Le Odi e i frammenti II/Ode Istmia V

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Ode Istmia V

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Pindaro - Le Odi e i frammenti II (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Istmia V
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ODE ISTMIA V

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Del principio di quest’ode ho discusso nel mio Pindaro (pag. 162 sg.). Qui espongo attenendomi alla mia interpretazione.

Per virtù della luce, dice Pindaro, riesce manifesta allo sguardo ogni bellezza dell’universo, e per mare e per terra: per virtù degli agoni brilla il valore dei prodi (l-II). Il sommo bene per gli uomini è operare bene e riscuoterne elogio: più oltre, non si va: e tanto ha ottenuto Filacida (12-20). Ma io son venuto ad Egina, e non posso non cantare gli Eàcidi (cfr. I. XI, v. 19 sg.). Egina è celebre per essi: non deve spiacerci, oh mia Musa, il loro elogio. Gli Ètoli prestano onori divini a Tidèo e Meleagro, figli d’Enèo: Tebe a Iolao: Argo a Perseo: Sparta a Polluce: Enona, cioè Egina, agli Eacidi, che espugnarono due volte Troia: la prima, Telamone, con Eracle; la seconda, Aiace ed Achille, con Agamennone. E chi, infatti, se non Achille, uccise Cigno, Ettore, e Mènnone? Chi ferí Telefo? Ed ora gli Egineti hanno dimostrato il loro valore anche nella battaglia di Salamina (20-55). Ma subito Pindaro tronca la lode della gesta recente, ricordando che l’avvenire è incerto; e torna alle lodi di Filacida, del fratello Pitea che gli è stato maestro, e del padre Lampone.

Dalla prudenza con cui parla della vittoria di Salamina, s’induce che il pericolo persiano non fosse ancora sfumato; e [p. 112 modifica] che quindi l’ode sia stata composta dopo Salamina e prima di Platea, verso il fine del 480.

Al verso 65 sono personificate le percosse, ossia i colpi; i quali possono quindi, come persone, esser guidati. E sovra il retto cammino li guidò il maestro Pitèa, a vantaggio di Filacida. Personificato è il canto che deve spiccare un salto e levarsi dal suolo (v. 42). Ed è qui notevole l’atteggiamento lirico della domanda retorica seguita da risposta, che fu caro al Manzoni (Marzo 1821, v. 61 sg., e Battaglia di Maclodio, 12 sg., 25 sg.). Nel verso 47 mi allontano tanto dalla interpretazione comune quanto da quella del Fraccaroli.


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PER FILACIDA D’EGINA.
VINCITORE NEL PANCRAZIO A NEMEA



I


Strofe

Luce dai nomi molteplici, madre del Sole,
più che ogni bene, la possa dell’oro
gli uomini pregian per te. Per tua grazia.
Diva, le navi che ondeggiano
sovra le creste dei flutti,
e sotto i cocchi i corsieri
nel turbinio de le gare, appaiono miri a vederli.


Antistrofe

Cosí le lotte e gli agoni fan chiaro e famoso
l’uomo cui fitte ghirlande le chiome
cinsero, premio al vigore del braccio,
alla prontezza dei piedi.
Giudica un Nume degli uomini
l’insita possa. Due cose
nutrono il fior della vita soave con florida sorte:

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Epodo

bene operare, e riscuoterne parole di lode.
D’essere Giove non pùngati brama:
tutto possiedi su queste due cose t’accorda il Destino:
bene mortale conviene ai mortali.
Duplice onor ti fiorisce su l’Istmo, o Filàcide: in Neme
teco vinceva Pitèa nel pancrazio.
Ma non deliba il mio cuore
senza gli Eàcidi l’inno:
ché io di Lampone pei figli, insiem con le Grazie, ad Egina


II


Strofe

giunsi, alla ben governata città. S’ella muove
d’opre divine su fulgidi tramiti,
non ti sia grave la debita lode
delle fatiche, nei cantici
mescer; ché i suoi forti eroi
fama lucrarono, e celebri
son per millenni nel suono di cetre, di flauti canori.


Antistrofe

E per volere di Giove, di culto onorati
sono essi, e cura degli uomini saggi.
Alla gagliarda progenie d’Enèo
ardono vittime gli Ètoli:
Tebe a Iolào, di corsieri

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mastro, fa onore; a Persèo
Argo: lunghesso l’Eurota si vanta il valor di Polluce:


Epodo

ma le magnanime d’Èaco virtudi e dei figli
culto riscuoton fra il popol d’Enona.
Essi con duro travaglio, due volte espugnarono Troia:
Eracle prima seguendo, gli Atrfdi
poscia. Via, spiccati, o carme, dal suolo, rispondi: chi uccise
Cigno, chi Ettore spense, chi Mènnone
re degli Etiopi, impavido,
chiuso ne l’arme di bronzo?
Chi Tèlefo il buono trafisse con l’asta, su i clivi del Càico?


III


Strofe

Quelli cui dicon le genti figliuoli d’Egina,
l’isola illustre. Fu quivi una torre
da tempo estrutta d’impervie virtudi.
Molte ha mia lingua veraci
frecce, che dican la loro
gesta. Ed anche or Salamina,
rocca d’Aiace, die’ prova di sé, surta a gloria pei nauti,


Antistrofe

fra la procella di strage, d’innumere turbe
fra grandinoso sterminio cruento.
Ma sopra il vanto s’effonda silenzio.

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Giove ogni cosa comparte,
arbitro è Giove di tutto.
Pure, anche queste virtudi
aman la lode melliflua del canto. Ed in opere e in gare


Epodo

temprisi chi di Cleònico la stirpe conosce.
Mai degli umani le lunghe fatiche
restan nel buio; né quanto dispendio eccitavan le cure
della speranza. Pitèa pure lodo
che nel diritto cammino guidò per Filacida il corso
delle percosse che doman le membra.
Destro è di mano: è nel senno
simile a lui. Prendi il serto,
su, prendi le bende villose, e insiem manda il cantico alato.


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