Le notti degli emigrati a Londra/Maurizio Zapolyi/III

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Maurizio Zapolyi - III

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Maurizio Zapolyi - II Maurizio Zapolyi - IV


Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. L’ultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.

Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro l’altra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo all’esasperazione di questi, ed all’odio di queglino.

Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto un’attitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dell’insurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petöfy era l’anima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata dei dodici articoli - i nostri Diritti dell’uomo - e di un canto di Petöfy.

- Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dell’exequatur del censore.

- Dovete farlo, rispose Vasvati.

- Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.

- Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.

- Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.

Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto d’ora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petöfy montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, l’abolizione dei privilegi, l’autonomia dell’Ungheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati all’estero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petöfy lesse allora la sua poesia.

Petöfy aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, l’aspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso - il riflesso del sole delle regioni boreali nell’inverno.

Della patria al santo appello,
O Magiari, orsù sorgete;
Esser schiavi od esser liberi
È in poter di voi: scegliete.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
L’empio giogo di spezzar.

Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!

Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.

Petöfy continuò:

Fummo schiavi. In servo avello
Gli avi dormono. A noi spetta
Di giurar sui loro tumuli
E compirne la vendetta.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
L’empio giogo di spezzar.

- Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.

Petöfy riprese:

Maledetto chi, pugnando,
Di morire avrà timore,
Chi la vita - inutil cencio -
Prezza più del patrio onore.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
L’empio giogo di spezzar.

Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.

Petöfy continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dell’Austria.

Più dei ceppi brilla il brando,
E assai meglio il braccio adorna;
Pur di ceppi fummo carichi,
Ora, spada, a noi ritorna.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
L’empio giogo di spezzar.

- Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.

Le due città, Buda e Pesth, si riscossero all’eco di quel giuramento. Petöfy, commosso vivamente, declamò l’altra strofa:

Dei Magiari al nome, intera
La sua gloria renderemo,
L’onta vil di tanti secoli
Noi col sangue laveremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
L’empio giogo di spezzar.

- Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, l’immensa voce delle due città.

Petöfy fini il suo inno:

Sui sepolcri nostri proni
A pregar un dì vedremo
I redenti nostri posteri,
E dal ciel n’esulteremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
L’empio giogo di spezzar.

- Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò l’intiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva l’Ungheria! viva la libertà!

Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petöfy, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio d’una bomba. All’indomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petöfy.

Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il Comitato di salute pubblica decretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dell’Ungheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dell’autonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trent’anni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso l’arciduca Francesco Carlo, padre dell’imperatore attuale, e pregato di attendere perchè l’arciduca pranzava, sclamò: "Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!" Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò l’Ungheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.

Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero l’iniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dell’Austria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:

- Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.

- Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, l’assemblea levandosi in piedi.

- Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.

- Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.

- Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.

- Sieno! gridò l’assemblea, coprendo d’applausi le parole dell’oratore.

- Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dell’eguaglianza, della fraternità, quest’altra santa Trinità politica!

E sedette, mentre l’assemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non c’erano più in Transilvania che degli uomini liberi.

Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.

La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. L’Austria, che aveva già schiacciato l’Italia, se ne impadronì. I Croati diedero l’esempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dell’arciduchessa Sofia - la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt, - diede il segnale. "Il mio cuore è con voi" gli aveva detto quell’arciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.

La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamata di 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.

I Serbi batterono l’esercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre: Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.

La Corte tenne a bada la deputazione.

La deputazione finì coll’accorgersene.

- A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.

- A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.

E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.

- Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.

Il Palatino fuggì. L’Ungheria si sollevò.

Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dell’Impero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dell’Impero, o dell’imperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno d’Ungheria e del re. Il colonnello era austriaco nell’anima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.

Attendemmo per cinque giorni l’ordine della partenza. L’ordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.

Il capitano del 4.° squadrone diede il segnale.

Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad un’ora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sull’immensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa ch’e’ si presentò davanti il 4.° squadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.

- Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.

- Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.

- E dove andate?

- A Pesth, colonnello.

- Chi vi ha dato l’ordine della partenza?

- Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.

- Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.

- Colonnello, v’è un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.

- Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.

- A Pesth sì. Qui no.

Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.° squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.

- Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.° squadrone, e fate disarmare l’intero squadrone.

- Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro quest’ordine parto: anch’io. Partiamo col 4.°

La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.

Ci aspettavamo che l’Austriaco all’indomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.° ed il 4.°

Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.

- Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.

- Vi è pericolo per voi, signora?

- Non so. Vegliate su me.

Questo "vegliate su me" era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io l’amava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore l’aveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di un’aureola luminosa!

Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi fe’ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua ch’egli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono all’altra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:

- Seguimi.

- Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.

M’interposi.

- La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.

- Sì, lo voglio.

Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. M’impadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti all’altra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel po’ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta d’arrivare.

Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.

Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.

La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.

L’assemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva all’indomani tutte le mura di Buda e di Pesth.

L’agitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.

Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui s’era impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.

Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:

- Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.

- Al principe Nyraczi?

- Al principe Nyraczi.

- Giammai.

- Perchè dunque, di grazia?

- Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non l’ho mai perdonato.

Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! D’un tratto la contessa si alzò, si slanciò a me d’incontro, le braccia aperte, e sclamò:

- Maurizio, io t’amo.

Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.

Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno d’aria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, all’estremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dall’andare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè di rauco e d’indeterminato, ma non aveva già quell’accento di collera che s’indovina nel brontolìo del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. All’indietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali s’arrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora all’estremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega d’un carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.

Fu visto e riconosciuto.

Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, l’uccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di un’aria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dell’assemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:

- In nome della legge, vi ordino di uscire.

Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.

All’indomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli l’infamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e l’obbligava a posare le armi.