Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia/Eugenio Lo Sardo

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Eugenio Lo Sardo

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Rossana Rummo Mario Bresciano

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Per la mia generazione è impossibile dimenticare il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Nati poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, con le memorie ancora visibili delle distruzioni e dei lutti e con la minaccia dell'olocausto atomico sempre presente, in molti abbiamo aderito al pacifismo e alla non violenza, rifiutato ogni totalitarismo e sperato in una politica senza guerra. Gli assassini di Moro erano inoltre dei coetanei, dei “giovani”, che avevano fatto una scelta radicalmente diversa. Quelle giornate atroci causarono una ferita profonda a tutti i livelli della società italiana. Ma oggi, come raccontiamo ai nostri figli quella tragedia del nostro recente passato? Come superiamo le emozioni per entrare nel campo della storia? I giovani vivono oggi immersi in un fluire costante di informazioni omogenee, inodori, insapori. Il contatto con le emozioni e con gli eventi è mediato da uno schermo, con cui hanno un rapporto solitario, di uno a uno. Nel chiuso di una stanza si formano le loro opinioni. Sono molto informati su avvenimenti di ogni tipo dai quattro angoli del globo, per loro assimilabili a quelli più prossimi. Il senso della polis, dell’appartenenza a una comunità con le sue regole, con la sua identità si allenta giorno dopo giorno. Diviene difficile un’analisi più circoscritta e approfondita del mondo circostante. Molti sono gli aspetti positivi di questa apertura: sentirsi cittadini ovunque, reperire informazioni a bassissimo costo, colloquiare a distanza. Ma non pochi sono i pericoli. Solo uno studio approfondito permette di ricostruire un contesto, mentre oggi perfino le ricerche bibliografiche sono divenute obsolete. Da un lato si guadagna tempo, si esercita la memoria per ricordare come reperire un’informazione nella sconfinata rete mondiale, dall’altro, una volta ottenuta, spesso non si ha la pazienza di compararla, attratti da nuovi fatti, da nuove curiosità. Raramente, inoltre, se ne discute con gli altri in un confronto aperto e collettivo, in un dialogo serrato. Resta il patrimonio individuale di idee e di convinzioni da utilizzare per fini diversi. La storia e i suoi episodi divengono oggetti separati.

La memoria collettiva in tal modo si frammenta, scindendosi in tante memorie individuali e si rischia di perdere il senso e la rilevanza di un evento. Per questo motivo sono stati fondati musei e istituzioni con lo scopo preciso di tenere vivo il ricordo di avvenimenti terribili da ogni punto di vista, soprattutto di quelli dettati dall’odio e dall’intolleranza. Perfino l’olocausto ebraico, nel quale milioni di persone persero la vita per mano dei carnefici nazisti e dei loro alleati, ha bisogno di un luogo o di più luoghi per non essere dimenticato. Recentemente New York ha inaugurato un Memorial per le vittime della strage dell’11 settembre 2001. L’Italia repubblicana finora non ha sentito la necessità di dotarsi, a livello centrale, di istituti o musei votati a narrare gli eventi che ne hanno segnato il cammino. Invece a livello associativo sono nate diverse iniziative, tra cui la Rete degli archivi per non dimenticare, che unisce molte realtà, spesso promosse da familiari e parenti delle vittime degli atti di terrorismo o di stragismo, e punta sulla digitalizzazione e la [p. 16 modifica]diffusione delle testimonianze sulla rete.

Queste iniziative altamente meritevoli avrebbero bisogno di luoghi non solo virtuali e digitali, utilissimi per un’ampia diffusione delle informazioni, ma anche di spazi reali dove trasmettere le conoscenze, di generazione in generazione, di padre in figlio, e dove esercitare il giudizio critico e il dibattito aperto a tutti.

Tra questi eventi da non dimenticare, la tragedia di Aldo Moro racchiude in sé caratteristiche che vanno al di là del tempo e del luogo per assurgere a dramma di valenza universale, in cui un uomo solo lotta contro un destino atroce. I carcerieri dal volto coperto lo interrogano, lo invitano a scrivere lettere e memoriali di cui egli non conosce pienamente la finalità, benché intuisca l’uso che ne verrà fatto. Percepisce l’abisso che lo separa da amici con cui ha condiviso la vita politica e gli ideali, e fino all’ultimo non accetta, con straordinaria dignità e forza morale, l’epilogo tragico. Come molti ricordano, con un assurdo comunicato Moro fu condannato a morte, e nessun appello, da qualsiasi parte provenisse, fu sufficiente a distogliere i brigatisti dal loro gesto. Del resto avevano già ucciso senza pietà gli uomini della scorta. Il corpo dello statista, malamente disteso nel bagagliaio di una macchina, fu fatto trovare nel centro di Roma a pochi passi dalle sedi dei due principali partiti: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano. Nel cuore di una città che pochi decenni prima aveva assistito impotente, proprio in quelle vie, alla deportazione degli abitanti del ghetto. In quel momento le tenebre calarono sulla nostra giovane democrazia. Tutto sarebbe stato possibile: leggi speciali, abolizione delle garanzie costituzionali dei cittadini, rastrellamenti indiscriminati. Per fortuna si mantennero i nervi saldi.

Al riguardo sento la necessità di aprire una breve parentesi. La civiltà giuridica italiana, nel solco tracciato da Cesare Beccaria e in diversa misura da Gaetano Filangieri, già nel Settecento aveva elaborato concetti fondamentali contro la pena di morte, considerata un inutile rimedio alle lacerazioni del consesso sociale causate dai delitti. I greci ritenevano barbari coloro che compivano sacrifici umani. Gli italiani hanno ritenuto barbari coloro che decretano la pena di morte. In un Paese che difficilmente afferma i suoi meriti, c’è almeno un punto fermo su cui riconoscersi come comunità.

Nella tradizione della mia famiglia questa convinzione è stata sempre particolarmente coltivata. Nel 1881 sul giornale Roma, il mio bisnonno, Francesco Lo Sardo, allievo di Giovanni Bovio, pubblicava un articolo dal titolo inequivocabile: Giù il boia. Partendo da un’esperienza personale, cioè dall’avere assistito a un’esecuzione capitale, analizzava con fine spirito giuridico le motivazioni pro e contro l’abolizione dell’estrema condanna. «Mettiamo da parte la correzione del reo», scriveva, «l’inviolabilità della vita umana, gli errori giudiziari e diciamo: non si può concepire giustizia fuor di proporzione. Tolta la proporzione finisce l’equità e si può avere una [p. 17 modifica] giustizia a quarti di luna che dipende dall’umore del legislatore». La legge del taglione è stata abolita, continuava, per la sua intrinseca assurdità; perché quindi non deve essere abolita la pena di morte la «cui formula suprema è: vita per vita?». Alcuni anni dopo, nel 1889, con il codice Zanardelli, la condanna a morte venne abolita: una decisione qualificante per la nostra civiltà. Fu reintrodotta durante il fascismo, nel 1926, e fu effettivamente applicata la prima volta contro un bracciante, nel 1928. L’Italia repubblicana, a partire dal 1948, ha ripreso la bandiera dell’abolizione della pena di morte. Ma le Brigate Rosse, circa cento anni dopo il codice Zanardelli, hanno ritenuto opportuno istituire un sedicente tribunale con il potere di decretare la massima pena, riportando l’Italia indietro ai tempi bui della dittatura.

Sono passati più di trent’anni dai tragici giorni del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro e sembra giunto il momento di narrare, su una base documentaria certa e da una generazione all’altra, quegli anni della storia d’Italia. Tale convinzione ha motivato l’Archivio di Stato e il Tribunale di Roma, in particolare l’allora presidente Paolo De Fiore, a procedere nel 2011 al versamento anticipato delle carte del processo Moro, cominciando dalle lettere originali qui pubblicate, allora conservate presso l’archivio dell’organo giudiziario, e bisognose di urgenti restauri. Se una fase storica si avvia al suo tramonto per l’incoercibile scorrere del tempo e le emozioni più crude e i calcoli politici più contingenti vanno lentamente esaurendosi, è necessario avviare il cammino della riflessione critica e del dibattito.

Come accennato, in Italia non vi sono luoghi fisici dove si ricordi la storia della Repubblica. Gli Archivi dello Stato potrebbero a pieno diritto svolgere questo ruolo e affiancare ai documenti scritti tutte le altre testimonianze in vari modi conservate, divenendo così delle vere e proprie Accademie della Storia. Sarebbe un giusto rimedio ai rischi inerenti al flusso indistinto delle informazioni digitali, che porta in sé il pericolo dell’abulia. Le carte parlano un linguaggio immediato e inequivocabile, ma accanto ai documenti cartacei, come in questo volume si è fatto, bisogna porre le analisi critiche che aiutino alla comprensione e all’esame dei testi, superando la soglia di una lettura solo emotiva. Gli Archivi dispongono di tutti gli strumenti professionali adatti al caso, coltivano le discipline paleografiche, la diplomatica, le diverse branche della storia e hanno già svolto questo fondamentale ruolo per la formazione dell’identità civile e sociale dell’Italia. Alla fine dell’Ottocento, quando la coscienza del Paese si formava, sono stati luoghi di incontro per storici italiani e stranieri di alto livello, che con spirito positivistico hanno riscritto la storia del Paese su basi nuove, un po’ come è avvenuto in altre parti d’Europa: qui a Roma vennero a studiare Jacob Burckhardt e Theodor Mommsen, solo per citarne alcuni. Negli Archivi e grazie ad essi sono spesso nate le Società di storia patria, presenti nelle principali città del Paese.

Ora queste istituzioni vivono una stagione critica per una serie di motivi endogeni ed esogeni [p. 18 modifica] e non riescono a trovare il giusto rilievo all’interno del dicastero dei Beni culturali, che con le poche risorse a disposizione privilegia gli aspetti museali e turistici della cultura rispetto a quelli sociali e identitari. L’Archivio di Stato di Roma, dopo un ventennio di tensioni pseudo-federalistiche in cui veniva continuamente messo in discussione il ruolo della capitale (negli Stati federali per ovvi motivi si dovrebbero invece rafforzare le istituzioni centrali), si trova con poche risorse ed energie inadeguate ad affrontare i compiti speciali che gravano sull’Istituto di una città in cui coesistono due Stati: l’Italia e la Santa Sede. Il caso delle carte del Tribunale di Roma è esemplare, perché da esse è evidente che la documentazione degli organi giudiziari romani ha valenza internazionale. La questione va affrontata in modo deciso perché c’è bisogno di luoghi adeguati per conservare il recente passato. A Sant’Ivo alla Sapienza — la sede centrale dell’Archivio di Stato di Roma — sono infatti conservate le carte dello Stato pontificio e nella sede succursale, lontana dalle università e dagli altri istituti culturali, sono rimasti pochi metri lineari ancora disponibili per la documentazione contemporanea. Non basta, come s’è detto, fornire la rete di nuovi dati, di nuove fonti da consultare direttamente nel proprio studiolo, bisogna continuare a confrontarsi, riprendere il gusto del dibattito, sapere che la Repubblica riserva ai cittadini anche questo diritto: avere uno spazio comune, una casa a tutti aperta dove studiare la propria storia e formare liberamente le proprie opinioni.


Eugenio Lo Sardo
Direttore dell’Archivio di Stato di Roma