Le avventure di Saffo/Libro II/Capitolo VIII

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Libro II - Capitolo VIII. La disputa commensale

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Benché fosse solitario il soggiorno di Eutichio, venivano nondimeno dalle prossime abitazioni, e da Catania specialmente, vari amici, per seco trattenersi, e spesso più degli altri Nomofilo, giovine di soavissimi costumi e di non comune avvenenza, il quale gustando le filosofiche disputazioni, ricercava frequente materia di piacevoli contese.

Era Eutichio versato nella continua lettura de’ Poeti e degli Oratori di que’ tempi, ma dotato sopratutto del più nobil pregio della filosofia, la rettitudine del raziocinio e la chiarezza della elocuzione. Avvegnaché di tanti che divisi in varie sette con varie denominazioni e avvolti in ampio mantello con barba decorosa al petto, si chiamano Filosofi, cioè amici del vero, benché non mai fra di loro concordi, molti non persuadono che loro medesimi, o quando mai vi sia alcuna verità ne’ loro pensieri, gli espongono con sì infelice oscurità, che sembrano le loro dottrine, piuttostoché umani ragionamenti, confuso garrire d’inquieti augelli. Della quale nebbia, forse sacra, ma per certo fastidiosa, è talvolta ingombrato sino il soavissimo stile di Platone, così meritamente glorioso, il quale non si compiacque in alcuni luoghi dedurre le acque limpide delle sue dottrine, onde le bevessimo con diletto, ma intorbidandole ce le ha rese talora sazievoli. Ed è in vero grandissima sventura che la luce de’ suoi, debitamente chiamati divini, volumi sia talvolta così offuscata, in quella guisa che a tutti spiace, quando nubi improvvise adombrano il cielo sereno negli ameni giorni autunnali. Ma forse è questo un effetto inevitabile di questi sforzi, co’ quali il sempre ottuso nostro raziocinio tenta di penetrare negli arcani della natura; perocché, affine d’introdursi nelle anguste vie di quelle tortuose investigazioni, si riduce a tanta sottigliezza, che non ha più sostanza. Ma Eutichio non spingeva l’intelletto se non dove può arrivare, anzi soleva dire che la Filosofia ha le ale di Icaro, che si squagliano accostandosi troppo al sole. Era pertanto venuto quel medesimo giorno, insieme con vari altri amici, il giovine Nomofilo, e tutti si collocarono a mensa coll’animo preparato dalla più saggia filosofica disposizione, la giocondità della mente. Ma pure la nuova ospite tratteneva alquanto la consueta libertà de’ colloqui, avendo ognuno la onesta cautela di non offendere le di lei non ancora note opinioni. Furono da principio gli argomenti del ragionare indeterminati e generali, ancora perché la fanciulla opponeva non ordinaria mestizia alla comune alacrità. Nulladimeno intiepidendosi a poco a poco i trattenimenti loro, e Saffo, siccome fornita di senso esquisito per la speculazione, abbandonando omai i suoi pensieri alle proposte disquisizioni, manifestò i pregi del suo intelletto interloquendo con facile e chiara elocuzione ne’ vari argomenti, di modo che l’ammiravano i commensali, e ben più Eutichio, considerando quanto fosse puro il di lei intelletto, mentre avea infermo il cuore. Intanto Nomofilo, il quale da una porta, che avea di fronte, vedeva la sommità dell’Etna, da cui ne usciva molto fumo, disse: “Per certo in oggi, o Encelado, ti annoia più del consueto la dispiacevole positura, in cui giaci per tante olimpiadi, quante io non saprei numerare; onde così ti vai volgendo e rivolgendo”. “Per Giove, aggiunse taluno, è maravigliosa così sommessa pazienza nel più forte di tutti i giganti, come ci narrano i Poeti essere stato Encelado, perché da tanti secoli soffre su lo smisurato corpo il tedioso peso del monte, contentandosi di sfogare la sua noia con le scosse ed il suo sdegno con le vampe di fuoco”. “Ma come vuoi tu, disse Nomofilo, che il misero si tolga dai fianchi la gravissima mole dell’Etna?” Rispose l’altro: “Io vorrei sapere come avviene che avendo costui, insieme con gli altri congiurati giganti, ammucchiati Pelio ed Ossa ed altri non meno di questi altissimi monti per giungere al cielo e scacciarne Giove, ora poi non abbia la forza di uscir sotto dall’Etna, quando che prima lo avrebbe affatto leggiadramente mostrato su la palma della mano”. Al quale proposto dubbio risero piacevolmente i commensali e lietamente bevvero, esortando il gigante a soffrire con forte animo la sua sventura o a rimuovere alla fine, con iscosse più degne della sua magnanima stirpe, così meschino ingombro dal fianco. Ma Saffo né approvava simile ragionamento, né ardiva biasimarlo, dubbiosa fra la riverenza degli Dei e la libertà della mensa. Eutichio parimenti permetteva a quei giovani ospiti la indipendenza de’ raziocinii, non partecipandola quando trascorresse alla empietà. Tutti però osservarono che egli ascoltava in silenzio; e bramosi di sapere se a lui grato fosse o dispiacevole l’intrapreso colloquio, lo pregarono di esporre la sua opinione, onde egli così finalmente la manifestò: “Cortesi giovani, se tutto ciò che si narra degli Dei non sempre convince l’intelletto, io lascierò che liberamente ne disputi ciascuno a norma delle sue opinioni. Ma però questo mi sembra certo, che le dottrine della mitologia nascondono sempre (sotto il velo di cose maravigliose) precetti ed esempli utilissimi alla republica. Ben mi è noto che seguendo la comune esperienza e la facile indagazione del vero, l’accensione di quella montagna si attribuirebbe con maggior probabilità ad ignee e sulfuree materie in essa contenute; di che ne sono indizio que’ corpi, i quali emanano dal di lei cratere; ma sarebbe di nessuna utilità questa fisica dimostrazione per contenere l’impulso della moltitudine alla licenza de’ vizi. Per la qual cosa se vi persuade l’intelletto la fisica spiegazione più della mitologica, potrete in voi medesimi compiacervene, ma anco vi dovreste persuadere che ella è opinione più utile e più salutare la tradizione del supplizio divino del gigante ribelle; imperocché i popoli abitatori di quest’isola imparano, vedendo il sacro fumo che esala dal monte, a temere gli Dei. E fu ben saggio il primo legislatore, il quale atterrì quegli indomiti isolani; onde per timore delle pene di Encelado si saranno astenuti dalle rapine, dagl’incendi, dalle vendette: il che nella società nascente poteva più facilmente ottenersi con questa opinione che con le sincere verità della nostra saggia filosofia”. “Ben ragioni, amico ospite, disse Nomofilo, ma sembra che si possa concludere che se la mitologia fu necessaria per istabilire le leggi, ora che esse lo sono così fermamente, più non ve ne sia bisogno”. “Sia come vuoi, rispose Eutichio, e bevi di questo vino di Sicilia molto, per quanto a me sembra, delicato, ma lascia in ogni modo a questi isolani le antiche opinioni degli avi loro, perché altrimenti, se gli indurrai a ragionare, con la tua libertà, degli Dei, turberanno gli uomini coi loro vizi. Né io ti posso promettere che l’anno venturo beverai questo vino, o ti accoglierò a questa mensa, perché forse il disprezzo degli Dei indurrà la plebe a ragionare non meno sagacemente su la origine della proprietà dei beni, che ritrovando sproporzionatamente distribuiti, mi spoglierebbe, con spiacevole filosofia, di queste sostanze, le quali ora mi è così grato dividere con voi”. “Ed a noi è così grato l’essere tuoi ospiti, rispose Nomofilo, che se contribuisse a questa felicità l’opinione delle pene di Encelado, soffrirò volentieri che ogni monte contenga, come quello, nelle sue viscere un gigante annoiato di rimanervi, purché sia salvo dalle usurpazioni questo prezioso vino che ci porgi”. E così dicendo con lieto sorriso, bevve di poi, e tutti applaudirono, che materia gravissima si trattasse così piacevolmente. Saffo, che portava nel suo cuore gli effetti dell’ira de’ Numi, ascoltava non senza dolersi così derisa la vendetta di Giove, e temeva nuovi rigori di Venere; ma perplessa d’interrompere la libertà de’ ragionamenti ospitali, così mansueta proruppe in un momento che tutti stavano, dopo molto garrire, in tranquillo silenzio: “Io vorrei pur sapere da voi, giocondi ospiti, se vi sia alcuna verità più evidente al nostro misero intelletto di questa tanto universalmente conosciuta, cioè che una Provvidenza celeste governa l’universo con sapientissimo imperio, e che distribuisce le pene ed i premi con inappellabile e giustissima sentenza. Perocché sono in ciò tanto concordi le umane opinioni, benché nel rimanente così varie, che la più remota antichità e tutte le viventi nazioni non hanno, non ebbero e forse non avranno mai disparità alcuna in questa dottrina; onde io credo che non si richieda meno, o Eutichio, di questo veramente nettareo vino per far così deviare dalla comune opinione intelletti come questi, prescelti alla contemplazione del vero”. “Tu calunni, rispose Eutichio sorridendo, il mio vino come perturbatore della sana filosofia; ma se non credi la nostra saggia quanto vorresti, non potrai dire che ella sia intemperante, poiché vedi impiegato il tempo piuttosto ad esalare l’animo in ragionamenti che a ministrare le piene coppe”. “Non sia mai, interruppe Saffo, che io creda dissoluta la nostra filosofia, bensì vorrei sapere per qual metodo di retti sillogismi arrivi la mente umana a dissipare il timore dei celesti castighi, siccome ora in voi si vede manifestamente nella tranquilla derisione delle pene di Encelado; e maggiore, io ve lo confesso, diviene la mia ammirazione, quantoché ad animi così onesti e virtuosi, come i vostri, sembra che dovrebbero essere gratissime le dottrine delle pene e de’ premi divini, siccome leggi della vita pietosa ed innocente, in quella guisa che piace al buon cittadino la obbedienza alle patrie instituzioni. Che se i Filosofi sono, come si vantano, cittadini dell’universo, dovrebbero riguardare come sacri, anche più del volgo, quei decreti di ammirabile Provvidenza, con la quale l’universo medesimo è governato. Ma se vi è errore alcuno in questa mia opinione, bramerò che mi sia da voi chiaramente dimostrato”. Ascoltavano questi ragionamenti tutti i commensali non senza gran maraviglia, perché fino allora non aveva Saffo parlato che brevemente interloquendo; ma quel ragionamento diede loro un segno più manifesto che non le erano straniere le più profonde speculazioni. Perciò l’un l’altro, sospesi alquanto, si riguardavano tacitamente; del che ella accorgendosi aggiunse: “Per verità mi spiace di proporre tanto severo argomento in mezzo a’ festevoli colloqui, offuscando la serenità delle fronti con rigorose obbiezioni, perloché abbandono la proposta materia, attribuendo a scherzevole trattenimento quanto fu da voi detto, urbani interlocutori, piuttostoché a senso di formate opinioni”. Rispose Eutichio: “Tu devi, prima di levarti da mensa, amabile fanciulla, conoscer meglio la nostra intenzione, perché se tu rifletti, vedrai che Nomofilo non ha ragionato universalmente del governo dei Numi, bensì particolarmente del supplizio di Encelado, del quale se egli non ha quella compassione che tu ne dimostri, ciò non proviene in lui da animo empio o spietato, ma dalla repugnanza del suo intelletto a soddisfarsi di questa special tradizione; ma non è discorde dal tuo, quanto alle universali”. “Amabile donzella, soggiunse Nomofilo, io ti prego di abbandonare questo gigante al capriccio della mente, che nel resto non mi propongo di turbarti il governo del cielo. Sarà questa, io credo, la maggiore disputa, che mai fosse fra di noi, quando io non debba temere un’altra più dispiacevole disparità fra le nostre opinioni, e che non posso per ora manifestare”. La quale reticenza stimolando anzi la curiosità di lei e quella de’ commensali, e costringendolo Eutichio a palesare l’indicato pensiero, soggiunse finalmente il giovine disputatore, non senza arrossire le guancie lanuginose: “La disparità per me più ingrata, che potesse dividere le nostre opinioni, sarebbe quella che si estendesse anche a’ nostri cuori, di modo che, siccome io già provo, ti amassi e non fossi da te amato, avvegnaché è somma infelicità questa lagrimevole discordia, che riempie il mondo di lagrime e di sospiri”. Un mesto vapore coprì il volto di Saffo a tali parole, siccome quelle che erano pur troppo conformi alla infelicità del di lei animo, ma pure sé medesima vincendo rispose: “Mi spiace, urbanissimo garzone, che tu in oggi accresci gli errori filosofici della tua mente con quelli del tuo cuore, se pure ragioni sinceramente; e però s’egli inclina ad un oggetto, qual io sono, né per forma, siccome vedi, né per altri pregi distinto, tu devi correggerlo, insegnandogli a fare più degna scelta delle sue inclinazioni”. “Ora per verità, interruppe Eutichio, il ragionamento ha deviato dallo spinoso calle, in cui ci aveva tratti una severa speculazione, e omai passeggiamo in più florido sentiero, di che ne siamo a te debitori, o donzella; e perciò ben farai, amabile ragionatrice, se renderai sommesso questo libero spirito alle tue leggi, moderando nel suo animo giovanile così indipendente filosofia”. Mentre in tal guisa ragionavano, incominciò il citaredo Melanzio a cantare in un lato del convito, siccome soleva, verso la fine della mensa, rallegrandola con la melodiosa voce mista al suono della lira. Egli da prima spiegò il canto con moderato alito, come voce da lungi udita, e che gradatamente si avvicina, e quindi crescendo con piena melodia agitava le rapide note della lira, spandendo insieme ampiamente il canto, verso di cui tutti con ciglio sospeso avean risolti gli occhi in silenzio. Cantò Melanzio alcuni versi della Iliade, animando con l’armonia quel metro divino e quei celesti pensieri, onde riunito il doppio diletto scendeva per le attente orecchie a impadronirsi del cuore. Finì la mensa, e insieme il canto, dopo la quale Eutichio alzandosi, e gli altri insieme, volgendosi egli a Nomofilo disse: “Vedi quanto è maravigliosa la magnanimità degli Eroi troiani e greci, e non meno la bellezza de’ versi di Omero in decantarla, ed anche l’artificio del mio citaredo nell’animare con gli allettamenti della musica così pregevoli concetti; eppure né gli Eroi, né i Poeti, né i Musici si formano con le scolastiche discipline. E tu, che sì spesso ti mostri nemico delle opinioni, e tanto amico della libera filosofia, potresti considerare che la gloria delle città dipende dall’amor della patria e dalle magnanime imprese di valore, alle quali è spesso contraria la perspicacia dell’intelletto, secondo cui l’uomo preferisce i beni essenziali della vita illesa a’ tumulti della gloria; laddove le opinioni inducono a preporre la utilità altrui alla propria col premio della lode: e però se i probi e valorosi cittadini sono più necessari al sostegno delle repubbliche che i sofisti, io ti esorto di non preferire le inutili verità alle più nobili e più benefiche persuasioni”. Volea rispondere Nomofilo, ma tutti si avviarono con Eutichio, il quale facendo precedere Saffo, gl’introdusse nell’adiacente giardino a respirare le fresche aure pomeridiane in mezzo de’ profumi, onde erano fragranti i fiori, che in ogni parte erano distesi qual tappeto sul terreno.