Le odi di Orazio/Libro primo/VII

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Libro primo
VII

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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VII.


Loderanno altri Rodi, città splendida, o Mitilene
  Od Efeso o le mura di Corinto
Dal doppio mare, o Tebe, fatta insigne da Bacco, o Delfo
  4Chiara d’Apollo o la tessalea Tempe.

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V’è chi non ha altra cura che l’Urbe di Pallade intatta
    Celebrar con perpetuo carme, e colto
Dove che sia preporre un serto d’olivo alla fronte
    8Molti ad onore di Giunon diranno

Argo di bei cavalli nutrice o la ricca Micene.
    Me non ha sì colpito il pazíente
Lacedemone, i campi non sì dell’opima Larissa,
    12Come la casa d’Albunea sonante

E l’Anio alto cadente e Tivoli ombroso e i pomari
    Da ruscelletti celeri inaffiati.
Come da fosco cielo disperge sovente le nubi
    16Noto propizio, nè continuo piove,

Così tu sapíente rammenta finire nel molle
    Vino, o Planco, i fastidj e le fatiche
Della vita, o ch’a’ valli tu stia di bandiere fulgenti,
    20O sia che del tuo Tivoli a la densa

Ombra ti assidi. Teucro, Salamina e il padre fuggendo,
    È fama, ch’abbia d’un populeo serto,
Spruzzato di lieo, precinte le tempie, ed in questa
    24Guisa parlato agli scontenti amici:

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«Ovunque la fortuna, migliore del padre, ne porti,
  O miei compagni, o miei consorti, andremo.
Nulla da disperare, se Teucro v’è auspice e duce:
  28Poichè Apollo veridico promise

Che un’altra Salamina sarà in altra terra. O gagliardi
  Uomini che con me spesso peggiori
Casi già tolleraste, nel vino or cacciate le cure;
  32Doman ritenteremo il mare immenso.»