Le notti degli emigrati a Londra/Maurizio Zapolyi/II

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Maurizio Zapolyi - II

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Maurizio Zapolyi - I Maurizio Zapolyi - III


Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre m’abbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare l’assassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma s’astenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci un’ispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, d’un circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato l’assassino.

Questo fu tutto.

La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in que’ paesi dei Confini militari.

Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era jobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di sessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.

Io toccava i diciannove anni.

Una storditezza ci precipitò nell’abisso.

Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni d’argento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato d’astrakan e di bei fermagli d’argento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure d’astrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, l’omicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, l’obbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, coll’istruirmi.

Quando tutta l’Ungheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petöfy, io balzai come gli altri, mentre il viso dell’Austria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!

La mia anima scoppiò.

Io poteva arrivare a tutto.

Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.

Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un po’ di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita d’una amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e m’inzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.

I villaggi d’Ungheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto s’impantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel castello di suo padre. Io non l’aveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, un’oasi di quercie, di pini, d’olmi, in mezzo a quella interminabile pianura dell’Ungheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dell’Atlantico.

La cavalcata passò come una freccia.

Tutti, sapendomi un po’ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento all’altro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guarda-caccia. Fui scoperto.

-Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.

Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:

- Sto in agguato di un capriuolo. Vo’ cacciando.

Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.

Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: le capacità e gli honoratiores lo possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.

Tradotto l’indomani alle ott’ore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato - condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.

Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia s’increspavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo d’apoplessia.

I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente ch’egli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.

- Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.

Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.

- Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?

- Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.

- Ebbene, continuò mio padre, l’uomo che cercate sono io.

- Voi?

- Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago l’ammenda per mio figlio.

Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, d’agonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:

- L’esecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto all’assassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.

Ecco tutto.

La Corte si alzò, ed uscì.

Un fremito corse in tutta l’assemblea.

Io subii la pena delle verghe.

Mio padre fu appiccato.

Lottai quarant’otto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò nella pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.

Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dell’Ungheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando la puzsta con l’ansia di chi abbandona l’amato focolare e si immerge nell’infinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di un’aureola d’oro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, s’allargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto l’invasione delle tenebre che si avanzavano dall’Oriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dall’aria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere l’acqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte d’Occidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca - quella lanuggine omicida dei paludi, che s’apposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nell’immensità. Cosa sogna egli, il solitario della puzsta?

Ogni Ungherese è l’embrione di un poeta, di un gentiluomo, d’un soldato, d’un patriotta e di un pazzo - Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.

Questa pianura dell’Ungheria è grandemente triste, è la solitudine animata, l’incerto dell’Oriente che trasalisce sotto gli amplessi dell’Occidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso l’ovest, era un passo nell’esilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.

Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. L’accettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento d’ussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.

La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.