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Ladinia e Italia

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LADINIA E ITALIA;


DI

CARLO SALVIONI


Discorso inaugurale letto I’ 11 gennaio 1917 nell'adunanza solenne

del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere


J


PAVIA

Premiata tipografia Successori Fratelli Fusi Largo primo di Via Roma

1917




f








Nel discorso con cui, il 2 giugno 1914, Antonino Salandra dal Campidoglio bandiva al mondo il verbo della nuova Italia, l’oratore ebbe a toccare anche dei ladini. Ci narrava egli cioè le trattative che precorsero alla guerra nostra, i dinieghi dell’Austria alle richieste nostre, le ragioni accampate contro queste. Per negarci l’Ampezzano, rivelava il Salandra, obiettavano, che questa nobile terra non italiana fosse ma ladina; cavillo, che il Salandra subito e facilmente sfatava con queste parole: “come se la differenza tra ladini ed italiani non fosse infinitamente inferiore che tra ladini e tedeschi„. M’immagino che, dove la brevità imposta dal momento non avesse tolto al Salandra di esprimersi con maggiore ampiezza, avrebbe egli forse anche soggiunto che quel diritto, che l’Austria negava agli italiani in quanto diversi, a suo vedere, dai ladini, risorgeva inoppugnabile per ciò: che l’Italia, racchiudendo nella sua compagine politica la grande maggioranza dei ladini, poteva sempre rivendicare come nazione ladina quello che le si contestava di chiedere come nazione italiana.

Ma si può, si deve andare più oltre e statuire che que’ ladini, presentati interessatamente dall’Austria come qualcosa di molto diverso da noi, di quasi antitetico a noi, sono un artificio; che essi ladini hanno con noi, per il fatto della loro lingua, rapporti assai più intimi che non con qualsiasi altra unità romanza; che la loro favella è strettamente affine alla nostra, soprattutto se per italiano intendiamo, ciò che è doveroso di fare, il complesso dei dialetti neolatini parlati in Italia. È la dimostrazione di tale verità (1) che mi propongo e lusingo di fornire qui a chi avrà la paziente bontà di seguirmi (la).

Solo che, prima di addentrarci nella discussione, non parrà per avventura superfluo che richiami alla mente dei cortesi uditori cosa s’intenda noi oggi per ladini.

Lungo le Alpi, dalle pendici settentrionali del Gottardo sino al Friuli, e qui allora raggiungendo il mare, risuonan delle favelle romanze che apparentemente son diverse assai da quelle che s’odono ai loro confini meridionali. E come una fascia linguistica che corre parallela al giro della catena alpina e separa i linguaggi d’Italia da quelli che sono al di là della cintura. Di questa cintura, a vero dire, noi non riconosciamo ormai pili che dei frammenti, poiché italiani e tedeschi, quelli a mezzogiorno, questi a mezzogiorno e a settentrione delle Alpi, hanno variamente spezzata la fascia. La quale, in corrispondenza alla Lombardia è transalpina ed è costituita dai ladini grigioni, dall’Engadina, cioè, e da qualche valle dell’altissimo Reno, in corrispondenza al Trentino e al Veneto è cisalpina: rimanendo interrotta per gli incontri diretti che tra italiani e tedeschi hanno luogo allo Stelvio, nella chiusa dell’Adige superiormente a Trento, e nell’alto corso del Piave. A queste tre lacune si riannoda la ripartizione interna de’ladini; poiché ad occidente della prima siedono i ladini oltremontani coll’ atesina valle di Monastero, i quali chiamiam sezione occidentale; tra la prima e la terza stanno i ladini tridentini, servendo la seconda frattura a discriminare tridentino-occidentali e tri-dentino-orientali, che tutti insieme, e compresovi qualche tratto dell’alto Bellunese, costituiscon la sezione centrale; oltre la terza, si stende il Friuli, cioè la sezione orientale, la più ampia, la più popolosa, la più civilmente e storicamente importante, comecché entrino in essa Udine e Gorizia e v’ entrassero già Aquileja, Grado, e soprattutto, e sino a ti npi