Le Selve Ardenti/XIX

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Capitolo XIX
Un duello all’americana

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Capitolo XIX
Un duello all’americana
XVIII XX
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Capitolo XIX.


Un duello all’americana.


I grandi boschi si seguivano senza interruzione, sempre immensi, formati dai soliti pini neri del Canadà, da betulle e da aceri, le sole piante che resistono vittoriosamente a quei climi relativamente freddi.

Attraverso le folte macchie di quando in quando passavano a corsa sfrenata delle grosse alci dalle immense corna ramose, o qualche bisonte sperduto, che faceva drizzare gli occhi a lord Wylmore, il quale pareva che non fosse completamente guarito della sua bisontite acuta.

Se non che era stato dato l’ordine di non far fuoco per non attirare l’attenzione dei guerrieri che Nube Rossa, vecchio astuto, poteva aver lasciati indietro per meglio coprire la ritirata di Minehaha.

La corsa durò tre buone ore, poi gli avventurieri si accamparono.

Levarono uno strato di neve per dare ai mustani dell’erba, poi accesero il fuoco, mettendo ad arrostire uno dei due zamponi d’orso.

Lord Wylmore aveva fissati gli sguardi su quel pezzo gustosissimo che è meglio d’un prosciutto di maiale, ma il bandito, che lo spiava attentamente, disse subito:

— Voi non aver ucciso orsi oggi, e voi non mangiare che pemmican. Mi avete capito, milord?

— Dite? — chiese l’inglese.

— Mi sono spiegato abbastanza bene.

— Io pagare.

— Noi non siamo dei miserabili che abbiamo sempre bisogno dell’oro inglese ― disse il signor Devandel, un po’ seccato. ― Andate a regalare le vostre sterline agl’indiani, se credete.

— Voi dire?

— Che siete noioso col vostro pagare.

— Io essere milord.

[p. 203 modifica]— Lo sanno già tutte le piante che crescono nella bassa e nell’alta prateria. Ci avete gonfiati abbastanza.

— Dite, mister brigante?

— Niente affatto mister brigante, bensì figlio di un colonnello che tutta l’America ricorda per il suo eroismo, e capitano della cavalleria americana.

— Ah! Voi gentleman?

— Sì, milord.

— Non brigante? —

Il capitano Devandel diventò rosso, poi pallido come un cadavere.

— Mi pare che m’insultiate! — disse.

John si fece innanzi, seguìto da Harry, ed erano entrambi lividi di collera.

— Signor Devandel, — disse il primo — lasciate sbrigare a me questo affare. Propongo a questo pazzo un duello all’americana, in piena foresta, e così ci sbarazziamo per sempre di lui. Ci ha dato troppe noie!

D’altronde, se mi uccide, qualcuno mi vendicherà.

— Io, John, — rispose Harry.

— E poi ci sarò anch’io, — disse Giorgio.

— E se invece lo demolissi a colpi di pugno? — chiese Sandy-Hook.

Il signor Devandel alzò una mano.

— Questo è un affare che riguarda me solo — disse.

Poi, piantando gli occhi addosso all’inglese, il quale pareva che se ne infischiasse altamente di quello scoppio di collera da parte di tutti i suoi compagni, gli chiese:

— In Inghilterra, quando due individui si sono offesi, si battono?

— Oh, yes — rispose colla sua solita calma l’inglese.

— E si ammazzano qualche volta?

Yes, captain.

— E come si battono?

— Là essere tutti gentiluomini e battersi a colpi di spada e di sciabola e qualche volta di pistola.

— Sapete come ci si batte nella prateria?

— Paese dei briganti.

— Chiamatelo pure così, se vi piace, io me ne infischio altamente. Ebbene io vi dirò allora che noi ci battiamo col coltello, sicuro, col coltello, oppure montiamo a cavallo e ci scarichiamo addosso dei buoni colpi di carabina o di rivoltella in piena foresta.

— Aho, io avere capito.

— Ed allora, milord?

[p. 204 modifica]— Dite?

— Che mi avete insultato e che farò il possibile per ricacciarvi in gola l’epiteto di brigante che mi avete dato.

— A me piacere duelli.

— Montate sul vostro mustano, prendete le vostre armi e andate ad imboscarvi dove meglio vi piacerà.

Spetta a me di scovarvi e di piantarvi una palla in qualche parte del vostro corpo.

Mi avere capito, milord?

— Io non essere mai stato sordo. Tutti inglesi udire bene.

— Ed allora partite. —

L’indian-agent cercò d’interporsi.

— Siamo già in pochi per affrontare gl’indiani di Nube Rossa e voi volete privarci di una carabina, signor Devandel? Oh, per voi, allevato nella prateria, non temo nulla, perchè so quanto siete abile tiratore.

— Ho lanciata la sfida, e voglio che abbia luogo ― rispose il capitano. ― Quest’uomo, colle sue sterline, colla sua superbia, i suoi capricci ci ha dato troppe noie. Per noi costituirebbe più un pericolo che un aiuto. Se mi ucciderà, nessuno piangerà, perchè mio padre è morto da molti anni dopo d’aver subìta la scotennatura di Yalla, e mia sorella è morta a Nuova Orleans spenta dalla febbre gialla.

— Il capitano ha ragione — disse Sandy-Hook. — Milord è diventato più pesante delle sue sterline anche per me, e se il diavolo lo portasse via non me ne importerebbe affatto.

È vero bensì che quantunque un maschio cova benissimo le uova d’oro che io poi raccolgo.

— Signor Devandel, — disse Harry facendosi innanzi. — Volete lasciare a me l’incarico di regolare questa partita d’armi con quell’eterno seccatore?

— Grazie, amico, ma ciò spetta solamente a me. Se mi uccide e continuerà a darvi del brigante, voi farete altrettanto.

— Ed in giornata — risposero ad una voce l’indian-agent, i due scorridori ed il bandito.

Lord Wylmore intanto, sempre calmo, compassato, osservava attentamente le cinghie del suo mustano, come se temesse che qualcuna fosse stata tagliata.

Fischiettava fra i denti qualche cosa che nessuno avrebbe potuto comprendere.

Anche il capitano si occupava del mio cavallo, non ignorando che le disgrazie sono sempre pronte a piombare sui cavalieri imprudenti.

[p. 205 modifica]— Dite, capitano, — chiese Sandy-Hook avvicinandolo. — Volete proprio ucciderlo o metterlo solamente fuori combattimento?

Perchè, vedrete, quantunque quell’isolano abbia sangue freddo e coraggio da vendere, non sarò io che punterò in suo favore.

Sono troppo abili gli uomini che hanno fatto le campagne indiane sulle frontiere del Far West.

Se voi lo vorrete, questa sera i lupi avranno una piccola cena a base di carne inglese. Sarà un po’ coriacea, ma ba’.... Quelle bestie divorerebbero anche dei rinoceronti, se qui ve ne fossero.

— Voi volete concludere, Sandy-Hook, che vi dispiacerebbe se lo mandassi a passeggiare nelle praterie celesti a braccio di Minehaha.

— Un po’ sì, lo confesso.

— E se lo ferissi solamente noi saremmo costretti ad accamparci qui parecchi giorni in attesa della sua guarigione o della sua morte; e dove andrà intanto Nube Rossa?

— Non ci avevo pensato. Qualche volta divento una bestia con tredici corna o tredici code! Fate allora come volete. Vi auguro buona fortuna. —

Lord Wylmore era già balzato in sella. Esaminò la sua carabina e la sua rivoltella e partì di gran galoppo, senza degnarsi di salutare il suo avversario.

In pochi istanti era scomparso nella foresta, la quale, quantunque priva in buona parte di fogliame, si presentava foltissima per l’enorme numero di tronchi.

— Villano! — gli gridò dietro il capitano, tenendo il pugno. — Ci tratta proprio come se noi fossimo veri briganti!

— Se ha anche una brigantite acuta nel suo attivo!... — disse Harry. — Non c’è da stupirsi, signor Devandel. Voi l’avete da fare con un pazzo.

— Ma che maneggia il rifle come uno scorridore di prateria — disse l’indian-agent, il quale appariva un po’ preoccupato. — Che razza di mignatta vi siete rimorchiata dietro, Sandy!

— Dite pure un mignattone — rispose il bandito. — Non sarò certamente io che andrò ancora a difenderlo.

Ne ho abbastanza del suo «io pagare». Che s’impicchi insieme con tutti i suoi chèques e le sue sterline.

Coi diecimila dollari che il Governo americano mi pagherà per la morte o la cattura di Minehaha, e quello che ho guadagnato, ne avrò abbastanza per vivere tranquillo nella mia Marylandia.

— Fate conto di avere già la capigliatura della piccola giaguara? — disse Harry. — Credo che avrete da fare.

[p. 206 modifica]— Che avremo, volete dire.

— Sia pure.

— Cinque minuti — disse in quel momento Giorgio, il quale osservava fino dalla partenza dell’inglese un orologio vecchio ma che andava ancora bene. — Signor Devandel, potete partire e dare la caccia al vostro avversario. —

Il capitano era già a cavallo ed aveva esaminate le sue armi.

— Addio, amici, — disse con un sorriso. — Quando udrete sparare venite a vedere se è morto l’americano o l’inglese.

— Signor Devandel, siate prudente, — gli raccomandò l’indian-agent.

— Sai che non sono un ragazzo.

— Buona fortuna! — gridarono gli avventurieri.

Il capitano diede al mustano due calci, fece agli amici un ultimo saluto e si slanciò in mezzo alla foresta, tenendo in mano il rifle già carico.

Percorsi quattro o cinquecento metri, si arrestò bruscamente sull’orlo d’una immensa e fittissima macchia di betulle e si mise in ascolto.

— Nulla — disse dopo alcuni istanti. — Dove sarà nascosto quel pazzo?

Non vuole mostrarsi? Ebbene andiamo a scovarlo e diamogli una buona lezione. —

Allentò le briglie e spinse il mustano al piccolo trotto, facendogli fare innumerevoli giri.

L’inglese evidentemente doveva essersi fermato in mezzo a qualche macchia ed aspettava l’avversario per scaricargli addosso di sorpresa la carabina prima e la rivoltella poi.

Il capitano percorse un paio di miglia, ora avanzando ed ora ritornando, facendo soprattutto attenzione agli uccelli che volavano in buon numero fra ramo e ramo, senza manifestare troppa inquietudine.

— Che non riesca a scovarlo? — si chiese non senza una certa ansietà, poichè d’un istante all’altro poteva prendersi in pieno petto o nel dorso una palla di buon calibro che difficilmente lo avrebbe risparmiato.

Si era novamente arrestato per ascoltare. Nell’immensa foresta non si udivano che i volatili, mezzo rattrappiti dal freddo, pigolare e cantare di mala voglia.

Di quando in quando uno squillo rauco echeggiava in aria, e un grosso cigno passava, volando pesantemente, in cerca di qualche laghetto non ancora gelato o di qualche riviera.

— Ancora nulla! — borbottò il capitano. — Se provassi a sparare un colpo? —

[p. 207 modifica]Prese la Colt e fece fuoco in aria.

La detonazione echeggiò lungamente, sotto i rami, spegnendosi in lontananza. Alcuni volatili, spaventati, fuggirono e fu tutto.

— Che quel pazzo sia tornato al campo? — si domandò il capitano, il quale non sapeva più quale decisione prendere. — Che la paura lo abbia consigliato a prendere il largo non posso ammetterlo poichè dopo tutto, quell’isolano è coraggioso come una pelle-rossa.

Attese ancora qualche minuto, poi prese decisamente il suo partito.

— Accada quello che vuole accadere, io andrò a cavalcare sulle sue orme — disse.

Si orizzontò alla meglio e spinse il mustano a corsa sfrenata, dirigendosi verso il settentrione.

Il cavallo dell’inglese doveva aver lasciato delle tracce ed in qualche luogo doveva incrociarle.

Quella corsa durava da una buona mezz’ora, quando si vide dinanzi una grossa colonna di bisonti, formata da oltre duecento capi, che si dirigeva verso il Missuri, il grosso affluente del Mississipì.

— Quelle bestie avranno confuse le tracce dell’inglese, — disse il capitano. — È bensì vero che una zampa ferrata si può distinguere anche in mezzo a mille di altri animali che sono privi di ferri. —

I giganteschi ruminanti se ne andavano tranquillamente, senza affrettarsi, anzi soffermandosi di quando in quando per rompere colle poderose corna lo strato di neve e mettere allo scoperto le grosse ed alte graminacee che vi si trovavano sotto.

Il capitano, con una furiosa galoppata, li superò senza che gli animalacci si sbandassero, e cercò dinanzi a loro le orme del mustano dell’inglese.

Un gridò gli sfuggì subito.

Una grossa giovenca giaceva in mezzo alla neve, che aveva arrossata largamente del suo sangue.

Balzò di sella e corse ad osservarla, aprendole a forza la bocca, e notò che le mancava la lingua, il boccone preferito da tutti i cacciatori di prateria.

— Chi può essere stato? — si chiese.

Si guardò intorno e scòrse subito, sulla neve, le impronte d’un cavallo munito di ferri. L’uomo che lo montava non era dunque un indiano, poichè le tribù rosse non hanno l’abitudine di ferrare i loro mustani.

— Ah, l’inglese! — esclamò, facendo seguire la frase da una bestemmia. — La sua bisontite acuta l’ha ripreso, ed ha preferito sprecare le sue palle contro i ruminanti piuttosto che contro di me.

[p. 208 modifica]Quell’uomo è proprio pazzo. Che cosa fare ora? Inseguirlo o ritornare al campo? —

Riflettè un momento, poi concluse:

— È scappato: posso quindi ritornare e chieder consiglio ai cacciatori di prateria. —

Rimontò in sella, diede un ultimo sguardo alla foresta ed alla grossa mandra che s’avanzava sempre adagio, niente affatto spaventata dalla sua presenza, e tornò verso il sud.

Due colpi di rivoltella, sparati a non poca distanza, lo arrestarono di colpo.

Era l’inglese che aveva fatto fuoco od erano i suoi compagni che, inquieti per la sua lunga assenza, accorrevano?

Strinse la carabina guardando da tutte le parti, e vide finalmente sbucare, attraverso una folta macchia, a corsa sfrenata l’indian-agent, Harry, Giorgio e Sandy-Hook.

— Ah, i curiosi! — esclamò. — Non ci possiamo nemmeno battere in mezzo alla foresta selvaggia senza che giungano le guardie. —

John, che guidava la corsa, in un paio di minuti gli fu vicino.

— E dunque, signor Devandel? — gli chiese, non senza una certa emozione. — L’avete ucciso?

— Chi?

— Il vostro avversario.

— Vi avevo detto che quell’uomo era pazzo! — rispose il capitano, rivolgendosi ai quattro uomini che lo avevano circondato come per fargli scudo coi loro corpi. — Si è imbattuto in un branco di bisonti ed ha preferito prendersela con loro invece che con me.

— Corpo d’un tuono! — urlò Sandy-Hook. — Quello è un pazzo più furbo di quello che credete, signor Devandel. Si era accorto che sulle loro corna non portavano dei rifles.

— Sicchè, è fuggito? — chiese John.

— Che ne so io? Ha ammazzata una giovenca, le ha strappata la lingua e poi ha continuato la sua corsa verso il settentrione.

Dove sia andato non ve lo saprei dire.

— Ve lo dirò io, signor Devandel — disse il bandito. — Corre sulle tracce di Minehaha.

Mi ha detto più volte, quando era un po’ brillo, che voleva coprirla di diamanti e portarsela in non so quale castello della Scozia o dell’Irlanda.

Corre? Lasciamolo correre, e non occupiamoci più di lui. Tutti ne abbiamo avuto abbastanza di quel mignattone, ed io più di tutti. Quel [p. 209 modifica] [p. 210 modifica] [p. 211 modifica]pazzo finirà per lasciare i suoi ultimi capelli nelle mani degl’indiani. Bella fine per un Milord!

— Tutti i gusti son gusti, — rispose John. — E poi, se è davvero innamorato di quella piccola giaguara, che cosa volete farci? I suoi occhi le hanno bruciato il cuore.

— Che cosa fare ora? — chiese il signor Devandel.

— Si corre, signor mio, — rispose Sandy-Hook. — Vi è la capigliatura di Minehaha che vale, come vi ho già detto, diecimila dollari. —

Il capitano interrogò cogli occhi l’indian-agent.

— Che cosa volete farci — rispose John — Coi pazzi non mi sono mai trovato d’accordo.

— E se il lord fosse ancora imboscato e mi aspettasse!

— Dove? Dietro i bisonti? Galoppiamo verso il Missuri, signore, e lasciamo che si sfoghi ad ammazzare bisonti.

— E le leggi della prateria?

— L’avete trovato? No; dunque voi avete il diritto di andarvene dove meglio vi piace. Noi vecchi scorridori, che conosciamo le leggi della prateria alta e bassa, grideremo ben alto all’inglese che doveva farsi rinchiudere in un manicomio invece di venire in America a guarire il suo spleen. La partita d’onore è chiusa. Al galoppo! E cerchiamo di toccare il Missuri con un paio di lingue di bisonte. Avanti! —