Le confessioni/I

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Prefazione II


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LE CONFESSIONI

(1879-1881)





Introduzione alla critica della teologia dogmatica e all'esame della dottrina cristiana.


Io fui battezzato ed educato nella religione cristiana ortodossa che mi fu insegnata fin dall’infanzia, durante l’adolescenza e la gioventù. Ma a diciotto anni, cioè quando terminai il secondo anno di università, non credevo più a nulla di quanto mi era stato ripetuto; non solo: certi ricordi mi farebbero pensare di non aver mai creduto seriamente; avevo fiducia in ciò che mi si insegnava, in ciò che i maggiori confessavano davanti a me, ecco tutto, e quella fiducia era anche assai vacillante.

Avevo circa undici anni quando venne da noi, una domenica, Volodienka M... (un allievo del ginnasio, morto da molto tempo), per annunziarci, come una grande novità, la scoperta fatta al ginnasio: Dio non esisteva, e non ci avevano insegnato che delle frottole. (Questo avveniva nel 1838). Io rammento che i miei fratelli maggiori, eccitati da questa novità, mi chiamarono, e che tutti, con grande animazione, accettammo questa scoperta come qualche cosa di molto [p. 6 modifica]interessante e di possibilissimo. Rammento ancora che mio fratello maggiore, Dimitri, il quale era allora studente all’Università, si diede ad un tratto, con la passione propria della sua natura, alle pratiche religiose; si mise a seguire tutte le prediche, a digiunare, a condurre una vita casta, pura e morale, e noi tutti, anche i più anziani, ci mettemmo a canzonarlo, affibbiandogli, non so perchè, il soprannome di Noè. Rammento pure che Mussin Puskin, rettore dell’Università di Kazan, ci invitava a ballare, e canzonando nostro fratello, che rifiutava i suoi inviti, gli diceva che Davide stesso aveva ballato davanti all’arca. Io apprezzavo allora questi scherzi dei grandi e ne concludevo che bisognava imparare il catechismo e andare in chiesa, ma che non era necessario prender tutto questo sul serio. Rammento altresì che, da giovanissimo, leggevo Voltaire, e che le sue arguzie, anzichè ripugnarmi, mi divertivano assai.

La mia diserzione dalla religione si compiè come accadeva allora e come accade anche adesso alle persone della nostra società. Mi pare che, nella maggior parte dei casi, ciò avvenga nel modo seguente: si vive come tutti vivono, e tutti vivono fondandosi su dei principî che, non solo non hanno nulla in comune con la religione, ma soventissimo sono contrari ad essa. La religione non ha un posto nella nostra vita. Nei rapporti col nostro prossimo non ci accade mai di incontrarla e, nella nostra propria esistenza, non la consultiamo mai. La religione viene applicata qualche volta lungi dalla vita e indipendentemente da questa. Se ci si trova in contatto con essa, la si considera come un fenomeno esteriore, per nulla legato alla vita.

Osservando la vita di un uomo, i suoi atti, [p. 7 modifica]adesso come allora, non si può sapere s’egli creda o no. Se v’è differenza fra colui che confessa apertamente l’ortodossia e colui che la nega, questa differenza non è mai a vantaggio del primo. Adesso come allora la confessione e la pratica dell’ortodossia si trovano più sovente in persone stupide, crudeli e che si danno una grande importanza, mentre l’intelligenza, l’umiltà, la rettitudine, la semplicità, il senso morale si trovano di preferenza in persone che si dicono incredule.

Nelle scuole si insegna il catechismo e si mandano gli allievi in chiesa. Dai funzionari si esigono i certificati di comunione, ma un uomo della nostra società che non è più scolaro nè impiegato dello Stato, adesso e soprattutto in passato, può vivere delle decine d’anni senza ricordarsi una sola volta che vive in mezzo a cristiani e ch’egli stesso è creduto praticante la religione cristiana ortodossa.

In tal modo, adesso come in passato, la dottrina religiosa, accettata per fiducìa e sostenuta da qualche pressione esteriore, sparisce a poco a poco sotto l’influenza della conoscenza e dell’esperienza della vita, che son contrarie alla religione. Eppure, soventissimo, l’uomo vive persuaso di aver conservato intatta questa religione che gli venne insegnata nell’infanzia; mentre da lungo tempo non ne rimane più traccia. S..., un uomo intelligente è sincero, mi raccontò in che modo cessò di credere. Aveva ventisei anni, quando un giorno, a caccia, prima d’andar a dormire, seguendo una vecchia abitudine infantile, si mise a pregare. Suo fratello maggiore era steso sul fieno e lo guardava. S.., terminata la sua preghiera, stava per coricarsi; suo fratello gli disse: «Ah, lo fai [p. 8 modifica]sempre?» Non fu detto nulla di più, ma da quel giorno S... smise di pregare e di andare in chiesa; non perchè conoscesse e dividesse le convinzioni del fratello, o perchè nel profondo dell’anima sua avesse preso una decisione qualsiasi, ma unicamente perchè le parole pronunciate dal fratello erano state una leggera spinta al muro presso a crollare, trascinato dal suo proprio peso.

Quell’osservazione gli indicò soltanto che là ov’egli credeva risiedesse la sua fede, non v’era più che un posto vuoto, di modo che le parole che pronunziava, i segni di croce e le genuflessioni che faceva pregando diventavano degli atti perfettamente vuoti di senso e, una volta riconosciuta la loro vanità, gli era impossibile ripeterli.

Questo deve accadere, io penso, alla grande maggioranza. Intendo parlare degli uomini della nostra coltura, delle persone sincere di fronte a se stesse, e non di quelle che vedono nella religione soltanto il mezzo per raggiungere qualche fine effimero. Costoro sono i più profondamente atei. Difatti, se per essi la religione non è che un mezzo per raggiungere un fine qualsiasi, non è più religione. Per le persone della nostra coltura, la luce della scienza e della vita fa crollare questo fragile edifizio, abbiano esse notato il posto vuoto nell’anima loro o non se ne siano ancora accorte.

La credenza che mi fu inculcata fin dall’infanzia lasciò me come gli altri, con la differenza che, avendo letto fin dai quindici anni delle opere filosofiche, la mia diserzione dalla religione fu assai presto cosciente. A sedici anni avevo cessato di pregare per mio proprio impulso, avevo cessato di andare in chiesa, di [p. 9 modifica]seguire ogni pratica, non credevo più in ciò che mi avevano insegnato fin dall’infanzia, ma credevo in qualche cosa. In che? Non avrei saputo dirlo. Credevo in Dio, o piuttosto non negavo Dio, ma quale Dio? Non sapevo. Non negavo il Cristo e la sua dottrina, ma in che consistesse questa dottrina, non avrei potuto dirlo.

Oggi, ricordando questo tempo, vedo chiaramente che la mia religione — ciò che, all’infuori degli istinti bestiali, guidava la mia vita — la mia vera credenza d’allora era la fede nel perfezionamento; ma in che consistesse questo perfezionamento, quale fosse il suo scopo, io non sapevo. Cercavo di perfezionarmi intellettualmente, imparando tutto ciò che potevo, tutto ciò verso cui la vita mi spingeva; cercavo di perfezionar la mia volontà, imponendomi delle regole che mi studiavo di osservare; mi perfezionavo fisicamente con ogni sorta di esercizî e abituandomi alla resistenza per mezzo di privazioni d’ogni specie: tutto ciò mi pareva essere il perfezionamento. Certo, al disopra di tutto vi era il perfezionamento morale, ma ben presto questo venne sostituito dal perfezionamento in generale, cioè dal desiderio di rendermi migliore, non ai miei occhi o agli occhi di Dio, ma a quelli degli altri uomini. E ben presto questa tendenza venne anch’essa sostituita dal desiderio d’esser più forte degli altri uomini, cioè più celebre, più importante e più ricco di loro.