Ladin! 2013/4

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Ernesto Majoni Coleto

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Ernesto Majoni Coleto


Severino Casara (1903-1978) e il Cadore


Un protagonista dell’alpinismo, tra storia e memoria entrare in confidenza con l’avvocato vicentino, figura significativa e spesso ingiustamente demolita dell’alpinismo italiano del ‘900. Gli facemmo conoscere la ferrata “Giovanni Barbara” alle Cascate di Fanes; d’inverno ci risentimmo al telefono e l’anno seguente, quando Casara tornò a Cortina col compagno di cordata Walter Cavallini, visitammo con lui il cimitero di San Vito di Braies nel quale, ai piedi dell’amata Torre del Signore, ha desiderato essere sepolto. Il 14 agosto 1977, giusto un anno dopo che c’eravamo incontrati, con Enrico salii il camino N della Torre Toblin presso il Rifugio Locatelli, una via sinceramente brutta, ... una cloaca di corvi secondo la guida Sextener Dolomiten di Richard Goedeke, aperta da Casara con due amici nel 1923; nell’occasione scattammo alcune fotografie e le inviammo all’avvocato, che le gradì molto. Prima d’iniziare Il 14 agosto 1976, durante una gita con mio padre e mio fratello alle Tre Cime, rovinata da un temporale che ci obbligò ad ammassarci al Rifugio Lavaredo, tra la folla conoscemmo per caso Severino Casara. L’anziano alpinista era a Cortina in occasione del ventennale della scomparsa di Angelo Dibona, per presentare il suo lungometraggio Cavalieri della Montagna, girato trent’anni prima proprio lassù tra quei monti. La celebre guida ampezzana era uno degli interpreti del film, che un paio d’anni fa ho rivisto ad Auronzo, durante una rassegna di pellicole di montagna organizzata dal Cai.

Nel ’76 avevo diciotto anni e iniziavo ad appassionarmi di libri di alpinismo; di Casara avevo già letto la storia del triestino Emilio Comici, sapevo a memoria biografie di rocciatori, nomi di cime e relazioni di scalate, e fu quindi una grande emozione l’Università, scesi con Cesare a trovarlo a Vicenza e passammo insieme una bellissima giornata, parlando solo di montagne. Il vicentino, un personaggio semplice, dimesso e cordiale, era già malato, ma noi non lo sapevamo; si spense il 29 luglio 1978 a settantacinque anni e, a quel ragazzo entusiasta che ero allora dispiacque, come se avesse perduto un amico d’infanzia.

Per conservare qualcosa della sua vita alpina, oltre ad una cartolina del Rifugio Staulanza che m’inviò con gli auguri di Natale nel 1977, volevo compilare una cronologia delle sue vie nuove; non lo feci, e mi misi invece a cercare tutti i suoi libri, iniziando con quello che mi pare il più coinvolgente, Al sole delle Dolomiti. Trovai a caro prezzo Arrampicate libere nelle Dolomiti, poi Il libro d’oro delle Dolomiti, Fole e folletti delle Dolomiti e quasi tutti gli altri, che oggi fanno bella figura nella mia biblioteca.

Me ne manca almeno uno, che non dispero di trovare un giorno o l’altro su qualche bancarella… Ma torniamo all’uomo. A chi gli chiese un giudizio sulle vicende di Casara, un alpinista ritenuto fra i più forti del mondo rispose scocciato che lui si occupava solo di grandi uomini, non di “mezze figure”. L’infelice uscita Severino Casara e Walter Bonatti (Foto archivio Marcello Mason)

1921, sui monti di casa, apre la prima via nuova; l’anno dopo giunge sulle Dolomiti, dove scopre altre vie; nel 1924 gli itinerari nuovi sono 10, tutti in Cadore (ricordo quello sul Corno del Doge, quello sul Duranno e quello sul Sassolungo di Cibiana); nel 1925 aumentano a 12, compresa la dibattuta salita del 3/4 settembre sul Campanile di Val Montanaia. Seguono 9 vie nel 1926: sul Popena Basso inaugura una palestra di roccia per Misurina e il 19 settembre risale sul “campanile più bello del mondo” ad inaugurare la campana con altri 22 alpinisti, fra cui tre donne.

Nel 1927, l’anno della laurea in legge festeggiata sulla parete SE della Croda Marcora a San Vito di Cadore, le nuove vie sono 9; altre 10 nel 1928, 14 nel 1929, di cui una con Comici sulla Croda del Valico (in quei giorni, conosce al rifugio Luzzatti Emmy Hartwich Brioschi, già compagna del fuoriclasse austriaco di quest’egocentrico non può che lasciare interdetti. La “mezza figura” è lui, Severino Casara, nato a Vicenza il 26 aprile 1903. Di famiglia numerosa (aveva sette fratelli) crebbe in una casa serena e religiosa, dove c’era sempre spazio per la carità ai deboli e agli emarginati. Iniziò ad arrampicare piccolissimo, sul muro del castello di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore. Il nonno, terrorizzato, lo aiutò a scendere e come regalo gli affibbiò un sonoro ceffone.

Il 3 novembre 1918 Severino va a Trento in bicicletta per assistere alla liberazione della città. L’anno dopo, sempre in bici, da Vicenza sale a Cortina, Dobbiaco, Brunico, Bolzano, Trento e torna a casa per la Valsugana. Niente di speciale, forse; ma Casara ha 15 anni e le strade e i mezzi di allora non erano certo quelli di oggi!

Frequenta le tendopoli della Sucai e si avvicina alla montagna, iniziando con la prima italiana della Punta Frida (Lavaredo). Nel Preuss), 4 nel 1931. Poi la foga diminuisce, subentrano gli impegni e le prime difficoltà, e sulle Dolomiti il giovane Severino si rivede un po’ meno.

Nel 1936 supera con Visentin lo spigolo NO del Pelmetto, nel 1938 tenta con Comici gli strapiombi E del Montanaia, ma deve ritirarsi per il maltempo. Altre 3 vie nuove le apre nel 1940, poi nel 1942 scappa su in Cadore, perché è bollato come antifascista e in pianura per lui tira una pessima aria. Si rifugia in Auronzo e sulle crode cadorine apre 5 vie nel 1942, 3 nel 1943, 11 nel 1944 (fra cui la sua più dura, la prima dello slanciato Mescol, e quella sulla Punta Michele in Valfonda, l’ultima del sessantacinquenne Angelo Dibona), 7 nel 1945 (ricordo quella sulla Croda Bianca e la prima della torre in Lavaredo dedicata a Comici, che ripetei con soddisfazione nel 1982).

Tornata la pace, è di nuovo a cercar vie nuove in Dolomiti: 4 nel 27 giugno 2009: Cortina d'Ampezzo, sotto il campanile manumento dedicato a Angelo Dibona (Foto Ernesto Majoni)

a fissare la storia dell’alpinismo sulle Dolomiti.

Ovviamente poi, il palmarès del vicentino conta anche molte salite classiche, invernali e sciistiche. Tutto questo basterebbe per dimostrare che fu un ottimo alpinista, anche se da capocordata non si spinse oltre il quinto grado.

Non era solo un entusiasta e un fantasioso, un romantico malato di roccia; era un uomo puro e idealista, una persona genuina.

Lasciata l’avvocatura, per vivere iniziò a scrivere. Il suo percorso letterario inizia nel 1944 col citato Arrampicate libere nelle Dolomiti, che celebra le sue amate montagne. Seguono Al sole delle Dolomiti (1947); la seconda edizione di Arrampicate libere... nel 1950; Cantico delle Dolomiti (1955); L’arte di arrampicare di Emilio Comici, riedito nel 2010, e Le meraviglie delle Alpi (1957); Fole e folletti nelle 1947 (una sul Cridola e una sul bellissimo Campanile San Marco) e 2 nel 1949. Si sposta quindi in Oltrepiave, dove ne apre 6 nel 1950, 3 nel 1951, 2 nel 1954 e 2 nel 1961. Ha quasi sessant’anni, quando, con due bellunesi, apre la sua ultima scalata dolomitica, una variante basale alla fessura Preuss sulla Piccolissima di Lavaredo; ma l’ultimo nuovo itinerario in assoluto risale al 1972, sulla Bottiglia delle Grime nelle Piccole Dolomiti. Casara aprì tutte le sue vie in libera e risparmiando sui chiodi; di loro, due sole sono in “artificiale”, quella sulla Cima d’Auronzo del 1937 e quella sul Salame del Sassolungo del 1940. In entrambe le salite fu secondo di cordata di Comici, che quaranta giorni dopo il Salame morì in Val Gardena. In totale le prime assolute di Casara dovrebbero essere 200: un grande numero, che ha contribuito Dolomiti (1966); Le Dolomiti di Feltre (1969); Preuss l’alpinista leggendario (1970). Postumo, esce a Cortina L’incanto delle Dolomiti cui segue nel 1980 Il libro d’oro delle Dolomiti. Ci sono altri due libri senza anno d’edizione, Arrampicare come Comici e Rapsodia africana, e un inedito, Le Dolomiti del Piave, che avrebbe dovuto completare la trilogia dedicata alle valli del Boite, dell’Ansiei e del Piave. Casara citava inoltre spesso un saggio che voleva intitolare Processo ad un alpinista, in cui raccontare la sua verità sulla contestata salita degli strapiombi N del Montanaia e sulla persecuzione che gli derivò da quella salita, secondo molti alpinisti inventata per farsi un nome. Il saggio non uscì mai, forse non fu mai scritto, anche perché nel suo archivio donato dalla sorella alla Fondazione Angelini, non se n’è trovata traccia.

La questione degli strapiombi N è stata riesumata nel 2008, da Spiro Dalla Porta Xydias, e poco dopo ancora da Alessandro Gogna e Italo Zandonella Callegher nel corposo ma irrisolto La verità obliqua di Severino Casara. L’opera del vicentino annovera dunque 14 volumi, che hanno lasciato una traccia profonda in chi li ha letti e apprezzati. Oltre che alpinista e scrittore, però, Casara fu anche un bravo regista cinematografico. Inizia nel secondo dopoguerra, grazie al finanziamento anticipatogli da un auronzano residente a Roma, con Cavalieri della Montagna, girato d’inverno con lo stesso Casara 17 dicembre 1977. Cartolina del rifugio Passo Staulanza spedita da Severino Casara a Ernesto Majoni e amici

giornata d’autunno in uno sperduto angolo dolomitico; Il Piave torrente, ancora del 1955, ripercorre la vita di un giovane, nato presso le sorgenti del fiume sacro e caduto da soldato alla sua foce.

In La corda in montagna, sempre del 1955, parla la fune manovrata da un noto alpinista, Cesare Maestri, e da un altrettanto noto sciatore, Leo Gasperl. In Palestra di campioni, girato a Cervinia e Sestriere nel 1955, compaiono grandi campioni di sci che si allenano per le Olimpiadi Invernali di Cortina. Al sole delle Dolomiti, ancora del 1955, è una tavolozza di colori dedicata alla terra di Tiziano, premiata al Festival di Venezia. Uomini e montagne, ancora del 1955, riprende una salita di Toni Gobbi e Giulio Salomone sul Monte Bianco. Neve d’agosto nella parte di Comici, Cavallini in quella di Preuss e Angelo Dibona in quella del custode del rifugio a Forcella Longeres. Segue nel 1950 Il più bel Campanile del mondo, dedicato alla prima Messa celebrata sul Montanaia davanti a varie cordate. La Guglia De Amicis del 1952 racconta l’acrobatica traversata dall’antistante Campanile Misurina al celebre pinnacolo, compiuta da Tita Piaz e Bernhard Trier già nel 1906. Le imprese di Emilio Comici (1952) ricorda l’amico scomparso e si chiude con la rievocazione dell’assurdo incidente che costò la vita al triestino. Letargo invernale (1953) è ambientato a Sappada, fra le case di legno e la genuinità di un tempo, con la neve che scandisce la vita. La valle degli antichi guerrieri (1954) è una poetica leggenda sui fiori della montagna. In Luci d’oro sulle Dolomiti (1954) Casara pennella un quadro alpino a tinte vive, mentre in Vita di guida, sempre del 1954, documenta la sostituzione delle corde sul Cervino da parte delle guide di Valtournenche. Han legato il gigante, ancora del 1954, ritrae le guide di Courmayeur che cambiano le corde sul Dente del Gigante. Angoli del Cadore, del 1954, è un luminoso ritratto del Cadore, premiato al neonato Festival di Trento. Luci d’oro nelle Dolomiti (1954) descrive invece l’autunno in montagna, con varie scene d’arrampicata. Le viole di San Bastian del 1955 racconta una è un documentario sulla conca del Breuil, con discese di Gasperl in sci e con le “ali di pipistrello”. In Oltre le nubi del 1955, le guide auronzane Francesco Corte Colò Mazzetta e Valerio Quinz compiono una salita in Dolomiti mentre il terzo protagonista, il loro cane, li aspetta alla base. Nel 1958, Casara realizza D’estate a scuola di sci sulle nevi dello Stelvio, al quale prendono parte alcuni campioni; Europa dall’alto del 1959 è il vero film delle Alpi, un inno alle montagne; Gioventù sul Brenta, del 1967, ritrae alcuni giovani saliti tra le cime del Brenta per fare festa che, calamitati dalla montagna, si fermano ad ammirare il trentino Diego Baratieri che scala da solo la Via Preuss sul Campanile Basso. Di altri film di Casara, infine, si sa poco: Il richiamo dell’alpe splendente, Europa 3000 sugli sci, A gara con le aquile, Una corda e un tozzo di pane, Gente di montagna, Roccia e ghiaccio, Sulle Torri di Sella. In totale, tra corti e lungometraggi, Casara ha portato a termine 27 pellicole, caratterizzate spesso dalla stridente retorica tipica di metà Novecento, ma tutte autentiche, nate da sentimenti genuini, prive di finzioni e piene d’amore per la montagna.

Questo fu Severino Casara, la Locandina del film "Cavalieri della Montagna" prodotto dalla Dolomia Film con la regia di Severino Casara (Foto archivio Marcello Mason)


colo Casara si portò un macigno insopportabile sulle spalle e nel cuore. Un condannato che non poteva difendersi, nonostante fosse un avvocato! Soprattutto intorno agli strapiombi del Montanaia (per approfondire la vicenda rinviamo ai testi citati in bibliografia, Dalla Porta Xydias e Italo Zandonella Callegher) si è creato e alimentato un caso quasi ridicolo: si parla di una via di soli 35 m, con un passaggio-chiave di 7-8; poco per il vicentino, uno spilungone magro che nel 1925 aveva ventidue anni, era molto allenato e nel pieno del vigore.

Italo Zandonella ha scritto che secondo un medico “… di fronte al pericolo di morte l’essere vivente riesce a produrre una carica d’energia tale da superare se stesso”. Nonostante questo, però, non ci fu nulla da fare; le lamentele, i tentativi di autodifesa, gli interventi degli amici (cose che aveva accennato anche a noi ragazzi), Casara rimase un bravo alpinista, ma emarginato. Ne valeva la pena?

Nell’estate 1978, con Federico ed Enrico progettai di onorare la “mezza figura” secondo l’infelice definizione di un “grande”. Il Casara delle tante vie nuove sulle Dolomiti tra Auronzo e Lozzo, tra Cortina e Braies, tra Dobbiaco e Forni di Sopra; il Casara dei libri, che gli valsero la prestigiosa ammissione al Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, dei film, delle conferenze, delle fotografie, delle amicizie. L’uomo che per la Montagna subì un lungo ostracismo, solo perché avrebbe raccontato una prima solitaria sul Campanile di Val Montanaia, che i soloni del tempo giudicarono impossibile per un “mediocre” come lui. Se superò davvero quegli strapiombi non si è mai saputo, perché non ci sono testimoni, ma processarlo oggi serve a poco. L’inflessibile opinione pubblica, il “puro” mondo alpinistico, complice anche la sua presunta omosessualità (infondata, secondo chi lo conobbe meglio, come la sorella Lelia, Emilio Comici, Mario Salvadori) che nel Ventennio dominato dalla “maschia razza latina” e dal mito dell’eroe era certamente inconcepibile, lo inchiodarono crudelmente, e così per mezzo sememoria dell’amico scomparso.

Non volevamo dedicargli una via, ma addirittura un torrione che sorge ai piedi della Croda Rotta e domina la Val Orita, a sud di Cortina. Noi eravamo convinti che fosse, ma forse è ancora inviolato: ha una corporatura possente e, anche se sono passato spesso ai suoi piedi, non ho mai capito se sia una bella torre dolomitica o non piuttosto un mucchio di rocce crollanti. A noi pareva che facesse la sua figura; pensavamo di provare a salirlo e in caso di successo dedicarlo al vicentino che si era consacrato alle Dolomiti. Avremmo poi inviato relazioni, schizzi e fotografie alle riviste del settore, cercando un po’ di notorietà. Come si dice comunemente, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”; forse quel torrione era troppo impegnativo, la qualità della roccia non meritava il nostro impegno, eravamo poco motivati o male organizzati.

Alla fine non se ne fece nulla e penso che sia stato un peccato; ma quando lo guardo, quel roccione per me resta sempre il Torrione Severino Casara.


  • Bibliografia
  • • Severino Casara, Arrampicate libere sulle Dolomiti, Milano 1944;
  • • Severino Casara, Al sole delle Dolomiti, Milano 1947;
  • • Severino Casara, Il vero arrampicatore, Milano 1972;
  • • Severino Casara, Il libro d’oro delle Dolomiti, Milano 1980;
  • • Spiro Dalla Porta Xydias, Processo a un alpinista. Severino Casara e gli Strapiombi nord del Campanile di Val Montanaia, Belluno 2008;
  • • Alessandro Gogna - Italo Zandonella Callegher, La verità obliqua di Severino Casara, Torino 2009;
  • • Ernesto Majoni, Severino Casara, in Le Dolomiti Bellunesi anno VI n. 11 - Estate 1983, Crocetta del Montello.

L’articolo deriva dalla lezione tenuta al Circolo AUSER di Domegge di Cadore il 13.3.2013. Ringrazio Italo Zandonella Callegher e Irlino Doriguzzi Bozzo per lo spunto e il coinvolgimento