Le campane

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Edgar Allan Poe 1848 C XIX secolo Ernesto Ragazzoni poesie letteratura Le campane Intestazione 13 agosto 2009 75% poesie

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poesie (Ragazzoni)


 
            I

Oh! senti le slitte coi loro sonagli!
Sonagli d’argento!
Che pura allegria
effonde la loro festosa armonia
5nel buio e nel vento!
E come essi squillano, tintinnan, tentennano
per l’aere sperso
intanto che gli astri dal cielo ne accennano
e pare che brillino d’un raggio più terso!
10E ascolta! in cadenza, su un metro, su un unico
ugual ritmo runico
gli allegri tintinni
non quetansi mai!
mai! mai!
15ma in inni, ma in inni
continüi e gai
si levano, e un soffio par quasi sparpagli
per tutto, e sonagli, sonagli, sonagli
per tutto un tintinno, un tinnir di sonagli!

            II

20Oh! senti le campane nuziali,
Campane d’oro!
Che allegra sinfonia di madrigali
lanciano in coro
sul mondo!
25E senti come alzandosi e abbassandosi
strepitando s’intendono e rispondono!
e come, a quando a quando, inebbriandosi
di suoni, in un giocondo
crescendo si confondono e si fondono!
30e dànno! dànno! dànno l’alma al suono!
Oh! quell’onda di note d’oro fuso
e tutte in tono,
senti come in confuso
cogli olezzi si culla all’aria bruna,
35sotto la luna!
Ed ogn’eco a sua volta in rime strane
ripete la gazzarra
delle campane
e narra
40contento
al vento
l’incantamento
che stringe in questa raffica bizzarra
e campane, e campane, ognor campane
45tanti osanna, tant’inni di campane!

            III

Campane a martello! campane a martello!
Campane di rame!
che orrende
leggende
50di stragi e di fame
nel rombo insistente del lor ritornello!
Com’atre, all’orecchio glacial della notte,
ruinando dirotte
a botte su botte,
55raccontan la storia del loro spavento!
Ma troppo comprese d’orror per parlare
le tristi, intontite, non sanno che urlare
che urlare!
che urlar fuor di tono!
60e in un gareggiare feral col frastuono
del fuoco e del vento,
l’un l’altre s’incitano,
e come a un assalto
s’addoppian; s’invitano
65più in alto! più in alto!
più in alto!
a spinte, su spinte,
quasi ebbre, nel folle terror d’esser vinte!
di non poter mai,
70mai, mai,
trovar pur un eco — pur uno — a quei lai!
E ascolta! Campane! Campane! Campane!
Campane a martello!
Il loro terror narra certo un immane
75flagello!
Oh! come esse squillano, rimbomban, martellano!
e appellano e appellano!
e appellano aiuto!
E al lor suono roco,
80al lor suono acuto
l’orecchio distingue
il flusso e il riflusso lontano del fuoco!
Se avvampa o s’estingue!
Se crolla o se s’alza,
85nel flusso e riflusso del nembo che incalza
così le campane!
nell’ira che tanto martella, tempesta
le strane
campane!
90che grandina e pesta
campane e campane! campane e campane!
che stringe in un vortice orrendo ed immane
così tanto e tanto tonar di campane.

            IV

Oh! il rintocco freddo e lento
95della squilla funerale!
Che agonia!
che sottil malinconia
in quel ritmo sempre uguale!
Come piene di spavento,
100nel silenzio della notte,
le campane così rotte
ci singhiozzano il memento!
E ogni voce che s’invola
dal metallo che hanno in gola
105è un lamento!
E i lontani, ohimè, i lontani
campanari,
che, appiattati a lume spento
sugli arcani
110campanili solitari,
dànno al vento
simil voce,
provan certo qualche atroce
compiacenza a premer, tetri,
115sovra il cuor di tanti oppressi
su quel metro lutulento!
Ma gli ossessi — quegli ossessi! —
non son donne! non son uomini!
Niun li cerchi! niun li nomini!
120Sono spetri!
Ed è il re, il re lor, che volle,
volle — il folle! —
intonare in così strane
rime il suon delle campane!
125e cantarsi per dïana
(accentando il métro — l’unico
métro — sovra un ritmo runico)
quel peana!
quel peana di campane!
130È il re loro che vaneggia,
che si dondola, folleggia
fra le corde, che dà al vento
quel lamento!
quel lamento di campane!
135Ed ei strilla! ghigna! e in festa
(mantenendo il métro — l’unico
métro — sovra un ritmo runico)
danza, ridda e mai s’arresta!
mai! mai! mai!
140tutto in giubilo a quei lai!
a quei lai delle campane!
Oh! il suo cuor si gonfia certo
a quel requiem, a quel concerto
di campane!
145Ed ei scande il métro — l’unico
métro — sovra un ritmo runico!
scande! scande!
scande!
scande! e batte la misura
150sempre, in tempo, su quell’unico
ostinato ritmo runico!
E a cercar le fibre umane
via pel ciel s’allarga e spande
come un soffio di paura
155quel singhiozzo di campane!
quelle arcane
vibrazioni di campane!
quel lamento
ferreo, lento,
160di campane! di campane!
di campane! di campane!


Nota

Poë passò la primavera del 1849 a Lowel, e fu qui, in casa di un amico, che egli compose il suo famoso poema Le campane, poema che una volta di più dimostra la versatilità del suo ingegno ed il suo talento di verseggiatore.

Le campane hanno nell’originale un valore fonetico che nella versione non può essere interamente serbato, ed infatti le fantasticherie mirabili dell’autore sono qui così abilmente ricamate fra le combinazioni dei ritmi e dei suoni, così finemente intrecciate, che il lettore, a un certo punto, non sa più se lasciarsi guidare dalla magia della concezione o cullare dal fascino dell’armonia, finché abbarbagliato davanti a quel miracolo di equilibrio poetico è costretto ad esclamare con Byron:

«One shade the more, one shade the less
Would half impair the nameless grate».

(Un’ombra di più, un raggio di meno avrebbero guastata quella grazia senza nome).

La storia di questo poema è curiosa. Nella sua forma e disposizione attuale non venne pubblicato che dopo la morte di Poë: quando la prima volta fu dato alle stampe nel Sartain’s Magazine esso non constava che di 18 versi:

 
              LE CAMPANE
              (Canzone)

    Oh le campane! senti le campane,
    le allegre campane nuziali!
    e le campane piccole d’argento!
    Che melodia magica s’eleva
    da ogni pulsazione argentina5
    delle campane, delle campane, delle campane,
                                  delle campane!
    Le campane! Ah! le campane!
          le pesanti campane di ferro!
    Senti il rintocco funebre delle campane10
               senti il rintocco!
    Che tetra canzone squilla
                    dalla loro gola
             dalla loro gola profonda!
     Come rabbrividisce l’anima alle note15
     che escon dalla gola malinconica
     delle campane, delle campane, delle campane
     delle campane, delle campane!1


È interessante studiare il progressivo sviluppo di una idea nella mente di un uomo di genio.

Poë, lavoratore instancabile, paziente cesellatore di parole come il Flaubert, mai contento dell’opera propria, trovò che il suo lavoro, così com’era, non rispondeva pienamente alle esigenze del suo intelletto d’artista. Vi tornò sopra. Sei mesi dopo, inviava all’editore del Sartain’s Magazine una nuova edizione del poema, più ampliamente svolto, più finemente ritoccato; ma, non ancora soddisfatto, tre mesi più tardi inviava un’altra versione.

Fu l’ultima.

Era la vigilia della sua morte e colle Campane Poë aveva detto la sua ultima parola.

E. R.


Note


  1. The bells! hear the bells!
    the merry wedding bells!
    the little silver bells!
    How fairy-like a monody there swells
    from the silver tinkling cells5
    of the bells, bells, bells
    of the bells.
    The bells! ah! the bells
    the heavy iron bells!
    Hear the tolling of the bells!10
    Hear the knells!
    How horrible a monody there floats
    from their throats —
    from their deep-toned throats!
    How I shudder at the notes15
    from the melancholy throats
    of the bells, bells, bells!
    bells!