pareva quasi un insulto alla religione e ai buoni costumi, i fiorentini godevano presso gli austeri pratesi la medesima stima che oggi ispirerebbero a noi i più scapigliati rappresentanti dell’antico quartier Latino, immortalato dal Mürger. [p. 12 modifica]

Prima di scrivere questi appunti, avrei dovuto certamente rivedere molti dei luoghi su cui aleggiano per me tante dolci memorie... e certe descrizioni sarebbero riuscite meno vaghe e quindi più efficaci.

Ebbene, no: io ho voluto che quelle case, quelle strade, quelle chiesine di campagna mi rimanessero nel pensiero un po’ incerte, un po’ indecise, come fluttuanti nella nebbia del sogno.

Un fabbricato nuovo una trebbiatrice, uno sprazzo di gaz acetilene o di luce elettrica mi avrebbero rovinato tutto: e io sono povera abbastanza nella vita reale per avere il diritto di conservare intatta la fresca e doviziosa poesia dei miei ricordi giovanili.