Le colpe altrui/Parte I/Capitolo VIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo VIII

../Capitolo VII ../Capitolo IX IncludiIntestazione 18 gennaio 2016 100% Da definire

Parte I - Capitolo VII Parte I - Capitolo IX
[p. 100 modifica]

VIII.


Frate Zironi zappava nel suo piccolo orto. Una pioggia violenta aveva nella notte devastato ogni cosa; gli steli delle cipolline spezzati come aghi di vetro ficcavano le punte nella terra fangosa; le foglie colme di acqua delle lattughe divelte parevano barche naufragate; ma tutto scintillava ai raggi caldi del sole e giù nel bosco gli usignoli cantavano con gorgheggi [p. 101 modifica]così fluidi che al fraticello pareva bastasse varcare la muriccia per trovarsi in un giardino di rose e di ciliegi fioriti, con tante fontane in mezzo agli asfodeli.

Dio sia lodato, com’è bella la vita! Ma il ricordo della missione affidatagli da Vittoria di tanto in tanto lo pungeva più che le spine dei cardi; ed ecco, sollevando il viso per ascoltare meglio il canto dell’usignolo, vide tra il verde lontano la giacca turchina e la cravatta rossa di Andrea Zanche.

— Eccoci! — disse alla sua piccola zappa, ficcandola al suolo; e si sbattè la terra dalle mani.

— Come sta tuo padre? — domandò andandogli incontro.

— Meglio. S’è alzato. Quanti usignuoli! — disse Andrea sollevando la testa; ma subito la reclinò pallido e stanco, e andò dritto verso il convento. Di questo, che era stato un modesto edificio dell’epoca pisana, non rimaneva intatto che un angolo con tre finestre sopra il versante a picco della montagna: il resto era un cumulo di pietre e di legnami corrosi, ricoperto d’edera e di cespugli: i sassi e il fango messi su dagli uomini in quella solitudine erano tornati allo stato naturale, formando un rialzo ricoperto di vegetazione. Anche nel vasto cortile interno recinto da una muriccia a secco l’erba e i ranuncoli crescevano folti come in un prato, e solo qua e là gli avanzi dell’antico lastricato segnavano qualche isoletta grigia fra tutto quel verde. [p. 102 modifica]

Attraversato l’ingresso il cui tetto d’embrici era già sfondato, Andrea andò ad una delle tre finestruole del refettorio, ultimo rifugio del frate. Era una stanza lunga ed umida, col pavimento rotto, e due panche di qua e di là del vecchio tavolo; ma dalle finestre si godeva l’immensità del paesaggio, chiuso a sinistra dalle linee luminose del Gennargentu, e a destra da Monte Acuto e da Montalbo, simile questo ad una nave azzurra sull’orizzonte violaceo. Le vallate che scendono di lassù e risalgono fino ai monti di Nuoro e all’altipiano di Orune, dànno a guardarle un senso dolce di vertigine come abissi coperti da un velo cerulo; qua e là il velo è macchiato dal nero dei boschi, dal grigio delle roccie, increspato dal filo argenteo dei ruscelli e delle strade provinciali, venato dalle muriccie di pietra che segnano i confini delle tancas; ma in lontananza si spiega libero e va a confondersi col cielo.

— Bello, vero? — disse timido il frate. — Adesso poi, quando l’erba s’indora e la luce diventa più calda, tutto è più bello. E di notte, con gli usignuoli e con Giove bellissimo lassù! Bello! Bello!

Andrea non parlava, aggrappato nervosamente alla finestruola: ma al frate pareva di vedere come in una boccia di cristallo quello che si agitava dentro quella testa cupa e ferma; e aveva paura a cominciare il discorso.

Parlare però bisognava: che dire, se non cose inutili?

— Sì, per molto tempo ho sperato e, perchè [p. 103 modifica]non dirlo? anche temuto che il Signore e San Francesco mi mandassero qualche compagno. Tre anni fa venne qui un bandito, e voleva farsi frate, ma aveva paura d’essere preso anche quassù, e dopo qualche giorno andò via. Anche Isidoro il servo del sindaco di Siniscola voleva farsi frate; ma smise l’idea perchè tutti ridevano di lui. Ma tutta questa gente è ignorante, non conosce la religione e solo ha paura dell’inferno. Qualcuno vuole entrare nell’Ordine come si entra in un ospedale, per curarsi; qualche altro con l’illusione di ingannare il Signore sul proprio conto, come che il Signore non veda l’anima nostra nuda anche sotto i panni dei ministri suoi. Il religioso, anima mia, deve essere un uomo intelligente che sa quello che si fa, uno insomma che va, sì, al servizio, ma sa che il servizio è duro e che deve obbedire a un padrone severo inesorabile.

— Ma e voi che fate quassù? Voi non fate niente, non obbedite a nessuno — disse Andrea senza voltarsi.

— Se tu sei venuto fin qui, forse è perchè posso anch’io fare qualche cosa — mormorò il frate; ma Andrea si volse con impeto, quasi minaccioso.

— Ebbene, io sono venuto per stare qui... Adesso per pochi giorni, poi per sempre. Ah, voi ridete. Sfido io se scappano, se li accogliete così!

Scherzava? Ma aveva gli occhi pieni di follìa. Il frate provò un senso di terrore: arrossì, poi rise, piano piano, con dolcezza, come cercando [p. 104 modifica]di ammansarlo senza fargli capire la sua paura.

— Rido perchè non passeranno due giorni che tu, anche, te ne andrai. Perchè vuoi venire quassù?

— Io non so dirvelo. Io non sono nè il bandito nè il servo e non credo in Dio. Io verrò a stare qui come in un altro posto qualunque pur di non essere oltre tradito, oltre annoiato dal prossimo.

— Sei troppo vicino a loro, qui, anima mia — disse il frate, aggrappandosi anche lui alla finestruola. — Il vento ti porterà le loro voci.

— Tanto meglio: mi parranno voci di morti.

Spinse con l’unghia una pietruzza che cadde nel vuoto; e sentì il suono falso delle sue parole, e sentì che il morto era lui, caduto nell’abisso come la pietruzza: anche la voce del frate, in quella solitudine ove egli era salito in un ultimo sforzo della sua volontà, gli dava una noia infinita. A che parlare? Tutto era inutile.

— Va benissimo — chiacchierava il frate, fingendo una triste letizia. — Tu però comprerai il convento e lo farai riattare. Io sarò il tuo servo e andrò giù nel mondo a cercare provviste. Per festeggiare la tua entrata nell’Ordine, intanto accenderò il fuoco... in segno di gioia... ma anche per cuocere qualche cosa...

Rimasto solo, Andrea fece il giro del refettorio fermandosi davanti a una nicchia entro la quale un piccolo San Francesco nero col viso giallo pareva si fosse distratto dalla preghiera [p. 105 modifica]per fissare lo sfondo azzurro della finestra di fronte. Alcuni libercoli attirarono la sua attenzione: erano vite di Santi, i Fioretti, le Poesie del Leopardi.

Prese in mano il libercolo giallognolo, rilesse alcuni versi del Sogno: poi lo ripose e s’appoggiò al muro come vinto da un malessere fisico. E scoppiò a piangere; ed erano gemiti striduli, e un singhiozzare femineo, un piovere di lagrime fino al pavimento.

Di là il frate accendeva il fuoco brontolando: mise il trepiede, in modo che la fiamma ne venisse bene attorniata e andò ad attingere l’acqua col secchio di legno largo e pesante come una tinozza. Andrea lo vide ritornare tutto curvo dal lato della secchia piena, con l’acqua che gli bagnava i sandali fangosi; e uscì nell’orto, per non essere sorpreso a piangere. Ma l’orto gli ricordava troppo l’angolo laggiù sotto il susino fiorito, la figura di Vittoria come gli era apparsa l’ultima volta sotto i veli dell’inganno; e fuggì nel bosco, fra le roccie che parevano cumuli di rovine. Fra i tronchi neri delle quercie ondulavano i profili azzurri dei monti lontani, nuvolette bianche si posavano come colombi sulle cime degli alberi; e dei colombi selvatici si udiva infatti il tubare.

Tutto il paesaggio era biblico e tragico assieme. Egli camminava come smarrito, credendo di sfuggire al suo dolore: ma questo gli stava dentro, sempre più fermo. Ed ecco da una radura l’orizzonte spalancarsi e dal mare argenteo sorgere la piramide rosea di Tavolara e più [p. 106 modifica]in là, ceruli come nuvole rasenti all’onda, Capo Ceraso e Capo Figari.

Egli ebbe terrore di questo spazio: si vide smarrito per le vie del mondo, a camminare e camminare cercando di calpestare, di macerare sotto i suoi piedi il suo dolore, mentre questo gli stava sempre più dentro e si nutriva di lui, insaziabile e schifoso come il verme solitario.

Riprese a camminare. Ed ecco da un promontorio apparire la maremma con le paludi scintillanti come frantumi di specchi; e gli stazzi biancheggiare tra il verde della brughiera. Di laggiù salivano le voci dei ricordi; ed egli sentì che queste voci appunto lo avevano attirato fino al promontorio e tornò indietro sui suoi passi, come ricercando la via perduta. Ma più camminava più si smarriva; rientrò nell’orticello, rientrò nel cortile, si buttò fra l’erba che cominciava a seccarsi all’ombra del muro rovinato. Il luogo era adatto per lui; rassomigliava alla sua anima. Tutt’intorno pareva regnasse una notte luminosa, tanto grande era il silenzio e grave il sonno delle cose. Immobile sotto il muro dal quale continuavano a cadere sassolini e polvere, egli guardava le nuvole dissolversi sull’azzurro del cielo. Tutto così era dissoluzione, entro e fuori di lui, in quel giorno che sembrava notte. E nulla, nè la pietra nè la nuvola, nè l’erba nè la polvere, nulla si lamentava. Allora anche lui decise di chiudersi nel silenzio come una cosa. [p. 107 modifica]

*

Frate Zironi intanto gramolava la pasta per i maccheroni, ed anche per una focaccia, se a Dio piaceva di far bastare la farina. Non s’illudeva, no, conosceva bene il cuore dell’uomo: Andrea non avrebbe resistito una sola notte alla solitudine; ma poichè era suo ospite bisognava trattarlo bene.

Ecco dunque un angolo del grande tavolo apparecchiato; il pasto era povero e il silenzio ostinato dell’ospite faceva credere ch’egli fosse già entrato nell’Ordine e assistesse al banchetto funebre del suo passato morto; ma, d’improvviso, come una nuvola penetrò dalle finestre e il silenzio di grotta del refettorio si riempì di gioia, di stridi, di palpiti, e uno sbattere rapido d’ali agitò l’aria come un soffio di brezza. Erano centinaia di passeri che s’incrociavano ed entravano ed uscivano dalla finestra; una fila se ne posò sull’orlo del tavolo, altri sul tavolo stesso beccando il legno in cerca di briciole, altri svolazzarono attorno al frate, tentando di fermarsi sulla sua testa, sulle sue braccia, richiamando la sua attenzione con piccoli stridi, paurosi e gelosi dell’estraneo: ed egli sorrideva a tutti, e accennava di tacere, di tacere, ma non si sapeva a chi, se a loro o all’ospite.

Il viso di Andrea s’era illuminato; tutti i ricordi della sua infanzia gli volteggiavano attorno coi piccoli uccelli dalle zampettine [p. 108 modifica]pulite, dagli occhi lucenti; e tese la mano, spinto dal desiderio di stringerne uno; ma al suo gesto tutti volarono via assieme lasciando l’aria palpitante dal loro spavento.

— Se tu fai così non tornano più. Io non ho mai tentato di prenderli; ecco perchè vengono! — gli disse il frate con impazienza.

Allora egli si alzò, col viso di nuovo oscuro, e tornò fuori sull’erba. Di là sentiva la zappa del frate battere nell’orto, e pensava ostinatamente al susino fiorito, a Vittoria che piangeva su lui le lagrime del tradimento. No, non è possibile che tutto sia finito. Ella è già tra i suoi fiori, all’ombra della casetta che ha nascosto la felicità casta e poi il dolore della madre: ella è buona, è pura; egli non ha che a ritornare a lei e chiuderla entro il suo cuore come l’uccellino nel pugno.

— Essi vengono perchè io non ho mai tentato di prenderli...

Sollevò gli occhi, sembrandogli che il frate lo spiasse al di là della muriccia; non vide nessuno e ripiombò nel suo sogno; ed ecco di nuovo Vittoria fra i giaggioli, all’ombra della casetta; ella però aveva mutato aspetto, aveva gli occhi pieni di attesa e di voluttà; occhi impuri, abissi di male. E si volse bocconi, gemendo, e morsicò l’erba e la pietra.

Al tramonto arrivò Pancraziu a cavallo con una bisaccia colma di provviste.

— Bene! Siamo come alla festa di Monte Gonare, — disse il frate, e il servo rispose pronto, strizzando l’occhio malizioso verso il padroncino: [p. 109 modifica]

— Quello là però non ha l’aria di divertirsi; forse perchè mancano le donne per ballare. Che male ha? — domandò poi sottovoce. — Dice che è venuto quassù per curarsi un poco, prima di ripartire.

— Il male dei ricchi quando tutto va loro bene; il male dei nervi. Ma passerà. Tu dirai a compare Bakis di stare tranquillo, che domani al più tardi Andrea sarà di nuovo a casa.

Andrea guardava il tramonto dalla muriccia del cortile.

Il sole rosso calava lento e grave sopra il Monte Gonare; e pareva soffermarsi fra due cime a guardare ancora un poco la terra tutta triste e dolce come l’amante che riceve l’addio dell’amato.

Anche Andrea pensava: addio, — e gli pareva di avere gli occhi velati di sangue, pur essi al tramonto.

Dal suo posto vide il frate impastare la focaccia, fare col dito scuro un buco nel mucchio della farina e dopo aver spezzato una contro l’altra due uova, versarne lentamente l’albume argenteo e poi il rosso d’oro, gramolando la pasta fino a ridurla a una specie di crema.

L’odore dell’olio fritto gli destò mille ricordi nostalgici; si rivide ragazzetto seduto sulla porta dello stazzo Zoncheddu, al cader della sera, aspettando come un piccolo mendicante un pezzo di pane da sua madre serva. Mikali rideva coi bambini dello stazzo, e lui, lui solo sembrava l’orfano, l’escluso. Anche adesso cadeva la sera: il convento prendeva l’aspetto di [p. 110 modifica]un castello in rovina, le pietre del cortile biancheggiavano come tombe fra l’erba, e sul cielo violetto le fronde estreme delle quercie palpitavano di stelle come palpebre gravi di lagrime.

*

Tutto ancora ha forma nel crepuscolo, ma forma che non è più quella della realtà e non ancora quella del sogno; le roccie rischiarate come da luce propria hanno profili di giganti seduti sulle rovine di edifici fantastici, e sembrano esuli sperduti. Poi il bosco mormora e tutto lentamente si trasforma nel sogno della notte.

Mari di cenere si stendono all’orizzonte: ma ecco, di nuovo la stella della sera brilla come un faro.

Andrea trasalì. Sedette ancora al tavolo del frate, grigio in viso come si fosse tuffato in quel mare di cenere, e cominciò a sbadigliare nervosamente.

— Hai freddo? — domandò il frate. — Berremo per scaldarci il vino che ha portato Pancraziu. È della vostra vigna? È leggero e traditore come le donne. Tu non bevi? Sì, aspetta, ti racconterò un episodio dei Fioretti, d’un novizio il quale fu tentato di uscire dalla Regola.

Andrea lo fissava senza rispondere. Il frate formava un cerchietto di briciole sul tavolo, e curvandosi molto a guardarlo raccontava.

— Un giovine molto nobile e delicato venne all’Ordine di San Francesco, ma dopo alquanti [p. 111 modifica]giorni, per instigazione del demonio cominciò ad avere in tanta abominazione l’abito che portava che gli pareva portare un sacco vilissimo: aveva in orrore le maniche, odiava il cappuccio, eccetera.

Andrea pareva ascoltasse, ma sollevando d’un tratto il viso, il frate gli vide gli occhi così vitrei che si turbò.

— Hai sonno? È presto ancora. Qui le notti sono lunghe. Tu sai quale è stata la visione che decise San Francesco a rinunziare al mondo? Gli pareva che dalla sua bocca uscisse una croce d’oro la cui sommità toccava il cielo e le braccia si distendevano dall’oriente insino all’occidente. Dopo questa visione egli diede tutto ai poveri e si fece frate minore e parlava con Dio come un amico con l’altro...

Andrea si alzò e cominciò a camminare su e giù per il refettorio mal rischiarato dal lumicino ad olio che spandeva sul tavolo e sul pavimento un grande cerchio di ombra. Per qualche tempo andò su e giù così, inciampando, intento alla sua ombra deforme che s’allungava e pareva giocasse sulle pareti e sul soffitto; d’un tratto però si fermò, fissando di nuovo il frate che beveva il vino rosso da una scodella gialla senz’ansa e parve volesse dire qualche cosa; poi riprese a camminare.

— Tu mi hai chiesto oggi che cosa mi ha fatto decidere a venire quassù. E chi se ne ricorda? — chiacchierava il frate. — Ogni giorno che passa, per me non esiste più: la notte lo cancella col suo pennello nero. E i giorni che [p. 112 modifica]devono venire sono per me come pagine chiuse. Del resto, perchè leggerle? Esse non ci diranno mai dove dobbiamo andare.

— È vero, — disse Andrea — dove andare?

E tosto si pentì di aver parlato e riprese a camminare su e giù a capo chino, con le mani incrociate sulla schiena.

*

Frate Zironi preparò i giacigli, mise il lumicino dentro la nicchia e andò a riempire la brocca d’acqua. La luna sopra il bosco circondava le roccie d’un’aureola d’argento; nel silenzio si sentiva fin nel cortile il passo di Andrea. Ah, il disgraziato turbava la pace pura della notte fragrante: era come il verme dentro la rosa di maggio.

Eppure bisognava impedirgli di andarsene; bisognava tenerselo lì a tutti i costi, come una croce. Rientrando, lo vide già sdraiato sul giaciglio, avvolto vestito nella coperta, con le ginocchia ripiegate e i piedi giunti.

— Va bene, va bene, adesso stiamo zitti — pensò camminando in punta di piedi. Ma non sapeva perchè, non si decideva a coricarsi. La focaccia gli dava sete, e la scodella era ancora piena di vino... Sollevò la brocca dell’acqua fino al viso, poi pian piano la rimise giù e guardò verso Andrea. Immobile, coi piedi giunti, Andrea sembrava già morto. Dio sia benedetto, che tristezza portava quel ragazzo lassù nella pace del luogo! [p. 113 modifica]

E come sentiva il bisogno di stordirsi, cominciò a bere il vino; metà bastava per togliere la sete, ma il resto, a lasciarlo, svaporava, e poi la scodella serviva per l’acqua. La vuotò dunque. Dio sia benedetto, le cose forse non andranno così male come sembra; Andrea ha giudizio; basta non contrariarlo; eccolo là immobile, coi piedi giunti, così quieto, così docile; dorme come un fanciullo, con l’alito lieve. Che tenerezza per lui!

— Andrea, anima mia, dormi? No? Mi sembrava. Sono già a letto anch’io. Sono stanco sebbene non abbia fatto niente. Il tuo letto è duro? Hai freddo? Andrea? Se non dormi ti conto una storia; ebbene, senti, quando ero ragazzo come te avevo anch’io un dispiacere. Affare di donne, malanno abbiano, avevano ragione i santi padri di chiamarle serpenti. Io dunque andavo da una donna e le facevo regali; sì, persino un anello con la corniola che era appartenuto a mia madre. Sì, Andrea, tu hai veduto che ho anche quel libro, io:

Nasce dall’uno il bene,
Nasce il piacer maggiore
Che per lo mar dell’essere si trova...

(mormorò i versi sottovoce, quasi pauroso di ricordarli) e non c’è al mondo uomo che non abbia una donna. Ma quella donna dove andavo io era gelosa, e tu sai la Sacra Scrittura: di tre cose ha paura il mio cuore, ma la quarta fa impallidire il mio volto; la persecuzione di una città, le radunate del popolo, e la calunnia [p. 114 modifica]falsa, tutte cose più dolorose della morte. Ma la donna gelosa è dolore e affanno di cuore. Allora... Dormi? Allora io le dissi: lasciamoci, Annicca; io mi farò frate e tu così starai tranquilla. Ella si aggrappava a me come un gatto arrabbiato, quando io parlavo così. Voleva sposarmi, venire a stare a casa mia con mia sorella e mio cognato. Ed era gelosa anche di mia sorella, questo è il curioso. Io non capivo questa pazzia: posso dirlo, adesso, ero innocente, allora, come uno di quegli uccellini che vengono qui a mezzogiorno. Ebbene, io stavo per cedere e sposarla quando un giorno la sorpresi... indovina con chi? (soffiò sul lumicino, lo spense e si mise a ridere) con mio cognato, il marito di mia sorella! E sono morto, per questo? Sto qui tranquillo e se adesso ricordo quella storia è per raccontarla a te. Che ne dici? Tu, adesso, Andrea, cuoricino mio, dà retta a me, sta qui e non pensare ad altro. Sarò il tuo servo. Faremo venire su un poco di calce e riatteremo la chiesa: io son buono, da muratore. Quando venni su la prima volta aiutai frate Antoni ad eseguire quelle decorazioni rosse intorno all’altare. Malanno, saranno circa quarant’anni, se non mi sbaglio. Frate Antoni fu l’ultimo a morire, qui, dopo frate Zuanchinu, l’anno della peste. Era un bravo pittore. Dormi? Dorme — aggiunse fra sè, e chiuse gli occhi.

Nel dormiveglia si rivedeva con una ciotola di tinta rossa sul capo. Frate Antoni grasso, ansante, arrampicato su una scaletta a piuoli, [p. 115 modifica]ogni tanto si curvava per intingere il suo grosso pennello nella ciotola; qualche goccia di tinta cadeva sul pavimento come sangue; un moscone ronzava nel silenzio della chiesetta.

Quelle goccie rosse! E il moscone ronzava più forte. Si svegliò ansando e al chiarore della luna vide Andrea che s’era alzato con la coperta sulle spalle.

— Andrea, che fai? Mi alzo?

— Vado a dormire nell’ingresso. Voi russate troppo. Non vi movete.

Ed egli non si mosse, ma non potè riaddormentarsi: aveva la bocca acida, il cuore gonfio; gli sembrò che Andrea se ne andasse a dormire nel bosco, fra l’erba umida di rugiada, e ne provò rimorso. Finalmente non potè resistere oltre all’inquietudine e si alzò, guardando furtivo: Andrea non c’era. Chiamarlo? poteva offendersi e fuggire. E non chiamò, ma attraversò l’orto, andò nel bosco, cominciò a cercarlo di qua e di là, nell’ombra, negli angoli bianchi di luna, nella radura grigia. Quanti Andrea gli sembrava di vedere, sotto ogni cespuglio, in ogni pietra! Tutti i disperati del mondo erano saliti lassù in cerca di pace, e giacevano vinti riempiendo di dolore la dolce notte della montagna. Ed egli girava, girava, come in un campo di morti dopo una battaglia, e mille ricordi salivano dalle ombre del bosco, dalla profondità del suo cuore. Il passato, la prima notte nel convento, il dolore ch’egli aveva ucciso nella solitudine, balzavano su e lo riafferravano alla gola. [p. 116 modifica]

— Andrea? Dove sei, Andrea?

Andrea non c’era. Se n’era andato portandosi via la pace del luogo.