Le odi di Orazio/Libro terzo/XXIV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro terzo
XXIV

../XXIII ../XXV IncludiIntestazione 14 gennaio 2015 100% letteratura

Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
Libro terzo - XXIII Libro terzo - XXV
[p. 146 modifica]

XXIV.


        Tesori intatti gli Arabi
Pari non abbiano a’ tuoi, non l’India
        Ricca; il Tirreno e il pubblico
4Mar tutto ingombrino l’ampie tue fabbriche;

        Se figge gli adamantei
Chiodi il fato empio ne’ sommi vertici,
        Non da timor puoi scioglierti,
8Non dalle insidie di morte esimerti.

        Meglio i campestri Scizj,
Che i tetti nomadi traggon su’ plaustri,
        Meglio i Geti aspri vivono,
12Cui senza termine campagne libere

        Le biade e i frutti porgono;
Nè più che d’annua coltura ei piaccionsi;
        E quando lascian l’opere,
16Altri con simile sorte succedono.

[p. 147 modifica]


        Quivi ai figliastri, vedovi
Di madre, innocue le donne mescono;
        Non ricca sposa al conjuge
20Dà legge e a nitido ganzo confidasi.

        L’onor de’ padri è massima
Dote e il casto animo che schiva altri uomini
        Con salda fede; illecita
24La colpa, o debita morte al colpevole.

        Deh, chi desia gli eccidj
Empj e la rabbia civil distogliere,
        Se «Padre della Patria»
28Vuol che alle statue s’incida, abbia animo

        Frenar licenza indomita,
Inclito a’ posteri, finchè, oh nequizia!
        Odiam virtude incolume,
32Dagli occhi toltaci, la bramiamo invidi.

        Che valgon querimonie,
Se col supplizio il rio non troncasi?
        Senza costumi, vacue
36Leggi a che giovano, se non la torrida

[p. 148 modifica]


        Zona che ferve inospite,
Se non di borea la regione ultima,
        Cui l’alte nevi indurano,
40Respingon l’avido mercante; e gli orridi

        Mari l’accorto nauta
Vince; e miseria, grave onta, sforzaci
        Tutto a patire, a imprendere,
44Disertando arduo di virtù il tramite?

        O che nel Campidoglio,
Ove suffragio d’amici acclamaci,
        O che nel vicin pelago
48E gemme e lapidi ed oro inutile,

        Di mal supremo origine,
Gittiam, se l’animo davver rimordeci,
        Di prava cupidigia
52S’ha il germe a svellere; le troppo morbide

        Menti a più aspri studj
Formar. L’ingenuo garzon mal reggersi
        Sa sul destriero insolito;
56A cacciar trepida, più dotto in futili

[p. 149 modifica]


        Giochi, o alla greca trottola
O a’ dadi il provochi, da leggi invalide
        Vietati. E intanto il perfido
60Parente il socio tradisce e l’ospite,

        Ed all’immeritevole
Erede accumula tesori. L’improbe
        Ricchezze alto si accrescono;
64Ma ognor d’un piccolo non so che mancano.